Il sicario (prima parte)

Era già un po’ che Jack guardava quell’uomo fermo giù in strada. Se ne stava all’interno della macchina parcheggiata all’angolo della strada con una ruota sopra al marciapiede. Fumava. Fumava molto quell’uomo. Una sigaretta dietro l’altra, ma non sembrava nervoso, solamente aspettava, aspettava, come se fosse l’attesa la sua principale occupazione.
‘Lo sapevo’ si disse Jack agitandosi e andando in lungo e in largo per la stanza ‘non avrei dovuto accettare quell’ultimo incarico’. Era stato troppo rischioso per lui, troppo maledettamente rischioso. Ma in fondo non aveva avuto scelta. Erano tempi duri, quelli. Se non avesse accettato il contratto, qualcun altro meno scrupoloso di lui lo avrebbe fatto al suo posto. E così aveva accettato, aveva accettato e aveva fallito. Era bastato un errore banale ed era arrivato troppo tardi, di un secondo, forse due e il bersaglio era fuori tiro. Un errore imperdonabile, per le implicazioni internazionali e anche perché era sicuro che si erano accorti della Organizzazione e sicuramente anche di lui. Tanto da essere sicuro che la sua copertura alla biblioteca fosse saltata. E ora forse lo stavano spiando proprio in attesa di una mossa falsa. E probabilmente era la stessa Organizzazione ad averlo venduto. Sarebbero stati capaci di tutto, quelli!
‘Adesso, cosa sarà meglio fare?’, si domandava Jack stropicciandosi le mani nervoso. Avrebbe dovuto avvertire il suo contatto più prossimo? Avrebbe dovuto chiamare il suo supervisore? Ma no, ma no. Figuriamoci! Se erano arrivati a lui, a quell’ora avevano già messo sotto controllo il telefono. Forse erano persino riusciti a piazzare qualche microfono in casa o stavano registrando attraverso i microfoni direzionali magari proprio dall’edificio accanto. Probabilmente quell’uomo là in strada era stato messo solo per fargli commettere qualche sciocchezza.
Nel primo pomeriggio aveva preso a piovere forte. L’uomo, dentro alla macchina ogni tanto faceva andare il tergicristallo. Non riusciva a vederlo bene in faccia, ma si accorgeva che di tanto in tanto alzava lo sguardo in su. Uno sguardo un po’ vago, certo, come se non fosse diretto a lui; come si faceva del resto in casi consimili, lui lo sapeva bene.
Poi a Jack venne in mente che se fosse uscito di notte avrebbe eluso la sorveglianza. Gli sarebbe bastato raggiungere il telefono pubblico più vicino per avvertire il suo contatto di emergenza. Decise di aspettare l’imbrunire.
Se ne rimase tutto il giorno inchiodato dietro alla tendina della finestra, stando bene attento a non sporgersi troppo. Avrebbe dovuto solo attendere e, a giudicare dal cielo coperto, il buio non sarebbe poi tardato tanto.
C’era tutt’attorno un silenzio irreale. In quel condominio spesso si sentivano dei rumori soprattutto da parte dei vicini. Ma ogni cosa quel giorno sembrava tacere come se si fossero dati parola per innervosirlo maggiormente. Persino la pioggia non faceva rumore, benché vedesse che era abbastanza violenta da fare le bolle sul selciato. Prese ancora ad andare avanti e indietro per il suo monolocale dimenticandosi persino di mangiare.
Verso le venti squillò il telefono. Squillò una sola volta. Dopo un minuto un’altra sola volta. Era il segnale che volevano mettersi in contatto con lui. Ma Jack non poteva rispondere, non doveva rispondere. Pensò che dopotutto fosse un bene che non rispondesse. L’Organizzazione, sapendo che non abbandonava mai la casa prima del mattino, si sarebbe insospettita e avrebbe mandato qualcuno per vedere cosa stesse succedendo. Sapeva che facevano così. Era accaduto qualche tempo prima a un altro agente e lo avevano tratto d’impaccio.
Passò mezzanotte ed anche l’una e le due. Nessuno però si fece vivo. La situazione, pensò, era più grave di quello che potesse immaginare. Forse l’avevano considerato spacciato e l’avevano abbandonato al suo destino. O forse, come temeva, erano stati loro stessi a ‘bruciarlo’.
Quando si riaffacciò alla finestra si accorse che la macchina non era più lì. L’uomo se n’era andato. Allora, pensò, che forse si era sbagliato. L’uomo poteva non essere venuto lì per lui. Decise di tentare di uscire. Si preparò a lungo, pensando bene a cosa mettersi. Si vestì di scuro e si travestì da donna per non correre rischi. Scelse una parrucca bionda e i tacchi alti che già aveva usato in un’altra operazione proprio l’anno precedente di quei tempi. Si truccò perfino. A Jack piaceva essere perfetto in ogni cosa che faceva. Ogni tanto interrompeva la vestizione, andava alla finestra e cercava l’uomo, là, in fondo alla via, caso mai fossero tornato. La strada sembrava sgombra. Con il cuore che gli batteva forte prese la borsetta e l’ombrello, giusto per ripararsi alla vista di chicchessia. Prese l’ascensore e scese.
Arrivato al portone indugiò dietro al largo portone di legno: trasse un lungo respiro e lo aprì di scatto. Non c’era nessuno: la strada era libera. Scese sul marciapiede, ma poi lo vide, all’improvviso, lì in piedi, al di là della via. Nell’incavo del portone di ferro dall’altra parte della strada; lo riconobbe dal cappello abbassato sul volto e dall’impermeabile. L’uomo appena lo notò, a sua volta, fece un passo in avanti guardandosi attorno ma poi in un attimo ci ripensò tornando a schiacciare con il corpo la parte più buia dell’edificio appiattendosi come per scomparire. Jack ebbe un soprassalto e con un balzo, rientrò subito nel suo palazzo riuscendo a sgusciare all’interno che ancora la porta non si era chiusa. Ora aveva la prova che quell’uomo stava aspettando proprio lui. Si tolse la parrucca con un gesto disperato come se avesse voluto strapparsi dalla mente anche l’idea spaventosa che davvero lo volevano morto. Dopo tutti quegli anni e i servigi resi. In subbuglio, salì le scale a quattro scalini per volta, ritornandosene al sicuro dentro casa sua.

La seconda puntata domenica prossima --> Il sicario (seconda parte)

Un treno carico di stelle (prima parte)

Nelle ultime tre ore il treno aveva corso a velocità sostenuta una campagna desolata che ogni tanto era interrotta qua e là da paeselli insignificanti che non si faceva in tempo a intravvedere che già erano stati inghiottiti da un paesaggio monotono, tipico di quella parte del globo.
Ad Oliver era sembrata una buona idea regalarsi per il suo pensionamento quel viaggio tanto reclamizzato. Più di tremila chilometri di fascino e mistero tra paesi ricchi di storia. Così c’era scritto sulla brochure. Ma, a parte un paio di capitali degne di nota, l’unica cosa piena di fascino e mistero, convenne, era rappresentata da una donna di mezza età, molto piacente, che se ne stava sempre in disparte, su una poltroncina tutta sua a guardare, senza mai stancarsi, dal grande finestrone dello scompartimento. Anche i pasti li consumava nel sontuoso vagone ristorante sempre da sola, mangiando poco e lentamente, con triste svogliatezza. Aveva cercato di saperne di più su di lei ma inutilmente, così come avevano avuto scarso successo i suoi timidi tentativi di avvicinarla.
Nello scompartimento, oltre a lei, c’erano altre tre donne attempate (le “dame” come le aveva soprannominate Oliver) che non stavamo mai zitte; dal momento della colazione fino a quando non bevevano lo cherry della buonanotte era tutto un chiacchiericcio fitto fitto, frammentato da risate sonore e rapidi cambi acuti di tono.
Inoltre c’erano due uomini d’affari australiani, vestiti in modo impeccabile, che parlottavano tra loro sommessamente, fumando un sigaro perenne, senza neppure dare un’occhiata al mondo che sfilava loro accanto. Se si fossero trovati anche altrove, che so, all’ora di punta sulla metropolitana affollata di Sidney, per loro sarebbe stato lo stesso. Completavano la carrozza un padre quasi completamente calvo con il figlio piccolo, due sorelle gemelle e un uomo anziano distinto con una polo blu elettrico.
Insomma, un viaggio noioso. Costoso e noioso. Si disse Oliver, tra sé e sé.
Poi il treno perse slancio fino a fermarsi in aperta campagna, quasi avesse perso la voglia di proseguire.
Fino a quel momento il viaggio era stato rigorosamente rispettoso della tabella di marcia, nonostante l’enorme tragitto trascorso e i molti paesi stranieri attraversati. Sicché quella fermata colse tutti di sorpresa.
Dopo circa dieci minuti passò tra i vagoni Abner, il capotreno/leader group, che annunciò pomposamente, come il maggiordomo di un antico manor inglese, che erano in attesa di istruzioni da parte della Centrale operativa di Edimburgo; non c’era comunque nulla di cui preoccuparsi. Ben presto avrebbero ripreso il viaggio e recuperato il tempo perduto. Nel frattempo, per scusarsi del disagio, il Tour Operator offriva ai passeggeri una flûte di Krug per ingannare l’attesa.
Purtroppo, a quei dieci minuti se ne aggiunsero altri e altri ancora.
Dopo due ore in cui ormai regnava malumore e disappunto generali, Abner via interfono avvertì che la situazione era precipitata e che, ci tenne a precisarlo più volte, ciò non dipendeva dall’Organizzazione. Nel Paese in cui si trovavano si era verificato un colpo di Stato: proseguire poteva essere pericoloso essendo la campagna battuta da rivoluzionari armati.
I due australiani, all’annuncio, si erano a quel punto alzati. Entrambi avevano estratto dal panciotto un revolver. L’uomo più alto, con la barba curata, teneva in mano addirittura una Smith & Wesson cal. 45 a sei pollici, alla cui vista le tre dame si misero una mano davanti alla bocca per non gridare. La donna misteriosa invece continuava a guardare fuori dai vetri, completamente assorta nei suoi pensieri, come se non avvertisse alcun pericolo. Le due sorelle erano al loro posto, agitate, mentre l’uomo che viaggiava con il figlio, in preda anche lui a un evidente nervosismo, si era messo ad andare avanti e indietro per il vagone. Oliver  avrebbe voluto volentieri invitarlo a sedersi, ma lo sguardo allucinato dell’uomo lo dissuase.
Dopo il tramonto le luci all’interno del treno non furono accese. Era per motivi precauzionali, fu detto. Era una notte senza luna e il buio avrebbe protetto il convoglio che sarebbe diventato così invisibile.
Arrivò il momento della cena, ma nessuno volle mangiare, neppure i piatti freddi che il ristorante aveva appositamente preparato per gli ospiti; così come nessuno volle ritirarsi nel proprio scompartimento per la notte. Dormire non sarebbe stato possibile. Regnava infatti sgomento e preoccupazione anche solo per l’atmosfera cupa e tesa che si era venuta a creare. Persino le tre dame si erano azzittite del tutto.
Inaspettatamente, erano appena passate le due, il treno si rimise in movimento. Procedeva in modo cauto, quasi non volesse far rumore né dar conto al mondo della propria esistenza. La campagna era nera a ricordare il fondo di un pozzo e, ogni tanto, l’ombra furtiva di un albero che sfilava accanto al treno sembrava un fantasma che gridava loro di scappare.
Alle tre e un quarto, mentre il convoglio procedeva ancora a passo d’uomo, si sparse la voce che Abner era sparito. Non era più sul treno, questo era certo. Lo avevano cercato per ogni dove, senza alcun esito. Questo fatto, come se la misura fosse stata colma per tutti, scatenò il panico.

Continua la prossima domenica --> Un treno carico di stelle 
(seconda e ultima puntata)

L’uomo del jogging (seconda e ultima parte)

[RIASSUNTO del post precedente: Un uomo di mezza età entra titubante 
ma fiducioso all'interno di un moderno e attrezzatissimo negozio di 
articoli sportivi; sotto gli occhi critici di un'avvenente signorina, 
lo serve in realtà un puntiglioso e petulante commesso palestrato 
--> leggi L'uomo del jogging (prima parte).

Dopo un po’ il commesso, serrando le mascelle volitive, domandò:
«Come sta ad autostima e a perseveranza nel praticare sport di fatica?»
L’uomo, che non si capacitava che un ragazzo gli potesse rivolgere una simile domanda, si schiarì alcune volte la voce. Caricò il peso del proprio corpo prima su una gamba poi sull’altra, quindi si rischiarì di nuovo la gola, in chiaro imbarazzo; poi si grattò la testa, là dove i capelli cominciavano già a diradarsi con entusiasmo, e quindi mormorò a fatica:
«Poco…»
«Come?» chiese spietato il commesso mettendosi teatralmente la mano a conchiglia attorno all’orecchio.
«Stavo dicendo… poco sia ad autostima che a perseveranza…»
«Ho capito» fece il ragazzo risfoderando il suo sorriso di plastica. «Vede» fece prendendo un altro pieghevole da una pila lì davanti; da uno studio dell’Università canadese di Montréal è emerso che c’è una percentuale molto elevata di neofiti, pari all’88,46%, che abbandona la nuova attività non appena trascorsa la prima settimana. Questo nostro dépliant spiega, con linguaggio chiaro e immediato, come seguire, in un comodo abbinamento con una nuova disciplina atletica, corsi on-line tenuti da un famoso mental coach motivazionale ma anche corsi intensivi di Kundalini Yoga, di mindfulness, per il controllo dell’ansia della rabbia e dell’insonnia…»
«Tutto molto istruttivo, non so come ringraziarla. Ma il conto me lo fa adesso, per cortesia?»
«Ma certo!» fece il ragazzo girandosi per andare alla cassa. Poi ci ripensò e tornò indietro.
«Senta… però…»
All’uomo crollò la testa sul petto. Almeno così sembrò perché il doppio mento gli ballonzolò in modo increscioso.
«Dove pensa di andare a fare jogging?» domandò ancora il commesso.
«In… in che senso?»
«Che so… ha in mente di andare sulla spiaggia, in strada in mezzo al traffico, in campagna?»
«Nel bosco… dietro a casa mia c’è un bellissimo bosco… vado a correre lì» rispose esasperato.
«Ah… nel bosco» ripeté il ragazzo sorpreso. Poi ci pensò un po’ su e da dentro una cartellina blu tirò fuori un altro dépliant.
«Vede… secondo un recente studio dell’università giapponese di Kyoto le persone che vanno a fare jogging in un bosco ha una probabilità del 43,56% di imbattersi in un cadavere…»
«In un…?»
«Sì, ha capito bene… un cadavere e se chi fa running si accompagna poi a un cane le probabilità addirittura aumentano… del 12,09%» disse soddisfatto di aver dato una informazione così accurata.
L’uomo non ci stava capendo più niente.
«In questo nostro pieghevole riccamente illustrato è riportato, con linguaggio chiaro e immediato, come comportarsi nell’ipotesi in cui si verifichi una evenienza simile; per esempio: non bisogna andare nel panico e correre via urlando, non bisogna toccare nulla e men che meno il deceduto, occorre avvertire subito le forze dell’ordine (che bisogna attendere sul posto per fornire le necessarie informazioni) e, se proprio si vuole essere utili, ecco che, con uno sconto imperdibile che vale solo per oggi, tanto che praticamente è un regalo…, si può usare un rotolo di nastro bianco e rosso, da assicurare ai tronchi degli alberi tutto intorno al ritrovamento, per preservare la scena del crimine…»
«La scena del crimine…» fece eco l’uomo attonito.
«Anzi, siccome lei mi è davvero simpatico… le vado a trovare il biglietto da visita del cugino del fratello della migliore amica della mia fidanzata che fa l’anatomopatologo; le do il suo cellulare così lei gli può telefonare e approfondire l’argomento… Che ne dice? Non è una splendida idea? Aspetti e torno subito!» e sparì di nuovo nel retrobottega. Ne riemerse pochi secondi dopo con un sorriso che avrebbe potuto fare la pubblicità alla giornata internazionale dell’igienista dentale: il cliente però non c’era più. C’erano ancora tutti gli indumenti da jogging sul bancone così come tutto il resto; oltre ai dépliant, ovviamente.
Il commesso si guardò in giro spaesato.
«Marta, hai per caso visto l’uomo con cui parlavo poco fa?»
«No, mi spiace Giastin, mi sono assentata anch’io per un attimo: sono andata in bagno.»
«Bene» disse ironico tra se e sé «devo ricordarmi di preparare un nuovo dépliant per casi di questo genere.»
(fine)

L’uomo del jogging (prima parte)

L’uomo di mezz’età entrò nel vasto e attrezzato negozio di articoli sportivi con atteggiamento reverenziale come se si trattasse di una chiesa. Di stazza corpulenta, una pancetta messa in evidenza da una t-shirt un po’ troppo stretta, si avvicinò con circospezione al bancone più vicino evitando di proposito la commessa bionda e carina che, con la sua spigliatezza e avvenenza, lo metteva a disagio.
«Buongiorno, in cosa posso esserle utile?» disse il giovane palestrato, sbucato dal nulla, lo sguardo franco e un sorriso mascellare contagioso.
«Volevo… volevo tutto l’occorrente per fare jogging…» fece l’uomo quasi sottovoce.
«È nel posto giusto, signore, abbiamo tutto quello di cui ha bisogno…»
«Ah, bene» rispose quello rinfrancato.
«E… a cosa pensava?» chiese il ragazzo chinandosi un poco verso il cliente e assumendo un’espressione complice. «A un long jog lento o long jog progressivo o piuttosto a un fartlek breve
«Eh?» fece l’uomo a bocca aperta come se il commesso improvvisamente avesse iniziato a parlargli in finnico.
Vista l’espressione dell’uomo, il ragazzo cambiò tattica.
«Ha mai praticato questo sport?» Il tono adesso era ancora più paziente, frutto di ripetuti corsi intensivi su come trattare la clientela complicata.
L’uomo scosse con forza la testa che produsse lo stesso rumore delle guance di uno shar pei bagnato quando si scrolla.
«Non si preoccupi» fece il ragazzo che in quel momento comprese che sarebbe stata una cosa lunga «Noi siamo qui per questo, per aiutarla, passo dopo passo», e qui fece il gesto con le dita per far capire al suo interlocutore di aver fatto un gioco di parole (il suo istruttore on-line sarebbe stato fiero della sua strategia, pensò) «Le faremo apprezzare le gioie del jogging. Il nostro motto del resto è: ‘Jog is not a Job’»
«Ah, bene» rispose di nuovo l’uomo.
Il commesso sparì nel retrobottega da cui riemerse, in un lampo, con pantaloni elasticizzati e corsari, t-shirt tecnica, canotta, maglia a manica lunga in elastene riflessivo traspirante, giacca kiprun, antivento e scarpe da jogging ammortizzate e performanti. Tutto rigorosamente della taglia giusta. E un dépliant.
«Le do, giuste le dinamiche virtuose del customer care del nostro negozio, anche questo nostro ricco dépliant dove è spiegato, con linguaggio chiaro e immediato, tutti i possibili rischi del jogging fai da te, in quanto, come risulta da una recente indagine demoscopica di una Università del Michigan, il 67,42% dei dilettanti, se non ben orientato e consapevolmente informato, può andare incontro nei primi giorni a lesioni tendinee, strappi muscolari e fastidiosi crampi; è per questo che qui si consigliano indispensabili corsi di training che può ascoltare comodamente in podcast anche mentre corre con gli auricolari…»
«In podcast…» ribadì meccanicamente l’uomo un po’ disorientato.
«E in questo stesso utilissimo dépliant» che il commesso consegnò finalmente nelle mani oramai sudate del suo interlocutore «ci sono anche gli indirizzi di esperti podologi cui rivolgersi per uno studio accurato della postura da corsa… ma anche per stipulare convenienti polizze assicurative con compagnie che con Noi sono convenzionate e questo per l’ipotesi che poi ci si faccia male davvero.» Il sorriso ora arrivava fino alle orecchie aderenti a una testa perfettamente scolpita che trasmetteva forza e fiducia.
«Sì, molto utile…» fece il cliente interdetto «d’accordo, molte grazie, mi faccia pure il conto…»
«Non vuole provare quello che le ho portato?»
«No, sono sicuro che mi andrà benissimo…» disse l’uomo che ne aveva abbastanza; la sua voce gli era però uscita dalla gola in falsetto tanto che la commessa, carina e bionda e poco lontana, si era interrotta dal servire una donna davanti a lei e si era messa a fissarlo come se gli si fosse appena appollaiata una gallina sulla testa.
L’uomo diventò rosso. Finse a quel punto una disinvoltura impacciata sfilando dal portafogli la carta di credito. Ma poi il portafoglio gli cadde per terra seguito poco dopo anche dalla carta di credito. Poi, recuperati entrambi gli oggetti, sotto lo sguardo di sufficienza della ragazza conturbante, posò la carta di credito sul bancone, accorgendosi solo in quel momento però che la t-shirt era salita a mostrare uno sgraziato ombelico assediato da forte peluria scura.
Il commesso davanti a lui, anziché muoversi per andare alla cassa, si mise a fissarlo.

per la seconda e ultima parte a domenica prossima --> L'uomo del 
jogging (seconda e ultima parte)

Il Prof. Iginio

La prima volta che, uscito dalla stazioncina ferroviaria, lo vide era un lunedì. L’uomo poteva avere qualche anno più di lui, difficile dirlo, anche se per tenere la posizione eretta si aiutava con un bastone. Lo notò perché sembrava aspettarlo per potersi incamminare anche lui verso il centro. Gli era ben chiara quella strana sensazione che gli parve peraltro ancora più singolare per il fatto di aver notato quell’uomo tra le tante altre persone, tra pendolari e studenti, che animavano a quell’ora la stazione.
Man mano che la settimana trascorse, che piovesse o che il cielo fosse sgombro di nubi, al suo arrivo l’uomo era sempre nella stessa posizione, accanto al bel lampione in ferro in stile liberty appena fuori dall’edificio; era magro e longilineo, calato in un elegante vestito giacca e cravatta, un bel cappello ad adornare un viso bonariamente serio; sì lo aspettava e insieme a lui avrebbe fatto tutto il tragitto fin verso l’ufficio.
Ma ciò che Iginio non riusciva proprio a capacitarsi era come faceva quel tipo, che aveva un incedere molto più lento del suo, a mantenere il suo stesso passo, rimanendogli poco distante. Un po’ più avanti, un po’ più indietro, ma vicino.
Poi, un giorno, l’uomo sconosciuto incrociò qualcuno che, nell’incontrarlo nella via, con gesto ampio si cavò il cappello dalla testa e con una leggera riverenza gli disse:
«Prof. Iginio, buongiorno!»
L’uomo rispose con appena un sorriso garbato portando a sua volta la mano alla tesa del proprio borsalino.
Come sarebbe a dire, buongiorno professor Iginio?’ si chiese Iginio. Anch’io mi chiamo così e anch’io faccio il professore. Come è possibile una coincidenza simile?
Una mattina, che lo aveva a distanza di meno di qualche metro, prese coraggio e volle avvicinarlo. Doveva saperne di più. Ma nell’avvicinarsi, in un attimo, si inframmezzò tra loro un gruppo vociante di bambini in gita scolastica e ben presto lo perse di vista. Un’altra volta, in un secondo tentativo, quello improvvisamente entrò in uno stabile chiudendo dietro di sé il pesante portone. Una terza volta, ancora, il tipo salì all’ultimo istante su un autobus che se lo portò via in pochi secondi.
Si fece così strada nel suo cervello che quell’uomo poteva essere lui, la sua immagine fatta persona. Lo sapeva bene che ciò non era possibile, razionale com’era, e che era tutto frutto della sua immaginazione, ma le coincidenze erano troppe. Quell’uomo era forse lui di lì a qualche anno? Ma per quale motivo gli si mostrava? E perché non riusciva a parlargli?
Così la sua preoccupazione crebbe a dismisura quando una mattina, era un lunedì, uscendo dalla solita stazione, non lo vide. Lo cercò attorno al ‘suo’ lampione controllando bene se si fosse attardato altrove, ma era sparito. Lungo il tragitto dalla stazioncina all’ufficio si voltò spesso indietro per accertarsi che non sbucasse da qualche parte. Ma niente. Così accadde il giorno dopo e i giorni a seguire.
Cominciò allora a convincersi che forse era questo il messaggio: che lui aveva ancora pochi anni davanti. Che doveva andare in pensione, godersi la vita, prima che fosse troppo tardi.
Entrò in depressione. Anche se si ripeteva che in realtà era tutta una semplice suggestione. Forse, a prescindere da quello che gli stava accadendo, mettersi in pensione era dopotutto quello che davvero doveva fare, da tempo. Avrebbe potuto fare quei viaggi che aveva sempre rimandato. Era arrivato il momento di smetterla sul serio con quelle cartacce, le estenuanti riunioni inconcludenti e le continue beghe di ufficio. L’età in fondo c’era. Il suo lavoro nella sua vita l’aveva fatto. Un po’ di riposo non ci stava tanto male.
Sì, forse era così anche se passò il resto dei giorni di ottobre in piena crisi.
Poi, all’inizio del mese successivo, era sempre un lunedì, notò che l’uomo aveva ripreso il suo solito posto aspettandolo appena fuori dalla stazioncina vicino al lampione in stile liberty. Si sentì felice. Per sé stesso, per quell’uomo che stava bene. Era stata tutta una supposizione, allora. Pensò. O forse no. Sì sentì anche stupido e credulone. Avrebbe voluto di slancio andare incontro a quella persona anche se non la conosceva, per abbracciarla. Ma poi pensò che l’avrebbe preso per matto. E poi non voleva farla sparire, un’altra volta.
Così rimase fermo per un po’ a guardare quell’uomo così particolare. Era vestito bene, come sempre. Con il suo cappello, il suo bastone. Si era solo fatto crescere un po’ la barba bianca, peraltro curata, che gli stava molto bene. Stava come sempre immobile a guardare davanti a sé la strada, come se nulla potesse turbarlo, pronto a muoversi non appena lo avesse fatto lui. Gli parve persino che per un attimo si fosse girato nella sua direzione e gli avesse sorriso, ma non ci avrebbe giurato. Poi il Prof. Iginio, in servizio, si incamminò e l’altro Prof. Iginio, in pensione, fece lo stesso. Passo dopo passo.