Il finale aperto del racconto. Il ruolo chiave del Lettore

maschere venezianeSi era già scritto in precedenza dell’importanza del Lettore nella scrittura (–> Il lettore, questo sconosciuto – Il co-protagonista creativo).

Diversamente da quanto accadeva infatti nella letteratura di un tempo (nell’Ottocento ma anche nella prima metà del Novecento) dove lo Scrittore scriveva più per sé che per essere letto (almeno questa era spesso l’impressione: chi non ricorda le descrizioni maniacali di Melville in ‘Moby Dick‘ a proposito della ‘bianchezza’ della balena o di Kafka in ‘America‘ in relazione a una scrivania intarsiata o di Tolkien nel ‘Signore degli Anelli‘ con riferimento agli infiniti abitanti del bosco) nella narrativa moderna e in quella contemporanea, profondamente segnata dai mezzi multimediali e da Internet, il Lettore diventa attivo, complice di un tipo di scrittura che può dirsi a buon diritto ibridata con la comunicazione.

Nell’epoca degli sms, dei potentissimi social network, dove la fa da padrone il desiderio preponderante della condivisione dell’informazione amplificato anche da piattaforme di autopubblicazione pressoché senza filtri (si pensi ai blog per i testi, a Pinterest per le fotografie, a YouTube per i video) non esiste più l’utente meramente passivo, mero target di prodotti altrui, quanto piuttosto emerge un artefice di prodotti propri, pronto a giocare un ruolo centrale anche su quelli altrui, consapevole e multifunzionale. È un Lettore che scrive, che commenta, che recensisce e, allo stesso tempo, è un soggetto attento, vigile, critico.

Si continua quindi sì a far letteratura, ma allo stesso istante si ‘parla’ con il Lettore (tanto da poter sostenere che ora siamo di fronte alla figura di un ‘Lettore nuovo’), lo si coinvolge e persino lo si usa anche con il suo consenso informato trattandosi di soggetto che nasce operante, un fruitore di testo che vivifica e completa lo scritto, un polo del ciclo creativo, tanto da essere strumentalmente impiegato nel messaggio narrativo. Ora, in altre parole, si scrive edonisticamente per esser letti e in funzione di questo tipo di lettura partecipata e pressoché contestuale.

Non solo, ma il racconto per blog (il blogtale di cui tante altre volte si è parlato, per saperne di più sul blogtale –> Cos’è il blogtale?) che, dovendo fare i conti con una struttura contratta per le dimensioni minute che si è autoimposto, è tutto teso a ottimizzare la presa sul pubblico, deve puntare per la sua riuscita anche sull’effetto-eco che riesce a produrre su chi legge. Mi spiego meglio.

Il racconto deve essere costruito in modo che quando le parole finiscono (e, si sa, finiscono presto, come si è detto, vista la lunghezza ottimale del blogtale di trecento/quattrocento parole al massimo) deve continuare, al loro posto, il riverbero dell’atmosfera creata con il racconto.

L’effetto suggestivo che la narrazione ha saputo creare deve in altre parole perpetuarsi nel Lettore come un retrogusto piacevole, un coacervo di sensazioni a scoppio ritardato che prolunghino nel tempo il fascino della lettura appena terminata. Si deve cioè creare una forma di dipendenza psicologica, ancorché temporanea, tra chi legge e ciò che vene letto, tra il modo di essere del Lettore e lo stile dell’Autore.

Ma la partecipazione attiva del Lettore non si ferma ovviamente qui.

Oltre a sceneggiarsi nella propria testa la trama del racconto chi legge è chiamato, ancorché non se ne accorga (e quando se ne accorge è di per sé troppo tardi) a fornire anche una continuità narrativa al racconto.

La trama cioè deve rimanere sufficientemente aperta da spingere chi legge a fornire delle conclusioni plausibili a quello che ha letto affinché sia completato il cerchio narrativo. Non intendo qui sostenere che il racconto debba essere incompleto, senza un finale, perché questo sarebbe irritante oltre che sbagliato.

Parlo piuttosto dei possibili successivi sviluppi della trama, degli aspetti non detti, di quelli volutamente non risolti di contorno, delle eventuali reazioni all’evento conclusivo da parte dei personaggi coinvolti. È la non finitezza del racconto e lo schiudere ad altri e più complessi interrogativi generati dalla stessa conclusione a creare quella sensazione di interesse diffuso che lega il Lettore allo scritto.

Il racconto ha o può avere infatti un finale, ma non necessariamente anche una fine.

È a questo punto che il Lettore è chiamato a intervenire sfruttando il cosiddetto effetto Zeigarnik (–> Effetto Zeigarnik). La struttura del nostro cervello è tale da farci rammentare con maggiore facilità le attività che non sono terminate, piuttosto che quelle concluse; rispetto alla prime rimarrà quindi vigile e attento innescando nel soggetto il desiderio di completarle, pena insoddisfazione o ansia.

Davanti a un “finale aperto” ognuno potrà dare la propria risposta, appagante o meno, agli interrogativi lasciati sul tavolo dal testo e colmare gli spazi lasciati volutamente in bianco ‘da colorare’ secondo le indicazioni dell’Autore.

E l’aver fornito qualcosa di proprio permette al Lettore di “sentire” ancora più suo ciò che ha letto e questo perché lo ha reso di per sé unico con la sua interpretazione conclusiva e personale, innescando un meccanismo psicologico che induce alla fidelizzazione e a una sorta di necessità di saperne di più su quel mondo che lo Scrittore ha saputo evocare in lui, di leggere altre cose per trovare altre risposte ad altri ‘quesiti’ narrativi.

Dunque lo Scrittore di blogtale o in generale di webtale può scrivere anche la maggior parte del racconto, lasciando l’ultima al Lettore, che, se ben condotto lungo i meandri dell’intreccio narrativo, sarà inevitabilmente portato a fornirlo in modo spontaneo e collaborativo.

Si parla della importanza del coinvolgimento specifico del lettore nel testo, in questa stessa Sezione di Scrittura creativa, anche alle pagine: –> Il lettore, questo sconosciuto – Il co-protagonista creativo; –> Lasciare che il racconto sia terminato dal Lettore.
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IN CONCLUSIONE

Dunque, ricapitolando, di cosa si è parlato in questa pagina:

che il racconto ha o può avere un finale, ma non necessariamente anche una fine che può essere infatti lasciata aperta perché sia il Lettore a completarla sfruttando il cosiddetto effetto Zeigarnik. Questo sforzo creerà fidelizzazione nel Lettore perché potrà avvertire la storia ancor più come sua.

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