Uno spiraglio nell’incubo

Le ore si succedevano lente. Oramai Tessa e Banco avevano la certezza che doveva essere successo qualcosa al loro amico. Il desiderio di Banco di correre in suo aiuto era prepotente. Ma il pensiero che Tago, pur essendo un esperto della Dimensione delle Immagini, non fosse riuscito a tornare, lo tratteneva e lo inquietava. Qualcosa doveva averlo seriamente ostacolato e non doveva essere nulla di piacevole. Inoltre Banco non avrebbe mai potuto lasciare la sorella sola, in quella situazione. Il ragazzo, in un estremo tentativo di fare qualcosa per l’amico, chiese alla sorella di tenerlo per la cintola mentre lui si sarebbe immerso a testa in giù nella testuggine: voleva accertarsi se era possibile scorgere qualcosa. Ci provò, ma fu inutile: non si vedeva nulla, era tutto buio, là sotto. Forse la nuova Immagine sarebbe stata visualizzata solo se si fosse trasferito con tutto il corpo, non poteva saperlo; oppure poteva anche darsi che fosse scuro semplicemente perché era notte. Dovette rinunciarci. I fratelli erano abbattuti anche perché si aspettavano pessimisticamente, da un momento all’altro, che la testuggine, così come era comparsa dagli abissi, vi sparisse. ‘Aveva ragione Tago’, pensò Banco sedendosi a cavalcioni della testuggine, ‘sulla struttura a cilindro dell’Immagine’: poco dopo l’avvistamento della nuvoletta che ricordava la testa di un felino aveva notato infatti ripetersi la traccia nel cielo di un aeroplano lontano che passava ad altissima quota e poi, dopo un po’, a destra, la giuntura tra i due lembi dell’Immagine. Erano passati di lì già almeno quattro volte, secondo i suoi calcoli, ed ora aveva imparato la scansione temporale di quei segni. Appena traguardarono, per la quinta volta, la chiazza nera, residuo dello scioglimento degli scogli, i due ragazzi si accorsero che il rettile aveva rallentato la sua corsa. Il suo nuotare si era fatto più lento, meno cadenzato. In vista, ancora una volta, della nuvola a forma di gatto la tartarugona aveva pressoché smesso di pagaiare. Tessa e Banco cominciarono a guardarlo e guardarsi nervosi. La testuggine scosse la testa alzando schizzi d’acqua e spuma; poi sembrò prendere un ampio respiro e dandosi una spinta con le zampe posteriori, cui corrispose un abbassamento violento della testa verso il basso, fece come un salto nell’acqua per poi lanciarsi in profondità. Banco fece appena in tempo a urlare alla sorella: «buttati, presto!» che la testuggine si inabissò rapidamente con poche vigorose spinte delle zampe. Il ragazzo, nella trasparenza di quel mare, la vide diventare piccola piccola fino a confondersi con il blu scuro dell’oceano immobile. Poi, più nulla. Erano di nuovo in acqua, con l’aggravante che adesso Banco era solo a dover tenere a galla la sorella. ‘Sono stato uno sciocco’ pensò il ragazzo ‘a credere di poter fare in tempo a passare per il Varco nel guscio prima che l’animale si inabissasse.’ Tutto si era consumato infatti in pochi istanti e non c’era stato neppure il tempo per sorprendersi. Tessa, facendosi prendere subito dal panico, aveva cominciato a sbattere in modo forsennato le braccia nell’acqua, come fosse stata una foca appena arpionata. «Stai calma Tessa, ci sono qua io, aggrappati a me e non ti succederà nulla». Ancora una volta le parole pacate del fratello avevano avuto l’effetto calmante desiderato, tanto che la ragazza si mise a pancia in su come già aveva fatto in precedenza. Ma Banco, che pur aveva visto la reazione positiva della sorella, non aveva nulla di che stare tranquillo: sapeva bene che per loro era cominciato il conto alla rovescia. Mezz’ora in più, mezz’ora in meno, e sarebbero finiti in fondo al mare. Oltretutto, pensò il giovane, con l’inabissarsi della testuggine era anche tramontata definitivamente la possibilità che Tago potesse tornare da loro. Probabilmente il Varco si era chiuso automaticamente e per sempre. Forse avevano fatto male a non seguirlo subito. Magari se l’avessero seguito avrebbero potuto salvarlo o liberarlo e insieme avrebbero trovato qualche altra alternativa per tornare nella Realtà. Certo ora non c’era più modo di saperlo. Dopo aver raccolto dalla superficie del mare la fascia azzurra che Tago gli aveva consegnato ed essersela assicurata al polso, si mise a nuotare, per inerzia o per abitudine, nella stessa direzione che aveva preso la tartaruga tutte le volte in cui avevano fatto il giro dell’Immagine. Faceva fatica a nuotare così, con un braccio solo, sorreggendo con l’altro la sorella, ma ci provava lo stesso. ‘Muoversi’, pensò, ‘tutto sommato è meglio che rimanere fermi’. Gli sfuggiva il senso di questo suo comportamento, ma gli sembrava la soluzione migliore anche se era consapevole che si sarebbe stancato prima. Avanzando di un centimetro alla volta, arrivò finalmente alla giuntura dei lembi dell’Immagine. Il filo zigrinato si vedeva a stento, ma si notava. ‘Forse un giorno’, pensò toccando la giuntura, ‘con Immagini sempre più perfezionate, l’attaccatura non si vedrà più e l’illusione sarà perfetta’. Era spessa: sembrava quasi plastica, ma si avvertiva che non lo era per quella sensazione di formicolio che lasciava nelle dita come di elettricità a massimo voltaggio. Poi la sorella ebbe un sussulto. Le era entrata dell’acqua nel naso e subito le parve di affogare; si mise così a sbattere in modo esagitato le mani sulla superficie dell’acqua tanto che colpì inavvertitamente la testa del fratello; forse perché Banco era esausto o forse perché il colpo fu molto violento, sta di fatto che il ragazzo affondò privo di sensi. La sorella lo vide andar giù a corpo morto e si agitò maggiormente, fino a quando non andò giù anche lei come un sasso. La superficie del mare, agli occhi di un navigante che fosse passato di lì per caso, ora sarebbe stata del tutto liscia e sgombra. La tranquillità più assoluta regnava sotto quel sole rovente. Ma ecco che Banco, riprendendosi nell’acqua più profonda e fredda, riuscì a tornare a galla, dove subito si accorse però che la sorella lo aveva seguito sott’acqua. Immediatamente si ributtò per ripescarla. La ritrovò, con gli occhi chiusi, a qualche metro dalla superficie, che scendeva con lentezza, a spirale. La afferrò per il colletto, ma questo, già provato dagli artigli dell’aquila, si strappò. Il fratello la prese allora per un braccio e la tirò su. La tenne il più possibile con la faccia fuori per farla respirare, cercando di mantenerla in orizzontale. Le fece, in quella precaria posizione e per quanto possibile, la respirazione a bocca a bocca, anche se il corpo ancora privo di sensi della sorella continuava a scappargli di mano e a finire sotto. Trascorsero diversi minuti, con Banco che cercava di non perdere la calma e di non pensare che le sue forze erano ridotte allo stremo e Tessa che sembrava far di tutto per sottrarsi a quell’aiuto per lei vitale. La sorella fu attraversata da un fremito che la scosse come una foglia in una burrasca. Cominciò a sputare acqua come una fontanella riprendendo conoscenza. Finalmente aprì gli occhi: «Allora non era un incubo, eravamo davvero io e te in mezzo all’oceano» fece lei guardandosi attorno. «Grazie a Dio sei ancora viva. Ho temuto davvero il peggio!» «Non potevo lasciarti qui a divertirti tutto solo, fratellino» disse lei, pallida, sforzandosi di sorridere. «E poi Tago non ci aveva preavvisato che era impossibile morire in un’Immagine?» Banco non era mai stato così felice vicino alla sorella. Non se lo sarebbe mai perdonato l’avesse perduta, per colpa sua per giunta. «Ce la fai ora a rimanere aggrappata a me? Voglio provare una cosa» le sussurrò. Poi riprese a nuotare in direzione dei margini sovrapposti. «Questa è la linea di sovrapposizione di cui parlava Tago, vero?» si informò la ragazza tenendosi avvinghiata con un braccio attorno al collo del fratello. «Sì. Ora tienti stretta» le raccomandò. Quindi, con le mani libere, prese a tirare i lembi della cucitura in modo da allargarli. Ci provò e riprovò. «Ma cosa vuoi fare, Banco, ti sei ammattito?» Banco non voleva rispondere. Voleva infondere tutte le energie residue in quello che stava facendo. A dir la verità, si sentiva meglio, come se le forze gli fossero in qualche modo tornate. Il suo tentativo però era disagevole visto che si trovava nell’acqua con il peso della sorella che gli gravava sulla schiena. Ma, a poco a poco, una lama di luce abbagliante entrò nell’azzurro del cielo di quell’Oceano. Non appena gli scappò di mano, però, la fessura si richiuse immediatamente tanto che per un po’ le dita gli rimasero bloccate in mezzo senza però fargli male. «Cos’era quella luce, Banco?» domandò la sorella che pur dando le spalle al fratello aveva visto il fascio luminosissimo penetrare nella loro Immagine. «Non ci crederai, sorellina, forse… forse quella che hai visto è la Realtà!» rispose lui volendoci credere. Tenendosi sempre a galla con il movimento dei piedi, si avventò ancora sulla cucitura e questa volta i bordi zigrinati si aprirono ancora di più. Dopo essersi abituati a quel fastidioso bagliore, i gemelli guardarono attraverso il taglio non riuscendo a credere a quello che stavano vedendo. «Quello… quello… è il giardino di casa nostra!» esclamò estasiata Tessa. «Sì: la staccionata, il tiglio, la villetta del nostro rompivicino». «Come è possibile? Siamo qui in mare aperto e lì c’è il nostro giardino!» «Non ti ricordi? Questa è solo un’Immagine digitale… ce l’aveva detto Tago che, tutto sommato, non ci eravamo mossi da casa quando, usando il Gator, eravamo entrati nella Sede della Compagnia». «Dài che ti aiuto a tenere il varco aperto» vociò entusiasta Tessa del tutto dimentica di non saper nuotare. Mise così la mani appena al di sotto di quelle del fratello che già aveva arpionato i lembi della fessura, ma appena lui mollò la presa, per avvicinarsi meglio, quella si richiuse di schianto. «Accidenti, non riesco a tenerla aperta» si lamentò la sorella. «Ma come hai fatto tu?» «Facciamo così, Tessa, io apro ancora di più il varco e tu sgusci fuori». Così dicendo, il fratello posizionò ancora una volta le mani sugli orli tirando con forza. Era curioso vedere che l’acqua del mare non debordava fuori dallo squarcio che si era formato, mentre, pochi centimetri più in là, c’era il verde del prato di casa. «Forza, Tessa, prova a passare» la invitò il fratello, che aveva aperto la cucitura di una ventina di centimetri. Tessa nuotò fino al limitare, poi mise un piede fuori dall’Immagine tanto da avvertire il fresco dell’aria sulla gamba bagnata. Con una mano si aggrappò all’involucro esterno dell’Immagine e si issò fuori: prima una spalla, poi il dorso e quindi, ruotando, fece un salto di circa un metro atterrando sull’erba del giardino. Tessa si voltò verso il fratello e vide lo squarcio del varco appena sopra di sé, con Banco che stava nuotando come sospeso nell’aria anche se attorno a lui, e dietro, si scorgeva una fetta di mare e di cielo azzurro che fino a poco prima la teneva prigioniera. «Allungami una mano che provo a tirarti fuori di lì» lo esortò la sorella preoccupata ora di non poter aiutare Banco. Il ragazzo, mentre con una mano tratteneva un margine dell’Immagine, si interpose con il corpo per tenere scostato l’altro. Si aiutava anche puntando i piedi e spingendo sul lembo aperto opponendosi all’altro con la schiena. La parte ruvida del bordo gli stava segando la pelle. In quella posizione allungò la mano alla sorella che, tenendosi con l’altra mano al tiglio, lo tirò a sé con uno strattone. Banco rotolò alcune volte sull’erba facendo appena in tempo a vedere l’apertura che, come una ferita, si stava rimarginando con lentezza ma senza pause. Poi l’Immagine si chiuse definitivamente con il suo mare, il suo cielo azzurro e la testuggine nascosta chissà dove. «Sai che buffo sarebbe stato annegare in un Oceano a pochi centimetri dal giardino di casa!» mormorò Tessa che aveva il fiatone. Banco e Tessa si guardarono negli occhi. Non osavano dire nulla. Erano usciti da quell’incubo. Erano bagnati fradici, i vestiti laceri per la lotta contro lo smilodon, l’aquila e la schiera dei cavalieri dello spot. Erano spossati. «Chissà Tago… che fine avrà fatto?… poverino!» sospirò Tessa con gli occhi arrossati. Aveva voglia di piangere: per l’amico, per lo scampato pericolo, per la paura passata. Poi, indicando con il capo la fascia azzurra che il fratello aveva ancora annodata al polso, aggiunse: «Credo che quella non verrà più a riprendersela». «È un tipo in gamba, vedrai che invece ce la farà». Ma il tono che il fratello usò era tutt’altro che convincente, soprattutto per Tessa che lo conosceva bene. «Sì, un tipo davvero in gamba» confermò la sorella triste, dirigendosi ciondolando verso la porta di casa «ed è anche pieno di fascino, vero? Soprattutto quando racconta le sue storie…» Nonostante la stanchezza si avventarono sul frigo dove trovarono il necessario per sfamarsi e dissetarsi fino a raggiungere la piena sazietà. Avevano sofferto fame e sete come mai prima di allora. Era stati due naufraghi per un tempo infinito. «Pensò che andrò in camera mia» disse lei con un filo di voce. «Anch’io… Se ci si riposiamo un poco, potrà solo farci bene» confessò Banco sciogliendosi la fascia azzurra. Fecero le scale senza fretta guardandosi attorno, come se fosse la prima volta che vedevano le pareti della loro abitazione. Banco entrò in camera, posò la fascia di Tago sul tavolo delle invenzioni: le passò sopra il dorso della mano come per accarezzarla. Era liscia e già completamente asciutta, a differenza di lui. Non aveva voglia, però, né la forza di cambiarsi: si buttò sul letto ancora vestito. Diede un’occhiata al suo orologio digitale che proiettava l’ora sul muro. Erano da poco passate le quindici di quel sabato pomeriggio strambo: era quindi ancora l’ora esatta in cui aveva effettuato, insieme a Tessa, il primo trasferimento alla Sede della Compagnia. Dunque era vero: nelle Immagini il tempo era fermo. Le avventure che avevano appena vissuto si erano consumate in una zona atemporale. Guardò un’ultima volta la macchia di umidità sul soffitto che ricordava il profilo di Mozart, prima che un sonno profondo scendesse sulle sue palpebre.

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