Il secondo doppio Oyster

Era una giornata di nuovo molto, molto uggiosa.
Ma i Lamarmoresi, cui non era sfuggito sia il repentino perturbamento del fiume Bu, divenuto d’un tratto livido e svogliato, sia lo strano fenomeno per il quale le piante d’alto fusto del paese avevano rinfoderato, in gran fretta, le prime gemme comparse al primo tepore primaverile, non si preoccuparono granché di tali segni premonitori almeno fino a che non notarono che la statua bronzea dell’Eroe Sigismondo Pagnotta, troneggiante sulla piazza principale del paese, riposto lo scafandro da palombaro, teneva ora aperto, con una mano, un vistoso ombrello a fioroni. Con le dita dell’altra, però, si tappava pure il naso. Con aria schifata. Molto schifata.
Ciò non fu ritenuto di buon auspicio e si temette il peggio.
Intanto sulla Collina dei Tresospiri, (la più splendida delle Colline Terse), una persona con passo lento ed incerto faceva rientro, dal giardino annesso, trascinando un secchio colmo di lombrichi rossi. Sulla tovaglia a tombolo, liberata dagli scarafaggi che ormai la facevano da padroni in quella casa, una vecchia predispose, con calma serafica, la pettorina, distendendola con il palmo della mano onde spianarla in maniera accurata. La luce di una candela baluginava stenta, sorprendendo a tratti, in una rientranza del muro della saletta polverosa, un pendolo quasi antico con le lancette torte e l’aria disperatamente triste .
Rimestato a dovere il contenuto del secchio, l’anziana donna, prese un’ampia manata di anellidi rossicci standosene a rimirarli, con molta attenzione, per qualche attimo; poi, dal cavo della mano raggrinzita, ne estrasse uno piuttosto paffuto e sveglio .
Mormorando una nenia biascicata, iniziò quindi a fissare il vermetto prescelto mormorandogli qualche cosa . Lui, come se avesse capito, iniziò a muoversi sinuoso in direzione del rettangolo di stoffa e, giunto sopra alla pettorina, la esplorò in lungo ed in largo lasciando dietro di sé una pellicola sottile di bava trasparente; passò poi ad esaminare, con curiosità, le cuciture e le pieghe morbide del tessuto, non resistendo all’impulso di fare un paio di capriole nel fresco plissé (si sentì persino in quel frangente un debole yappiiiii!!!).
Dopo una frase pronunciata dalla donna che dovette essere di aspro rimprovero, non approvando il fatto che, nel bel mezzo di un rito magico doppio Oyster, il vermiciattolo si stesse divertendo (a tale proposito va sottolineato che neppure il lombrico gradì che si usasse un simile tono nei suoi confronti), l’animaletto (facendo il sostenuto) si determinò a dirigersi, senza ulteriori digressioni, verso il fermo di chiusura della pettorina. Arrivato davanti all’anello d’argento, ove poteva con chiarezza distinguersi il monogramma A.T. , corrusco nella penombra dominante, ebbe un attimo di esitazione. Fu, a quel punto, che la donna soffiò forte su di lui tanto da fargli perdere l’equilibrio (ancora una volta il lombrico non sembrò apprezzare l’incoraggiamento, forse per il fiato della signora che doveva essere insopportabile persino per un lombrico di letame). Ma, alla fine, rotti gli indugi, il vermetto attraversò con fierezza l’anello per una, due, tre volte così come gli era stato comandato.
Al termine, tutto poté dirsi compiuto, tanto che, all’ultimo passaggio, il lombrico si volatilizzò in un crepitio di faville argentee ed arancioni.
All’improvviso, le imposte si spalancarono e il cielo, con un fragore sordo e prolungato, infrangendosi come un enorme cristallo, si oscurò.
Cominciò così a piovere.
E piovve, piovve… a secchiate.… a secchiate (sempre, però, unicamente nella casa di Anaspasio).
Ben presto inoltre ci si accorse che quella che veniva giù non era acqua. Faceva quasi male. Sì! Erano proprio lombrichi di terra (anzi di letame) grandi e pasciuti.
Pur nella grande confusione (mista a panico) che ne seguì, si formò subito una catena umana tra i soliti parenti, amici e fans (diminuiti tuttavia di numero in maniera considerevole) cercando di vangare fuori dalle finestre della Villa Trillozzo i vermiciattoli che stavano per soffocarli; successivamente si costituì, sotto le stesse finestre, altra catena umana di solerti cittadini (una schiera spontanea, anche questa, ma piuttosto folta) per ributtare dentro alla casa le tonnellate di lombrichi che già stavano infestando Lamarmora con il loro tanfo nauseabondo di stallatico.
Anaspasio, dal Suo canto, colto dall’ennesima crisi depressiva, riparato dagli scrosci di vermi da un ombrellone da spiaggia della stoica Pamela, frignava in modo assai composto, disteso immobile sul Suo letto a baldacchino , mentre, nei rari momenti in cui non singhiozzava, giaceva (nobilmente) svenuto.
Mancava all’appello solo il Fante inopinatamente e misteriosamente sparito da diversi giorni.
Pamela finse per parecchio tempo che nulla in quelle settimane stesse veramente accadendole, anche perché, com’era noto, aveva un sacro terrore di tutto quanto fosse vermiforme e strisciante . Vi è da dire, comunque che, nonostante l’immane prova morale e fisica cui si era sottoposta, tenne nella circostanza un comportamento davvero encomiabile, destando meraviglia in coloro che la conoscevano. Dimostrò infatti, in ogni occasione, autocontrollo e, cosa più importante, buon senso e capacità; non si lamentò, né protestò mai, accollandosi anzi fatiche e disagi logoranti. Nei pochi e brevi spostamenti all’interno dell’abitazione, tentava sempre di camminare il meno possibile per non avvertire lo sfrigolio sotto i piedi (dei lombrichi calpestati) che la faceva impazzire.
Tutto andò bene fino a che una sera, sul tardi, quando ancora si trovava accanto al suo caro Trilly tenendo in resta l’eterno parapioggia, all’osservazione di quest’ultimo, in un frangente di acuto scoramento, di quanto fossero davvero disgustosi quei maledetti lombrichi, Pamela, nel chiederGli con malcelata sorpresa di quali lombrichi stesse parlando, non si avvide che il sigaretto che si era appena infilato in bocca non era altro che un gigantesco lombrico grasso e bavoso, rigido per il terrore di trovarsi in quella deprecabile situazione. Nel preciso istante in cui l’accendino fece scoccare dalla pietrina la scintilla per incendiare il gas, il verme, atterrito dalla fiamma, scattò come un elastico nella gola di Pamela, quasi fosse stato un spaghetto risucchiato con estrema violenza. Un urlo implose strozzato nell’ugola. L’ombrello, rimasto a mezz’aria, per le vibrazioni acustiche pur represse, si sbacchettò come un grosso soffione. I mobili scricchiolarono e i muri si crettarono; per qualche secondo persino la pioggia accennò ad interrompersi. In preda ad un furore muto la Melapà, tossendo e vomitando, vomitando e tossendo, inforcò la porta sotto lo sguardo allibito degli astanti .
Da quell’episodio, i giorni sgranarono impietosi, mentre Anaspasio si sentiva sempre più disperato e impotente innanzi alla follia degli eventi abbattutisi, con particolare accanimento, su di Lui e sulla povera gente incolpevole di quel paese.
I lombrichi, che ricadevano senza requie da estese concrezioni vaporose color polenta aderenti al soffitto, avevano oramai invaso ogni parte dell’abitazione tracimando con impeto dalle finestre e dal tetto attraverso la canna del camino. La situazione, peraltro, si era da ultimo complicata anche per la successiva incursione di trote salmonate dal vicino fiume Bu richiamate dal profumo irresistibile dei vermiciattoli saltellanti.
Fu per tali motivi che il Presidente, arresosi ad un imperscrutabile quanto bieco destino, decise a malincuore di allontanarsi dalla Villa preferita, prendendo possesso, in attesa di tempi migliori, di un’arcata del Ponte Ovale, il più caratteristico fra i ponti sul fiume Bu .
Quivi, prigioniero di un’altera solitudine, con una nuvoletta tutta Sua, che continuava imperterrita a spararGli in faccia lombrichi puzzolenti, si ritirò come un qualunque clochard, pensando per la prima volta ad un risoluto abbraccio con sorella Morte .
D’altro canto, l’intera cittadinanza, seriamente allarmata per quei fenomeni paranormali, ben comprendendo che, qualunque fosse la causa che li aveva scatenati, in ogni caso c’entrava la figura di Anaspasio (per quanto nessuno potesse immaginarsi il perché), raccolse, in maniera ordinata e democratica, ma con sorprendente sollecitudine, più di cinquantamila firme, onde ottenere la deferente pubblica crocifissione dell’Eccelso, con conseguente abbruciamento del cadavere da potersi eseguire, se ciò non avesse creato troppe difficoltà organizzative alle autorità cittadine, in tempi piuttosto brevi (ma per stare maggiormente tranquilli, da diverse parti, si era pensato di far disperdere le ceneri agli antipodi di Lamarmora, a diecimila metri di quota, usando un potente ventilatore).
Fu l’intervento autorevole del Sindaco (un omettino da duemila parole al minuto che rimbambì tutti quelli che ascoltarono il suo improvvisato comizio in piazza XXIX febbraio ) a scongiurare il linciaggio del Sommo.
Poi, quando ormai lo sgomento regnava sovrano sulla popolazione assai provata, un vibrante colpo di gong mise fine all’estenuante piaga biblica.
Per diverso tempo contadini provenienti da altre regioni (ma anche dall’estero) con autocarri, pick-up e biciclette vennero a Lamarmora per rifornirsi di lombrichi (e di trote) che si dibattevano agonizzanti nelle strade, dovendo tuttavia contendersi le prede con ogni sorta di uccello giunto per l’occasione (dallo zuffolotto grigio della Virginia al pellicano ballerino dalla coda veliforme).
Solamente un numero assai esiguo di quegli animaletti striscianti trovò scampo nei campi arati poco distanti dal centro di Lamarmora.
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