Un piano per la fuga

Dopo qualche bracciata, giunto in prossimità del cumulo di pali, Tago prese un bel respirone e sparì sott’acqua. Banco fece altrettanto, seguendo sott’acqua l’amico fino a quando non lo vide riemergere all’interno di un’apertura. Lo imitò ancora, ritrovandosi in una stanzetta tutta di legno con scaffali alle pareti pieni di frutti e bacche colorate mai viste. Tago mostrò all’amico il suo rifugio spiegandogli come l’aveva costruito. Poi da una scatola in legno estrasse una specie di zucca a forma di piramide tronca. Tolse il tappo e si versò generosamente un liquido giallognolo sulla ferita che aveva in testa. Fece una smorfia di dolore come se quella sostanza bruciasse. Poi prese due calici che, spiegò più tardi, erano stati ricavati scavando la polpa di due funghi legnosi trovati in un prato al di là di una certa collina. Da un altro recipiente di pietra cavò infine, con una mestolata, un liquido chiaro e trasparente che riversò nei due bicchieri. «È acqua piovana!» esclamò entusiasta Tago allungando il calice all’amico e regalandogli uno dei suoi sorrisi contagiosi «ed è e buonissima. Qui gli acquazzoni sono violenti, ma di breve durata». Improvvisarono un cin cin e si sentirono felici: per lo scampato pericolo, per essere di nuovo insieme, per aver finalmente qualcosa con cui riempire la pancia. «Quest’acqua sa di cocacola!» diagnosticò Banco meravigliandosi. «Sembra incredibile, vero?» «E piove cocacola in questo posto?» chiese Banco incredulo. «Ne ha solo il gusto: in verità è acqua. Almeno spero». «Dammene un altro po’, allora!» fece Banco divertito. Ma il sorriso gli si gelò in faccia non appena guardò fuori: Tago aveva avuto ancora una volta ragione. I Ragni erano tornati. I ragazzi potevano vederli da una fessura del capanno: erano due Ragni Bianchi e uno Peloso. Erano arrivati questa volta silenziosamente come se avessero voluto prendere di sorpresa le loro prede. Le due bestie sembravano aver capito che per la presenza di Banco c’era del cibo in più nel loro territorio ed erano intenzionati a procurarselo il più presto possibile. I Ragni, dopo essersi fermati sulla riva, cominciarono ad andare avanti e indietro, nervosi, sulla riva sabbiosa, non riuscendo a capacitarsi che l’odore di ciò che bramavano si interrompesse al limitare dell’acqua. Annusarono anche il loro compagno morto e uno dei due Ragni Bianchi provò pure a riposizionare la testa mozzata sul resto sul corpo come per ridargli la vita. «Non preoccuparti!» fece Tago mettendo una mano sulla spalla dell’amico «non possono né vederci, né fiutarci. Questo nascondiglio è costruito con legno fortemente resinoso e aromatico, come puoi ben sentire». In effetti il rifugio sapeva stranamente di pollo arrosto con le patate, come lo faceva la sua mamma, tanto che a Banco era venuto in mente di dargli un morso. «Oltretutto…» seguitò Tago che si massaggiava ancora la testa nel punto in cui era stato colpito dal Sasso Volante, «anche se sapessero che siamo qui non entrerebbero mai in acqua. L’ho già ampiamente sperimentato: non sanno stare a galla». Banco aveva voglia di far presente al suo amico che i Ragni avevano delle zampe così lunghe che avrebbero potuto comodamente afferrarli senza spostarsi dalla riva, ma non voleva minare il suo entusiasmo. Anche perché, di lì a poco, i Ragni si allontanarono come se si fossero convinti che le loro prede fossero effettivamente scappate o inaccessibili. «Come ti senti ora?» fece Tago alludendo alle punture degli aghi del cactus. «Molto meglio! Ma cosa c’era di così portentoso in quella pastiglietta?» «Non era proprio una pastiglietta» rispose Tago ridacchiando. «No?!?» «No: era una coccinella caramellata nel miele”. «Cosa?!? Mi hai fatto succhiare una coccinella?» Banco provò a sputare e a rigettare senza riuscirvi. «Però ti ha fatto bene, non puoi negarlo!» Tago fece a quel punto uno sguardo furbo che finì per far ridere anche Banco. «Sei un amico impossibile!» fece Banco di nuovo allegro. «E Rugiada dove l’hai lasciata?» domandò a sorpresa Tago. «L’ha rapita la Banda dei Malvagi». «Ma dici davvero?» «Sì» sospirò Banco diventando serio «e non ho la più pallida idea di dove possano averla portata. Sono sicuro che se usciamo da questa Immagine, con la tua esperienza, saresti in grado di aiutarmi a trovarla. Non è vero?». «Perché, sei davvero convinto di poter uscire di qui?» «Beh, prima di arrivarci, non so perché, mi ero illuso che fosse effettivamente più facile» disse Banco scrollando la testa. «Ora comincio a credere che il problema principale sia rimanere vivi». Poi Banco gli raccontò cosa era successo dopo che lui, Tago, era uscito dall’Immagine dell’Oceano Sovrapposto attraverso la testuggine. L’aggiornò su come fosse stato semplice, tutto sommato, fuggire da quel luogo attraverso l’allargamento della linea di zigrinatura che chiudeva i due lembi del cilindro dell’Immagine. Gli raccontò anche del ritrovamento della pallottola e la sua scoperta sul depotenziamento della forza di gravità. «Forse sei riuscito in questa impresa solo perché ti avevo dato la mia fascia da Druido» fece Tago guardando soddisfatto l’amico. «Potrebbe darsi che, in tuo possesso, la fascia Oonabhat rilasci finalmente i suoi Poteri occulti». «Beh, ad essere sinceri, un po’ strano mi sentivo…» confermò Banco. «L’hai con te, ora?» gli chiese Tago. «Accidenti no, l’ho dimenticata sul tavolo di casa mia». «Ci avrebbe fatto comodo in un posto così» ribatté il ragazzo bruno. «Non devi abbandonarla mai». «Mi spiace. Te la restituirò, non ti preoccupare» disse dispiaciuto. «Vorresti forse dire che se tu non me l’avessi consegnata, ti saresti difeso meglio dai Ragni?» domandò Banco sentendosi in colpa. «No, credo di no. Come già ti ho detto, con me funziona poco e non so perché». Tago scosse la testa. Sembrava volesse aggiungere dell’altro, ma si trattenne. «Però chissà, magari in mani tue…» I due parlarono a lungo. Considerarono anche che l’opportunità di trovare la zigrinatura nel Paese dei Ragni Giganti, per tentare di uscire, era del tutto impraticabile dal momento che, essendo sempre notte, la linea di unione dei due lati del cilindro, ammesso che ci fosse, era pressoché invisibile. Oltretutto, ricordò Banco, IT, quando era venuto a trovarlo a casa sua, gli aveva rivelato che quella SuperImmagine era stata posizionata fuori dall’atmosfera terrestre, per cui una sua eventuale apertura, ammesso che fossero riusciti a trovare la giuntura, li avrebbe condannati a morte certa. «Beh… ora dormiamoci sopra» esortò Tago toccandosi ancora la testa e lisciandosi i lunghi capelli «può darsi che, a mente riposata, ci possa venire qualche buona idea». «Hai ragione». I due si sistemarono alla bell’e meglio sul pavimento del capanno. Ma Banco tardò ad addormentarsi. Ogni tanto gettava un occhio verso la riva del fiume caso mai qualche Ragno, credendo maggiormente nelle proprie possibilità, avesse deciso, stando all’asciutto, di allungare una zampa verso di loro. Aveva imparato a sue spese che in quel luogo anche l’impossibile poteva diventare realtà. * Trascorse diverso tempo, ma quando Banco si svegliò, Tago stava già lavorando. Stava praticando la punta ad una lancia il cui manico usciva dal rifugio tanto era lunga. «Occorre preparare sempre nuove armi, non bisogna mai allentare la guardia» esordì Tago che si sentiva osservato e che si aspettava una domanda su cosa stesse facendo. Banco annuì tirandosi su con i gomiti dal suo letto di foglie. «Ti senti bene?» gli chiese. «Ho un bernoccolo, bello grosso, ma passerà… mi si sono rimarginate ben altre ferite. Ti ho preparato la colazione» annunciò il ragazzo bruno allungandogli un qualcosa che sembrava una pigna. «Ma cos’è?» «È un frutto che cresce sugli Alberi dal Tronco Quadrato, non lontano da qui. È buono, fidati…» Banco prima annusò sospettoso la pigna, poi le diede un morsettino: sapeva di cappuccino appena fatto, mentre il cuore del frutto aveva un vago sapore di cioccolato. «Ma ha un sapore splendido!» «Sì, è un posto davvero strano questo: si corre il rischio di essere divorati da un momento all’altro, ma la natura, quando non è ostile, offre frutti meravigliosi. Pensa che poco distante di qui c’è un’erba che sa di torta di ananas e una pianta che assomiglia ad un girasole i cui semi sanno di hamburger e patatine fritte. Ciò che non è alleato dei Ragni è gustoso e buono da mangiare. È un paradosso lo so, ma sembra che sia proprio così. Forse IT o chi per lui ha voluto che questa SuperImmagine fosse così per far meglio comprendere quanto possa essere preziosa la vita, tra le mille difficoltà che si incontrano quotidianamente per sopravvivere». «Senti…» cambiò a quel punto discorso Banco «…hai per caso qualche idea di come uscire da qui?» L’amico non rispose subito. Stava ammirando la punta molto aguzza della sua lancia, quindi, posandola, rispose: «Si fosse trattato di un altro tipo di Immagine avremmo potuto contare, quando ci sono, sui virus informatici e sarebbe stato tutto molto più facile». «Virus informatici?» «Sì, i programmi virus, quelli che si autoinstallano e infettato il sistema informatico ospite». «Certo, li conosco purtroppo, ne ho avuti anch’io sul computer di casa mia e sono davvero fastidiosi finché non si riesce a disattivarli». «Invece qui sarebbero stati proprio utili. Visti da vicino sono davvero curiosi: sono come dei veli trasparenti, anche di una certa dimensione, che si spostano come fossero sospinti dal vento. Sono costituiti da filamenti intrecciati di numeri 0 e 1 e si muovono liberamente all’interno dell’Immagine. Durante la mia attività sono stato chiamato spesso a individuarli e a renderli inoffensivi e ti assicuro che non è mai stato semplice». «Veli, eh?» fece Banco stupito. «Già! A finirci dentro si ha come l’impressione di essere avvolti da una garza d’acqua. Sono le microtensioni elettriche che tengono uniti i bit a dare questa strana sensazione. Ma sull’uomo non creano guasti: solo agli allergici procurano una qualche passeggera irritazione della pelle. I problemi grossi si hanno invece quando i virus si fermano sull’Immagine che è fatta della stessa sostanza digitale dei virus informatici. Vi aderiscono perfettamente come una seconda pelle cominciando a rilasciare, sull’oggetto cui si sono attaccati, a caso, degli 0 e degli 1, prendendone degli altri in cambio, sempre a caso. Vengono in tal modo costruite catene improbabili di byte che quando non determinano un malfunzionamento dell’oggetto bersagliato, creano quanto meno un esito buffo. Mi sono così imbattuto nelle foglie di un albero che diventavano viola a intermittenza e conigli, cui erano cresciute zampe da giraffa. A una casa erano poi addirittura spuntati sul tetto comignoli di tutte le dimensioni e foggia tanto da riempirlo completamente e farlo sprofondare sotto quel peso diventato insostenibile. Inoltre…» e a questo punto Tago si mise a sorridere «io non l’ho mai visto, ma dicono che un tulipano sia cresciuto così tanto che gli Angeli lo usavano come pertica per scendere dal Paradiso sulla Terra». «Beh, questo mi sembra francamente un po’ esagerato». «Sì, credo anch’io. Ma testimonia, da un lato, le stranezze che può combinare un virus ben strutturato e, dall’altro, come questo genere di cose colpisca l’immaginazione degli informatici, che è tutta gente stramba». «Però non capisco in che senso ci avrebbero potuto aiutare…» «A volte i virus, quelli più aggressivi, invece di modificare gli oggetti cui aderiscono, distruggono il tessuto digitale di cui son fatte le Immagini. E, così facendo, praticano letteralmente un’apertura nella intelaiatura digitale che si può sfruttare per passare nella Realtà». «Molto interessante. Sarebbe stato bello vederne uno all’opera». «Già, ma questa, come tu stesso hai ricordato, è una Immagine creata da un SuperGator: non ha né bug, né pecche, né virus di sorta. È praticamente perfetta. E poi un’apertura verso una Realtà ad atmosfera zero, in un punto qualsiasi della galassia, è quanto di peggio ci si possa augurare». «Non c’è dubbio, amico mio. Dunque, non c’è nessuna speranza di uscire da questo posto infernale?» chiese deluso Banco. «Beh, una mezza idea ce l’avrei!» «Dici sul serio?» «Devi sapere che, ogni dodici ore circa, in questa Immagine, viene trasmesso un trailer». «Un cosa?» «Un trailer, la presentazione di un film dove vengono proiettati degli spezzoni per far pubblicità ad una pellicola in imminente uscita nelle sale cinematografiche…» «Anche quassù ci sono le interferenze pubblicitarie?» «Sì, sembra che non se ne possa fare a meno. I film, le trasmissioni televisive e il Mondo delle Immagini in cui ci troviamo sono fatti tutti della stessa materia. Una trasmissione attraversa tutte le Immagini che incontra come fossero tanti televisori. Non te lo avevo già spiegato questo meccanismo?» «Ma come fai a sapere che trasmettono questo trailer ogni dodici ore se qui il tempo è fermo?» «Perché ho ancora con me il rivelatore di Gator che ho ritrovato appena sono piovuto in questo quadro. Ti ricordi che mi era caduto all’interno della testuggine, vero? Ecco, ci sono praticamente finito sopra appena scivolato dal Varco di Fuga. Il rivelatore, che ha una pila atomica che non si esaurisce mai, incorpora un cronometro. Mi serve per la sincronizzazione dei registri bit e…» Tago si accorse che l’amico non lo stava seguendo «…beh, insomma, un cronometro, un orologio precisissimo. E devi sapere che il trailer, come qualsiasi altro spot, entra e si aggancia temporaneamente a questa Immagine entrando da un punto e dilagando per tutto il cilindro. Finita la trasmissione, le immagini vengono risucchiate dal punto di uscita e spariscono». «E allora?» «Ma non capisci? Se ci trovassimo abbastanza vicini al punto di uscita, quando la trasmissione termina, potremmo essere risucchiati fuori anche noi. Funzionerebbe come l’acqua che esce dal lavandino dopo che hai tolto il tappo. Solo che nell’ipotesi di una trasmissione digitale si viene a creare, in coda, come un vuoto pneumatico molto potente di una manciata di picosecondi, sufficienti a trascinarci via». «E dove andremmo a finire?» «Nella centrale di trasmissione dello spot, in qualche punto della Terra e, comunque, nella Realtà. Insomma, lontano da qui». Banco storse il naso. Poi obbiettò: «E se invece non funziona?» «E se invece non funziona, tu ed io saremo condannati per l’eternità a vivere in questo inferno! Ma vedrai che andrà tutto bene. Del resto sono giorni che mi preparo a questo momento, in particolare cercando di individuare il punto esatto di uscita del flusso. L’ultima volta, per essere sicuro della bontà della mia teoria, alla fine della trasmissione del trailer, ho gettato sul flusso in uscita un grosso sasso: ebbene, è stato risucchiato e non è più tornato indietro». Il tono entusiastico usato da Tago stava per convincere l’amico, che ancora qualche dubbio però l’aveva. «Il trailer in questione è di una commediola americana» seguitò a spiegare Tago «una storia piuttosto melensa di due che si conoscono, poi si lasciano e poi si ritrovano… le solite cose sdolcinate…» il ragazzo fece una pausa di sospensione e poi aggiunse «beh, la trama non è poi tanto rilevante. Quel che importa è che gran parte delle scene, degli spezzoni del film, soprattutto l’ultimo, si svolge alla luce del sole, cosicché è possibile vedere esattamente dove il flusso di trasmissione sparisce. Inoltre ho cronometrato al millesimo di secondo la durata dell’intera presentazione». «E quando verrà ritrasmesso il trailer?» «Fra pochi minuti, quindi dobbiamo affrettarci!» I due amici si prepararono. «Mettiti questo nello zainetto!» raccomandò Tago allungando all’amico una specie di occhiali da sole le cui lenti erano fatte di una pelle molto sottile e trasparente ma brunita. «I nostri occhi sono abituati all’oscurità e la luce violenta del trailer potrebbe ferirci la vista». «Hai pensato proprio a tutto, vero?» «Quasi a tutto. Adesso andiamo» disse Tago sorridendo. I due ragazzi si buttarono nel fiume e, una volta giunti a riva, questa volta entrambi con indosso il casco di protezione anti Sassi Volanti, procedettero con una certa speditezza senza particolari cautele. Lungo il tragitto Tago spiegò infatti che, subito prima della trasmissione del trailer, i Ragni non attaccavano mai. Andavano anzi a rifugiarsi nelle loro tane perché spaventati dalla luce violenta della presentazione. I due giunsero quindi ad una radura, poi presero a scalare una roccia facendo uso di comodi appigli costruiti da Tago sulla parete. «Sapevo che sarebbero tornati utili, questi sostegni» comunicò Tago soddisfatto. Giunti alla sommità del masso, Banco guardò in giù, pensando che a cadere di lì ci si poteva ammazzare e si ritrasse subito. L’amico lo toccò per una spalla indicando proprio in quella direzione, in basso, un punto nel buio. «L’uscita è più o meno lì! Il punto ‘k’ come l’ho chiamato. Ho fatto il calcolo che, se ci gettiamo da quassù, nel momento giusto, saremmo così vicini al flusso di ritorno da farci trasportare via con facilità». Banco ascoltava diligentemente quanto l’amico andava spiegandogli, ma non lo allettava affatto l’idea di buttarsi nel vuoto nella speranza di essere afferrato da un qualcosa di impalpabile come un flusso televisivo. Inoltre non gli piaceva neppure l’idea di venire shakerato per chissà quali distanze dentro un pertugio che avrebbe potuto essere piccolo anche come uno spillo. Oltretutto il fatto che Tago avesse fatto l’esperimento con un sasso non lo rassicurava affatto. Insomma, pensava, una pietra non è certo un essere umano. Come si sarebbe ridotto chi fosse stato costretto a passare con violenza da un forellino? Stava rimuginando su queste considerazioni quando Tago lo tirò per un lembo della maglia e gli ordinò: «Mettiti gli occhiali che ti ho dato, presto, sta per cominciare». I due si accucciarono. Di lì a poco, infatti, si udì il solito glang che dava inizio alla trasmissione. Tutto accanto a loro mutò come in una rappresentazione teatrale all’aprirsi del sipario, anche se rimase buio. «Che fine hanno fatto le scene romantiche?» chiese Banco sottovoce. «Non so, non capisco…» Nel frattempo era apparsa una casa, con tanto di giardino. Dentro alla casa una famiglia stava guardando la televisione. «Nooooo!» scappò a Tago. «Non questa volta!» «Cosa è successo?» chiese ancora Banco preoccupato. «Hanno cambiato trailer, hanno cambiato trailer!!!» ripeteva l’amico come si fosse incantato. Nel frattempo, all’improvviso, uscì, da dietro un bidone della spazzatura, un apparecchio ovoidale della grandezza di una stampante che volò rasoterra fino alla staccionata del giardino. Poi, dopo aver spiato la famigliola dalla finestra, vi entrò spaccando il vetro e cominciando a sparare chiodi della dimensione di un tappo di bottiglia. Le scene seguenti furono piene di schizzi di sangue sui vetri e urla raccapriccianti. «Forse le sequenze d’amore vengono dopo» se ne uscì Banco cercando di sdrammatizzare, non considerando invece che l’effetto era stato quello di una battuta ironica. Ma Tago si era già tolto gli occhiali da sole e si era alzato in piedi. «Non ci posso credere…» mormorò. La scena successiva era girata in un cimitero dove la stampante/sparachiodi – che, da quello che si era compreso, doveva essere impazzita a seguito del solito banalissimo corto circuito – si incontrava con un sinistro personaggio, il cattivo di turno, che sembrava darle degli ordini indicando gli obbiettivi da colpire. Non si udivano bene le parole perché i due erano lontani. Tutte le sequenze erano, insomma, quelle di un film di quart’ordine, scadente e pieno di luoghi comuni, indubitabilmente una pellicola di genere horror. Il regista non aveva rinunciato neppure allo scontato inseguimento notturno tra le macchine della polizia da una parte e lo sparachiodi protagonista dall’altra. Quel che c’era di peggio era però che tutte le scene si stavano svolgendo al buio, cosicché sarebbe stato difficile individuare il punto esatto dove il flusso della trasmissione sarebbe stato risucchiato. Inoltre, visto che Tago non conosceva il trailer in questione, sarebbe stato anche impossibile conoscere per tempo il momento esatto in cui la trasmissione sarebbe finita. «Ci proveremo lo stesso, se sei d’accordo, Banco» disse inaspettatamente Tago. «Ci proviamo lo stesso?» fece incredulo l’amico. «Stai scherzando? Guarda che se sbagliamo l’attimo esatto per lanciarci nel vuoto il flusso potrebbe non agganciarci, finendo per sfracellarci nello strapiombo!» «Meglio che rimanere ancora qui». «Potremmo piuttosto studiare questo trailer e prendere i tempi per capire quando esattamente finisce e riprovarci semmai fra qalche giorno». I ragazzi stavano ancora discutendo quando si accorsero che, nel trailer, scorrevano i titoli finali, quelli in cui viene spiegato di che film si tratta, chi è il produttore, il regista, gli attori principali ed altro. Ma quello fu anche il momento in cui la stampante/sparachiodi, protagonista del film, dopo aver seminato le macchine della polizia e finalmente libera dal dover seguire il copione, si accorse della presenza dei due ragazzi sulla rupe. Dopo aver emesso un paio di ‘beep beep’ e di ‘zot zot’ per nulla tranquillizzanti, con tanto di lucine che si accendevano e spegnevano in rapida successione (ma gli sparachiodi fanno poi proprio così?) l’apparecchio si avvicinò incuriosito verso i due intrusi; volò lentamente, con circospezione attorno a loro, per poi fermarsi a mezz’aria. Quindi, con voce metallica, in perfetto stile cyborg, gracchiò: «Bene, bene! Cosa abbiamo qui? Due intrusi e spioni… identificatevi, prego!» Appena tutte le lucine gialle e verdi divennero rosse fisso, Banco e Tago, senza neppure guardarsi, scesero precipitosamente dalla rupe e cominciarono a correre. Anche la stampante folle iniziò a volare nella loro direzione sparando a raffica chiodi esplosivi. Alcuni colpi sfiorarono la testa di Banco che, imitando Tago, si mise a correre a zig zag. Dove i proiettili toccavano terra, alzavano una nuvola di terra e schegge di sasso riproducendo il rumore di una sparatoria. La sparachiodi assassina non mollava ed era sempre più sotto ai fuggitivi; probabilmente, prima o poi, avrebbe fatto centro se un sonoro glang non avesse riportato il buio totale nel cilindro ristabilendo, subito dopo, l’Immagine del Paese dei Ragni Giganti. Come era entrata in quel quadro, così all’improvviso la presentazione era stata inghiottita dal punto ‘k’, portandosi via cimiteri, famiglie inchiodate ed improbabili robot insani di mente. Ma, per Tago e Banco, era anche svanita, per il momento, la possibilità di fuggire da quel posto.

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