Il bus n. 222 – Dietro al racconto

Il racconto Il bus n. 222 mi è stato suggerito dalla mia esperienza quotidiana di trasferimento da casa al lavoro e ritorno, appunto, in autobus (anche se la linea che prendo io è ‘solo’ la 22).

Una mattina, di un giorno feriale, di qualche tempo fa, è successo qualcosa di molto simile a quanto raccontato (anche se poi la storia, ovviamente, ci ‘lavora sopra’) e non sono mai riuscito né a spiegare lo strano fenomeno né a dimenticare il groviglio di suggestioni che mi ha suscitato.

Volevo poi qui sottolineare che ho trovato particolare difficoltà nella stesura della storia. Non per la trama, in sé, che infatti è semplicissima, ma a causa proprio della sua semplicità.

Tutto il focus del racconto, come accade spesso in questi casi, si sposta infatti sulla sua tensione emotiva e quindi sulla cadenza ritmica interna e sul contesto di accadimento (cioè la situazione in cui il racconto si svolge). In altri termini, dal momento che la vera storia è rappresentata in realtà dal crescendo delle sensazioni del protagonista (da trasferire per empatia al lettore) la fase di realizzazione e di trasfert diventa complicata per la massima attenzione che si deve dare per concretizzarla, alla costruzione delle frasi e degli effetti, alla scelta oculata significazionale delle parole e, nel complesso, al lavorìo incessante di pulizia e scrematura dell’impianto stilistico del racconto.

Per ‘far uscire’ le emozioni occorre allora puntare sull’essenza di ciò che viene scritto, sulla necessità di togliere più che di aggiungere, valorizzando per sottrazione, e lasciando guidare il lettore attraverso l’uso subliminale della punteggiatura.

In definitiva, a dispetto della semplicità della trama, ci si mette sempre un mucchio di tempo a scrivere questo genere di racconti e non è mai detto, poi, che si riesca davvero a ottenere il risultato voluto.

Infine, in questo contesto, per creare un risalto per contrasto, ho lavorato (cercando però di non esagerare) per dare l’impressione che l’autobus sia dotato di una personalità propria, come se fosse vivo e decidesse per conto suo; e, questo, proprio per riempire quel vuoto che è stato lasciato da tutte le persone che avrebbero dovuto esserci in quella situazione e che invece mancavano.
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