Il coltello, in generale

L’arma bianca di maggior uso è senza dubbio il coltello, che può definirsi genericamente un utensile prodotto dall’uomo sin dagli albori della storia (dall’età della pietra) per il taglio e la difesa personale. Probabilmente è uno degli strumenti che ha consentito all’uomo di sopravvivere ed evolversi vuoi perché utilizzato per difendersi dai propri consimili e dalle bestie feroci, vuoi per nutrirsi. Il suo nome deriva dal latino cultellus, diminutivo di culter che individuava il coltello (o coltro) dell’aratro, l’organo lavorante responsabile del taglio verticale della fetta di terreno durante l’attività dell’aratura prima che detta porzione di terreno sia trattata ulteriormente dal vomere.

L’oggetto è strutturato da una lama fissata, in vario modo, a un manico con una parte della lama per lo più tagliente (–> Tabella A). Da qui il primo distinguo da operare tra i coltelli è quello che riguarda il pugnale che, progettato per la difesa e per penetrare nel corpo umano, ha due bordi taglienti, posizionati in modo simmetrico; la parte tagliente riguarda cioè sia l’intero bordo superiore che quello inferiore della lama; se la lama interessa solo un terzo del bordo superiore creando il cosiddetto controfilo non si può parlare tecnicamente di pugnale, ma di coltello da caccia, (–> Coltello da caccia).

Sebbene vi siano strumenti con caratteristiche compresenti nell’una e nell’altra tipologia (coltello/pugnale) oltre a quanto più specificatamente sarà riportato in punto di criteri distintivi (–> Il coltello in particolare) va osservato che è innanzitutto dalla forma della lama, ma anche dalla sua impugnatura (più o meno anatomica, al fine di ‘seguire’ e valorizzare la destinazione funzionale dell’arma), e dunque dall’aspetto complessivo morfologico dell’oggetto (si pensi alla presenza anche, nella parte terminale del manico, di quella protuberanza detta skullcrusher o glass breaker per rompere vetri ma, all’occorrenza, anche la testa della vittima) che è possibile comprendere quale sia la finalità di impiego del coltello se, cioè, si tratti di uno strumento costruito per voler primariamente ledere la persona (integrando così un’arma vera e propria) ovvero se sia uno strumento creato per altri scopi, come il diporto o il lavoro, potendo solo occasionalmente essere utilizzato per l’offesa alla persona (e dunque debba essere qualificato come strumento atto ad offendere). Lo scrimine tra arma e strumento atto a offendere, ai sensi dell’art. 45 comma 1, TULPS (R.D. 18 giugno 1931, n. 773) è infatti, come si è visto, la destinazione naturale all’offesa alla persona.

Nei casi ibridi o dubbi, è con evidenza onere del giudice di merito, trattandosi di una questione di fatto incidente sulla qualificazione del reato, accertare la natura dello strumento, potendo per contro il giudice di legittimità, limitarsi, non potendo esaminare il coltello, sulla eventuale descrizione che dello stesso vien fatto nel capo di imputazione o in sentenza, orientandosi di conseguenza. Giova qui chiarire che, per non rischiare di ritenere qualsiasi oggetto uno strumento atto da offendere, ma che tuttavia potrebbe essere usato come corpo contundente, occorre introdurre una ulteriore distinzione tra ciò che è strumento atto ad offendere e ciò che non lo è.

In altre parole: una pietra, un ramo d’albero, una scarpa con un tacco appuntito, sono strumenti atti a offendere? Il criterio da seguire, a mio avviso, non parte dall’esame dell’oggetto in sé, dalla sua forma, o dalla circostanza che si tratti o meno di un manufatto, bensì dalla destinazione funzionale univoca dell’oggetto (Sez. 5, 28 maggio 2008, n. 28622, P.G. in proc. Iacobone, rv. 240431) impressa allo stesso dall’agente nelle circostanze di tempo e di luogo del suo utilizzo, nonché dalla efficacia concretamente lesiva (si parla infatti di strumenti ‘atti a offendere’) dell’oggetto; se la vittima venisse percossa con una ciabatta, sicuramente non si potrebbe parlare di strumento il cui porto è punibile ai sensi dell’art. 4 L. 110/75. Non solo, ma occorre anche che, nell’ipotesi in cui il reato non sia stato ancora commesso, perché diversamente si avrebbe già la prova dell’impiego offensivo dell’oggetto (senza giustificato motivo lecito) la cosa sia chiaramente utilizzabile per le circostanze di tempo e di luogo, per l’offesa alla persona vi sia cioè uno stretto rapporto di correlazione tra l’oggetto e la sua usabilità concreta in relazione alla situazione (es: tifoso che si reca allo stadio con nella tasca sassi di fiume).

Tanto chiarito, occorre ulteriormente osservare che un coltello (qui volutamente utilizzato in senso generico) è composto da due parti indefettibili: il manico (o impugnatura) e la lama.

Manico (o manica) e impugnatura sono sinonimi anche se per impugnatura si può intendere il modo di impugnare (corretto o scorretto che sia) dell’utilizzatore della parte impugnabile dello strumento. Per valutare la buona impugnabilità dell’arma si parla invece di presa o grip e sta a indicare la stabilità dell’arma nella mano durante l’uso. Un’arma si dice invece immanicata quando è dotata di manico. La lancia, per esempio, è un’arma inastata (perché posizionata su un’asta) ma non immanicata.

Quanto alla lama, dalle prime lame di selce o di ossidiana, scheggiata o levigata (si trattava dunque inizialmente di pietra), come si è accennato, a volte dotate di un manico, si è passati, con la lavorazione dei metalli, al rame, poi al bronzo, al ferro, e infine dall’acciaio (inossidabile o meno). A partire da un certo momento dell’evoluzione dell’arma, i materiali sono cambiati, ma la forma (seppur variegata) è rimasta uguale.

Le facce del coltello sono parallele tra loro o formanti un cuneo (allora si chiamano biselli), che su di un lato (quello esterno rispetto a chi lo impugna) è sottoposta ad affilatura in modo da creare il cosiddetto tagliente che può essere liscio oppure a sega, ondulato, seghettato o altro. L’arrotatura, che precede l’affilatura, viene effettuata alla mola (molatura) e serve a formare o ripristinare il taglio della lama, mentre l’affilatura è la fase di affinamento del taglio e del filo, solitamente eseguita a mano, che conferisce al filo della lama le massime capacità divisorie.

A proposito di affilatura va osservato che, minore è l’angolo tra la lama e la superficie affilante, più il coltello sarà tagliente, potendo però essere anche meno resistente ai colpi che potrebbero rompere il filo o addirittura la lama. Le lame molto affilate si affilano a 10 gradi (angolo che viene a crearsi tra la superficie piatta del coltello e la parte arrotante). Le lame normali si affilano a 15 gradi. I coltelli che hanno bisogno di un bordo duro (come una scure) si affilano a 20 gradi. Per un taglio estremamente duraturo le lame possono essere affilate fino a 25/30 gradi. Per grossi utensili da taglio si può arrivare anche a 44 gradi.

Il filo, dunque, a essere precisi, altro non è se non il bordo (edge) della lama (sicché in una lama di bordi ce ne sono due, uno superiore e l’altro inferiore). Se il filo è affilato (sembra un gioco di parole, ma non lo è, perché il filo potrebbe infatti non esserlo affatto come accade ad esempio per il coltello per spalmare una crema), è detto, come si è visto, tagliente (cutting edge) e quando il tagliente è unico è sempre quello inferiore; il bordo opposto del tagliente (a filo unico), prende il nome di dorso o costa della lama (spine o back, su cui, per far forza, l’utilizzatore può poggiare il proprio pollice, quando il coltello non è dotato dell’apposito arresto per il pollice, o thumb rise) e anche questo può essere piatto, arrotondato, seghettato (serrated edge) o un insieme di queste caratteristiche (combo edge).

La seghettatura in sé non rende necessariamente lo strumento più offensivo (per quanto lo potrebbe diventare se l’utilizzatore ha tanto forza da far penetrare nel corpo altrui anche tale parte creando lesioni difficilmente rimarginabili) potendo avere la finalità, alla bisogna, di essere impiegato appunto come seghetto o per il taglio di una corda.

La lama può terminare in una punta, che è il ‘luogo’ di incontro del tagliente con il dorso. Può essere di vari tipi: rettilinea o ricurva verso l’alto o il basso, o essere più o meno arrotondata oppure tronca. Una classificazione approssimativa è questa:

  • normale o a temperino: ha un filo ricurvo e l’altro bordo piatto;
  • a lama ricurva, il coltello ha una lama posteriore che curva verso l’alto;
  • a doppio taglio o a daga o a pugnale (spear point);
  • a uncino (clip point), che è come una lama normale ma con la punta uncinata con un falso filo (controfilo); tipico è il coltello americano Bowie (figura qui sotto); la lama goccia (drop point) è l’opposto di quella a uncino: la sua caratteristica è che la lama è ricurva verso il basso;
  • a zampa di pecora (sheepfoot), ha una lama molto affilata con taglio dritto, ottimale per modellare il legno e lavori di intaglio;
  • stile tantō americano, il coltello è dritto. È simile alle lame delle spade corte e lunghe giapponesi come la katana (–> Katana) e la wakizashi. Anche la punta arrotondata o tronca può essere, o meno, affilata.

La punta affilata per 1/3 sulla costa in prossimità della punta stessa (in quella che viene chiamata parte debole della lama, essendo il segmento distale rispetto al manico), si chiama, come più sopra accennato, controfilo o controtaglio o falso filo (false edge o swage).

Oltre al segmento ‘debole’ che, come si è visto, è la parte distale della lama, vale a dire dove è la punta, la lama viene idealmente divisa anche in una parte mediana e nella parte forte, prossimale, quest’ultima all’elso. Sia il tagliente che il dorso iniziano dunque dalla punta e terminano al tallone, che è la parte più robusta della lama (la parte ‘forte’ come si è visto) su cui si innestano i fornimenti (elso, manico e tutte le altri parti che rendono possibile l’uso della lama, dunque, in senso lato, anche il fodero…)

La prosecuzione (non tagliente) della lama è il còdolo (lama e còdolo nascono da un’unica forgiatura per dare robustezza e consistenza al coltello) che ha quale finalità di poter consentire il montaggio del manico. La parte del còdolo che fuoriesce dall’elso (che è quella parte trasversale alla lama che serve per non far graffiare il manico durante l’affilatura della lama) si chiama ricasso (o colletto) mentre la parte del còdolo che termina con il manico (può essere fermato con ribattitura o altro) prende il nome di codolo passante (o integrale o full tang). Il fatto che il ricasso fuoriesca dall’elso e sia una parte non tagliente ne consegue che la lama è più lunga del filo tagliente.
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