La falena pruriginosa (la processionaria)


La processionaria è un lepidottero (piuttosto comune) appartenente alla famiglia dei Notodontidi, sottofamiglia Thaumetopoeina. Si conoscono circa quaranta specie diverse di processionaria.

È tipico della zona mediterranea e lo si rinviene distribuito in diversi Paesi come Spagna, Portogallo, Francia, Italia, le zone costiere della Grecia, Turchia, Siria, Libano, Palestina, Israele, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria e Marocco, vale a dire all’interno di un areale a temperature moderatamente elevate, fondamentali per il suo ciclo vitale (anche se paradossalmente il bruco è molto più attivo di inverno, mentre nella stagione calda si impupa). È stato tuttavia localizzato anche in altre zone europee più fredde come la Germania, la Svizzera, l’Ungheria e la Bulgaria. È del tutto assente in Gran Bretagna.

È un parassita nocivo per gli alberi che lo ospitano come il pino nero, il pino di Monterey, il pino marittimo, il pino silvestre e il pino d’Aleppo (si tratta della varietà Thaumetopoea pityocampa); lo si trova però anche sulla quercia (nella varietà Thaumetopoea processionea) e, occasionalmente, anche sui cedri e sui larici. Occupano preferibilmente i margini del bosco (se la zona non è densamente infestata), soprattutto se esposti a sud, e i viali alberati (con pini) delle città.

Dopo aver trascorso l’inverno in un nido sericeo, vale a dire setoso (sembra zucchero filato, ma è molto resistente, a prova di predatore, vedi l’ultima immagine in fondo alla pagina), le larve escono all’aperto in primavera.

Negli anni in cui l’inverno è molto mite, si svegliano anticipatamente, iniziando prima del tempo a nutrirsi e a defogliare. La schiusa avviene da cinque a sei settimane dopo la deposizione delle uova.

I bruchi hanno una livrea marrone scuro punteggiata da macchie rossastre sulla parte superiore e sui lati, mentre la parte inferiore è di colore giallo, la testa è nera (vedi immagine più sopra, in apertura). Non va confusa con la Lymantria dispar cui assomiglia molto (–> Lymantria dispar), vedi la foto appena qui sotto, che ha tutt’altre caratteristiche a cominciare dal fatto che non vive in comunità.

Misurano sino a 3/4 cm di lunghezza e mutano (cambiano cioè livrea) cinque volte prima del riposo invernale (al primo stadio misurano solo un centimetro, vedi immagine appena qui sopra); di muta in muta le larve accrescono, con la massa, anche il numero delle setole e dei peli urticanti (che arrivano a contare nell’ultimo stadio, denominato L5, quasi un milione per bruco).

Durante la fase larvale, per nutrirsi, i bruchi si spostano, prima di ramo in ramo dello stesso albero (a cominciare da quello ove hanno costruito il nido) e poi, a seconda della necessità, di albero in albero, dove costruiscono un nido provvisorio, che raggiungono, una volta discesi a terra lungo il tronco, in fila indiana formando così processioni di bruchi a volte della lunghezza di diversi metri da cui questo insetto prende il nome.

Quando si muovono sul terreno lasciano dietro di sé un filo di seta che permette loro di tornare al nido. Ogni bruco si sposta tenendo la testa a contatto con i peli dall’addome di quello precedente, seguendo l’unica scia chimica del gruppo (vedi immagine qui a sinistra).

Già a partire dal quarto stadio (L4), le larve formano sull’albero ospite un grosso nido per trascorrere l’inverno, un nido a nuvola, di solito costruito sul lato sud del terreno, per giovarsi del sole. Il nido invernale è un vero e proprio radiatore termico, e può raggiungere anche 15-20 gradi più della temperatura esterna nel momento più caldo della giornata.

Verso maggio la larva si interra (immagine sotto), da 5 a 20 cm di profondità del terreno per l’impupamento (vale a dire per completare la metamorfosi che la porterà a diventare falena), dove trascorre il periodo più caldo dell’anno, al riparo; i bruchi si muovono anche in questo caso in processione (vedi questo video –> la processionaria) guidati sempre però da un bruco femmina. Si sono registrate processioni anche di centinaia di bruchi e lunghe diversi metri.

Alcune crisalidi, per ragioni climatiche, possono rimanere sotto terra nello stadio di diapausa (fase di arresto spontaneo dello sviluppo) anche per 5/7 anni.

A fine agosto, la crisalide, ultimata la propria trasformazione, sfarfalla sotto forma di falena (ha ali triangolari, con apertura di circa 5 cm, di color giallo avorio o bianco sporco, vedi immagine più sotto).

La farfalla maschio vive una notte soltanto, mentre la femmina tre o quattro al massimo, il tempo necessario cioè a deporre le uova fecondate in un ammasso caratteristico (ognuno dei quali può contenere fino a 300 uova) da cui nasceranno in primavera le larve per un nuovo ciclo.

La falena della processionaria (che se disturbata rilascia sostanze urticanti come fanno le larve, anche se meno irritanti) non ha l’abitudine di entrare nelle nostre case.

Sia la processionaria del pino che quello della quercia hanno lo stesso sviluppo. Una delle differenze sostanziali risiede nel fatto che le larve della processionaria della quercia si spostano sul terreno al crepuscolo o di notte.

La larve sono pericolose per l’uomo (ma anche per gli animali) in quanto altamente irritanti e non solo per contatto con la pelle ma anche per inalazione.

A partire dal terzo stadio larvale (L3), il bruco si riveste infatti, sul segmento addominale/dorsale, di setole contenenti particolari ‘tasche’ che apre in caso di stress rilasciando peli microscopici a forma di arpione muniti di thaumétopoéina, una proteina prodotta dalle ghiandole endotermiche che ha proprietà fortemente urticanti.

Questi peli sono della grandezza di pochi micron e formano una polvere così sottile e leggerissima da poter essere trasportata dal vento. Non sono dunque le setole che si notano sul corpo dell’insetto a essere pericolose, ma i peli non visibili.

A contatto con il corpo e le mucose (occhi, labbra, mucosa nasale) questi peli creano gravi irritazioni che richiedono un trattamento antistaminico e nei casi più importanti (e per fortuna non frequenti) un controllo medico.

Il rilascio dei peli urticanti, come si è detto, può anche avvenire a seguito di un forte vento e non sempre è semplice mettere in collegamento le dermatiti o l’asma con la processionaria visti anche i tempi in cui gli eritemi si manifestano.

L’eruzione cutanea (dolorosa) può comparire infatti a distanza di tempo, persino di otto ore; non bisogna comunque grattarsi per non espandere l’irritazione e rompere i peli in parti più piccole e di più difficile rimozione.

I peli urticanti possono interessare anche parti non esposte della pelle quando trascinati dal sudore sotto i vestiti (è pertanto consigliabile cambiarsi e lavare tutti gli indumenti che si avevano addosso nel momento in cui si è stati colpiti).

Se la sostanza pruriginosa viene a contatto con gli occhi può ingenerare congiuntivite entro quattro ore, mentre se inalata determina starnuti, mal di gola, difficoltà di deglutizione e, infine, difficoltà respiratorie (dispnea), asma, febbre e vertigini.

Se ingerita produce infiammazione delle mucose della bocca e dell’intestino, con scialorrea, vomito e dolori addominali e persino, in casi rari, shock anafilattico. Se si è stati già esposti in passato all’aggressione di una processionaria, i sintomi possono rivelarsi più severi. Il ricorso al medico è d’obbligo.

Nell’ipotesi che colpiti siano invece i nostri animali da compagnia (cani e gatti) è consigliabile rivolgersi immediatamente al veterinario (vedi anche questo video –> consigli del veterinario) in quanto in alcuni casi, se ad essere interessata è per esempio la lingua, l’organo può gonfiarsi fino a determinare soffocamento dell’animale con, in alcuni casi, anche necrosi totale o parziale dell’organo stesso. Nell’immediatezza del fatto cercare di lavare la parte colpita.

Ovviamente in campagna possono essere colpiti anche altri animali come cavalli, pecore e mucche con esiti altrettanto dannosi.

Oltre agli animali e alle persone, sono colpiti però prima di tutto (anche in ordine di tempo) gli alberi (a destra un pino attaccato dalla processionaria).

Quando la processionaria aggredisce un pino può determinare la perdita sino al 50% degli aghi che, per gli esemplari più giovani, può significare persino la morte della pianta. Un pino senza aghi peraltro non cresce o cresce poco e ciò crea un danno per chi vive di silvicoltura; occorrono poi almeno tre anni per un albero defogliato dalle larve di processionaria per tornare a una crescita normale.

La prevenzione gioca un ruolo importante. Oltre a evitare i luoghi infestati da questi insetti, è bene far provvedere alla cura degli alberi infestati e alla denuncia della presenza della processionaria (si ricorda che, ai sensi del D.M. del 30 Ottobre 2007, pubblicato sulla G.U. n. 40 del 16 febbraio 2008, se il proprietario della pianta non comunica la presenza dei nidi di processionaria al corpo forestale o al servizio fitosanitario regionale la sanzione è di 50 euro per albero, mentre se il nido è stato segnalato, ma non viene rimosso l’importo della sanzione è di 1.000 euro per albero), sia iniettando nell’albero particolari sostanze che uccidono le larve (vedi questo video –> lotta alla processionaria), sia, infine, eliminando i nidi usando pesticidi appositi che uccidono le larve.

Occorre stare attenti in ogni caso al fai-da-te (è sempre meglio rivolgersi a professionisti), in quanto, proprio per la capacità di autodifesa di questi insetti, si può correre il rischio di intossicarsi seriamente se non si prendono le dovute precauzioni; occorre inoltre considerare che le larve permangono pruriginose anche se sono morte da diversi giorni all’interno dei nidi e possono rimanere tali per anni se trovano il giusto grado di umidità.

Quanto al trattamento biologico è consigliabile un insetticida biologico a base di Bacillus thuringiensis (BT kurtstaki, 3A3B sierotipo).

Ci sono anche delle efficaci trappole sessuali contenente feromoni che attirano il maschio creandogli disorientamento e non facendolo più uscire. Le trappole si posizionano, nei mesi di giugno e luglio, appendendole ai rami (una trappola per ettaro è sufficiente) e vanno collocate nel periodo di sfarfallamento degli esemplari adulti. Ogni 3-4 settimane va cambiata la pastiglia del principio attivo.

Un altro metodo è quello di inserire sul tronco degli intercettatori di plastica (specie di sacchetti o fasce di nylon con dentro insetticida, vedi questo video –> la cattura della processionaria) in modo che i bruchi che scendono dai tronchi per nutrirsi rimangano intrappolati.

Si tratta di un sistema fai-da-te abbastanza efficace ma che non elimina ovviamente i pericoli derivanti dalla manipolazione delle larve giusta la dispersione aerea (e invisibile all’occhio umano) dei peli urticanti come prima si è detto. Fare comunque la massima attenzione nello smaltimento degli involucri che racchiudono al loro interno i bruchi: per ovvi motivi, vanno segnalati all’operatore ecologico.

Se si volessero invece bruciare le larve (scelta sicuramente da sconsigliare) fare attenzione alla possibile dispersione dei peli urticanti delle larve nella fase di abbruciamento (saranno trasportati infatti in alto con il calore) e allo smaltimento della cenere di risulta perché può essere ancora tossica.

È stato anche accertato che alcune specie di piante di latifoglie, in particolare la betulla (a destra), hanno la capacità di nascondere alla processionaria la vista del pino o di infastidirla per il fatto che emana un odore (per la processionaria) sgradevole.

Come trattamento fitosanitario si è rivelato efficace l’insetticida Diflubenzuron e l’uso di piretroidi contenenti come sostanza attiva: Alfa cipermetrina, deltametrina e cipermetrina.

Quanto ai predatori naturali va ricordato che gli uccelli, di solito, non mangiano le larve di processionaria a causa dei loro peli urticanti e del cattivo gusto. Fanno però eccezione il cuculo, la capinera, la cinciallegra e l’upupa. Anche il pipistrello è un buon cacciatore di questi lepidotteri. Efficace è anche un fungo, il Cordyceps, e la formica rufa.

Nel caso in cui l’altezza degli alberi non permetta di tagliare i nidi (o perché il nido si trova sulle parti apicali dell’albero che quindi non possono essere tagliate, pena l’arresto della crescita in altezza della pianta) si può provvedere a romperli d’inverno sparandovi (se si ha il permesso per il porto di fucile e se si è denunciata l’arma) con il fucile da caccia (caricato a pallini) perché così i bruchi moriranno per il freddo (anche questa pratica è senz’altro da sconsigliare soprattutto se gli alberi si trovano vicini a una casa).

In alternativa, si può sempre rompere il nido con una pertica (cercando ovviamente di non stare sotto) ed è consigliabile eseguire l’operazione nel pomeriggio, in modo da non dare tempo alle larve di ricostruire il sacco prima della notte. Si ribadisce che si tratta comunque di una pratica pericolosa da lasciare a persone esperte.

Non c’è comunque modo per disinfestare definitivamente la zona dalle larve di processionaria.

I trattamenti vanno (quasi) sempre ripetuti ogni anno nelle zone a rischio. Ed è anche per questo che è consigliabile, oltre che doverosa, la denuncia alle Autorità in caso di individuazione sul proprio terreno della processionaria.

Anche se si eliminano tutti i bruchi interrati gli alberi possono infatti pur sempre essere colonizzati da farfalle provenienti da altre zone lontane anche diversi chilometri.

La falena maschio può volare anche per 25 km e la farfalla femminile per 3 km; i bruchi possono rimanere poi nel terreno in fase di diapausa, come si è visto, da un paio di giorni sino a 5/7 anni.

Purtroppo c’è da credere che i cambiamenti climatici in atto (riscaldamento globale) siano favorevoli allo sviluppo della processionaria, soprattutto in città dove, nei giardini e nei parchi, frequentati da persone, bambini e animali da compagnia, la processionaria può trovare una valida isola termica.

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