La veggente

«Con quella vecchietta, l’altro ieri, mi è successa una cosa davvero strana.»
A parlare era Lodo Tederighi Baldi, l’ultimo Conte di Lughi: mi si era avvicinato alle spalle, mentre stavo fissando, attraverso la vetrata del bar, una signora che, tutta arcuata sul proprio bastone, chiedeva l’elemosina in piazzetta. La donna si sarebbe detta molto in là con gli anni, se non fosse stato per un largo cappellaccio che le copriva il volto e che impediva di saperne di più. Era molto curva, la poverina, e, a ogni passo che faceva, il bastone corto su cui caricava tutto il suo peso traballava vistosamente come se stesse provando quanto resistente potesse essere prima di schiantarsi. Il Conte, invece, era un bell’uomo sui cinquant’anni, alto, brizzolato, capelli mossi e lunghi a toccare l’orecchio, disciplinati all’indietro da copiosa brillantina leggermente profumata: stava guardando fuori anche lui, da sopra la mia spalla.
«Davvero?» gli dissi io d’un fiato. La voce mi uscì all’improvviso dalla gola, come se a parlare non fossi stato neppure io. Mi meravigliava infatti che mi avesse rivolto la parola per raccontarmi un episodio che aveva l’aria di essere strettamente personale. Era notorio che il nobile fosse un tipo taciturno e scontroso. Se ne stava seduto, per ore, al suo tavolino d’angolo sotto l’abatjour di stoffa azzurra a giocare ai suoi interminabili solitari, senza dire mai neppure una parola, se non per ordinare da bere o per rispondere a quelli che entrando o uscendo dal locale gli rivolgevano il saluto in segno di rispetto. La gente, dopo i primi tempi in cui si era stupita di vederlo lì in quel locale così semplice e disadorno, aveva finito ben presto a non badare più alla sua presenza, stupendosi semmai del contrario, di non trovarcelo cioè, quelle rare volte che accadeva. Nessuno comunque si azzardava a sedersi a quel tavolo e l’angolo era oramai da tutti conosciuto come ‘l’Angolo del Conte’.
«Sì» fece lui bevendosi il suo ennesimo Negroni. «Per la prima volta mi sono fermato e le ho fatto scivolare dei soldi nel suo boccale per l’elemosina.»
Io mi voltai verso di lui come per dire ‘e allora?’, ma il Conte continuava a scrutare fuori; la mano libera dal bicchiere era affondata nella tasca del suo insgualcibile blazer verdone da cui faceva capolino solo il pollice tenuto innaturalmente dritto: sembrava si trovasse sul castello del suo yacht e stesse parlando di un marling blue appena pescato. Mi rigirai anch’io verso la vetrata, capendo che voleva proseguire il racconto purché conservassimo quelle rispettive posture e distanze; desiderava parlare, ma non necessariamente a me. Come se io fossi solo un’occasione indefinita per una sua confessione. I suoi occhi cilestrini e severi mi osservavano fuggevolmente nel riflesso: erano un po’ acquosi quasi fossero quelli di un fantasma che avesse perso la strada per l’al di là. Poi trasse un leggero sospiro e continuò:
«La signora in questione, anziché ringraziarmi, mi ha mormorato: ‘Auguri per la bambina’. Lì per lì, mi ha sorpreso, ma poi ho finito per non badarci, fino a quando il mio fattore non mi ha detto che era una veggente e allora mi son preoccupato.»
«Non crederà mica a queste storie… signor Conte, vero?» gli dissi io con un sorriso di circostanza guardandolo questa volta in faccia.
Lui interrogò con gli occhi le due dita di Negroni rimaste nel bicchiere che roteava lentamente come fossero i fondi di una tazza di caffé. Mi accorsi poi che in realtà si stava guardando nervosamente le nappe dei mocassini color panna dentro cui si dondolava sulle punte come per provarne la morbidezza.
«Lei dice?» mi fece dandomi subito dopo un’altra rapida occhiata prima di fissare nuovamente la piazzetta. «Alla mia età si finisce per credere un po’ a tutto, sa? Ai sogni prima dell’alba, ai voli premonitori degli uccelli che migrano in ritardo, alle finte coincidenze del destino.»
«Alle finte coincidenze del destino?»
«Già le coincidenze…» rispose come se volesse dirmi dell’altro.
La vecchina nel frattempo era tornata indietro. Le diceva male quel giorno, perché nessuno si fermava e pareva quasi che tutti si premurassero di evitarla. Era vestita completamente di nero. Finanche lo scialle pesante, che la ingobbiva ancor più, era color della pece. Da lontano si sarebbe detto un grosso corvo ferito che andasse e venisse sul selciato in cerca di aiuto.
«Poi lei ha una figlia» feci io un po’ imbarazzato per quella inaspettata confidenza. «Tutto sommato, la vecchietta potrebbe anche averci azzeccato, non le sembra?»
«Veramente ho un figlio…» mi corresse lui squadrandomi di sbieco con l’aria di volersi accertare se la notizia mi stupisse in qualche modo. «…E poi ha vent’anni. E sono giusto vent’anni che mia moglie ha pensato bene di cautelarsi anche chirurgicamente dall’eventualità di darmi un altro pargolo.»
Il tono si era fatto aspro oltre che sarcastico. Non era stata una scelta, quella della consorte, che il Conte aveva evidentemente apprezzato o condiviso. Forse avrebbe voluto davvero una bambina o un altro figlio, giusto per assicurarsi il ramo cadetto. Sapevo che possedeva oltre al vastissimo possedimento coltivato a tabacco sulle colline, anche un castello seicentesco in mezzo ad un bosco molto antico, lassù, verso il confine della regione. Contrariamente ad altri nobili, Tederighi Baldi aveva conservato intatto il patrimonio avito, grazie proprio, si dice, all’amministrazione oculata della nonna prima fra tutti e della moglie dopo. Forse, dopo tutto, quelle ricchezze avrebbe voluto dividerle tra più figli.
«Allora quella povera donna si è semplicemente sbagliata» feci io ansioso di trovare una conclusione a quel discorso. «Non potrebbe essere? In fondo quella povera donna non è proprio l’immagine della salute.»
Il Conte finalmente si girò verso di me. Bevve d’un fiato il Negroni rimasto nel bicchiere e poi mi mormorò:
«Lo speravo anch’io che si fosse sbagliata. Poi ho saputo, poco fa, che la mia amante è incinta.»

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