Sembra che abbracci tutto il cielo – Dietro al racconto

Spesso mi accade, nella stesura dei racconti, di essere (profondamente) influenzato dalla lettura del momento.

Così c’è stato un periodo murakiano, quando leggevo prevalentemente libri di Murakami, un periodo legato a Sgorlon e uno a Du Maurier per citarne solo alcuni. Questo mi capita ovviamente solo per gli Autori che lasciano un segno, che fanno cioè sì che, anche a libro chiuso, permanga ‘dentro’ l’atmosfera particolare che sono riusciti a creare con i loro libri.

In questo periodo è successo qualcosa del tutto analogo se non fosse che le emozioni di un Autore si sono miscelate, in un blended inaspettato, con le suggestioni di un altro.

Il racconto ‘Sembra che abbracci tutto il cielo’ è quindi il frutto della commistione dei seguenti due influssi letterari contestuali: ‘Eccomi’ di Jonathan Safran Foer (che raccomando vivamente di leggere) e ‘L’airone‘ di Giorgio Bassani.

Sono davvero due libri molto diversi tra loro, anche se non sono sicuro che i relativi Autori (entrambi di religione ebraica), se fossero stati contemporanei, non avrebbero mai creato l’occasione per incontrarsi; in ogni caso, la loro casuale sinergia di lettura mi ha lasciato una sensazione di fondo molto particolare che ha finito per maturare questa storia.

I protagonisti del racconto sono due: Un Lui (senza nome e senza identità, come accade spesso per i miei personaggi) e la Voce (che il protagonista sente nella sua testa), scritta intenzionalmente nel testo con la lettera iniziale maiuscola (tanto che, per parallelismo, anche il Lui è scritto con l’iniziale maiuscola).

La Voce altro non è che il contraddittore nella vita del protagonista, è il suo alter ego con cui deve cominciare, a un certo punto della sua vita, a confrontarsi.

Al termine della lettura del racconto sarà sicuramente nata spontanea questa domanda: il protagonista si è poi davvero buttato dal tetto spinto a far ciò dalla Voce?

Posso dire, in tutta onestà che, per come l’ho pensata io, non si tratta affatto di una storia tragica, come sembrerebbe a una prima scorsa; il sipario per me si chiude sull’uomo che dal tetto di casa sua guarda il mondo circostante ricordando il momento felice in cui, da bambino, si divertiva con il padre: è un raggio di speranza, non una nota definitivamente negativa.

Ho pensato piuttosto che sia proprio quella stessa Voce che, dopo aver spaventato l’uomo incitandolo a buttarsi e averlo quindi profondamente scosso in questo modo, gli suggerisca poi anche cosa farsene della propria vita, per incoraggiarlo a ricostruirla, daccapo, a partire da quel momento, attraverso la soluzione dei suoi problemi irrisolti.

Si noterà che tutto il racconto è costruito, anche sintatticamente, per accrescere a poco a poco lo stato di tensione già nato dalle prime righe. L’uso ripetitivo delle parole, le frasi spezzate, l’incalzare delle sensazioni sono tutti accorgimenti che tendono a creare tale effetto. È una storia quasi ossessiva-compulsiva che trascina il personaggio, in un attimo, dal suo portico al tetto di casa, sotto lo sguardo colpevolizzato del proprio gatto.

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