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Per camminare sulle nuvole mi tolgo sempre gli scarponi

La svolta (seconda parte)

[RIASSUNTO del post precedente: Tiffany Parker riunisce in un bar 
malfamato di Madison tutti i personaggi che (come lei) sono stati 
creati dalla talentuosa penna del best-seller Mark Turner, preoccupata 
per il fatto che lo Scrittore, entrato in depressione e nel tunnel 
delle dipendenze da alcol e droga, non scriva più. Tiffany propone 
allora al gruppo di far pervenire a Turner la trama inventata da lei 
e dal suo fido aiutante di origini coreann-american John Xi Jung]. 
--> leggi La svolta (prima parte).

Avuta l’attenzione di tutti, Tiffany iniziò a spiegare la trama nei minimi particolari. La espose in modo fluente e accattivante, con improvvise accelerazioni e pause sapienti, cambiando le voci e gesticolando nei momenti giusti. Dopo che ebbe finito, gli astanti rimasero ammutoliti.
«Ma è bellissimo!» fece “Mortimer” Riverstone dimenticando di essere un uomo triste e silenzioso; esagerò persino, accennando a un timido applauso.
«Altro che bellissimo» fece il Commissario Paul J. Harper, «è…è geniale! Altroché. Quasi meglio degli altri tre romanzi.»
«Sì, niente male… roba forte… bisogna ammetterlo» convenne “Billo” che diede una tirata nervosa al suo profumato Cohiba. «Anche se non mi sembra che io faccia granché in questo nuovo libro. Tuttavia, con qualche ritocco…»
L’atmosfera si era rilassata all’improvviso; ora i cinque ridevano e scherzavano come vecchi amici. Anche se “Billo” rimaneva a debita distanza dal Commissario, Xi Jung da “Billo” e Riverstone un po’ da tutti, essendosi di nuovo richiuso in sé stesso come in un sarcofago virtuale. Avevano realizzato, in altri termini, che le preoccupazioni di quegli ultimi anni forse potevano magicamente trovare una brillante soluzione.
«Sì, ma non abbiamo ancora pensato a come far pervenire la trama allo Scrittore» obbiettò d’un tratto Harper, le cui parole ebbero l’effetto di una doccia fredda. Ritornò il malumore, questa volta cupo e greve, come una nevicata sovrabbondante in piena estate.
«È anche per questo che ho voluto convocare questa riunione…» disse Tiffany fiduciosa. «La barriera tra Immaginario dove viviamo e la Realtà dove vive Lui parrebbe insuperabile. Ma sono certa che ci deve pur essere un modo per far passare una informazione. È possibile che non sappiamo trovarlo?»
In quel mentre entrò Bob, il Barista. Aveva un sorriso incerto sulla faccia. «Porto qualcosa?» disse poco convinto, come se sapesse già la risposta.
«NOOOOO!» fecero tutti pressoché in coro, seccati di essere stati disturbati.
«Sì, infatti, perché mai dovreste occupare la sala più bella del locale consumando una banale bevanda che mi compenserebbe in parte degli elevati costi…?» fece ironico Bob riprendendo la strada dell’uscita.
«Potremmo fare una seduta spiritica…» azzardò “Billo” che parve serio nel pronunciare questa frase.
«Ma non è mica morto!» sbottò Riverstone che, affacciandosi appena dal suo sarcofago come una civetta dall’incavo di un tronco, non aveva resistito dal rimarcare un’ovvietà simile. Lui i morti li conosceva bene.
Si sentì di nuovo aprire la porta della sala.
«Vogliamo solo stare in pace, Bob, per cortesia…» se ne uscì Tiffany girandosi.
Non era Bob.
«L’idea del gangster qui, non è del tutto sbagliata…» si sentì dire. Era appena entrato un ragazzo sovrappeso, vistosamente claudicante, un viso cordiale e appiccicoso; si era fermato sulla soglia della sala con un’aria tra l’interrogativo e il provocatorio.
«Gangster a chi?» fece “Billo” facendo qualche passo in avanti puntando il sigaro verso il ragazzo come fosse una pistola.
Il Commissario, in modo autorevole, alzò una mano nella sua direzione. E anche se il Malavitoso era lontano da lui diversi metri sembrò essere stato toccato perché si arrestò di colpo. Poi Harper, strizzando un occhio come faceva durante gli interrogatori giù alla Centrale, chiese:
«“Suckme”… ma che ci fai qui?»
«Sono qui per la stessa ragione per cui ci siete voi…» disse facendo spallucce e facendo vedere i palmi aperti delle mani che luccicavano di sudore.
«Ma come facevi a sapere che ci eravamo riuniti per discutere del Sig. Turner?» gli domandò Xi Jung che non riusciva ad accavallare le gambe corte, nonostante i reiterati sforzi.
«L’Information Technology ha fatto passi da giganti, miei cari, anche al di qua del nostro Mondo … Nulla ormai mi sfugge». La sua maglietta della salute, indossata stoicamente nonostante il fresco pungente della giornata, mostrava la scritta “Il Grande Fratello mi fa una pippa”.
«Maledetto hacker…» sibilò “Billo” rientrando nel cono d’ombra.
«Hai avuto una piccolissima parte in “La Morte vien cantando”, il primo libro di Turner…» gli fece notare Tiffany inarcando le belle sopracciglia «e poi lo Scrittore non ti ha più coinvolto negli altri romanzi…»
«Appunto, sono un personaggio che però ‘buca’, a dar retta ai lettori che hanno sempre ragione… e sarebbe ora che il sig. Turner si ricordasse anche di me, non trovate? … Sicché, ho pensato che con aiutino…» fece “Suckme” con una strana luce negli occhi.
«Sì, ma in che senso non è un’idea del tutto sbagliata?» insistette a interrogarlo il Commissario il quale, voltandosi verso il ragazzo per vederlo meglio in viso, con una delle sue proverbiali monumentali scarpe pestò un piede a “Mortimer” Riverstone. L’Anatomopatologo si esibì a quel punto in un urlo che, in linea con il suo personaggio grigio e riservato, nessuno udì.

La terza e ultima parte domenica prossima --> La svolta (terza e 
ultima parte) 

La svolta (prima parte)

Tiffany Parker entrò nel locale a passo sostenuto, come se fosse in ritardo. Ma non lo era. Dietro di lei trotterellava serio e impassibile il fido aiutante John Xi Jung, coreann-american. Solo Tiffany fece un cenno di saluto al Barman mentre, di passaggio davanti al lungo bancone, si dirigevano entrambi nella sala ‘dietro’, quella del biliardo.
«Pensi che verranno?» le chiese Xi Jung constatando, nell’entrare, che la sala era vuota.
«Certo che verranno!» fece Tiffany con un tono di voce che faceva pensare esattamente al contrario.
«Io, in realtà, sono già qui…» disse Frank “Billo” Roof, dopo un po’, uscendo da un cono d’ombra. Si sentì soddisfatto per l’effetto che la sua comparsa inaspettata ebbe sui due. «Sono arrivato da qualche minuto» precisò guardando con particolare interesse la parte accesa del suo costoso sigaro dopo che lo aveva appena allontanato dalle labbra spesse.
«Hai invitato anche lui?» chiese stupito Xi Jung.
«Certo che ha invitato anche me. Sono forse troppo ‘cattivone’ per te, musetto giallo?» fece irridente il Malavitoso infilando una mano nella tasca di una giacca da duemila dollari. «Non vuoi dividere il tuo problemino con… come mi chiamasti una volta? Ah sì… con “un aborto di fogna”?
«State bravi tutti e due, siamo qui per una questione piuttosto importante…» esortò la donna. «E dobbiamo collaborare.»
«Hai sentito, ometto?» fece sprezzante “Billo” parlando ancora all’aiutante di Tiffany «dobbiamo collaborare!» e disegnò nell’aria delle virgolette.
«Certo che dobbiamo collaborare!» disse il Commissario Paul J. Harper entrando in quel momento in sala con l’Anatomopatologo Stu Riverstone, detto il “Mortimer”. «Dobbiamo mettere da parte le nostre passate… come dire… incomprensioni, e darci da fare.»
Tiffany annuì e prese posto sul divano seguita in questo da Xi Jung che ancora guardava di traverso “Billo”.
«E, ovviamente, dopo aver raggiunto una intesa…» fece il Commissario con uno strano sorriso obliquo sulla faccia «ti arresterò per la rapina al Francis Capitol Hotel di un mese fa…» disse guardando “Billo” che, sbuffando, rientrò nel cono d’ombra della stanza. Xi Jung sorrise soddisfatto. Anche Harper e Riverstone a quel punto si sedettero.
«Ora che ci siamo tutti, volevo riprendere il discorso di cui vi avevo fatto cenno qualche giorno fa per telefono. Lo Scrittore Mark Turner, come sapete, ha smesso da tempo di scrivere. Dopo tre best-seller, grazie ai quali siamo diventati famosi anche per la serie televisiva che ne hanno tratto… non è seguito più nulla. E ormai sono cinque anni.»
«L’attore che mi impersona non mi assomiglia per niente…» si intromise a quel punto “Billo”.
«…dicevo…» continuò Tiffany alzando la voce «… il sig. Turner ha smesso da tempo di scrivere entrando così in una grave depressione che gli ha alienato amicizie e appoggi influenti nel giro grosso, anche perché ha iniziato pesantemente a bere e a farsi. È stato arrestato un paio di volte per disturbo della quiete pubblica e anche per danneggiamento di un ristorante. A volte la fama e i soldi, per chi ha avuto una vita “difficile”, come lo ha avuta Lui, fanno questo scherzo…»
«Anche a me, all’inizio della mia carriera, far soldi facili mi ha molto turbato, ma poi ho comprato una Rolls gialla e mi è passata…» fece “Billo” ridendo sguaiatamente. Quando si accorse però che aveva riso solo lui si azzittì di colpo. La stanza si riempì di nuovo di un silenzio teso, tanto da poter avvertire i rumori lontani provenienti dal bar oltre la porta chiusa. Tiffany sospirò con forza per poi continuare.
«Noi tutti, come Personaggi, non possiamo consentire di finire nel dimenticatoio in questo modo. Almeno io e John non ci riusciamo, non so voi. Non senza lottare. Siamo riusciti a fatica a guadagnarci il rispetto e l’ammirazione del pubblico in un ambiente, come quello dei romanzi gialli, dove è molto difficile farsi strada, come sapete… Insomma: vorremmo mantenere il nostro status quo.»
«Sì, ben detto» convenirono gli altri.
«L’idea è allora quella di far giungere in qualche modo allo Scrittore, il ‘nostro’ Scrittore, una trama con i fiocchi come suggerimento per un nuovo libro. Se Lui ha il blocco dello scrittore, noi gli passeremo degli spunti e anche qualcosa di più. Lui poi farà il resto. Questo, prima che si autodistrugga con alcol e droghe. In fondo se siamo diventati quello che siamo oggi, lo dobbiamo solo alla Sua penna.»
«E dove la troviamo una trama del livello degli altri tre libri?» fece l’Anatomopatologo Stu Riverstone rompendo finalmente il suo mutismo.
«Io e John…» principiò Tiffany che aspettava quella domanda.
«Cioè l’ometto giallo…» masticò tra i denti “Billo”.
«Io e John…» ripeté Tiffany, dando un’occhiataccia al Malavitoso, «è un po’ che ci stiamo pensando e avremmo trovato queste idee che vorremmo sottoporvi.»

la seconda parte domenica prossima --> La svolta (seconda parte)

Entra dentro che è tardi

«Ike, ho paura…»
Il fratello sembrava non ascoltarlo. Guardava la strada davanti a lui e si era fatto serio.
«Guarda che dico davvero.»
«Lo so Bobby, anch’io ho paura, ma ne abbiamo parlato più volte, ricordi? Non ci pensare.»
Nel frattempo, le macchine sulla Interstatale li sfioravano correndo veloci. Sembravano accorgersi di loro solo all’ultimo istante.
«Entriamo nel campo… camminare qui è pericoloso» disse lui, forte dei suoi sedici anni. Il fratellino, più giovane di lui di sei, stava per piangere, ma lo seguì docile.
«Lo sapevi che quando abbiamo deciso di scappare avremmo incontrato delle difficoltà… No?» lo incalzò Ike con voce però rassicurante «non potevamo rimanere ancora con lo zio.»
«Sì, ma ora, l’essere andati via non mi sembra più una gran bella idea e poi sono stanco da morire e ho fame.»
I due ragazzini avevano raggiunto il piano campagna. Era l’imbrunire e il sole stava rotolando come un’ostia arancione dietro la linea delle colline color prugna. Una gracula codalunga che aveva fatto nido nello spoglio campo di mais si alzò all’improvviso ai loro piedi lanciando un grido lamentoso. I due ragazzini si spaventarono: pareva quasi fosse volato via uno strappo della notte. Si fermarono, il cuore batteva all’impazzata. Poi Ike disse:
«Vieni, cerchiamo qualcosa da mangiare…»
«Io voglio la cioccolata che mi sono portato dietro» protestò querulo Bobby.
«Conservatela per un altro momento, c’è un meleto laggiù, raccoglieremo un po’ di mele così ci disseteremo» fece lui come un esperto esploratore.
Camminarono ancora un’ora fino a quando Ike intravvide in lontananza un fienile.
«Questa notte dormiremo là, non sarà difficile entrare.»
Bobby ubbidì senza fiatare. Era pallido, claudicante. Aveva sbagliato a mettere il tipo di scarpe. Con quelle che aveva scelto, scivolava spesso sbucciandosi le ginocchia, senza contare che gli facevano male.
Si sistemarono nel fienile sopra alcune balle squadrate. Gli spunzoni di paglia erano più scomodi di quello che avrebbero creduto ma non dissero nulla. Erano troppo stanchi per farlo. Presero una scala per salire in una sorta di soppalco dove sembrava facesse più caldo. Avevano appena spento la luce della torcia che subito si accesero le luci centrali al neon che illuminarono a giorno l’interno del fienile. Un uomo con la barba, corpulento e paonazzo in volto, stava sbraitando nei loro confronti avvicinandosi minaccioso. Non si capiva cosa dicesse. Poi, quando fu vicino, si capì che li accusava di essere dei ladruncoli e di essere venuti a rubare le uova nel pollaio. Fu allora che si accorsero che aveva una doppietta in mano. L’uomo sparò un primo colpo nella loro direzione. E subito loro due si buttarono giù dal soppalco scattando come gatti. L’uomo prese la mira e sparò di nuovo. Ma i due riuscirono a sottrarsi proprio mentre il contadino stava ricaricando. Si ritrovarono così nell’abbraccio freddo della notte, terrorizzati; corsero all’impazzata senza accendere la torcia per far perdere le loro tracce e non si fermarono fino a quando non si sentirono al sicuro nel bosco. Ike accese finalmente la torcia.
«Stai bene?» gli chiese, senza più fiato, illuminando il fratello.
«Ho perso lo zaino, Ike, l’ho lasciato nel fienile…» disse con gli occhi bassi.
«Non ti preoccupare. In qualche modo faremo.»
In quell’istante si accorse che il fratellino stava perdendo sangue da una mano. Non aveva più il dito mignolo della mano sinistra. Un pallino della cartuccia esplosa dal contadino glielo aveva tranciato di netto. Bobby era ancora troppo spaventato per accorgersene. Ike tirò fuori dal suo zaino un calzino pulito e cercò di fare una benda improvvisata. Intanto il bambino cominciava a sentire il dolore e prese a piangere.
«Mi ricrescerà, Ike? Mi ricrescerà?»
«Dobbiamo tornare indietro» fu la risposta del fratello. Bobby annuì.
Era quasi mezzanotte quando i due arrivarono in vista della casa dello zio. E quando Ike intravvide quella odiata sagoma uscire sulla veranda si nascose.
«Vai, Bobby, vai…» gli sussurrò allora il fratello.
Il bambino lo squadrò con aria disperata, tenendosi la mano ferita con l’altra. Il dolore adesso era forte e pulsante. «Tu non vieni?»
«Non posso tornare, Bobby, lo sai, non potrei più sopportarlo; con tutto quello che ci ha fatto… Tornerò a prenderti…» disse con un tono che sembrava una domanda «…non appena sarai guarito.»
«Giura.»
«Te lo giuro, Bobby.»
Il bambino annuì.
«Chi è là?» disse lo zio nella notte. «Sei tu, Bobby?»
«Sì, zio» rispose dopo un po’. «Ero andato a fare un giro.»
«Dov’è tuo fratello?»
«Non lo so…»
«Che il diavolo se lo porti… vieni dentro che è tardi.»

Solo per dirtelo

Ecco, sei appena arrivato dal sentiero A105. Un sentiero che si inerpica tra gli abeti rossi e i cirmoli odorosi aprendosi all’improvviso sulla vista di imponenti rocce pallide che si slanciano verso il cielo come volessero acchiappare le nuvole e portarle giù. Sbuffi un po’. Sei fuori forma ma conti di ‘tagliare il fiato’ molto presto, durante già i primi giorni di vacanza. Il programma è ambizioso, certo, ma fattibile e il tempo reggerà, anche se farà come al solito troppo caldo per la media di stagione.
Trovi al rifugio un tavolo libero, tutto per te e per lei, la tua compagna di tanti anni. Del resto è l’ora giusta: gli escursionisti sono sparpagliati nei boschi o più verosimilmente ancora nei rispettivi B & B od hotel, ostaggi dei loro pargoli mezzo addormentati davanti a una sostanziosa e ricca colazione. Alzarsi molto presto al mattino è sempre stato un gran vantaggio, qui più che altrove.
Sei seduto con la schiena dritta, sulla panca un po’ scomoda. Studi la situazione dei camerieri cercando di distinguerli tra il via vai delle persone che comunque già affollano il rifugio come api bottinatrici. Ti godi le luci, i colori, il profumo dell’aria tersa che sa di buono e di pulito. Poi alzi la mano per richiamare la signorina che ti ha visto e sorride. Verrà subito; sì, verrà in un baleno a prendere l’ordinazione, perché è così che lì funziona.
Ecco, mentre tutto questo accade, Lui sta morendo. Proprio mentre, sorridente, ti stai mangiando un prelibato yogurt ai frutti di bosco, lui sta chiudendo esausto gli occhi; proprio mentre stai osservando quella signora sovrappeso che è riuscita finalmente a trascinare al punto ristoro la pesante carrozzina con dentro due gemelli urlanti. E lui si è appena accasciato sulla sedia, con l’ultima parola nella penna che non riuscirà però a scrivere più. Vai considerando che la vita è una esperienza stramba, che ti scorre via tra le dita prima ancora di riuscire a realizzare che la stai consumando ad ogni attimo. E la sua penna rotola giù, prima sul pianale della scrivania e poi per terra. E’ a migliaia di chilometri da questo luogo; da solo, in una casa piena di oggetti, grigia di polvere; dove appena poteva si ritirava a scrivere, impacchettato nella sua solitudine assoluta che per lui era tanto feconda. Sua moglie è rimasta in città, con il suo bridge infinito, le sue amiche ‘maizitte’ e l’immancabile tè al gelsomino assediato da frollosi biscotti allo zenzero e cannella. ‘Torno domenica’, le aveva detto a fior di labbra, incerto sull’uscio, come fosse un rimprovero; e se ne era andato così senza attendere una vera risposta che lei in ogni caso non gli avrebbe dato. C’era rimasta infatti un po’ di ruggine tra loro per quella questione mai risolta tornata improvvisamente a galla quel venerdì mattina. Ma ne avrebbero parlato ancora al suo ritorno, aveva pensato la moglie infornando i biscotti. E, non vista, aveva fatto spallucce mentre lui la salutava.
Il nome di quell’uomo, anche se te lo dicessi in questo momento, non ti direbbe nulla. Ma di lì a dieci anni, il 5 settembre 2022, per l’esattezza, avresti scoperto sulla bancarella del mercato un suo libro e poi nei mesi a venire un altro e poi un altro ancora. E, leggendoli, non solo ti avrebbero cambiato la vita, ma sarebbe stato stravolto anche il tuo modo di concepire le persone e la tua stessa esistenza. Ti avrebbero fatto scoprire quel modo irriverente e pratico di ‘leggere’ la vita e quel modo tagliente di pensare e pensarsi senza fare sconti o cadere in infingimenti patetici. Avresti finito per cambiare lavoro, la tua stanca compagna che ti amava solo per abitudine, portandoti a inseguire i tuoi sogni che avresti finalmente riconosciuto e amato per il resto dei tuoi giorni. Il pensiero profondo di quell’uomo, triste e scontroso, avrebbe insomma un giorno capovolto la tua esistenza tanto da desiderare fortemente, a distanza di tanti anni, che lui potesse essere ancora vivo per poterlo conoscere e ringraziare.
Sì. Stavi proprio guardando quella signora e i suoi marmocchi urlanti in un fotogramma che è già passato; in un giorno tutto sommato felice, ma tristemente opaco.
Ecco. Era solo per dirtelo.

La Sala degli Stucchi

«Sono il Comandante Nikolay Sapronov, Sua Altezza mi attende…» enunciò l’Ufficiale in modo stentoreo alle due guardie che, senza incontrare i suoi occhi, alzarono le due lance incrociate a bloccare la Sala degli Stucchi. Il suo sguardo era fiero, come di chi non vede l’ora di mettersi in gioco per il proprio popolo, una cicatrice sulla fronte come un accento per gli occhi penetranti.
Proprio il quel mentre la porta istoriata si dischiuse e ne uscì un uomo con gli occhiali, sulla sessantina, moderatamente abbronzato, vestito elegante e con modi garbati e sicuri di sé. Il Sovrano gli stringeva la mano in modo caloroso.
«Buongiorno Comandante…» disse il Re accorgendosi dell’Ufficiale. «Stavo proprio parlando di lei al Ministro plenipotenziario Josef Kohlheim e di come avete vinto nei giorni scorsi una battaglia importantissima…»
Il Comandante, vedendo un Ministro della Nazione con cui lo Stato era in guerra, si irrigidì. Nell’imbarazzo si limitò a rivolgersi con un inchino al solo Sovrano sussurrando: «Sire…»
«Ho sentito davvero parlare molto bene di Lei» si intromise invece Kohlheim non badando al gesto villano dell’Ufficiale e allungandogli una mano per farsela stringere. «Lei è sicuro di non avere sangue tedesco nelle vene…?»
Sapronov, non potendo più ignorare l’ospite, si voltò verso di lui e guardò incerto la sua mano tesa. Poi, vinta ogni titubanza, si convinse a stringergliela senza togliersi però il guanto.
«Che io sappia, no, lo escluderei… Signor Ministro» precisò accigliato.
«Lo scusi» disse il Re a Kohlheim. «Il Comandante a volte è così troppo serio da non riuscire ad apprezzare una buona battuta di spirito.»
E i due proseguirono a passeggiare nella vasta anticamera lasciandosi dietro Sapronov che non sapeva che fare. Nel dubbio rimase immobile, sull’attenti. Il Re e il Ministro parlarono ancora fitto fitto tra loro, allontanandosi ulteriormente; poi Kohlheim si accomiatò.
«Venga, venga… Comandante» disse il Re tornando indietro a larghe falcate e passando pressoché sui piedi sull’Ufficiale. «Ho saputo che nella battaglia ha anche riportato una ferita…»
«Una cosa da nulla» fece il Comandante schermendosi ed entrando nella Sala degli Stucchi sulla scia del Sovrano. Zoppicava, ma si vedeva che cercava di dissimularlo.
Il Re, prima di mettersi dietro alla scrivania, fece il gesto all’Ufficiale di accomodarsi; lui rimase però in piedi avendo visto che il suo interlocutore non si era ancora seduto a sua volta.
«Vi siete davvero fatti onore in battaglia…» osservò il Re squadrandolo da capo a piedi. «Riceverà una medaglia e una promozione per queste gesta… una difesa epica, un esempio fulgido per tutta la Nazione». Il Sovrano sospirò eccitato e finalmente si sedette. «Mi racconti.»
«È presto detto, Vostra Altezza: il Nemico era soverchiante. Nonostante questo, la mia divisione, che pur era stata decimata dagli attacchi nelle settimane precedenti, ha tenuto la posizione apicale sulla Rocca e la linea non ha ceduto. Stavamo per soccombere quando ha iniziato a piovere intensamente. I loro cannoni e la loro cavalleria sono rimasti impantanati nel fango. Abbiamo resistito fino all’ultimo uomo, come da Suoi precisi ordini, e abbiamo avuto inaspettatamente il sopravvento.»
«Non è stata solo un colpo di fortuna, Comandante, lo so bene. Non sia modesto. Piuttosto, la sua è stata una strategia da manuale… il suo piano di battaglia verrà un giorno studiato nelle Scuole militari di tutto il globo… È stato un capolavoro.»
«Dovere, Sire…»
«È grazie al valore suo e a quello dei suoi fidati uomini che il nome del nostro Paese brilla nel Firmamento ed è da tutti rispettato…»
«Grazie, Sire… Dovere, Sire…»
«Va bene…» disse quindi il Sovrano alzandosi.
Il Comandante fece un’espressione stupita. Era appena arrivato e il colloquio era già concluso.
«Le saranno assegnate ovviamente nuove divisioni e nuovi superiori incarichi…» fece il Sovrano avvicinandosi alla porta. L’Ufficiale, deluso, lo seguì.
«Sa, Sire…» volle dire ancora Sapronov visto che stava per andarsene «…la Regione che abbiamo difeso con così tanti morti e con così tanta abnegazione ha visto i miei natali. A pochi chilometri dalla Rocca, dove si è svolta l’ultima battaglia, vivono ancora i miei genitori e i miei migliori amici. Era un punto di orgoglio sconfiggere i tedeschi invasori.»
«Invasori?» domandò il Sovrano in modo retorico mentre il Comandante varcava la soglia della Sala. «Non sono più invasori. La guerra è finita. Ho appena firmato un armistizio con i tedeschi. Ora sono nostri alleati in un disegno molto più ampio a baluardo di ben altri nemici. E, grazie a Lei, a suggello della nostra nuova Intesa, ho potuto cedere agli Alleati proprio tutta la Regione che così brillantemente ha difeso.»
Il Comandante rimase immobile davanti a lui. Era pallido e inebetito.
«Grazie ancora» disse il Sovrano e chiuse la porta.