Il Prof. Iginio

La prima volta che, uscito dalla stazioncina ferroviaria, lo vide era un lunedì. L’uomo poteva avere qualche anno più di lui, difficile dirlo, anche se per tenere la posizione eretta si aiutava con un bastone. Lo notò perché sembrava aspettarlo per potersi incamminare anche lui verso il centro. Gli era ben chiara quella strana sensazione che gli parve peraltro ancora più singolare per il fatto di aver notato quell’uomo tra le tante altre persone, tra pendolari e studenti, che animavano a quell’ora la stazione.
Man mano che la settimana trascorse, che piovesse o che il cielo fosse sgombro di nubi, al suo arrivo l’uomo era sempre nella stessa posizione, accanto al bel lampione in ferro in stile liberty appena fuori dall’edificio; era magro e longilineo, calato in un elegante vestito giacca e cravatta, un bel cappello ad adornare un viso bonariamente serio; sì lo aspettava e insieme a lui avrebbe fatto tutto il tragitto fin verso l’ufficio.
Ma ciò che Iginio non riusciva proprio a capacitarsi era come faceva quel tipo, che aveva un incedere molto più lento del suo, a mantenere il suo stesso passo, rimanendogli poco distante. Un po’ più avanti, un po’ più indietro, ma vicino.
Poi, un giorno, l’uomo sconosciuto incrociò qualcuno che, nell’incontrarlo nella via, con gesto ampio si cavò il cappello dalla testa e con una leggera riverenza gli disse:
«Prof. Iginio, buongiorno!»
L’uomo rispose con appena un sorriso garbato portando a sua volta la mano alla tesa del proprio borsalino.
Come sarebbe a dire, buongiorno professor Iginio?’ si chiese Iginio. Anch’io mi chiamo così e anch’io faccio il professore. Come è possibile una coincidenza simile?
Una mattina, che lo aveva a distanza di meno di qualche metro, prese coraggio e volle avvicinarlo. Doveva saperne di più. Ma nell’avvicinarsi, in un attimo, si inframmezzò tra loro un gruppo vociante di bambini in gita scolastica e ben presto lo perse di vista. Un’altra volta, in un secondo tentativo, quello improvvisamente entrò in uno stabile chiudendo dietro di sé il pesante portone. Una terza volta, ancora, il tipo salì all’ultimo istante su un autobus che se lo portò via in pochi secondi.
Si fece così strada nel suo cervello che quell’uomo poteva essere lui, la sua immagine fatta persona. Lo sapeva bene che ciò non era possibile, razionale com’era, e che era tutto frutto della sua immaginazione, ma le coincidenze erano troppe. Quell’uomo era forse lui di lì a qualche anno? Ma per quale motivo gli si mostrava? E perché non riusciva a parlargli?
Così la sua preoccupazione crebbe a dismisura quando una mattina, era un lunedì, uscendo dalla solita stazione, non lo vide. Lo cercò attorno al ‘suo’ lampione controllando bene se si fosse attardato altrove, ma era sparito. Lungo il tragitto dalla stazioncina all’ufficio si voltò spesso indietro per accertarsi che non sbucasse da qualche parte. Ma niente. Così accadde il giorno dopo e i giorni a seguire.
Cominciò allora a convincersi che forse era questo il messaggio: che lui aveva ancora pochi anni davanti. Che doveva andare in pensione, godersi la vita, prima che fosse troppo tardi.
Entrò in depressione. Anche se si ripeteva che in realtà era tutta una semplice suggestione. Forse, a prescindere da quello che gli stava accadendo, mettersi in pensione era dopotutto quello che davvero doveva fare, da tempo. Avrebbe potuto fare quei viaggi che aveva sempre rimandato. Era arrivato il momento di smetterla sul serio con quelle cartacce, le estenuanti riunioni inconcludenti e le continue beghe di ufficio. L’età in fondo c’era. Il suo lavoro nella sua vita l’aveva fatto. Un po’ di riposo non ci stava tanto male.
Sì, forse era così anche se passò il resto dei giorni di ottobre in piena crisi.
Poi, all’inizio del mese successivo, era sempre un lunedì, notò che l’uomo aveva ripreso il suo solito posto aspettandolo appena fuori dalla stazioncina vicino al lampione in stile liberty. Si sentì felice. Per sé stesso, per quell’uomo che stava bene. Era stata tutta una supposizione, allora. Pensò. O forse no. Sì sentì anche stupido e credulone. Avrebbe voluto di slancio andare incontro a quella persona anche se non la conosceva, per abbracciarla. Ma poi pensò che l’avrebbe preso per matto. E poi non voleva farla sparire, un’altra volta.
Così rimase fermo per un po’ a guardare quell’uomo così particolare. Era vestito bene, come sempre. Con il suo cappello, il suo bastone. Si era solo fatto crescere un po’ la barba bianca, peraltro curata, che gli stava molto bene. Stava come sempre immobile a guardare davanti a sé la strada, come se nulla potesse turbarlo, pronto a muoversi non appena lo avesse fatto lui. Gli parve persino che per un attimo si fosse girato nella sua direzione e gli avesse sorriso, ma non ci avrebbe giurato. Poi il Prof. Iginio, in servizio, si incamminò e l’altro Prof. Iginio, in pensione, fece lo stesso. Passo dopo passo.

Era in ritardo

Era in ritardo, come spesso gli capitava. Ma questa volta il tempo lo aveva perso nel preparare meticolosamente la valigia. Voleva essere certo di non dimenticare nulla. L’occasione di quel viaggio era troppo importante: poteva essere la svolta della sua vita, l’inizio di una nuova esistenza ed era elettrizzato anche solo all’idea.
Mentre trascinava con affanno il trolley lungo la strada, Tobia si accorse di quanto stesse ansimando. Si era davvero così appesantito? Faceva proprio così poco movimento? O era l’agitazione della giornata? Aveva comunque messo da conto, come buon proponimento, che con il nuovo lavoro si sarebbe concesso per sé più ampi spazi. Era un posto di responsabilità, quello, e doveva mettersi in forma; il tempo, del resto, era dalla sua.
Entrato in stazione, si indirizzò subito al tabellone elettronico più vicino. Era spento. Soffocando un’imprecazione si girò su sé stesso alla ricerca di un altro display funzionante, ma si accorse, solo in quell’attimo, che l’atrio era completamente vuoto. Nell’ora di punta di un giorno trafficato, come lo era ogni lunedì, non c’era nessuno. Com’era possibile? Raddrizzò la valigia e un sudore freddo si impossessò della sua schiena. C’era tutt’attorno un silenzio appiccicoso, come una vernice densa spalmata sulle cose. L’erba si stava riappropriando dei binari e alcuni gatti si contendevano chissà cosa sulla pavimentazione sbrecciata della sala, ingombra di macchinari arrugginiti come soldati pietrificati in una roccaforte abbandonata. Non c’era dubbio: avevano trasferito la stazione da qualche altra parte e lui non ne aveva saputo niente. Maledisse quel suo vizio di estraniarsi dal mondo intero. E ora? E ora avrebbe potuto anche perdere il treno! Quel treno!
Si precipitò di nuovo di corsa verso l’uscita intercettando un signore di mezz’età con una divisa scura. Avrebbe chiesto a lui le informazioni di cui aveva bisogno. L’uomo, vedendolo arrivare, lo anticipò:
«Lei, scusi, com’è entrato qui?»
«Senta, io devo prendere assolutamente questo treno» fece sventolandogli il biglietto sotto gli occhiali argentati non curandosi della domanda che gli era stata posta. «Mi dica subito per favore dove hanno spostato la stazione… Ma che si sposta una stazione ferroviaria così?»
Il vigilante prese con calma dalle mani il cartoncino che gli era stato allungato e si aggiustò la montatura degli occhiali riposizionandola esattamente nello stesso punto del naso.
«Come fa ad avere questo biglietto?»
«In che senso? L’ho comprato, per via telematica. Come faccio sempre tutte le volte. Perché?»
«Perché non li fanno più così, e da tempo sa?… E poi il suo biglietto è per un treno di trentacinque anni fa…»
«Ma cosa dice?»
«È scritto qui, sul suo titolo di viaggio, non lo vede?… E la stazione ferroviaria l’hanno spostata molto più a nord, verso Alvona; saranno oramai cinque anni.»
L’uomo si era ammutolito.
«Lei quel treno, l’ha perso… oh sì se l’ha perso!» sorrise il vigilante pensando di aver fatto una battuta.
A Tobia, a poco a poco, riaffiorarono tutti i ricordi. Sì, quel treno non l’aveva poi preso. Aveva rinunciato all’ultimo momento a quell’allettante offerta di lavoro, e non si ricordava più neppure perché. Non aveva avuto il coraggio necessario e quell’occasione non si era ripresentata; era rimasto al paese dove si era ingrigito e immalinconito rammaricandosi per sempre di quella sua avventata decisione.
E si mise a piangere, senza riuscire più a smettere.

Crash test

L’autobus se lo stava portando via in quel pomeriggio inoltrato con il suo fagotto di pensieri tristi e un peso nel cuore. Se lo trascinava alla stazione e da lì in un’altra città, tra altra gente, tra altre esistenze, come la sua. L’autista maldestro metteva a dura prova il suo equilibrio, diviso tra uno zaino ingombrante e una valigia scura come il fondo della notte che avanzava lenta da est. Aveva lasciato il posto a sedere a un’anziana signora che si era accomodata senza guardarlo negli occhi, con la sollecitudine di chi non avrebbe mai detto ‘grazie’ per un qualcosa che le sarebbe spettato comunque.
Pioveva da giorni e l’asfalto luccicava di lustrini quasi avesse messo il vestito da sera, ribaltando le insegne colorate dei bar e dei negozi semivuoti; e ora, d’un tratto, nel cielo gonfio di ombre piene di malumore si era fatta strada una lingua di sole che volgeva al tramonto; caramellava di luce le cime dei tetti e i piani della case più alte che parevano ora finanche più alte per godersi quei tiepidi raggi obliqui, sparati in ogni direzione da un fuoco divampato senza controllo. La città era divisa in due. Sotto, il grigiore confuso dell’andirivieni distratto di gente indaffarata sulla via di casa e, in alto, sopra la riga di luce tracciata con il compasso, una città eterea, dipinta di giallo e d’arancione, come una promessa strappata a un cuore indifferente, abitata da semidei dai sogni intessuti di fili d’oro e di rugiada.
Accanto a lui, le persone continuavano a salire e scendere dal bus come per recitare il copione quotidiano di una città qualunque; occhi, visi, espressioni tutte eguali, ripetute all’infinito in un’eco di solitudine senza pace; gli stessi gesti, le stesse parole, gli stessi oggetti tra le mani.
Poi il bus abbandonò la piazza e si scapicollò per la discesa a senso unico deciso ad arrivare. Il respiro della stazione ormai era a pochi passi; si poteva sentire l’odore dei treni, dell’elettricità tra i binari, si poteva ascoltare con il vento buono l’altoparlante logorroico a tentar di mettere ordine nel caos di chi parte e di chi arriva.
Lui alzò per un attimo lo sguardo verso il cielo attraverso il finestrino ricamato di gocce di pioggia: un arcobaleno imponente stava sgomitando tra i palazzi troppo stretti per lui. I suoi colori erano così nitidi da poterli contare a uno a uno ed erano tanto compatti da poterli attraversare come un ponte proteso tra le facciate stupefatte, se solo chi l’avesse visto dalla propria finestra vi si fosse affidato a piedi nudi e a cuore puro. Lui rimase a bocca aperta. Non ne aveva mai visto uno così grande, così vicino e all’interno della città. Si girò verso una signora che teneva stretta a sé una bambina e le disse: “guardi, un arcobaleno!” ma le sue parole furono masticate dal motore su di giri del bus mentre la donna lo guardò con sufficienza avendo creduto volesse solo attaccare discorso. Allora lui si rivolse alla bambina: “guarda che arcobaleno c’è là fuori” e lo indicò per un attimo sfidando il suo equilibrio già precario. Ma la piccola lo squadrò sospettosa come solo i bambini sanno fare quando vedono qualcosa e non la comprendono. Nessuno si era accorto di quella meraviglia. Nessuno. Vicino a lui solo volti vuoti, abbozzati da un disegnatore sbrigativo e senza talento, manichini indecifrabili prima del crash test finale.
Il bus svoltò un’ultima volta andando a nascondersi sbuffando sotto la pensilina della stazione. L’arcobaleno era nel frattempo sparito, riassorbito dalla notte trionfante, mentre il cielo si era fatto solo un po’ più buio e un po’ più triste.

Il commerciante

Le lettere in arancione del display avvertivano che il treno era in ritardo. Era l’unico, tra tutti quelli in lista sul tabellone, ad avere quel numero indisponente. L’andirivieni convulso della gente, che di solito si limitava a infastidirlo, gli diventò a quel punto insopportabile. Pensò allora che forse avrebbe potuto occupare meglio quel tempo mangiandosi un panino o una pizza, visto che aveva saltato il pranzo. Poi si rammentò che da qualche settimana stava seguendo una dieta ipocalorica e si sentì in colpa. L’idea di acquistare una di quelle confezioni di insalata ‘apri e gusta’, lo fece però rabbrividire.
«Lei è italiano?» le chiese sommessamente una signora dall’aria dimessa. Lui aveva tanta voglia di dire di no, ma la sua testa andò per conto suo e annuì. «Ho tanta fame, la prego, sono giorni che non mangio, mi dia qualche euro». La voce era lamentosa, strascicata e aveva un fondo di acuta disperazione. Di solito non si faceva impietosire, anche perché, griffato com’era da capo a piedi, dava sempre l’impressione di una persona ‘a mezzi’, sicché era un bersaglio continuo. «Non ho spiccioli, mi spiace» disse poco convinto. «Andiamo dal giornalaio, signore, che ci vuole? Glieli cambierà». Era la frase di riserva, si capiva bene, pronunciata però anche quella senza troppa convinzione. Gli occhi della donna si erano fatti tristi, la pelle del volto era tesa e pallida e lui si stava intenerendo. Ci fu un attimo di silenzio, rigato dal fischio di un capotreno che si sbracciava in direzione della testa del convoglio. La signora, per dar forza alla sua querimonia, all’improvviso gli toccò una mano. «Ma cosa fa?» mormorò l’uomo tra sé e sé scostandosi irrigidito; e subito si chinò ad afferrare la sua borsa spostandosi diversi metri. Non sopportava di essere toccato da chicchessia, soprattutto da una sconosciuta dall’igiene più che sospetta. Ficcò lo sguardo nel display, indispettito, guardando e non leggendo: la fame gli era passata. Nervosamente tirò fuori dalla borsa un disinfettante e si pulì le mani strofinandosele forte, come per cancellare anche il ricordo di quello che era appena successo. Nel punto dove era stato toccato però stava montando un formicolio fastidioso, che diventò ben presto un prurito e quindi un bruciore acuto. Pareva che si fosse scottato con un ferro rovente e già si stavano formando delle vescicole rosacee. Istintivamente si mise a cercare la donna, senza sapere neppure lui perché. In quella confusione fece fatica a trovarla: era ferma accanto al cancello est della stazione che guardava un bambino che si stava mangiando un gelato. Le si avvicinò, ma anziché chiederle spiegazioni, prese dal portafoglio una banconota e gliela diede senza indugio. La donna prese i soldi senza dir nulla limitandosi a un lieve cenno del capo come se ci fosse stato tra di loro un precedente accordo. Ogni traccia di malinconia era sparita da quello sguardo ed anzi c’era una nota asprigna di sfida. Poi la donna sputò davanti a sé facendo una croce per terra con il piede. Lui rimase a guardarla, tenendosi la mano sulla ustione, quasi si aspettasse che dovesse succedere qualcosa. «Fa male, vero?» chiese la donna continuando a osservare il bambino che rosicchiava la cialda. «Allora è stata lei… cosa mi ha fatto?» La signora non rispose e si voltò per andarsene. «Non è servito a nulla che io le abbia dato dei soldi?» obbiettò lui da buon commerciante. «Come no?» disse quella senza voltarsi «almeno le ho tolto la maledizione».

L’intervista

La donna trascinava per la hall della stazione un bambino recalcitrante che, a sua volta, faceva sballonzolare dietro a sé un piccolo trolley.
«Mamma, ho sete…» La signora sembrava non ascoltare. Guardava attorno a sé, per capire che direzione prendere. Poi ricominciò a tirare il figlio che teneva per il polso per paura che gli scappasse. «Mamma, mi fai male. E ho tanta sete».
«Aspetta che devo vedere da che binario parte il treno…»
In quel preciso istante un ragazzo alto, ben vestito, con i capelli a spazzola, le si parò davanti con un microfono. Al di sopra della sua spalla, si accese un faro che illuminò donna e bambino, mentre una telecamera stava zummando.
«Siamo di Telegold Libera e stiamo conducendo un’inchiesta. Mi dica, signora: cosa la porta in questa stazione? Dove sta andando?» La donna, presa alla sprovvista, cominciò ad agitarsi sfornando un sorriso che le uscì tutto storto. «È contenta dei servizi di questa stazione? Trova tutte le informazioni che cerca? Il personale ferroviario si dimostra disponibile?» incalzò il ragazzo.
«Non… non saprei… è che non viaggio spesso» rispose la donna che si rassettò rapida i capelli sforzandosi di vedere nel bagliore accecante chi le stava parlando. «Sono qui con mio figlio… ma è solo lui che parte, va dal padre… sa, è sempre così impegnato quello là, e se vuole vedere il bambino…» disse sarcastica, indurendo i lineamenti del volto non più giovani. L’intervista durò altri cinque minuti. Il ragazzo, simpatico e dagli occhi cerulei, non la finiva più di fare domande, ma la signora, dopo un po’, ci aveva preso gusto.
«Su quale canale sarà trasmessa?» chiese alla fine la donna mentre il ragazzo stava già andandosene con il suo cameraman.
«Canale 102, signora, passerà nel tiggì di questa sera, alle 20».
La signora ringraziò e ancora un po’ emozionata, gettò un occhio al display delle partenze accorgendosi che il treno era in ritardo. 
«Bene, abbiamo ancora del tempo» annunciò la madre rivolta al bambino che le stava facendo il broncio. «D’accordo, hai vinto, andiamo al distributore, ti compro la coca-cola, va bene? Però se poi stai male, te le do pure…» 
Al figlio spuntò finalmente un sorriso sulle labbra, tanto che, fino al distributore, fu lui a tirare la madre. La donna aprì la borsa, cercando per ogni dove il portamonete. Non c’era più. Istintivamente guardò nella direzione in cui aveva visto sparire intervistatore e cameraman. In quel punto la hall era deserta.
Poi il bambino la strattonò: «E allora? Questa coca-cola?»