Il lampione che parla – Dietro al racconto

L’idea per il racconto Il lampione che parla mi è venuta da un dialogo sentito nel film –> Carl Morck – 87 minuti per non morire, un film scandinavo di azione (abbastanza gradevole) passato in questi giorni in televisione su Prime Video.

Proprio all’inizio della pellicola un personaggio parla di questo lampione che, di fronte a casa sua, “sfarfalla” infastidendolo. Su questo spunto ho costruito la breve storia.

Il racconto si regge su due monologhi ed è scritto con una tecnica narrativa particolare: quella di riportare nel dialogo diretto (nel testo sono le parole della protagonista, un’anziana signora che si lamenta con l’ufficio comunale per le condizioni in cui versa il lampione davanti a casa sua) solo le parole di uno dei due dialoganti ricavando il senso del discorso complessivo da quanto riportato in chiaro.

In altri termini è trascritta solo la voce narrante che ha il compito di tenere insieme tutta la trama. L’effetto che si crea è interessante perché è come se il lettore ascoltasse, non visto, uno solo dei due interlocutori.

Anche la seconda parte della storia è costruita allo stesso modo, vale a dire riportando le sole parole di uno dei due operai addetti alla sostituzione della lampadina (oramai fulminatasi), un tale di nome Jack.

Con questa tecnica è stato scritto da Abraham B. Yehoshua, Il signor Mani, Romanzo in cinque dialoghi, Ed. Einaudi, (–> Il signor Mani) un libro molto bello che raccomando senz’altro di leggere.

Il dialogo di Jack con l’altro operaio sottintende peraltro che l’anziana signora del racconto aveva ragione ad aver paura degli “esseri mostruosi” che vedeva quando andava via la luce perché, una volta fulminata la lampadina del lampione, quelli hanno effettivamente avuto il sopravvento sulla povera donna divorandone il cervello. Il finale è di tipo horror e non è forse quello che ci si aspetta.

L’immagine della pagina del racconto è di Sebastiaan Stam ed è stata scaricata da Pexels.

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