Amore al primo morso

«E’ permesso?» flautò l’Avvocato Trito Acàntore gettando una manciata di forfora nella stanza della GIP Pamela Melapà, avendo infilato il solo testone pacioccoso nel vuoto tra la porta e lo stipite.
Il professionista era celebre per la sua fame insaziabile e di lui si favoleggiava che, ovunque andasse, si portasse appresso copiose vettovaglie di ogni genere e natura (toasts, focaccine, pizzette, cosciotti di pollo, porzioni di lasagne… persino cassate e panettoni) che, spinto dal bisogno impellente del vorace stomaco da bulimico grave, finiva per divorare nei luoghi più impensati.
Si narra che un giorno, in uno dei vasti corridoi del Palazzaccio, sia stato beccato dietro ad una fotocopiatrice mentre azzannava, con bieca cupidigia, un gelato maxipiramide millegusti a otto strati, tradito da alcune macchie di stracciatella comparse sui fogli espulsi dalla macchina. Alla naturale richiesta del collega, che lo aveva scoperto nell’angolino, cosa mai ci facesse lì, pare che abbia risposto con un ringhio sordo per il terrore che gli si volesse togliere il cono.
Si vocifera inoltre che l’Avvocato nasconda i viveri un po’ dappertutto, principalmente nella borsa che non lascia mai incustodita (e che, in verità, é un efficiente e potentissimo frigo portatile responsabile, in massima parte, di quelle tracce di maionese e intingoli vari che possono osservarsi sulle pratiche dei suoi clienti) ma anche nelle numerose tasche del vestito, cui ha fatto aggiungere, da un sarto di sua fiducia, capienti sacchetti termici e un riparto scaldavivande. Infiniti sarebbero poi gli anfratti dei vecchi muri del Tribunale (quanti e quali siano nemmeno lui li ricorda più) che sarebbero usati come ripostigli dai quali attingere nei casi urgenti.
Qualche mese or sono, all’entrata della Casa Circondariale di Lamarmora, ove si era recato per una visita ad un suo assistito, durante la necessaria perquisizione che sempre viene effettuata all’entrata dal personale autorizzato, sembra abbia dovuto lasciare sul tavolo generi alimentari sufficienti per poter far organizzare alle guardie carcerarie la cena annuale per il santo patrono .
Il Trito è letteralmente ossessionato dalla paura di venir colto impreparato da un attacco di fame incontenibile che, nel suo caso, è preceduto da un gorgoglio cupo come di un turbine d’acqua che cerca d’incanalarsi nello scarico di una piscina (rumore proveniente, si pensa, dal suo stomaco) cui segue un leggero quanto insistente tremolio del terreno circostante, accompagnato da un marcato pallore di gote con scosse e brividi intermittenti di braccia e gambe.
Anche quella mattina, l’Avvocato, che abbiamo lasciato titubante sulla soglia dell’ufficio della Melapà, come al solito, teneva in mano (debitamente celato dietro alla poderosa schiena), un qualcosa di edule rappresentato, nella circostanza, da una gigantobrioche a doppia camera di compensazione che, fumante, appariva pronta a esplodere tanto era rigonfia di crema.
Svogliatamente Pamela, tirando via a fatica lo sguardo dalle dominanti carte sparpagliate su tutta la scrivania e sul pavimento, allungò, senza fiatare, un’occhiata rancorosa al professionista rimasto inchiodato sull’uscio.
Il rapporto fra i due non poteva dirsi idilliaco, anzi si poteva tranquillamente sostenere che la GIP vedeva il Trito con la stessa simpatia con cui un parcheggiatore terzofilista vede approssimarsi un vigile urbano. Ciò può spiegarsi comprensibilmente con il fatto che, tempo addietro, si era verificato uno spiacevole episodio che aveva visto l’Avvocato, suo malgrado, protagonista.
Non trovo eccessivamente delicato raccontarlo, ma è giusto che voi, cari Lettori, ne siate informati: si era nel pieno dell’interrogatorio di un detenuto, allorquando il Trito, non potendosi, in ragione del ministero di difensore, allontanare dall’ufficio del Giudice, sorpreso da una frenesia culinaria irrefrenabile tale da indurlo a mangiare qualunque cosa potesse mettere fine alla sua sofferenza (non volendo neppure ulteriormente disturbare l’interrogatorio in corso con i brontolii insistenti che scaturivano dalla pancia), si era, ad un certo punto, buttato a terra, fingendo di raccogliere la penna, mentre in realtà si era avventato su di un enorme babà al rum tenuto nascosto, fino a quel momento, in una delle numerose intercapedini interne della giacca. Per sfortuna, nella manovra resa maldestra dai suoi centocinquantatré chili di peso e dall’incontenibile eccitazione che sovente accompagna quei momenti, l’inclito professionista ebbe a urtare le gambe pienotte e pelose, ma assai sensibili, della Melapà che, stagionata zitella, credendosi molestata, non solamente assestò un calcio in mezzo al mento del Trito facendogli ingoiare d’un solo colpo il babà e la penna testé recuperata, ma da allora ebbe a convincersi, del tutto immotivatamente, visto il sex-appeal, che avrebbe fatto spietata concorrenza ad un cartello stradale, che quello la volesse a tutti i costi far sua.
«E’ per quell’istanza di dissequestro dottoressa… mi chiedevo se lei, con la cortesia che tanto la contraddistingue, avesse avuto il tempo di provvedere in merito…» sbocconcellò tutto d’un fiato il Trito sudando in abbondanza e sempre meno persuaso della bontà dell’idea di aver interrotto la Melapà (qualunque cosa stesse facendo); poi, non ottenendo nessun apprezzabile incoraggiamento, si fece forza e, infilata nella tasca dei pantaloni la gigantobrioche con il cuore straripante di crema ancora allo stato fuso, s’inoltrò nell’ufficio con circospezione…
Un geniere dell’esercito tedesco, su di una collinetta di cartapesta finemente lavorata, stava seguendo preoccupato tutta la scena dall’interno di una bacheca pulita e ordinata (in pieno contrasto con il resto della stanza che ricordava molto piazza San Marco dopo il concerto dei Pink Floyd), noncurante che alle sue spalle si stesse consumando, ricostruita alla perfezione nei minimi particolari , una delle più avvincenti battaglie della seconda guerra mondiale. Un artigliere napoleonico , alcuni scaffali più in su, per lo stesso motivo, stava tardando a dar fuoco alle polveri di una colubrina, mentre un cavaliere austriaco, profittando di quella momentanea disattenzione, distendendosi sull’arcione del proprio baio, con un sorriso beffardo, lo stava per passare da parte a parte con la sciabola d’ordinanza. In quell’ufficio c’erano, invero, più soldatini di legno che codici, più modellini in scala di battaglie storiche, che fascicoli di procedimenti. Era la passione smodata della Melapà, l’unica riconosciuta debolezza che riscattava il suo livello culturale così caratteristico dei basset-hound.
«Sa dottoressa… l’istanza per il mio patrocinato… ho qui una copia…» tentò di insistere l’uomo con fare sottomesso e budinoso, allungando un foglio usobollo che profumava di spaghetti all’amatriciana. Non fece in tempo a finire la frase perché l’ultima sillaba fu pronunciata, in modo incomprensibile, ben tre ottave sopra il rigo: la crema, fuoriuscita dal dolce, come un torrente in piena, era colata attraverso la tasca dei pantaloni, facendo il suo perverso dovere all’altezza dell’inguine.
«Ma che fa?» chiese esterrefatta la Melapà che vedeva il Trito saltellare a piè pari, come un canguro impazzito, toccandosi vistosamente sul davanti e perdendo da ogni parte tramezzini e bignè «insomma, si moderi, suvvia… non faccia così!!!» miagolò arrossendo incerta se sentirsi o meno lusingata. L’uomo, invece, soffocando un ululato di dolore, eseguendo balzi poderosi che facevano sussultare la panza deforme, infilò la porta dell’ufficio, riuscendo unicamente a mormorare un indecifrabile:
«Mi scusi, mi scusi… to-torno fra un po’…»
Pamela rimase attonita, adagiandosi pensosa sullo schienale della poltrona girevole. Non sapeva se scandalizzarsi o mettersi a sognare. Poi, aperto di scatto un cassetto della scrivania, estrasse impolverato uno specchietto su cui quattro soldati nordisti della guerra di secessione avevano acceso, con molta difficoltà, il fuoco di bivacco. La donna si rimirò a lungo toccandosi il volto sfiorito e, qua e là, la pelle rigonfia, gommosa e appassita…; poi un sonoro mah! le uscì spontaneo dalle labbra, risuonando nella stanza inondata dal tepore marzolino.
«Come dice dottoressa??»
La Melapà, assorta nei suoi pensieri, non si era accorta che, nascosta da una pila di pratiche, era entrata, nuvoleggiando nel suo ufficio, Magdalena la sua personale e foruncolosa assistente giudiziaria.
«Niente, niente… anzi a proposito… visto che è qui, volevo avvisarla che ho fissato per domattina in carcere quell’interrogatorio…»
«Domattina ha detto?» chiese un po’ sorpresa quella, stuzzicandosi un foruncolo caramellato di pus «é che a quell’ora ho fissato per il parrucchiere… è sempre così difficile avere un appuntamento al mercoledì…»
«Dal parrucchiere? Proprio domani? Non ci potrebbe andare in un altro momento, magari nel pomeriggio, fuori dall’orario di lavoro? Sa i termini di custodia cautelare stanno per scadere…» precisò di rimando la GIP che non si sentiva in animo di aprire una vertenza sindacale.
«E’ che c’io il pupo; devo portarlo in piscina nel pomeriggio…»
«E dopo domani mattina?»
«C’iò la manicure.»
«Ah!»
«Beh semmai le faccio sapere dottoressa! Tutt’al più me porto dietro il pupo all’interrogatorio, si diverte sempre molto a gioca’ con le chiavi dei secondini. Vorrà dire che per una volta farà a meno della lezione di nuoto che, però, gli farebbe tanto bene…»
«Oh sì… non so come ringraziarla!»
In quel preciso istante, una salva di dodici cannoni (miniaturizzati) della marina militare americana avvertì che il telefono stava squillando.
«Pronto?» fece dall’altra parte una voce affranta e gutturale.
«Sì, pronto?!?» ribatté Pamela ancora con un velo di shock negli occhi.
«Pronto…?!?» risinghiozzò la voce in un ribollio addominale che andava spegnendosi in lontananza.
«Ma chi parla???» domandò imperiosa la GIP che, ripreso il piglio di donna ciecamente autoritaria, cominciava a temere le avances di qualche altro maniaco.
«Sono Anaspasio, devi darmi un consiglio… Pam.»
«Oh ciao, cugino Presidente» sospirò di sollievo la Melapà riponendo lo specchio nel tiretto; gli yankees si misero immediatamente al lavoro per cercare di rimettere in piedi il pentolone dell’acqua per un rancio che minacciava di saltare «non ti avevo riconosciuto! Che ti è successo? Hai la voce di un morto che si lamenta di essere stato seppellito in troppa poca terra…»
«… scherza, scherza… è che sono disperato… mi hanno rubato la pettorina… la PETTORINA capisci?»
«Che sarà mai!!!… Figuriamoci, compratene un’altra…!!!» sbottò la cugina che, ancora eccitata per il ballo osé del Trito, stava disegnando figure oscene sulla copertina di un fascicolo processuale «quella era pure sdrucita e sfrittellata!»
«Non capisci… io devo… DEVO assolutamente RITROVARE proprio QUELLA…»
«Ah, ma certo…» tagliò corto distratta la donna che non poteva conoscere il motivo di tanta angoscia «se così stanno le cose, credo allora che solo Julius Ti possa aiutare.»
«Chi?»
«Il Cipollone, lo sai è un portento… quando fiuta la pista non la molla più. Inoltre potrà svolgere indagini anche non ufficiali… se tanto ti preme…»
«Ah! Lui!…»
Seguirono alcuni istanti di silenzio.
Ci avvantaggiamo volentieri di questa inaspettata pausa, per far sapere al Lettore che Julius Mezzapassera, Pubblico Ministero di punta e d’assalto, faceva parte di quella ristretta e selezionata schiera di inquirenti molto capaci ed appassionati del proprio mestiere che, con estrema serenità e fiducia nel prossimo, classifica le persone come appartenenti a due grandi categorie: quella dei delinquenti da perseguire e assicurare senza pietà alla Giustizia e quella delle persone oneste e perbene, che si trovano in attesa di diventare delinquenti e, quindi, da tenere sottocchio. Assai caratteristico del personaggio é quel suo paio di baffi da tricheco che costituiva, insieme agli occhi corrosivi, in costante e agitato movimento, una chiazza scura sul faccione pallido a ovulo (da qui il meritato soprannome di ‘Cipollone’), ove un’ingenerosa stempiatura (sorta sin dall’età di tre anni tanto da costringerlo a girare con una cuffietta in testa) aveva regredito la linea dei capelli a metà cranio. La sua maniera di parlare, sempre nervosa tra i denti con le labbra appena dischiuse e un po’ storte, tradiva una mal repressa esaltazione e un’impazienza che non lo abbandonavano mai.
Per far meglio comprendere il suo carattere sospettoso e diffidente, va ricordato che Julius tiene sempre occultato nel taschino della giacca, con la complicità di una sobria pochette, un microfono collegato ad un registratore che gli consente di risentire in ufficio i passi salienti dei colloqui da lui intrattenuti (anche e soprattutto con i colleghi), per poi poter decidere, con calma, se intraprendere le eventuali indagini del caso. Di questo, peraltro, ce se ne può accorgere se si fa attenzione a quell’insistente ronzio che spesso gli aleggia attorno e che bene si può avvertire quando, venendoti molto vicino, ti richiede, sorridendo sardonicamente, di ripetere quello che hai appena detto.
Sul lavoro non guarda mai in faccia le persone che interroga, bensì cammina avanti ed indietro per la stanza, occhieggiando di sbieco o con la coda dell’occhio, giusto per sorprendere l’interlocutore in qualche atteggiamento anche mimico, che possa trovarsi in qualche contraddizione con le parole pronunciate.
Nel suo ufficio, vi è persino una porta blindata che conduce ad una stanza-cassaforte, dove si dice egli conservi segretissimi dossiers, non solo sul personale amministrativo che lavora al Palazzaccio di Lamarmora (dall’ultimo commesso al primo dirigente la Segreteria centrale), ma altresì su tutti i suoi colleghi. I voluminosi plichi, arricchiti da istantanee più o meno compromettenti, oltre che di appunti autografi di cui riesce ad entrare in possesso, avrebbero un contenuto piuttosto scottante, motivo questo che potrebbe (in parte) giustificare quell’ampia autonomia di lavoro di cui gode e che è giustamente ritenuta, dai più, inusuale e sproporzionata per un Magistrato del suo modesto grado di anzianità.
Giusto per fare un esempio della sua efficienza ed organizzazione, qualche attimo dopo che il fascicolo processuale della Pamela aveva lasciato l’ufficio con i sessualgraffiti da lei tratteggiati con massima ingenuità, una fedele fotocopia della copertina stava già stampandosi nella sua stanza bunker in una specie di apparecchio tipo fax messosi automaticamente in funzione . Anche la telefonata tra Pamela e Anaspasio giaceva già trascritta, pressoché, in tempo reale, in un incartamento dal titolo emblematico de: Il mistero della pettorina scomparsa.
Quanto alla sua vita privata, si vocifera nell’ambiente fin troppo pettegolo del Tribunale, che la moglie, sfibrata nei nervi, dopo appena un paio d’ore di matrimonio e in preda ad una profonda crisi esistenziale (oltre che di identità), per far prima a mollarlo, sia uscita con valigia e lampada di mammà direttamente dalla finestra dell’ufficio riadattato per l’occasione ad appartamento coniugale. Julius, compreso per esperienza che non sarebbe stato in grado di impedire il tragico epilogo, attese, con il cronometro alla mano, l’impatto acustico sette piani più in giù (ai soli fini statistici e di studio) per poi accorrere sul corpo sfracellato e senza vita della sua (diletta?) Eginarda appena dopo l’intervento delle forze dell’ordine da lui allertate con tempestività.
Nell’occasione, con grande maestria, diresse le operazioni di rilevamento dell’incidente facendo catalogare con meticolosità i resti della povera donna. Mancò tuttavia, nella verifica finale, solo parte di un polmone della moglie (reperto che, secondo le sue dettagliate disposizioni, avrebbe dovuto prendere il n. 54/C). Un gatto sorpreso a ruminare di gusto in un vicolo limitrofo, fu arrestato quella sera stessa e sottoposto, da lui medesimo, ad un lungo ed estenuante interrogatorio. Non si sa, però, se il felino abbia vuota il sacco…
«Forse hai ragione Pam, mi rivolgerò al Cipollone, la situazione del resto è davvero molto grave…» vagheggiò Anaspasio riprendendo a stento il discorso.
«In poche battute, vedrai, Julius Ti risolverà ogni problema.»
«… sì… sì… poche… battute… risolverà…» ribatté quello, poco convinto, non essendogli mai stato Julius granché simpatico.
«… coraggio Trilly … tutto sommato è una stupidaggine…»
Pamela, però, non riuscì a terminare la frase. Il Sommo, scoppiando in un pianto torrenziale, aveva già riagganciato.
Ma il Presidente, purtroppo, non poteva neppure lontanamente immaginare che il peggio, per Lui, doveva ancora venire.
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