Cinemanch’io… SP.E.C.T.R.E.

SP.E.C.T.R.E. è il ventiquattresimo film della serie di James Bond, il quarto interpretato da Daniel Craig e il secondo diretto da Sam Mendes.

Devo dire che la saga del famoso agente doppio zero con Daniel Craig aveva fatto ben sperare per una svolta del personaggio. E con Quantum of Solace e soprattutto con Skyfall c’era anche riuscito. Bond era un po’ meno supereroe, un po’ meno prodotto fumettoso made in Marvel e (quasi) più umano, finanche raggiungibile, anche se dotato di capacità non comuni, tali da renderlo suo malgrado un protagonista.

Craig, senza inutili compiacimenti e sbavature, aveva fatto riacquistare credibilità e autorevolezza al mito iniettando nuova vita al più amato agente della letteratura di genere. Il Bond di Spectre, anche se la recitazione di Craig è sempre degna di nota (il miglior attore della pellicola) è, a mio avviso, ricaduto invece nel cliché precedente, dove James Bond è esageratamente bravo, esageratamente esuberante nel suo fascino ribelle e sorprendentemente indifferente alla legge di gravità e alle statistiche assicurative sugli infortuni.

Sono poco convincenti la bond-girl Léa Seydoux, abbastanza scialba e priva di spessore tanto da poterla dimenticare poco dopo la fine del film (di Monica Bellucci non riesco neppure a ricordarmi i fotogrammi in cui compare) e Christoph Waltz (che è stato un grande Alan Cowan in Carnage e un magnifico dott. King Schultz in Django Unchained, per citare solo due titoli) è scarsamente calato nella parte di Numero 1: è un ruolo che sicuramente non gli si addice, per le sue qualità morbide e avvolgenti, così come a Ralph Fiennes (pregevole nel duca William Cavendish in La duchessa e superbo nel conte László Almásy nel Paziente Inglese, anche qui per citare i primi due film che mi hanno impressionato) non si addice il ruolo di ‘M’, sembrando piuttosto un impiegatuccio di prima della riforma del catasto, facendo rimpiangere, nello stesso ruolo, l’insostituibile Judy Dench.

La trama poi praticamente non esiste, come la colonna sonora, del resto (i tempi di Shirley Bassey in Goldfinger sono del tutto tramontati); la fotografia (di Van Hoytema che pur ha firmato Interstellar) se si cimenta in diverse location sparse per il mondo, come da copione, (tra cui una bruttissima e irriconoscibile Austria) ricorda più i filmini dei tempi di Roger Moore (più vicini a Simon Templar che non al James Bond di Connery o Brosnan), che le scene suggestive e di ampio respiro di Skyfall.

Molto buono il ritmo della pellicola (come si conviene a un film d’azione) e alcune scene spettacolari catturano l’attenzione (come quella della lotta tra Bond e il cattivo di turno sull’elicottero a Città del Messico anche se poi anche la scena finale riguarda un mezzo analogo che viene distrutto) pur non mancando l’abusato inseguimento tra macchine superveloci e superaccessoriate.

Il film, però, tutto sommato, risulta piacevole (forse un po’ troppo lungo visto che dura 2 ore e mezzo, troppo per dover sopportare l’odore del popcorn del vicino e l’immancabile tizio che ti prende a calci lo schienale della poltrona) ed è da vedere, a dispetto delle critiche appena fatte, perché i film di James Bond sono sempre da vedere (e rivedere), come fatto di costume, prima di tutto, se non addirittura, ormai, per cultura. Ma è un passo indietro rispetto ai film precedenti.
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