Il grande chiarore

Avevo proprio bisogno di una boccata d’aria. Appena spalancai il portone il Chiarore accecante, che da qualche mese pioveva dal cielo incessantemente dall’alba al tramonto, mi costrinse ad abbassare gli occhi.
Inquinamento atmosferico, avevano detto, pulviscolo residuo del processo chimico di fissazione del benzene, dell’ossido di carbonio e di tutte quelle altre schifezze che l’uomo si ostina a produrre e che finisce sopra le nostre teste e dentro ai nostri polmoni. Avevo letto da qualche parte, che si erano già verificati casi di fotofobia o cecità improvvise, ma nessuno sembrava farci più caso. Per un po’ si erano mobilitati associazioni e lo stesso ministero. Poi ci si fece l’abitudine e non se ne parlò più. Inforcai i miei occhiali a specchio e scesi in strada per vedere se riuscivo a lasciare i miei problemi a casa. Sapevo che mi avrebbero assillato per tutto il resto della giornata e che probabilmente non mi avrebbero fatto dormire neppure quella notte, ma un tentativo di alleviare quella pena che mi portavo dietro da mesi, lo dovevo pur fare. Così, mi infilai tra la gente. Era una cosa che normalmente mi dava fastidio, ma la forzata vicinanza di tante altre persone estranee era come se mi permettesse di raschiarmi via di dosso quella angoscia indicibile che non mi mollava mai. Camminavo a passo lento, dondolando ritmicamente gambe e braccia come a cercare una mia armonia. Mi sentivo il passo leggero, forse era per quelle scarpe nuove e confortevoli che avevo deciso di comprare. Guardavo dritto avanti a me, distratto da ogni sorta di facce antipatiche e brutte che parevano venirmi incontro per poi scansarmi all’ultimo momento. Tutte persone che non avrebbero fatto davvero nulla per me, neppure se in quell’istante fossi caduto a terra in preda ad un qualche male fulminante. A nessuno importava quello pensavo o facevo. Il mio telefono del resto taceva da tempo. Da quando avevo smesso di frequentare il vecchio giro per ragioni di lavoro, le persone che conoscevo avevano pensato, chissà perché, che mi fossi trasferito all’estero, che fossi sparito, tanto da non cercarmi più. Non era bastato telefonar loro o incontrarli per convincerli che nulla in fondo era mutato; che abitavo sempre alla chiesa sconsacrata, che il mio brandy era sempre buono e la mia compagnia non peggio di tante altre. Macché. Ero stato letteralmente spazzato via dalla loro memoria. Semplicemente avevo cessato di esistere. Tant’è che ogni volta che qualcuno del gruppo m’incontrava mi chiedeva se ero finalmente tornato. E io giù di nuovo a spiegar loro che non ero mai partito e che se passavano da casa mia a citofonarmi sarei sceso per prendere la solita birra e a far due chiacchiere. So che si riuniscono al solito bar, che vanno a cena fuori, che finanche parlavano di me, di com’era stato bello stare insieme e come purtroppo i vecchi tempi non tornino mai.
E così pure quella gente che mi sfiorava lungo il marciapiede. Gente ignota, indifferente, che non mi vedeva neanche se non quel poco giusto per poter evitare di scontrarsi con me. Mi sembrava gente cupa, sbiadita, insignificante. Eppure tutti sembravano contenti, tranquilli, parlavano gesticolando, ciondolandosi nei loro vestiti sgargianti e a dir poco chiassosi, si sorridevano l’un l’altro come se non si vedessero da tanto tempo e potessero finalmente colmare i loro personali vuoti da riversare nei vuoti degli occasionali compagni di strada.
Un passante, ad un certo punto, non vedendo un barbone che, appoggiato al muro, se ne stava con le gambe distese davanti a sé è finito a terra, lungo disteso. Quando si è rialzato, ha preso ad insultare il barbone. Ha finanche preso a calci il cappello cencioso che conteneva pochi spiccioli che si sono sparpagliati per mezzo marciapiede. L’amica che era con il ragazzo, lo tirava per il maglione, mentre lui, tastandosi un ginocchio, non smetteva di inveire. Il barbone non dava alcun peso a quella scena incresciosa, come se riguardasse un altro signore in un mondo parallelo, e si mise ad accarezzare la sua cagnetta che gli scodinzolava all’altezza del busto, felice di quella attenzione.
Ho proseguito cambiando marciapiede, approfittando di un tizio che aveva rallentato la marcia della propria Brabham per salutare qualcuno. Sono sceso per la via Grande, giù fino al Bar degli Artisti. Come al solito c’era un via vai frenetico davanti alla porta del locale. Uomini ben vestiti, donne fascinose. Era sempre stato un luogo di ritrovo davvero chic, quello, e nemmeno la Grande Immigrazione lo aveva cambiato. Nonostante fosse però una gran bella giornata, quasi nessuno si era seduto ai tavolini nello spiazzo antistante lo storico bar. Colpa, penso del Chiarore, che sembrava più forte degli altri giorni. La gente si riparava come poteva stando all’aperto il meno possibile; le salette interne del locale, sempre molto graziose ed intime, costituivano il rifugio ideale per sentirsi protetti da quella curiosa minaccia. Entrai, ma più per sentire l’alito caldo delle macchine del caffè, l’odore delle paste gonfie di crema e ricotta piuttosto che per consumare qualcosa; mi attirava il vociare sommesso degli avventori, osservarli intenti a leggere il giornale o a fumarsi una sigaretta.
Una bella signora, in un tavolo d’angolo, stava fumando in modo concitato. Aveva gli occhi rivolti verso il muro, dalla parte opposta all’entrata. Mi accorsi ben presto che così facendo controllava la porta nel riflesso dello specchio. Portava infatti la sigaretta alle labbra ancora più nervosamente ogni volta che si accorgeva che qualcuno faceva ingresso nel locale. Davanti a sé, sulla tovaglia di broccato finissimo, un bicchiere lucente con un liquido biondo mandava tenui bagliori. I folti boccoli d’un rosso ramato le incorniciavano il viso triste, dolce, che rivelava un desiderio prorompente di piangere sotto le lunga ciglia.
Me ne ritornai in strada. Si era alzato un vento fastidioso che prendeva a far volare le mille carte buttate dai turisti. Le faceva mulinare in gorghi d’aria schiacciandole contro i palazzi o il monumento al Gattamelata.
Giunsi all’altezza della mia libreria preferita. Di là del muretto di contenimento mi immaginavo lo scorrere del fiume che a quell’ora del pomeriggio sembrava calzare la sua veste migliore a nascondere, anche all’occhio più attento, il fondo ciotoloso e grigio di melma.
Mi ricordai che era davvero molto che non leggevo più. Il lavoro, la cieca routine, la noia strabordante delle mie giornate, mi avevano distratto dalla mia antica passione che mi aveva accompagnato sin da quando ero un ragazzo. Mi ricordavo ancora del primo libro che mi aveva regalato mio padre a chissà quale compleanno. A quel tempo mi parve un dispetto. Volevo il meccano. Avevo sempre desiderato costruire un’enorme gru con il meccano. Invece mio padre quel giorno, fiero di quel regalo, mi allungò un pacchetto infiocchettato che si capiva subito che non era quello che volevo io. Lì per lì ci rimasi male, ma poi un po’ per le illustrazioni, un po’ per la trama avvincente, mi ero fatto trasportare da quella lettura e di libro in libro non avevo più smesso. O quasi. Già altre volte la lettura mi aveva aiutato a uscire da periodi difficili e dopotutto il miracolo poteva accadere di nuovo.
Con questo pensiero promettente varcai la soglia. Ma mi resi subito conto che qualcosa non quadrava. Pensai che la mia splendida libreria avesse chiuso i battenti o li stesse per chiudere. Non c’erano più bancali, né libri. Solo delle stanze disadorne. La moquette pulitissima, le pareti candide. I commessi di sempre andavano e venivano per l’atrio luminoso chi portando un foglio, chi parlando con un cliente, chi passando indaffarato da una stanza all’altra. Ma niente più libri, neppure un paperback o un opuscolo. Mi aggirai come un naufrago tra le pareti disadorne, come se mi potessero spiegare cosa fosse mai successo. Provavo un senso di perdita irreparabile e lancinante.
«Posso esserle utile in qualcosa?»
Mi girai di scatto, quasi impaurito verso quella voce che sembrava provenire da dentro di me.
«Cercava qualcosa in particolare?». Insistette.
«I libri» dissi io appellandomi all’evidenza della desolazione attorno a me.
«Libri, quali libri?» fece il commesso incredulo a quella domanda.
«Come quali libri? Quelli che si sono sempre venduti qui…»
«Ah! Quei libri» disse meravigliato buttando l’accento sul ‘quei’. «Erano belli vero?» Poi senza darmi la possibilità di rispondere continuò «probabilmente lei é uno straniero o viene da molto lontano…»
«Ma io, veramente…» cercai di obbiettare.
«Sono dieci anni, che nessuno stampa più nulla… mio caro signore, anzi undici e mezzo per l’esattezza. Eh… che dire! Non c’è più mercato, i costi sono lievitati in modo esorbitante, sono diventati insostenibili per qualunque impresa anche la più solida. Ormai il settore dell’intrattenimento è stato colonizzato dagli ologames, i giochi in ologramma che lei senz’altro conoscerà…»
«E tutti quei libri che erano qui?»
«Quelli? Sono al Museo nazionale!»
Mi suonavano impossibili quelle parole. E ancor di più inaccettabili. Come avevo fatto a non accorgermene? Anch’io come tutti gli altri avevo smesso lentamente di leggere fino a smettere del tutto? Si, è vero, da qualche tempo, forse avevo passato più ore del normale davanti al nuovo decoder multibanda, ma non mi era parso che la mia vita avesse preso una svolta così radicale e diversa dal passato.
«Ma allora» dissi io prendendo coraggio «tutto questo personale che ci sta a fare?»
Il commesso non rispose subito. Sorrise e si guardò ridendo la punta delle scarpe.
«Questo che vede attorno a lei, caro signore, non sono commessi. Sono guardie giurate…»
«Ah!» feci io fingendo di aver capito.
«Ed è per far la guardia al nosto tesoro, ovviamente» e indicò una sala alla sua sinistra, in fondo, parzialmente illuminata. Senza dire nient’altro, mi diressi verso quel fascio di luce. Dovevo capire. Pian piano mi avvicinai sino a scorgere che la luce in realtà proveniva dall’alto e di lato cerchiando, in un cono giallo e polveroso, un leggio. Giunsi sulla soglia. Il cuore mi batteva forte. Non so perché, ma ero emozionato, come se dovessi scoprire, chissà quale verità. La stanza era, per il resto, completamente vuota, benché le pareti fossero di raso rosso e il leggio se ne uscisse come sbocciato da un basamento di velluto blu. Sul leggio un libro. Aperto. Con tanto di segnalibro che seguiva l’intercapedine tra le due pagine a penzolare a coda di rondine verso il pavimento.
Poco distante un cartello diceva:
«Questo esemplare è l’ultimo libro ad essere stato stampato in tutto il Paese. Prima di chiudere i battenti, la premiata Casa Editrice De Piscopi ha dato alle stampe la miglior opera collettanea del secolo che raccoglie il contributo dei più prestigiosi intellettuali che hanno voluto così testimoniare con la loro alta prosa la fine di un mezzo di comunicazione che pur aveva dato buoni e validi frutti nelle epoche precedenti; questi sommi artisti hanno cercato di spiegare ai posteri il perché questo fosse, appunto, l’ultimo libro. L’opera rappresenta la summa di tutta la cultura contemporanea e precedente, un epitome magistrale, la quintessenza del sapere universale.»
«È disponibile anche su supporto PCX 9000 con guida audiometrica digitalbase; lo può ritirare, con uno sconto promozionale, alla cassa.» Quasi mi soffiò sul collo il commesso/guardia.
«Sì, immagino». Risposi io comprensivo.
Ero preso, invece, da un terribile sconforto.
«Una selezione delle pagine migliori, in questa edizione, sono state eccezionalmente lette in pentafonia da Fabio Manzi e Adele Fabbri…»
So che aspettava da me un cenno di sorpresa per una simile preziosità. Ma non ebbi neppure la forza di rispondere. Mi girai semplicemente su me stesso e mi avviai alla porta.
Lungo il tragitto che mi separava dall’uscita fui colto da pensieri cupi, indefinibili e inafferrabili. Ebbi come un rapido flash di colori densi e palpabili. Una malinconia montante mi pervase lo stomaco strizzandolo in uno spasmo doloroso. Avevo una voglia incontrollabile di uscire da me, di mettermi a volare sopra il mondo, di fuggire, di correre via abbandonando tutto e tutti. Desideravo fortemente in quell’istante di smettere di lottare per chiudere una volta per tutte, sopra di me, la volta della vita.
Avevo provato qualcosa di simile quando mi avevano telefonato quella mattina di primavera e una voce atona e burocratica mi avvertiva che mia sorella era morta.
Mi fermai. La porta a vetri si aprì automaticamente. Mi investì il Chiarore potente che mi ferì gli occhi e mi fece addirittura mancare l’aria nei polmoni. Con un movimento rapido, quasi istintivo, mi aggiustai sul naso i miei occhiali utraleggeri. Ne provai conforto. Ma capii che l’esser uscito di casa, alla fin fine, non avrebbe giovato per nulla alla mia depressione.
Stringendomi il bavero della giacca per ripararmi da un improvviso brivido di freddo, mi riconfusi tra la folla. Come se fosse stato, quello, un giorno qualunque.

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