L’eccellenza e il suo perché

L’eccellenza ha un suo perché. Faccio riferimento all’abilità dell’uomo nel fare qualcosa e che non ha eguali o che raggiunge un grado così elevato di fattura da meritare l’ammirazione di tutti.

L’eccellenza si impone infatti di per sé, a prescindere da ciò che in concreto si fa e dall’interesse che per quella stessa attività può avere chi la osserva. Un artigiano può saper costruire un oggetto che non vorremmo mai a casa nostra ma che nonostante ciò evidenzia ai nostri occhi una sua grandezza; uno sportivo alle Olimpiadi può dimostrare di essere l’unico al mondo ad avere quella data abilità in una disciplina che mai e poi mai praticheremmo, eppure siamo lì ad ammirarlo per la sua bravura.

L’eccellenza ha un suo fascino trasversale, misto a stupore e meraviglia per quel che rappresenta e significa; è la massima espressione di una capacità umana che, in quanto tale, ci è così vicina ma nel contempo è altrettanto lontana, sicché il gesto è estremo, iconico, emblematico, al di là di ciò che giudichiamo normale, finanche di quel che riteniamo possibile, tanto da apparire inarrivabile, oggettivo, definitivo nella sua bellezza e plasticità.

Ed è allora un piacere osservare il grande centometrista o il tennista funambolo che colpisce la pallina facendosi beffe della forza di gravità, così è un godimento leggere ciò che scriveva e diceva il grande scienziato o lo scrittore o il pittore o ascoltare a distanza di secoli il musicista che ha saputo abitare e muoversi in mondi che solo lui ha visto o sentito, artisti che ci hanno permesso di intravvedere tali dimensioni irraggiungibili attraverso le emozioni fortissime che ci hanno saputo trasmettere.

Ma l’eccellenza non è solo dei grandi è anche della gente cosiddetta comune. Di quella che ha saputo interpretare la propria esistenza al massimo livello con il proprio esempio e la propria dedizione.

Mi viene in mente un libriccino di Mark Sanborn, Il fattore Fred, che ho letto alcuni anni fa; racconta di un postino, realmente esistito, che si è imposto all’attenzione di chi lo conosceva per la sua capacità eccezionale di svolgere al meglio il proprio lavoro apparentemente monotono, senza un vantaggio concreto immediato che non sia stata la soddisfazione di trarre soddisfazione (il gioco di parole è qui voluto) da ciò che faceva tutti i giorni. Far così bene qualcosa, da essere insomma il migliore, come Fred, può essere sufficiente e diventare persino una ragione di vita.

Perché, dice tra l’altro il libro che raccomando per quello che insegna, ognuno può fare la differenza, reinventando continuamente la propria vita in modo positivo e ognuno, soprattutto, può dare il massimo in quello che fa ed essere straordinario nella sua ordinarietà.

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