La quarta parete – Dietro al racconto

L’idea per il racconto ‘La quarta parete‘ mi è venuta l’altro giorno mentre, tornando in macchina a Poggiobrusco, ascoltavo su Rai Uno una trasmissione interessante, Beat Connection, proprio su questo argomento.

Come si sa la ‘quarta parete’ o ‘quarto muro’ è la separazione fittizia che divide lo spettatore dalla rappresentazione scenica, sia essa un film, sia essa la trama di un libro o una pièce teatrale. È, in altri termini, una divisione fittizia su cui si basa tutta la rappresentazione drammaturgica in sé senza la quale la stessa non esisterebbe o non sarebbe possibile.

L’attore/protagonista sa, in altre parole, che dietro a quel muro che la convenzione innalza c’è il pubblico, ma recita o agisce ugualmente come se non ci fosse; il pubblico, dal suo canto, sa che assiste a una rappresentazione scenica della realtà ma, allo stesso istante, si immerge nella finzione della rappresentazione (è il ‘patto’ con l’Autore) come se la separazione ci fosse ma gli permettesse di ‘spiare’, non visto, quel mondo di cui non fa parte e che ha il privilegio di vedere e di vivere. Senza quello scrimine immaginario avremmo un film non proiettato, un libro non aperto, una platea vuota. Esisterebbe l’opera, certo, ma non la sua fruizione, non la sua replicazione, che sono poi le ragioni forse più importanti per le quali è stata creata.

Anche la frattura di questo concetto (la cosiddetta ‘rottura della quarta parete‘), grazie al quale la rappresentazione attraverso il suoi attori ‘buca’ la finzione sicché il pubblico irrompe nella finzione mentre la rappresentazione scenica diventa, a sua volta, realtà (in letteratura e nel cinema gli esempi si sprecano, si pensi anche solo a Pirandello, nei ‘Sei personaggi in cerca di autore‘, o, tra i tanti film, a ‘Frankestein Junior’) è la riprova della esistenza di questo diaframma impalpabile che, in quanto fittizio, può essere solo eliminato nel contingente ma mai abolito, pena la cessazione della finzione e il dissolvimento della illusione.

Il passo ulteriore per arrivare al racconto, date queste premesse, è stato allora assai breve perché tenta di rispondere a questa semplice domanda: che succederebbe se al posto della rappresentazione scenica ci fosse la Vita e al di là della quarta parete un pubblico vero proprio o, addirittura fittizio? E, spingendosi anche più là, ad aver tempo di indagare questa materia: possono gli attori della rappresentazione diventare, a un certo punto, essi stessi il pubblico e il pubblico l’attore della finzione?
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