Una curva pericolosa

curva«Cosa avresti in mente di fare, Banco, con quel tuo insignificante apparecchietto?» Il prof. Li Calzi stava osservando il ragazzo, da sotto il sopracciglio sinistro arcuato a capanna, con entrambe la mani sui fianchi a mo’ di anfora etrusca. «Mi sembra che tu oggi non stia combinando proprio un bel niente!» Banco odiava quelle esercitazioni di laboratorio nella sua scuola, dove ognuno doveva portare una propria invenzione funzionante. L’apparecchietto, come lo chiamava il professore di applicazioni tecniche, era (o sarebbe dovuto essere) un invertitore di onde convettive: all’interno della campana di vetro, alla quale l’aveva collegato, avrebbe dovuto, secondo le sue intenzioni, immobilizzare in volo la mosca anch’essa dentro la campana. Il dispositivo era stato infatti studiato per vincere la forza di gravità degli oggetti, creando uno stallo magnetico che di fatto bloccava l’insetto per aria paralizzandolo. In realtà la mosca ronzava arrabbiatissima perché non le riusciva di sfuggire a quella prigione trasparente, insensibile a qualsivoglia onda elettromagnetica. «A me sembra un completo fallimento!» insistette Li Calzi, cui piaceva infierire sui ragazzi quando si trovavano in difficoltà.
«Secondo i miei calcoli, invece, avrebbe dovuto funzionare benissimo!» si scusò il ragazzo dando manate al vetro per far partire l’invertitore. «Proprio non capisco». Con i suoi occhi blu da bambino spaurito, il ragazzo cercava nel profondo dell’animo di quel professore un briciolo di umanità: ma non lo vedeva.
I compagni di classe, che non aspettavano altro per dare addosso a Banco, scoppiarono a ridere cominciando a prenderlo in giro. «Prova con la carta moschicida» gli urlò Tello Binetti, quello che più di tutti gli altri, non sopportava la faccia da bravo ragazzo di Banco. «Oppure con il flit che li ammazzastecchiti» fece un altro dal fondo dell’aula, sganasciandosi dalle risate prima ancora di aver terminato la battuta.
«Banco scalda il banco, Banco scalda il banco» cantilenarono due o tre compagni in un coro spontaneo ben collaudato e provato più volte. L’ilarità era ormai generale e irrefrenabile. Il professore fece molta fatica a riportare l’ordine ed il silenzio nel laboratorio, cosa che lo fece infuriare ancor di più. Anche Banco sentiva la rabbia montargli in corpo, tanto che gli sembrava di avere le orecchie in fiamme. Se le toccò persino, per sincerarsi che non fossero già bruciate. Con un gesto di stizza rovesciò la campana di vetro da un lato per far volar via la mosca e, buttato l’invertitore in fondo alla tasca, se ne uscì dall’aula senza guardare in faccia nessuno. La campanella di fine ora e di fine giornata (ma anche di fine settimana visto che era un sabato), gli permise di allontanarsi di lì a sfogare sulla bicicletta tutto il suo nervosismo. ‘Eppure ero sicuro del fatto mio’, pensò il ragazzo pedalando come si trovasse sul rettilineo finale a due passi da un ambito traguardo, ‘il microchip che avevo installato era stato programmato a dovere, a prova di errore. Sia lo schema elettrico che quello elettronico li avevo provati più volte. Quanto sono odiosi quelli della mia classe!’ rimuginò ancora, ‘non mi hanno mai accettato come uno di loro, mi vedono sempre come un forestiero’. Ma di peggio c’era che neppure i professori l’avevano preso in simpatia. Anzi, appena potevano gli facevano pesare i suoi errori, mettendolo in imbarazzo davanti a tutti. Li Calzi era uno dei peggiori, ma anche quella di matematica e fisica, con quell’aria da prugna secca, era insopportabile. Il liceo, forse perché quello era il primo anno o forse anche perché si era da poco trasferito a Lughi, si stava rivelando più duro del previsto: avere quattordici anni a volte poteva sembrare una sfida insostenibile. E poi ci si metteva pure quel suo nome strambo: Banco, come se non avesse già abbastanza problemi. Non era colpa sua, del resto, se il padre, quando nacque, gli aveva imposto il nome di un gruppo pop che allora andava per la maggiore. ‘Era una band eccellente, figlio mio, ricordatelo’ si sentiva spesso dire dal papà alle sue ripetute quanto inutili rimostranze ‘devi andarne fiero.’ ‘Andarne fiero?’ si domandava Banco ‘E come no? Chissà cosa avrebbe pensato lui se il nonno l’avesse battezzato Mascagni o Brahms?’ Peraltro a quella logica non era sfuggita neppure la sorella gemella, Tessa, che portava il titolo di un romanzo che la mamma in quel periodo leggeva e rileggeva più volte. Eh sì. Per il ragazzo era stato un trauma sradicarsi da Collefili. Là aveva lasciato amici sinceri e di lunga data con cui aveva diviso avventure e passioni. Ma il padre aveva ottenuto un posto come magistrato al Tribunale di Lughi e alla famiglia non era restata altra scelta se non seguirlo nel nuovo incarico. Anche la mamma, che insegnava lingua inglese da diversi anni, aveva avuto difficoltà ad inserirsi nel nuovo ambiente di lavoro, ma alla fine era riuscita a farsi assegnare una cattedra alla scuola media di Castelmoreno. Ed era in giornate così ‘storte’ che a Banco veniva in mente con nostalgia quando si ritrovava a Cappamela, nell’ampia cantina di Angelo con Bepi e Rainer. Lì sotto, avevano creato una sorta di rifugio dove avevano istallato computer e consolle per videogame, ma anche un piccolo frigorifero per tenere al fresco le bibite, una consistente libreria di gialli e fumetti e comode poltrone su cui rilassarsi e chiacchierare di un po’ di tutto. Certo, ogni tanto davano anche delle festicciole, ma quello era soprattutto un luogo che apparteneva solo a loro, dove potevano parlare liberamente dei loro pensieri, delle loro aspirazioni, dell’ultimo software uscito sul mercato, di Internet, di film e di musica.
Banco, senza neppure rallentare, superò il bivio che avrebbe condotto a casa sua e si spinse oltre il Ponte dei Gelsi. Non aveva voglia di andare subito a casa: doveva trovare il modo di smaltire il cattivo umore. Gettò uno sguardo alle sue spalle, verso Lughi, come se avesse voluto ottenere il consenso dal paese per quella deviazione non necessaria. Da quel punto di osservazione, leggermente in salita, si poteva vedere bene la sua scuola. Un edificio tozzo, a due piani, che tradiva la vecchia destinazione a caserma dei pompieri. Quando avevano deciso di costruire la caserma nuova in collina, avevano pensato di sfruttare l’immobile lasciato libero per trasferirvi il liceo Poggi Perti allora alloggiato in un edificio angusto e fatiscente. Nel più ampio spazio a disposizione era stata ricava un’ala apposita per la palestra e, purtroppo, pure per il laboratorio di chimica e di applicazioni tecniche. Sulla sua destra, il campanile della chiesa di San Properzio svettava altero come per far sapere a tutti che c’era anche lui. Le campane bronzee rimandavano bagliori innaturali a trafiggere sbuffi di nuvole senza consistenza. ‘Dopo tutto non è male come panorama’ pensò Banco che si sentiva come sollevato a quella vista. La luce primaverile rimbalzava sui tetti di ardesia mettendo ancora più in risalto le facciate a graticcio delle case. Sembrava che un sapiente urbanista le avesse adagiate, con cura, una per una, in quella valle dai contorni morbidi e delicati, come in un presepe. Si poteva contare un numero infinito di sfumature di verde nei campi, da quello brillante degli ulivi a quello cupo dei lecci, mentre i profumi degli asfodeli e delle ginestre saturavano l’aria. Non c’era un refolo di vento e invece di dirigersi verso casa, Banco decise per andare a trovare Canio. Faceva un caldo insopportabile su quella strada benché fosse solo marzo: sudava tantissimo, come non ricordava mai di aver fatto. Forse il suo nuovo amico, gli avrebbe offerto un po’ di quel suo succo d’uva fresca che tanto gli piaceva. Arrivato agli orti, che Canio faceva andare a coltura, il giovane si accorse però che lui non c’era. Lo conosceva per un lavoratore instancabile e non vederlo nei campi o nella serra delle primizie lo preoccupò. ‘Forse è nella vigna’, pensò; e dopo aver fatto il giro del capanno degli attrezzi, lo vide lì, seduto su di un ceppo, a osservare i suoi filari tutti perfetti e tutti uguali che sembravano usciti da una fotocopiatrice. Il suo amico era voltato e sembrava un po’ ingobbito. Visto così, mostrava molto di più dei suoi cinquant’anni. Banco lo aveva conosciuto una domenica, al mercatino nella piazza principale del paese, dove Canio vendeva primizie di stagione. Anche se c’era una notevole differenza di età tra loro, i due si erano fatti subito simpatia e avevano preso a frequentarsi.
«O Canio, cosa fai lì?» gli dette una voce il ragazzo appoggiando la bici a un carro carico di legna.
«Ciao Banco… che faccio? Mi riposo».
«Ti riposi? Proprio tu?» Canio, sorrise. Poi abbracciando Banco, cui voleva bene come fosse stato suo figlio, gli confessò: «È che oggi non mi sento affatto bene… non so come spiegarti, è come se avessi una bolla d’aria dentro lo stomaco che si dilata, si dilata sempre più. Poi mi gira la testa, a tal punto che non riesco neppure a stare in piedi».
«Magari sei solo stanco».
«Magari sono solo vecchio…» sospirò l’uomo con un sorriso amaro.
«Non dire così» fece Banco che istintivamente avrebbe voluto fargli una carezza; si limitò a dargli un pugnetto sulla spalla.
«E poi questa siccità mi sta mangiando tutto il raccolto» continuò lui passandosi sulla faccia la sua mano larga e rugosa. Il terreno era spaccato in più punti e i grappoli d’uva sui pampini erano stenti e di piccole dimensioni. «E non so se hai notato questo silenzio…» mormorò in modo solenne.
«Sì, è vero» fece il ragazzo tendendo l’orecchio. «Come mai?»
«E che non ci sono più uccelli in cielo: non volano e non cinguettano. Non si sa neppure dove si siano cacciati. C’è davvero qualcosa di anormale nell’aria. È come se l’Universo stesse trattenendo il respiro». Quella frase colpì Banco perché gli suonò come un presagio di sventure.
In quello stesso istante arrivò una macchina a forte velocità che quasi entrò nella vigna.
«Me li hai preparati i pomodori e i cetrioli, Canio?» sbottò l’uomo al volante abbassando il finestrino.
«Sì, certo» fece lui mettendosi di colpo in piedi come se un granchio lo avesse pizzicato sul sedere «te li vado a prendere subito». Quando poi il contadino tornò indietro dalla serra con la cesta tra le mani profumata di pomodori, il signore distinto disse:
«Hai sentito dell’incidente, là al curvone della strada per Pievàni?»
«No, che è successo?»
«Sembra che una macchina sia finita fuori strada e che ci sia scappato il morto. Dicono che a guidare fosse una donna».
«Lo vado sempre ripetendo io» fece Canio grattandosi i pochi capelli che aveva in testa. «Quello è un punto pericolosissimo: venendo giù in discesa verso Lughi, quella curva ti spedisce dritto nei campi se non stai attento». Banco, non stava più nella pelle. La curiosità in questi casi di saper di più era un impulso irresistibile. Doveva andare, doveva assolutamente andare a vedere. Salutò Canio, in fretta, promettendogli che sarebbe passato nel pomeriggio per sapere come stava. Poi si diresse con la bicicletta in gran velocità verso il curvone del casale Badiassi, pochi chilometri prima di Pievàni. Se non aveva capito male, era là che era successo il fatto.
Arrivato sul posto, c’erano diversi poliziotti che prendevano le misure, scattavano foto e posizionavano, un po’ qua e un po’ là, degli strani cartellini con le lettere dell’alfabeto. L’ambulanza doveva essere comunque già arrivata e ripartita perché non c’era più nessuno all’interno della macchina incidentata. Banco aspettò che se ne fossero andati via tutti. Poi, superando la fascia di plastica lasciata dalla polizia a protezione del luogo, scese nel dirupo dove la vettura si era fermata contro un grosso ulivo secolare. Era ridotta piuttosto male. Si era accartocciata sul davanti e il parabrezza, come i vetri laterali, era in frantumi. Le tracce di sbandamento e la direzione del veicolo facevano ben capire che la donna non era venuta in discesa da Pievàni come si pensava, ma andava in salita proveniente da Lughi: dunque difficilmente poteva essere uscita fuori strada per aver perso il controllo del mezzo. Decise di fare un giro di ispezione, stando per ben attento a non scivolare di sotto. Aveva quasi completato la manovra di aggiramento della vettura quando il ragazzo vide sulla portiera, all’altezza del guidatore, il foro di entrata di un proiettile. Ci entrava quasi tutto il suo mignolo, tanto era grosso il buco. ‘Allora si era è trattato di un omicidio’, pensò Banco appassionandosi alla questione. Si voltò attorno pensando alla direzione che poteva avere avuto la macchina al momento del colpo. ‘Chi ha sparato doveva essersi appostato probabilmente lassù, dietro a quella specie di colonna’ riferendosi al cippo eretto a ricordo del martirio dei partigiani uccisi nell’ultima guerra. La visibilità sul rettilineo, prima del curvone, era ottima. Un buon tiratore non poteva sbagliare anche perché la vittima, essendo il tratto in salita e poco prima di un tornante, procedeva probabilmente a bassa velocità. Si spostò un poco per ricostruire meglio il fatto, basandosi sulle tracce lasciate sull’asfalto e sul ciglio della strada. Nel muoversi a piccoli tratti, urtò con il piede qualcosa che era nascosta nell’erba alta. Si abbassò: era una sveglia coloratissima: di quelle che si vendono nei negozi di giocattoli per bambini. Era troppo bella per lasciarla lì e la raccolse. ‘È strano’, pensò, ‘trovare un simile oggetto in un posto come questo. Forse è caduta dalla macchina durante il violento urto’. Notò peraltro che la sveglia era imbrattata di polvere bianca e un pezzetto di cartoncino sottile e bianco si era incastrato nella suoneria. La ripulì riponendola poi nello zainetto. Stava per ritornare alla sua bicicletta quando a un certo punto sentì dei rumori provenire da dietro ai cespugli al limitare del bosco. Alcuni uccelli scapparono via alla rinfusa. Banco istintivamente cominciò ad indietreggiare senza però voler fuggire. Gli batteva forte il cuore avvertendo un pericolo imminente. Decise di raccogliere un bastone che alzò in direzione del punto da cui proveniva il rumore. Ora il fruscio era anche più a destra e sentiva pure un ringhio sordo. Le sue mascelle si serrarono fino a scricchiolare. Dopo poco, dalla penombra del sottobosco, uscirono due occhi gialli e cattivi di un animale dal pelo grigio e arruffato: era un grosso lupo; accanto a lui ce n’era un altro, di minori dimensioni, ma dall’aria, se fosse stato possibile, anche più malvagia. Avevano entrambi la lingua a penzoloni, lasciando intravedere canini adunchi e ben affilati. Banco arretrò ancora senza mai perdere di vista le due bestie, fino a quando non urtò con la schiena la macchina incastrata nell’ulivo che ondeggiò vistosamente. Era stupito di fare un simile incontro, così vicino al paese poi, e in pieno giorno. I due animali continuarono ad avanzare per poi fermarsi a pochi metri da lui: avevano abbassato la testa, ma continuavano a fissarlo intensamente. Sentivano un odore che non gli piaceva e ringhiavano per paura, non sapendo se attaccare o meno. Banco si guardò le mani. Quella sostanza bianca, qualunque cosa fosse, aveva il potere di spaventare i due lupi. Poi le due bestie si acquattarono sulle zampe come se volessero fare un balzo sulla loro preda e invece, rapidamente, trasformarono le zampe posteriori in scarpe e gambe e quelle anteriori in mani e braccia. Le due bestie si erano trasformati in due individui dall’aspetto torvo: uno era alto con i capelli biondi e gli occhi piccoli e azzurri, l’altro era tarchiato con le basette e i capelli brizzolati e lunghi.
«Dammi quella cosa, per favore!» ammonì subito quello alto senza quasi muovere le labbra.
«Di quale cosa sta parlando?» fece Banco con gli occhi sgranati.
«Lo sai benissimo, lo hai appena raccolto da terra».
«Ma cosa se ne possono fare di una sveglia per bambini due giuggioloni come voi?» sputò via il giovane con quella sua solita espressione impertinente. Il tipo alto reclinò da una parte la testa e fece schioccare le vertebre del collo. Sembrava avesse spezzato un mazzo di bambù.
«Tu non pensarci… è affar nostro. Non voglio farti del male… dammelo senza discutere». Il tono si era fatto perentorio ed aveva tutta l’aria di un ultimatum. Vedendo che il ragazzo non aveva intenzione di ubbidire, il tizio si girò verso l’altro e gli fece segno di intervenire. L’uomo tarchiato si portò entrambe le mani alla testa nel gesto di assestare i capelli che gli correvano giù per le spalle; poi, infilata la mano sotto la giacca, estrasse una grossa pistola che puntò contro Banco. In quello stesso istante ci fu un forte stridio di gomme. Qualche macchina proveniente da Pievàni aveva abbordato la curva con troppa velocità e aveva fatto fatica ad affrontarla. Il rumore dei freni fu così intenso che sia il ragazzo che i due uomini temettero per un attimo che il conducente non ce l’avrebbe fatta a girare e sarebbe finito nella scarpata là dove erano si trovavano loro. Nel preciso attimo in cui gli balenò questa idea, Banco ebbe anche la prontezza di riflessi di approfittare della distrazione dei due uomini. Disfattosi del bastone, con un paio di balzi fu sopra la bicicletta lasciata poco distante, prendendo a pedalare con forza. Appena si girò per accertarsi cosa stessero facendo i due uomini vide che si erano nuovamente trasformati in lupi e che lo stavano inseguendo a gran galoppo. ‘La situazione si mette male’ pensò Banco dandosi da fare sui pedali, ‘i lupi mi possono raggiungere come vogliono anche se sono in bicicletta’. Decise allora di non portarsi sulla strada, ma di tagliare per il bosco anche perché la sua mountain bike glielo avrebbe permesso. Volò giù per la discesa a velocità elevata. Un paio di volte rischiò pure di scivolare sul muschio e di inciampare sulle radici affioranti dalla terra, ma rimase sempre in sella. Anche i rami bassi delle querce erano pericolosi, tant’è che uno di essi gli levò senza tanti complimenti il cappello, che subito le due bestie, una volta afferratolo al volo, presero a morderlo e a sbranarlo. Banco, per quanto pedalasse con tutte le sue energie — e il suo fisico robusto e atletico gli permetteva un’andatura di tutto rispetto – non riusciva a distanziare i suoi inseguitori. Erano sempre lì, non mollavano: li vedeva, anche in lontananza, dallo specchietto della bicicletta. Avevano la bocca spalancata e correvano così velocemente che sembravano rimbalzare sul terreno. Non perdevano neppure tempo a trovare le impronte della bici anche quando Banco svoltava rapidamente in un’altra direzione: seguivano il suo odore. Il ragazzo tirò avanti, sempre più preoccupato: disperava di potersi salvare. Poi, dietro ad un alto cespuglio di lamponi vide, nella piana che gli si aprì di fronte, una fattoria e, accanto a questa, un grosso fienile. Non ci pensò due volte: si catapultò accucciandosi sul manubrio per offrire minor resistenza all’aria. Non si fermò neppure quando fu in vista dell’abitazione e pedalò a tutta velocità direttamente contro i cumuli di fieno. Ci ruzzolò dentro e, neanche avesse provato più volte la scena, si infilò nel fieno con rapidità, nascondendo anche la bicicletta. Di lì a pochi secondi, arrivarono ringhiando anche i due lupi che, naso a terra, stavano ancora seguendo l’odore del ragazzo. Entrarono nell’aia spediti, senza perdere né tempo ed erano ormai a pochi metri dal fienile quando uscì di casa il contadino. Caricò con un gesto secco la doppietta per poi svuotarla subito dopo tra le zampe delle due bestie. Uscì anche un giovane, forse il figlio: aveva un fucile automatico. Esplose entrambi i colpi in direzione dei lupi per dar modo al padre di ricaricare. Il secondo colpo del giovane andò a segno tanto che il ragazzo urlò di gioia per aver fatto centro. Il lupo grosso era stato infatti preso ad una spalla: un brandello di carne e di peli era volato lontano tra l’erba. Ma l’animale non cadde: rimase immobile, ringhiando e sbavando un liquido scuro e pastoso. Per un attimo nella pianura ci fu un silenzio che si sarebbe detto solido, tanto era innaturale. I contadini cercarono di capire quale fosse l’intenzione dei due lupi rimasti immobili a fissare, gli occhi iniettati di sangue, il fienile dove era nascosta la loro preda; poi i due contadini ruppero gli indugi alzando di nuovo le armi e prendendo la mira. I due animali valutarono il pericolo e le conseguenze della loro eventuale rinuncia a catturare il ragazzo, quindi si girarono contemporaneamente, come se si fossero dati un ordine preciso e ripresero veloci la via del bosco.
Banco aspettò che i due contadini rientrassero, e poi, con una buona razione di lividi in tutto il corpo e di paura, finalmente tornò a casa.
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