Le olimpiadi negate

Sto cercando di immaginarmi cosa succederebbe se davvero venissero boicottate le Olimpiadi di Pechino. Non nel senso che non ci andasse questo o quello Stato, ma che non partecipasse proprio nessuno. Il giorno dell’inaugurazione, tra le strutture avveniristiche, ci sarebbero solo cinesi stupefatti a chiedersi cosa mai può essere successo visto che, per ragion di stato, i dirigenti sicuramente riuscirebbero a non far trapelare la notizia. O forse riuscirebbero a dare la colpa anche di questo al Dalai Lama visto che è già colpa sua il buco nell’ozono, la mancanza di acqua sulla luna e il fatto che non ci siano più le mezze stagioni. Sta di fatto che una pletora sterminata di bambini dagli occhi a mandorla terrebbe in mano bandierine senza sventolarle, miliardi di palloncini già gonfiati rimarrebbero a terra insieme a colombe incredule ed airbus per turisti vuoti e a motori spenti: la gente se ne starebbe ammutolita a scrutare l’orizzonte, come tanti capitan Drogo, nella vana attesa di qualcuno. Una lezione magistrale, tardiva, sì, ma di una forza dirompente. Al diavolo gli accordi commerciali, le intese diplomatiche, le strette di mano nell’ombra. Non si bastonano i monaci, soprattutto se sono tibetani e se usano le preghiere come arma di lotta. Le Olimpiadi sono un momento di pace, di fratellanza. Che rimangano soli, i cinesi, a meditare sull’isolamento morale. Sul fatto che il rispetto della vita non è un mero ‘fatto interno al loro Paese’; poi, dopo, si torni pure a litigare, come prima.

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