La leggerezza del vivere

goldfinchL’altra mattina, uscendo dalla porta sul retro che dà sul bosco, ho trovato, ai piedi della scala, un uccellino verde-grigio, forse un cardellino o un lucherino, accovacciato, nell’angolo del muretto. Era tutto arruffato, il capo incassato nel collo, l’occhio sbarrato. E quando succede che un uccello libero in natura, non scappa appena ti vede, vuol dire che ha dei seri problemi.

Così mi sono avvicinato per capire cosa fosse successo. Lui ha cercato subito di spostarsi di qualche centimetro, senza troppa convinzione, pedonando appena. Era un uccellino pienamente formato, senza danni apparenti alle ali o alle zampe. E non era un piccolo caduto dal nido o fatto cadere dalla madre per un surplus di nascite perché in quel punto non vi sono alberi. Dopo un po’, consapevole che non c’era granché da fare nell’immediato, ho deciso di andarmene, per lasciarlo in pace; magari, mi ripetevo, sarebbe andato via, prima o poi.

Ma poi, invece, pensando a quanti gatti girano attorno casa perennemente affamati, sono tornato ad accertarmi che fosse ancora lì. E quando mi ha visto, questa volta, il povero pennuto non ha accennato a nessun tentativo di fuga. Sembrava aver accettato la sua fine, come una scelta ineluttabile. Sapevo che, prendendolo in mano, l’avrei condannato a non essere più eventualmente aiutato dai suoi consimili, lasciandogli inevitabilmente addosso il mio odore da ‘umano’, ammesso che avrebbero potuto davvero fare qualcosa per lui. Il rischio che però i miei amici pelosi arrivassero prima di tutti era comunque molto alto. Presi ancora del tempo per riflettere.

Trascorsa un’altra ora, vedendo che non vi erano miglioramenti (il cardellino infatti era sempre nella sua improbabile posizione), ho deciso di toglierlo di lì, se non altro per non fargli fare la fine orribile di venir sbranato. Ho raschiato da un muretto del muschio e ho tappezzato il fondo di una mangiatoia per uccelli attaccata al muro di casa, a due metri da terra, sistemandovi il mio ospite.

Quindi sono andato nella compostiera e ho frugato con una paletta nel terriccio alla ricerca di vermi. Ne ho trovato uno grassottello, che ho tagliato fine fine mescolandolo con dell’acqua per ottenere una pappina. Ho provato anche a somministrargliela con uno stuzzicadenti, ma non apriva il becco: forse era troppo spaventato. Ho preferito allora mettere l’impasto in un tappo di plastica dell’acqua minerale, che gli ho posizionato vicino, mentre, in un altro, ho messo un po’ d’acqua. Ogni mezz’ora sono andato a controllare come stava, sentendomi oramai responsabile per la sua sorte. Ma, man mano che passavano le ore, il cardellino aveva assunto sempre più un’aria apatica, assente, chiudendo spesso gli occhi come per volersi abbandonare al suo destino. Ho creduto che non ce l’avrebbe fatta.

Ho ripetuto l’operazione del lombrico e dell’acqua. Essendo un uccellino già piumato e quindi presumibilmente autonomo nell’alimentarsi, gli ho dato anche della semenza e persino del paté di verdure per gatti (non avevo altro in casa). Dopo qualche ora l’uccellino ha assunto all’interno della mangiatoia una postura più rilassata, ma reattiva, meno abbandonica, e l’occhio era di nuovo aperto, vispo e attento. Ho anche avuto l’impressione che, non visto, mangiasse qualcosa di tanto in tanto.

L’indomani mattina la mangiatoia era, con mia grande sorpresa, vuota. Ho temuto che durante la notte, peraltro asciutta e senza vento, fosse caduto da lassù per qualche motivo, ma non v’era traccia né per terra, né altrove, neppure di eventuali resti lasciati dai gatti. C’erano, piuttosto, molte ‘fatte’ dell’uccellino (che non avevo notato prima) sia all’interno della mangiatoia che sull’impiantito lungo la perpendicolare del muro. Il che mi ha fatto ritenere che, per un po’, forse sentendosi meglio, si fosse sporto sulla barra esterna prima di spiccare il volo. La speranza, insomma è che, una volta recuperate le forze, se ne fosse volato via.

Mi è rimasta, comunque, a distanza di giorni, la sensazione meravigliosa di leggerezza di quell’uccellino tra le dita. Quando, nel trasportarlo nel suo rifugio improvvisato, ho sentito che, arrendendosi a me, aveva cessato di muoversi tra le mani chiuse a conca, ho persino creduto che non ci fosse più, vista l’inconsistenza del suo peso. Un cuore che batteva forte, una paura profonda di morire e una speranza sottile di vita: il tutto in pochi grammi di piume.

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1 pensiero su “La leggerezza del vivere

  1. Come conosco quella particolare preoccupazione che accompagna il prendersi cura di un piccolo animale che in qualche modo si cerca di salvare. Da un lato c’è sempre il dubbio se lasciar fare alla natura o se intromettersi modificando gli eventi con relativa responsabilità che ne deriva. Fatto sta che un giorno sì e un giorno anche mi capita di togliere dalle grinfie dei miei gatti toporagni, arvicole, lucertole, ramarri, uccellini, orbettini…nella speranza che le ferite loro inflitte non siano troppo gravi da non farli sopravvivere. Buona serata Briciolanellatte

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