Se mi ruba l’occhio… Pitigliano

Una volta usciti dal casello autostradale di Chiusi-Chianciano, la campagna si riempie di ulivi lucenti, a palla, ben potati. E sulla strada per Pitigliano, dopo curve e controcurve (ogni tanto si notano giovani armati di zaino e di entusiasmo, siamo pur sempre sulla via francigena –> la via Francigena) appare all’improvviso Sorano, incombente, massiccia con la sua rocca medicea che sembra la prua di un’antica nave incagliata in quel punto nel tentativo disperato di risalire la valle.

Il paese è grigio-beige (foto qui accanto), come si conviene per le case costruite di e nel tufo che qui è l’elemento architettonico predominante. Sembrano case ammucchiate l’una all’altra, come per difendersi da un drago malefico o tenersi al caldo dall’inverno che, da queste parti, non deve essere tenero.

È un borgo silenzioso, pensoso, ricco di angoli suggestivi e ben tenuti. Il primo incontro è con la Collegiata di San Niccolò di impianto romanico che si nota sulla destra in piazza della chiesa scendendo verso il centro. Stupisce la struttura a parallelepipedo irregolare, priva di transetto e la navata di destra più ampia di quella sinistra; una chiesa essenziale, assorta.

Pregevole del paese è la ceramica, aggraziata, moderna, ma fine. In un negozio ho visto una serie di tazze a motivi floreali da comprare e dei lampadari che avrebbero fatto un’ottima figura anche in una cucina moderna.

Il paese si gira in poco tempo (consiglio anche un giro sul masso Leopoldino, voluto dagli Orsini, se non altro per la vista), ma la sensazione è positiva per l’atmosfera un po’ sospesa. La gente ti saluta anche per la strada, approcciandoti con simpatia e cordialità infondendo così un piacevole senso di accoglienza. Appena fuori dall’arco un panorama sui tufi circostanti con le tracce di antiche abitazioni primitive. Per chi è appassionato del genere, merita una visita a sé, che richiede però tempo e organizzazione, il Parco archeologico Città del Tufo, tra Sorano e Sovana. Le numerose necropoli etrusche risultano infatti collegate tra loro da una rete viaria di strade antichissime chiamate vie cave, passaggi tra scoscese quanto suggestive pareti rocciose di tufo.

Ripreso il cammino per Pitigliano la si incontra dopo una strada lunga e a curve a prova di chi soffre la macchina. Il panorama sulle colline è notevole, per la dolcezza dei rilievi, ma anche la varietà dei colori della terra. All’arrivo il colpo d’occhio già ripaga di un viaggio che, francamente, sembra non finire mai. Nell’avvicinarsi, l’agglomerato di case ricorda Perugia, appollaiata com’è su una rupe, ma Pitigliano è più raccolta, tutt’uno con il tufo da cui nasce come un fungo.

Superata la porta delle mura degli Aldobrandeschi (foto qui sopra) per prima cosa viene incontro il palazzo Orsini con le sue 21 sale visitabili. Ma non ho voluto perdere tempo (il mio giro durava ventiquattr’ore) e mi sono inoltrato per le vie. Era sabato e la gente riempiva il paese (soprattutto turisti provenienti dalle belle Terme di Saturnia e di Sorano) osservando i negozi aperti, in particolare quelli che hanno in vendita salumi (dell’onnipresente cinghiale), pecorino stagionato in grotta e vino del posto (oltre che il vino di visciole che però mi risulta di origine marchigiana). I vicoli laterali sono stretti e bui e si aprono all’improvviso sulla via principale, come ferite, facendo fare al visitatore un triplice salto all’indietro nel tempo.

Suggestiva la zona del ghetto (per questo Pitigliano viene chiamata anche la piccola Gerusalemme), gli archi di pietra bassi, le scalinate consumate. Un gruppetto di militari un po’ svagati è lì a ricordare la presenza, nascosta, tra le case, di una sinagoga (non visitabile, proprio perché era di sabato).

Sono molti (troppi) qua e là i cartelli ‘vendesi’ di abitazioni; probabilmente la crisi colpisce nell’entroterra ancora più duramente, ma la sensazione, spiando di passaggio dentro alle case, che le scale ripidissime si perdano in stanze piccole e molto buie; suggestive, piene di fascino, certamente, ma tutto sommato buie e paiono allungare il tetto verso il sole per averne l’abbraccio.

Da visitare la chiesa Santa Maria e San Rocco (quest’ultimo patrono di Pitigliano) ubicato in un punto della strada dove non ti aspetteresti di trovarla (sopra a una fontanella). È la chiesa più antica di Pitigliano, sorta su un tempio pagano.

In fondo alla via, ci si imbatte in piazza del Duomo di san Pietro e Paolo (di impianto medioevale ma con facciata tardo-barocca; la porta era sbarrata ed erano sono le due del pomeriggio) con la (celebrata) Hostaria il Ceccottino dove mi sono fermato a mangiare (è possibile anche dormire anche se bisogna prenotare con un certo anticipo).

L’ubicazione del ristorante è invidiabile (c’era anche uno sposalizio che ha dato un surplus di vitalità al luogo): si può mangiare, nella bella stagione anche sulla piazza, sotto ombrelloni ampi che assicurano il fresco. Il locale, dentro, è caratteristico e ben tenuto, eleganti gli archi di bozze di tufo. Bagno (uno solo) funzionale e pulito. Il servizio dei camerieri è veloce e attento, personale gentile e rapido; menu vario anche se non ricco, tutto incentrato su prodotti locali e di terra.

Il primo piatto, (tre grossi) ravioli di ricotta e tartufo, li ho trovati ben confezionati, al dente, e profumati. Il ripieno equilibrato e saporito. Piatto abbondante anche se avrei evitato il troppo olio (neppure eccellente) in cui i ravioli galleggiavano.

Uno stinco di maiale per secondo. Anche qui, piatto pieno d’olio, senza però un sapore deciso e convincente con carne (davvero poca rispetto agli stinchi altoatesini) non all’altezza del piatto. Una buona forchetta si sarebbe alzato con la fame.

Buono il vino, un onesto rosso di Pitigliano (che si può richiedere anche al bicchiere) con bouquet persistente, che riempie il palato, forse un po’ troppo aggressivo. Per dolce ho voluto assaggiare lo sfratto, che è il tipico dolce di Pitigliano (come si legge nei numerosi cartelli attaccati alle vetrine delle panetterie, vedi foto qui sopra) che però (come da ammissione) l’ha rubato alla cucina ebraica (che, come si sa, di dolci se ne intendono).

Il dolce prende il nome dall’usanza nel Seicento, al tempo Granduca di Toscana Cosimo II, de’ Medici di battere al portone delle case degli ebrei per indurre questi ultimi  a lasciare le proprie abitazioni e trasferirsi nel ghetto di Pitigliano. Lo sfratto sono infatti dei dolci ricavati da porzioni di quello che sembra essere un bastone (o filone di pane). Si tratta dunque di un rotolo di pasta di pane (abbastanza insipido) con un buon impasto di miele, scorzette di arancio, noci, anice e noce moscata. Un dolce che ho trovato decisamente sopravvalutato, che non merita il viaggio, anche se va assaggiato per farsene un’idea.

Quanto al conto del ristorante, il rapporto qualità prezzo è un po’ basso (menu un po’ caro, insomma). I prezzi li ritoccherei quindi un po’ all’ingiù, anche se, a giudicare dalla gente che ha affollato il locale, non mi pare davvero che costituisca un problema.

Il borgo (iscritto all’albo dei borghi più belli d’Italia, addirittura ritenuto il quarto più bello, il borgo dei borghi –> Alle falde del Kilimangiaro) ha un suo fascino che tuttavia non mi ha conquistato del tutto.

L’ultima meta è Sovana, ubicata molto vicino a Pitigliano, tanto da dare l’impressione di poterci arrivare persino a piedi. È una frazione di Sorano. Mi ha colpito l’ampiezza della strade che l’attraversa (inusuale per una città antica costruita a misura d’uomo o tutt’al più di carrozza, vedi foto qui accanto), attorno alla quale sorgono case di pietra linde e illuminate dal sole.

Si respira una grande serenità e una pace rilassante. Bella la chiesetta di Santa Maria Maggiore, nella piazza principale, con un emozionante ciborio, semplice ma vigoroso, all’interno del quale è incastrato un tavolo su cui vien celebrata la messa. Da vedere, come all’uscita dalla chiesta, sulla sinistra, il Palazzetto dell’archivio e, di fronte, il Palazzo Pretorio.

Proseguendo, si passa davanti alla bella casa natale di Ildebrando di Soana, il (santo) papa Gregorio VII, (casa peraltro in vendita) anche se, sembra, sia fortemente contestato che lo sia stata. Il giardino è diventato il paradiso dei cani da passeggio.

Il pezzo forte è però la Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo che (voluta da Gregorio VII), contrariamente a quello che ci si può aspettare, non è in mezzo al paese, ma al suo limitare, come un monastero, e sorge in punto peraltro sopraelevato rispetto al resto del paese sicché si domina una parte della campagna che inizia appena dopo la cattedrale.

Appena all’entrata della chiesa, una cartellonistica accurata spiega tutte le vicissitudini del nominato Ildebrando (riformatore della Chiesa, amico di Matilde di Canossa, e avversario di Enrico IV nella cosiddetta ‘lotta delle investiture‘) e della sua sacra reliquia del braccio destro (vedi foto qui sotto): ma non è macabro smembrare un cadavere pur se appartenuto a un ‘santo’?

La struttura della chiesa, all’esterno, è molto particolare per i suoi massicci contrafforti e il portale medioevale (che mi è parso un po’ storto, ma forse è stata solo un’illusione ottica) e che curiosamente è ricavato al centro di uno dei fianchi laterali. Interno imponente. Spiccano all’interno i pilastri polistili con marmo bicromo e il soffitto a cassettoni di tufo. Atmosfera raccolta, nonostante l’ampiezza della chiesa, anch’essa a pianta rettangolare. La luce spiove da una feritoia verticale nell’abside, come un bene prezioso, aumentando la suggestione monastica.

Una gita interessante, in conclusione, anche se ho preferito Sovana a Pitigliano (pur con le debite differenze di dimensione) mentre per Sovana e Sorano ho rilevato una carenza diffusa di idee volte a trattenere il turista coinvolgendolo in qualcosa che non siano le (solite) ‘bellezze’ storiche e paesaggistiche. La sensazione è quella di poter vedere tutto in poco tempo e di partire altrettanto velocemente di come si è arrivati. Qualche negozio in più e qualche bar non espressamente per uso locale (e forse anche un po’ più accogliente) gioverebbe a entrambe le cittadine.

Se si ha più tempo, consiglio un giro anche alle Terme di Saturnia e più in là  a Gavorrano fermandosi per la notte in qualche agriturismo.

Raccomando comunque, prima di partire, per acquisire altre informazioni utili, una visita a questo sito veramente ben fatto  –> Maremmans.

[space]

Viaggio effettuato il: 13 settembre 2015