Penso a tutto io

Orlando se lo ricordava ancora molto bene quell’attimo, quel preciso attimo in cui aveva cominciato a corrompersi come un frutto dimenticato sull’albero. Alfio era entrato di corsa nel bar precipitandosi a larghi passi verso di lui fino a quando non si era accorto che tutti lì dentro lo stavano guardando; solo allora si era fermato di colpo, al centro del locale, cercando di darsi un contegno. Sì, tutti si erano girati, tranne Orlando. Sapeva bene cosa sarebbe venuto a riferirgli. Era del resto l’amico perfetto per quell’ambasciata. Glielo avrebbe detto con quel suo sorriso un po’ storto, reclinando il capo da un lato e stropicciando il cappello come fosse stata la pasta sierosa del formaggio appena fatto; sarebbe stato un po’ dispiaciuto, ma anche sollevato che quella cosa lì fosse accaduta a un altro e non a lui. Orlando l’aveva immaginata mille volte quella scena, pensando finanche alle parole esatte che sarebbero uscite dalla bocca dell’amico e il modo in cui sarebbero scivolate in un lampo dentro di lui con il loro carico devastante di perfidia. Era un fotogramma fisso, malamente rotto in quel punto, tanto da non essere stato più capace di sostituirlo o di riavvolgere il film. Sino a quel giorno si era raccontato per sopravvivere una verità a mala pena sopportabile, ripetuta come una nenia fiacca ogni volta che, tornato a casa, si infilava tra le lenzuola del suo letto sentendo il calore del corpo di lei che più non gli apparteneva e quel profumo di donna, di donna in amore, riservato alla voluttà di un altro. Si diceva che si sbagliava, che erano ‘cose da donne’, anche se Marì aveva smesso di guardarlo e toccarlo e di farsi bella per lui; si diceva che non era possibile che lei avesse potuto posare le sue mani sulle pelle di un uomo che non fosse lui, che la pioggia avesse smesso di scendere sulla terra e la luce di rendere diafani i suoi sogni. Lui l’amava sopra ogni cosa e per lei aveva lasciato quel suo posto da esperto elettronico in un’azienda fiorente seguendola senza riserve in un paesino sperduto dell’entroterra e riducendosi a fare il pastore perché a lei piaceva così. Sì, in quel bar aveva bevuto e aspettato, perché dopo il quinto bicchiere le bugie smettevano di far male e i giorni si legavano l’uno all’altro in una fragile ghirlanda da portarsi come un giogo. E così era accaduto: Alfio era entrato di corsa nel locale come se i suoi vestiti avessero preso fuoco per quella notizia che gli bruciava in gola. Lo sentì arrivare alle spalle, lentamente, come un assassino. Avvertì il suo fiato appena dietro l’orecchio con il sospiro avvelenato del delatore.
«Tua moglie ti tradisce» gli aveva sibilato. E lui aveva chiuso gli occhi, stringendo tra le mani il bicchiere che stava per esplodergli tra le dita. «È Menico» gli aveva detto ancora da sopra la spalla come se la prima pugnalata non fosse stata abbastanza profonda. Orlando tacque. Gli venne in mente la sua infanzia, i panni stesi ad ondeggiare come fantasmi sul filo contro il luccichio del mare, i suoni uditi da bambino e la voce di sua madre che si aggirava per la casa. Ripensò alla prima volta che aveva visto Marì, il viso dolce, gli occhi profondi, mentre camminava tra i banchi del mercato come un gioco di luci apparso inaspettato nel riverbero del mezzodì. E così, nel via vai della gente, fingendosi il garzone del verduriere, si era messo a consigliarle la frutta più buona e matura, ridendo e chiacchierando e cercando furtivamente di sfiorarle le dita. L’avrebbe baciata, lì davanti a tutti, scavalcando cassette di lattuga e melanzane. E quando l’ambulante lo scoprì urlandogli dietro, lei non riusciva più a smettere di ridere mentre lui già l’aveva presa sottobraccio per portarla via lontano da lì. Menico pensava a tutto questo mentre il veleno di quelle parole già stava facendo effetto alle radici del cuore; poi girò la testa, serrando i muscoli del collo e piegando il bicchiere a sversare il liquido inutile sul bancone: voleva dire qualcosa al suo delatore assassino. Forse voleva dire ‘basta’, forse voleva dire ‘vattene’, ma Alfio non c’era più.
Così da quel giorno Orlando prese a seguire Menico come fosse stato quello il suo inevitabile destino. Lo seguiva come un automa, senza un perché o forse solo per scoprire la ragione per la quale la sua vita aveva cessato di avere una direzione, un sopra e un sotto, come una pietra gettata in una stanza buia. Lo spiava al lavoro dove Menico faceva il garzone presso il bottaio del paese. Lo seguiva quando con il furgone consegnava le botti ai contadini su per i sentieri battuti dai carri, collina dopo collina, su e giù per le valli. Lo pedinava quando incontrava la sua Marì, in casa sua, nel suo letto, proprio nelle ore in cui lui sarebbe dovuto essere ai pascoli più alti con le capre e il suo cane. Sì, lo capiva. Menico era bello, possente, le mani forti a piegare docilmente le doghe di rovere al calore delle brace, lo sguardo levigato dal vento e gli occhi screziati di cielo in un’aura di mistero che sembrava avvolgerlo come un mantello magico. Sì, sì, lo capiva, lui non avrebbe potuto mai offrirle nulla di simile, nulla di lontanamente paragonabile a quella giovinezza debordante, a quella passione incontenibile, nulla che non fosse la testarda solitudine dei monti, la cieca fatica da pastore e tutto quello che non era più ed era invece per lei diventato. Ma Menico aveva molte donne, una per ogni stagione, una per ogni festa, una per ogni capriccio e cambio di brezza. Lo scoprì quasi subito. Sembravano tutte ammaliate da lui, gli sguardi sperduti in una nuvola di sospiri. Parevano uscire da ogni luogo. Dai ruderi di cascine ombrose, da dietro gli aratri lasciati nei campi, dai covoni di spighe tessute d’oro e di sudore. Ognuna di loro era posseduta come fosse la prima volta, ognuna si sentiva una principessa tra le sue braccia. Le amava tutte con la stessa indifferente e vuota passione; le prendeva nella meliga matura, nei fienili odorosi, alla luce violenta dei tramonti carichi di sortilegi e vani giuramenti. Sì, Marì, la sua bellissima Marì, tutta la sua vita in quegli occhi sperduti, non era la sola e non lo sarebbe mai stata. Orlando si sentì tradito due volte, per sé e per la moglie. La conosceva troppo bene, la sua piccola Marì, per non saperlo; si vedeva da come si concedeva al suo amante senza riserve e senza il minimo sospetto di peccato; lei era perdutamente innamorata di lui ed era certo non sapesse delle altre credendo davvero d’essere l’unica, la sola, la prediletta. Ma la rabbia che Orlando sentiva montare sembrava appartenere a qualcun altro. Sì, era incapace di reagire, di parlare, di morire, di rinascere. Viveva in una boccia di vetro, come uno squallido pesciolino rosso senza la certezza del domani; appena si muoveva sbatteva goffamente il muso contro le pareti invisibile di uno spesso vetro di ignavia. Eppure a volte si era trovato così vicino a Menico che se avesse anche solo allungato una mano avrebbe potuto stappargli la carotide con un colpo solo. Sentiva il respiro degli amanti, né sentiva l’odore, era pervaso dai loro gemiti. Ma ogni volta restava impietrito come se l’anima fosse fuggita da lui urlando nel tentativo di cercare un altro corpo che fosse degno di poterla ospitare; l’ira furibonda cresceva, ma restava lì nel petto sino a soffocarlo e fargli piegare le ginocchia sotto il peso della vergogna mentre il dolore, l’odio, la disperazione scivolavano via assieme alle lacrime e ai singhiozzi che soffocava a stento con entrambe le mani.
Una mattina, la testa confusa da pensieri cupi, tornò dopo diversi giorni al suo ovile: trovò le capre riverse su un fianco con le mammelle tese allo spasimo stracolme di latte. L’aria era satura dei loro gemiti che imploravano che qualcuno le mungesse. Il suo cane correva come impazzito dall’una e dall’altra per soccorrerle uggiolando. Le leccava sul muso, cercando di alzarle. Gli animali per un po’ smettevano di lamentarsi, ma poi riprendevano con più forza, a formare un unico coro di terrore, tanto che Orlando si meravigliava che nessuno fosse ancora accorso per allentare quella morsa di morte. Se ne stette per lunghi interminabili minuti inerme, svuotato, a guardare il suo mondo che andava in pezzi. Tutto era iniziato in quel luogo e tutto lì finiva, fra quelle sue povere cose che si stavano scheggiando come un castello di marzapane sotto gli scrosci di un fortunale. I secchi vuoti, i contenitori del latte aperti, i suoi animali abbandonati coperti di mosche ed escrementi. Entrò negli stazzi con il cuore gonfio di tristezza. Lo sgabello da mungitura era ai suoi piedi, pronto, servizievole come sempre. Gli diede un calcio mandandolo a fracassarsi in mille pezzi contro il muro. Il cane per il forte rumore si fermò di colpo guardandolo attonito. Le capre si voltarono con l’occhio vuoto, smettendo per un attimo di maggiare. Orlando accennò a un sorriso, quindi estrasse il coltello e sgozzò una per una tutte le capre con un taglio netto e preciso all’altezza della giugulare; da ultimo uccise anche il cane. L’ovile subito piombò in un silenzio irreale. Persino gli uccelli avevano smesso di volare tra i cespugli incolti e i grilli di frinire nell’erba alta. L’odore di morte si era esteso da quel punto in cerchi concentrici come un’onda d’urto inarrestabile mentre il sangue degli animali, che la paglia non riusciva più ad assorbire, usciva copioso da quei corpi inerti. Sì, era meglio così, pensò. Lo sapeva bene. Non aveva più tempo per mungere, né per portare le bestie al pascolo, né per fare il pastore. Non era più tempo di normalità, di regole, di equilibri: il metronomo della sua esistenza si era rotto e il filo che aveva tenuto insieme tutto il suo mondo penzolava da un lato della sua esistenza. Ora aveva altro per la testa. Doveva seguire Menico, doveva poter capire cosa fare della sua vita: il resto sarebbe venuto da sé. L’odore del sangue aveva smosso qualcosa nel pozzo nero della sua mente in una sorta di smania indefinita. Si mise così con rinnovata lena a perseguire il suo intento. Per tutto il giorno cercò Menico senza riuscire a rintracciarlo. Andò in bottega ma lì trovò solo il padrone e un altro giovane lavorante che dissero di non averlo visto dalla sera prima. Lo cercò nei posti soliti dove si nascondeva a far l’amore come un ladro di felicità altrui, ma di lui nessuna traccia neppure di fuggevoli incontri. Andò presso ogni contadino o vinaio o fattoria che aveva visto visitare. Si spinse sin nei paesi vicini, caso mai ci fosse stato un mercato o fiera dove portare le botti a vendere. Nulla. Lo assalì all’improvviso il terrore che fosse scappato con Marì. Per qualche secondo gli si rabbuiò la vista sentendo il sangue fermarsi nelle vene. Prese il cellulare in mano: gli sgusciò più volte dalle dita. Lo cercò sul fondo dell’auto, imprecando e gridando di rabbia e di paura. Telefonò finalmente a casa e solo dopo aver sentito, dopo diversi squilli, la voce della moglie riattaccò tra i brividi che gli scuotevano tutto il corpo.
Verso sera, disperando di trovare Menico, tornò verso il paese fermandosi sul ponte romano. I corvi eseguivano gli ultimi voli della giornata e le nubi si erano ritirate sulla parte alta delle montagne come per prepararsi per la notte. Su quel ponte, anni prima, appena arrivati al paese, lui e Marì guardando il fondo della valle avevano fatto progetti: una casa, tanti bambini, una esistenza felice insieme. Pensò per la prima volta che forse avrebbe avuto un senso se l’avesse fatta finita proprio in quel luogo, buttandosi giù nella spuma nera del torrente in piena. Poi vide un corvo che superata la ringhiera del ponte si calò nel greto, e poi un altro e un altro ancora. Distinse un corpo nell’erba. Dalla spalliera del ponte corse subito giù tra i sassi, incespicando e cadendo, ma poi rialzandosi finendo nell’acqua. Era Menico. Il cadavere era in posizione scomposta, una gamba rigirata in modo innaturale e un braccio spezzato in più punti e l’altro dietro la schiena. I capelli biondi sulla nuca erano rappresi di sangue là dove la testa aveva incontrato con violenza la roccia. Un occhio era chiuso e l’altro semiaperto come se non avesse voluto essere sorpreso dalla mala sorte. Non ci poteva credere. Il suo rivale era lì, davanti a lui, inerme, privo di vita. Qualche marito o qualche amante lo aveva fatto saltare giù dalla spalliera nel greto sassoso. Qualcuno si era sbarazzato di fretta di quella esistenza ingombrante, quasi fosse stato un animale nocivo schiacciato con un piede sul fondo della tana. No, non ci poteva davvero credere. La sua vita avrebbe potuto riprendere ad avere di nuovo la sua direzione e Marì, la sua Marì, con il tempo, avrebbe potuto anche dimenticare ogni cosa e ritornare sua. Provò una collera incontenibile, per quello che era accaduto, proprio ora che era tutto finito. Si mise a colpire il cadavere con calci e pugni, schiaffeggiandolo con forza fino a che Menico sbattendo il viso da una parte e dall’altra del masso su cui era caduto non aprì entrambi gli occhi screziati di cielo in uno sguardo opaco che lo supplicavano di smettere. Si sentì all’improvviso un vile, un uomo da niente, un povero imbelle: non aveva avuto il coraggio di ucciderlo, di difendere quello che amava e di lottare per tenersi stretto ciò che più per lui aveva contato. Qualcuno invece lo aveva fatto al posto suo, con semplicità, determinazione, freddezza: capì in quel momento che per lui nulla sarebbe stato più come prima.
Trascorsero diversi giorni da quel fatto. Era venuto nel frattempo l’autunno e un inverno precoce lo aveva seguito da presso. Menico e Marì si trovavano ora entrambi in cucina, immersi nella apparente pace della campagna. Il sole mattutino spandeva nella casa una luce azzurrina che rendeva gli oggetti irreali e finti. Lui era seduto sulla sua sedia a guardare fuori senza muovere il viso. Pareva una suppellettile, un masso, un albero schiantato dalla tempesta. Lei invece era in piedi, lo osservava, a sua volta, con una sorta di agitazione che non le dava requie. I capelli erano raccolti sulla nuca come non faceva da tempo. Aveva indossato il vestito buono, non solo perché fosse domenica, ma anche perché dopo tanti mesi si sentiva tutto sommato meglio, le guance avevano preso colore e il vigore fluiva nuovamente nel suo corpo. Avrebbe voluto parlargli ma era riuscita solo a rigirarsi le dita tra le mani fino a farle diventare bianche a forza di martoriarle; si mosse in modo goffo attorno al lavello, cercando qualcosa da fare, per poi accucciarsi sui talloni e aggiungere un ciocco di legna alla stufa già piena. Un suono di campane risalì la valle e in qualche modo le infuse coraggio.
«È stato un gran bel gesto da parte tua occuparti del funerale di Menico…» fece lei come stesse parlando al fuoco davanti a sé. Erano settimane che non si parlavano sicché la donna parve persino inquietarsi nel sentire quella frase risuonare nella casa. Il marito però non si mosse, sbatté unicamente le ciglia come a respingere quelle parole lontano da sé e sparpagliarle tra le querce da sughero e le foglie accartocciate dalla brina.
«Tutti in paese pensavano che tu lo odiassi, soprattutto dopo quello che è successo… Invece, guarda, ti sei comportato da galantuomo, da uomo buono quale sei e come ho imparato a conoscere e amare in tutti questi anni. Lo so, è stato un terribile sbaglio la mia relazione con lui. Ma è stato solo un colpo di testa, non ha contato nulla per me, te l’ho già detto. Non so davvero che cosa mi abbia preso. Io so solo invece che ho sempre amato te. Tu mi hai perdonata, vero?»
Un rigogolo emettendo il suo verso tremulo rigò il cielo con un volo discontinuo nel tentativo di vincere la gravità. Sparì oltre la recinzione che separava il giardino dai terreni vicini volteggiando sulle zolle spaccate dalla motozappa come ferite dolorose.
«Sì, offrirti di pagare il funerale, la cassa, il cimitero e tutto quanto è stato proprio un bel gesto di riconciliazione non solo con me, ma con tutto il paese» fece ancora la moglie girando gli occhi verso il marito nel tentativo di cogliere un moto di consenso. Poi posò l’attizzatoio e si levò in piedi; squadrò l’uomo standogli di fianco per intercettarne lo sguardo. Ma colse solo il suo profilo cereo, esangue. Il naso gli si era affilato e la barba, che non aveva più tagliato, dopo un po’ aveva smesso di crescere. Continuava a non dire nulla e pareva non respirasse neppure. Era un blocco di collera raggrumata, una pelle di cartone sopra a una vita spenta. Sì, lui ci aveva provato a riprendere il filo della sua esistenza, ma non ce l’aveva fatta, non ancora. Il fotogramma non si era più mosso dal suo posto e ballava come uno spettro burlone davanti all’obbiettivo non volendone sapere di mettersi in moto.
«Per un attimo, quando Menico è morto, ho finanche pensato l’avessi ucciso tu…» disse ancora la donna. E quelle parole rimasero a galleggiare nell’aria, solide, livide, tanto che il loro suono non accennò a spegnersi continuando a ronzare nelle orecchie di entrambi come un vecchio trattore in lontananza che si affaticasse su per la salita. Sembrava un’affermazione, sembrava una domanda. Ma la risposta, se mai la donna l’avesse attesa, non sarebbe mai arrivata. Sarebbero state troppe le cose da dire e ancor di più quelle da tacere. Era troppo il dolore da estirpare dal petto e troppo tardi per farlo ora che la malapianta di quella vendetta mancata aveva messo le radici in ogni pensiero intossicando la mente, giorno dopo giorno, svuotandola come un tarlo insaziabile. L’uomo si limitò a muovere appena le gambe facendo cigolare la sedia e poi, con un movimento secco, si alzò e, senza dir nulla, uscì in giardino. La moglie emise un sospiro sottile, di sconfitta, di frustrazione, in quel nulla pieno di rancore e di odio violento, quasi fosse stata la casa intera a sospirare sopra a quelle vite prosciugate di speranza. Si mise a rassettare le cose servite per la colazione, anche se il marito non aveva toccato cibo e il caffè si stava raffreddando nella tazza. Fece rumore con i piatti per vincere il silenzio pungente che le dilagava nel cuore. Stava per svuotare il caffè nel lavello ma poi decise di riscaldarlo: forse, se avesse insistito, lui l’avrebbe bevuto e da cosa poteva nascere cosa e le terra avrebbe potuto anche ricominciare a ruotare nel loro piccolo universo. Con la tazza fumante tra le mani Marì uscì in giardino cercando il marito con gli occhi. Lo cercò nel campo, nell’ovile, nell’orto. Poi vide la sua ombra allungarsi dal garage che lui utilizzava come legnaia e il ricovero degli attrezzi da lavoro. Gli arrivò alle spalle come aveva fatto Alfio tempo prima in quel bar e come fanno i biechi sospetti che si nutrono di se stessi e non si acquietano mai. E quando lui sentì la sua presenza, che già gli era dietro, non provò neppure a chiudere lo sportello che teneva spalancato davanti a sé. Se ne rimase immobile, lasciando tutto in bella vista. Era arrivato il momento che lei sapesse e che lui, dopo tutto, si arrendesse a se stesso.
«E quello cos’è?» chiese lei avvicinandosi guardinga allo sportello. Il marito si spostò di lato lasciando intravedere un monitor che inquadrava il viso cereo e gonfio di un morto. Lei si tappò la bocca per non urlare facendo cadere la tazza che schizzò il caffè bollente sull’erba gelata.
«Occupandomi del funerale ho messo una webcam nella bara di Menico» confessò lui inespressivo e senza la minima emozione. «Ho pagato bene la ditta di pompe funebri e mi hanno permesso di star da solo per un po’ davanti alla bara aperta. Ho fissato la telecamera da un lato, alla parete del feretro, nascondendo una potente trasmittente sotto il cuscino del morto. L’ho puntata dritta dritta sulla faccia del tuo amante, così ogni giorno che passa vengo qui a godermi lo spettacolo di come la morte riduce quel maiale. Solo così la mia vita ora può avere un senso».

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questo racconto è stato anche pubblicato
(in versione ridotta) sul sito

Web Site Horror
nel gennaio 2010

 

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