Impatto zero

Piro-piro-dorsobianco-2Se ne parlò per diverse settimane su tutti i giornali. Un colpo d’ingegno, si era scritto, come non si credeva possibile potesse aver avuto Filippo Argànico, Sindaco delle grande intese ma dalle ristrette vedute. Eppure, una mattina, era venuto in giunta con un sorriso che non gli stava neppure in faccia tanto era largo. Aveva le mani ingombre di progetti, stime di impatti ambientali, statistiche multivariate, persino riviste e libri ponderosi. Si era dovuto far aiutare dal ‘Chierichetto’, come tutti chiamavano il suo vice tuttofare (tanto che nessuno più ricordava il suo vero nome) che, pur capendo sempre molto poco di quello che accadeva attorno a lui, riceveva costantemente via radio, attraverso un auricolare collegato con la sede del partito, le istruzioni su come dovesse via via regolarsi. Nessuno ebbe il coraggio di approfondire l’argomento per conoscere chi in realtà avesse suggerito al Signor Sindaco quella soluzione così geniale (se il gruppo di briscola del bar preferito, alcune sospette frequentazioni sociali o, più verosimilmente, la sua domestica asiatica) o per sapere cosa avesse dovuto esattamente promettere alla join venture sudcoreana interessata all’affare, per cui ci si accontentò di complimentarsi con lui anche se tutti i partiti cercarono a turno di accaparrarsene il merito, se non dell’idea almeno della sua pronta realizzazione. Sta di fatto che il progetto del Signor Sindaco di costruire un parco eolico di ultima generazione di un centinaio di turbine avrebbe risolto i non pochi problemi finanziari ed energetici di Cécere, la ridente cittadina dalle casse asfittiche in perenne fame di energia per il settore industrializzato emergente e le necessità cittadine in crescita. E, grazie all’insperato sponsor sudcoreano, conosciuto personalmente dall’Argànico alla sagra internazionale del cocomero nano, sarebbe stato possibile installare, pressoché a costo zero, e per di più sul terreno incolto a sud del paese, un numero sufficiente di pale che, sfruttando i venti costanti della valle, sarebbero state in grado di produrre tanta energia elettrica da poterla rivendere. Approvato il piano in brevissimo tempo, i soldi affluirono copiosi nelle casse anemiche del Comune e, in pochi mesi, una ditta specializzata, arrivata appositamente in aereo da Seul, montò a tempo di record, in modo efficiente e impeccabile, le novantanove turbine. A parco attivato, l’opinione pubblica era tutta stranamente contenta e soddisfatta. Quasi tutta.
L’U.R.C.A., un’agguerritissima associazione ambientalista locale, che aveva visto nell’opera un’aggressione inaudita al territorio (come si leggeva testualmente nell’atto di pubblica denuncia) aveva infatti manifestato, sin dalle prime ore del varo dell’iniziativa, una feroce quanto fiera opposizione. Dapprima si contestò che il rumore di cento turbine eoliche, trasportato dallo stesso vento che le avrebbe dovute far funzionare, si sarebbe abbattuto come un ariete sulle povere case di Cécere assordando i poveri compaesani di giorno e impedendo loro di dormire la notte. Il corrosivo pamphlet era documentato da perizie giurate, autorevoli opinioni di cattedratici illustri e accurati studi da galleria del vento. Dopo che dal Comune fu confutato scientificamente questo assunto, dimostrando che il ventilatore di casa era in realtà molto più rumoroso dell’intero parco, si accusò il Sindaco di aver voluto deturpare uno dei luoghi più belli della regione azzerando il turismo e, in particolare, il settore alberghiero. Il Comune ribatté che la zona era impervia, inospitale e buona solo per dare alloggio a vipere e ratti grassi come porcellini (tant’è vero che la zona era denominata Valle della Luna) e che l’unica struttura alberghiera in funzione era la locanda della signora Pina, che però, notoriamente, era un albergo a ore. Si sostenne ancora, da parte dell’associazione ambientalista, che la rotazione simultanea di tutte le pale avrebbe creato al suolo una sorta di depressione termica tale da impedire la regolare impollinazione delle piante e in particolare della magnaleuca tenuifolia, una rara pianta selvatica già minacciata dalla siccità e dalla desertificazione montante, e che sarebbe stata così destinata alla sicura estinzione. Ma, dopo essere stato accertato che dalle pale in realtà non veniva scaricata al suolo alcuna turbolenza, essendo quelle collocate a più di cento metri da terra, e che la magnaleuca tenuifolia era, bontà sua, già estinta da almeno una ventina d’anni, l’U.R.C.A., a corto di idee, si acquietò.
Dopo circa sei mesi, sul finire di agosto, una delegazione di belligeranti ambientalisti fu però ricevuta dal Sindaco. Il loro Leader, Giangiacomo Giacometti, che condivideva con l’Argànico l’invidiabile stazza da tipica botte da invecchiamento per armagnac, apparve per una volta, oltre che serio, oltremodo preoccupato. Aveva l’aria di voler dire: ‘Guardi, Signor Sindaco, tutte le altre volte che le abbiamo rotto i cosiddetti, stavamo solo scherzando, ora la situazione è davvero grave’. L’Argànico, che aveva tanti difetti, ma non gli mancava l’empatia politica (essendo oltretutto prossime le elezioni amministrative), anziché scaraventare il Giacometti dalla finestra, senza scomodarsi ad aprirla, sicuro di poterlo manipolare, lo fece accomodare nel suo studio. Il Leader si arrampicò sulla sedia rimirandosi le mani in segno di nervosismo debordante, mentre il Chierichetto stava con impazienza aspettando informazioni via radio per capire cosa stesse succedendo; tardando ad arrivare le indispensabili istruzioni, il vice stava dando visibili segni di panico. Il silenzio nella stanza, dopo un po’, si fece imbarazzante per cui, dopo essersi fatto precedere da uno dei suoi proverbiali radiosi sorrisi, con cui aveva intortato mezzo elettorato, l’Argànico ruppe gli indugi e chiese cordiale:
«Qual è il problema?» Giacometti sospirò. Sospirò anche l’intera delegazione U.R.C.A. rimasta in piedi in un angolo con le braccia conserte e il capo chino. Dopo qualche altro attimo di studiata pausa, il Leader rispose:
«È presto detto, Signor Sindaco. Il problema è il piro-piro» confessò tutto d’un fiato come se si volesse liberare di un gran peso. Il Sindaco guardò il Giacometti e poi a uno a uno i delegati affranti che assentirono fra di loro con un’espressione che esprimeva una ineluttabilità dolorosa, quasi una evidenza infausta, gravida di un viscerale turbamento emotivo. Il Chierichetto, da parte sua, stava invece assestando dei colpetti all’auricolare temendo si fosse rotto, visto il perdurante silenzio radio; l’Argànico quindi, trattenuto un poco il respiro, si avventurò a domandare:
«Il che?»
«Signor Sindaco» disse il Giacometti trasformando l’espressione di ineluttabilità dolorosa in quella di meraviglia incredula; «il piro-piro culbianco!!! Lo Scolopacide dell’ordine dei Charadriiformi…»
Il Sindaco non riusciva a chiudere la bocca non sapendo cosa dire. Poi se ne uscì con un flebile «ah… quello…. chissà cosa mi credevo…» mentendo spudoratamente sul fatto che avesse una qualche pallida idea di cosa fosse. Il Giacometti, equivocando la mimica facciale dell’Argànico, si era nel frattempo girato verso gli altri soci annuendo vistosamente come per significare ‘adesso sì che ci capiamo…’ ricambiato da versi gutturali di consenso accompagnati da reciproche sonore pacche sugli avambracci. Nel frattempo, all’orecchio del Chierichetto, una voce sibilò:
È un volatile migratore limicolo! È una cosa complicata, ne sappiano pochissimo, occorre che ci studiamo bene la questione prima di decidere… prendi tempo, fingi di svenire, fingi di svenire...’
«E cosa c’entriamo noi con un uccello di palude, se mi è consentito…» chiese all’improvviso e in modo inaspettato il Chierichetto sfidando temerariamente le ire di chi gli aveva appena abbaiato di soprassedere.
«Appunto! Cosa c’entriamo?» si accodò il Sindaco sorpreso che, per una volta, il suo inetto vice lo avesse tratto di impaccio da una brutta figura.
«È presto detto» principiò il Giacometti ripetendosi. «La nostra sezione di Amàndola ci ha comunicato che un consistente stormo di piro-piro culbianco, per motivi climatici imprevisti e imprevedibili, ha abbandonato una dei suoi percorsi migratori consueti per raggiungere, come fa ogni anno, le isole africane subequatoriali sicché, è certo, transiterà sopra il nostro spazio aereo.» Il Leader pronunciò queste parole abbondando in enfasi tanto che sembrò stesse parlando di caccia F35.
«E quindi?» incalzò il Chierichetto che ormai aveva preso in mano la situazione.
«E quindi… è presto detto» fece ancora il Giacometti, ormai monocorde, sciogliendo finalmente le dita intrecciate le une alle altre così tante di quelle volte da sembrare avesse costruito un canestro. «Lo stormo di piro-piro transiterà dal parco delle turbine: se non saranno spente le pale ci sarà un massacro.»
Il Sindaco e il vice avevano finalmente capito. L’Argànico si irrigidì mentre il Chierichetto disattivò con calma l’auricolare.
«Le turbine non possono essere spente, né rallentate» sentenziò l’Argànico scandendo lentamente le parole. «Siamo nel momento di maggior domanda di energia: per l’irrigazione dei campi, per la refrigerazione dei cocomeri nani (che proprio quest’anno si sono fregiati dei marchi DOP, IGP, DVD ed LP), per non parlare degli innumerevoli e svariati usi civili (tra cui l’alimentazione della mia piscina). Insomma, fermare adesso, anche solo per un’ora, le pale, questo sì che sarebbe un vero disastro. E poi per cosa? Per degli stupidi uccellacci che hanno sbagliato strada?»
In pochi attimi, innescata dall’oltraggiosa frase ‘stupidi uccellacci’ scoppiò una discussione accesissima, nel corso della quale, nell’ufficio, cominciò a volare un po’ di tutto, compresa una sagoma in gesso del piro-piro, pregevole manufatto realistico dell’artista locale Pinantonio Trepperdue, alcuni incartamenti insabbiati durante il corrente anno solare e un paio di corpose bustarelle; il Sindaco, che dapprima si era difeso lanciando sui più esagitati il Chierichetto, si era ora rifugiato sotto la scrivania, come in un bunker. Pilade, il socio del gruppo U.R.C.A., più testa calda degli altri, una piramide d’uomo con la testa minuscola ma dai muscoli grossi come pitoni, assestò al Chierichetto, al volo, una manata all’altezza dell’orecchio tanto da spedirgli l’auricolare a far compagnia all’ipotalamo. La Giunta, alla fine, fu però irremovibile: le pale del parco eolico avrebbero continuato a girare per l’eternità.
La reazione ecologista si fece allora epica.
Nei giorni successivi, man mano che si avvicinava il giorno fatidico del transito aviario, si moltiplicarono i sit-in di digiuno, le proteste in topless della nonna del Giacometti di anni 95 e le arringhe inneggianti l’insurrezione armata; la casa del Signor Sindaco fu presa d’assedio, giorno e notte, come un accampamento di cowboy da una tribù inferocita di Comanche, mentre il parroco ne approfittò per organizzare una coreografica processione facendosi prestare, per la bisogna, la statua di un santo a caso dal Comune vicino. Pilade minacciò persino di legarsi a una delle pale girevoli, ma poi, essendo stato avvertito che sarebbe dovuto rimanere a stomaco vuoto per tutta la durata della contestazione, si rifiutò. Ogni sforzo, alla fine, fu dunque vano.
Per fortuna, per subentrati motivi climatici imprevisti e imprevedibili, del tutto opposti ai precedenti, lo stormo cospicuo dei volatili limicoli, all’ultimo momento, passò a circa trenta chilometri più a ovest di Cécere, evitando così fortunosamente il parco e, di conseguenza, la sicura carneficina. La evitò, si narrò poi, perché l’istinto aveva suggerito loro di fare così. Il giorno successivo, infatti, proprio mentre le turbine erano al massimo della loro potenza, si abbatté nell’ambito limitato della Valle della Luna, una grandinata di straordinaria violenza, come non si era mai vista in quella zona a memoria d’uomo, con chicchi di grandine grossi come cocomeri nani. La tempesta durò al massimo dodici minuti, persino tredici come ebbero a puntualizzare i più pignoli. Ma fu sufficiente perché i due terzi delle pale venissero seriamente danneggiate e rese inutilizzabili. Le turbine si spensero, uno dopo l’altra, con un effetto domino inarrestabile, e di loro, con il tempo, giusti gli insostenibili costi di riparazione che non furono mai affrontati per la sopraggiunta carenza di fondi, non rimasero che pallide impalcature scheletriche a testimoniare la folle ingordigia degli uomini. Vissuto il fatto dai simpatizzanti dell’U.R.C.A. come suprema espressione di giustizia compensativa, il più grosso dei chicchi fu gelosamente conservato in un cubo di resina acetal-polivinilica nella sede principale di Cécere, ove ancora oggi fa bella mostra di sé in una teca di cristallo.
In compenso, lungo la spiaggia del paese, a ridosso degli scogli, cominciarono a essere costruiti i primi hotel ipertecnologici, vista mare, ‘made in Sud Corea’.

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