Aspettando don Ciccillo

La prima cosa che venne in mente a Pamela Melapà fu di aver avuto un improvviso e grave abbassamento dell’udito.
Una persona di mezza età, gli occhi spietatamente strabici, barba incolta a macule bianche e grigie, stava ritta innanzi a lei, aprendo ad intervalli irregolari la bocca senza emettere alcun suono. Dal modo in cui si agitava e dalle espressioni assunte dal volto, quel tipo aveva l’aria di essersi imbarcato in un lungo quanto impegnativo discorso dall’intrinseco e stringente nesso logico, dando senza dubbio per scontato che chi lo stava ascoltando era in grado di comprenderne tutte le sfumature. A volte pareva sorridere, crogiolandosi in sapienti pause seguite da improvvise accelerazioni e fors’anche digressioni o aneddoti. Persino Magdalena, l’assistente giudiziaria della GIP, si mostrava coinvolta dalla tensione emotiva della scena, tant’è che, accoccolata per terra a mo’ di croissant, nello schiacciarsi con il consueto impegno i foruncoli caramellati di pus, era scesa dal ritmo di cinque strizzamenti al minuto ad appena un paio ogni dieci.
«E’ il nuovo interprete di sordomutismo!» sboffonchiò con aria scocciata il PM Morozzo de’ Macci che aveva notato l’aria allibita di Pamela.
«Sì, sono Pasquale Caciocavallo, per servirla dottoressa» fece quello interrompendo il dialogo gestuale e sguainando una mano volitiva da dietro un maglione alla marinara «facevo del riscaldamento, è da parecchio che non mi esercito.»
«Ma era ovvio…» sbottò Morozzo che, soggiogando con entusiasmo e ritmicità il mollettone palmare (maniaco com’era della propria ottima condizione fisica), stava assumendo, seduto sopra la scrivania di Pamela, la posa da discobolo di Mirone.
«Ma lo avevo capito…» cercò di rimediare in qualche modo quella, pur consapevole che non avrebbe convinto nessuno.
In effetti, di lì a poco, doveva essere interrogato un pericoloso camorrista, il noto Francesco Speranza (don Ciccillo per la gente di rispetto) soprannominato ‘O’ Spezzacore’, ferocissimo boss del Salento, di recente fermato dalle forze dell’ordine nell’ambito di una vasta retata antiracket diretta e coordinata dall’abile regia del de’ Macci.
La presenza del Caciocavallo nella stanza della GIP si spiegava, peraltro, con il fatto che il sanguinario boss aveva perduto completamente la voce , nonostante le costose cure e i ripetuti interventi.
In ritardo, però, quella mattina, non era solo don Ciccillo.
Anche l’Avvocato Orlando Raucubba che, in Lamarmora, era meglio conosciuto quale difensore ufficiale della malavita organizzata , mancava all’appuntamento.
Già, l’Avvocato Orlando Raucubba! Un soggetto strano davvero!
Da un po’ di tempo, infatti, si era potuto osservare che il professionista sembrava diventare di giorno in giorno sempre più giovane. Con il trascorrere dei mesi, una chioma brizzolata aveva lasciato il posto all’antico color biondiccio naturale, mentre le guance, da flaccide e gonfie, si erano fatte ben presto sode e toniche; erano sparite completamente le antiestetiche borse che gli appesantivano gli occhi verde smeraldo, così come l’andatura, da claudicante e strascicata, era divenuta mobile e guizzante. Per l’aria sbarazzina di riacquistata vitalità, il Raucubba si era così meritato da alcuni colleghi (rosi dall’invidia) l’appellativo di ‘Dorian’ .
Per questo ringiovanimento progressivo, erano state avanzate fantasiose congetture. La più accreditata era quella che fosse stato l’autorevole capofamiglia di Capri don Totonno Fasano detto ‘Muso o’ Puorco’ che, come compenso per i servigi resi in passato, aveva provveduto a pagargli profumate sedute da un pranoterapeuta di fama mondiale , amico suo, con il conforto di un raffinato lifting a Houston (Texas), ove il Raucubba si recherebbe, con una certa frequenza, per ritocchi e attività varie di sostegno facciale.
«Potresti scendere dalla mia scrivania, per favore?» chiese con vellutata gentilezza Pamela che nutriva una spiccata simpatia (affatto ricambiata) per il Morozzo e per la sua muscolosità scultorea frutto di anni di duro lavoro da culturista «mi scompigli l’avanguardia degli Ussari del V° Reggimento di Cavalleria Uppsala»; un sorriso premuroso e materno alle sue creature sottolineò la velata preoccupazione della donna. Un paio di soldatini lignei di pregevole fattura erano, invero, caduti sulla base della lampada da tavolo a seguito delle vibrazioni impresse dal Morozzo nelle sue posture plastiche. Uno di essi, in particolare, rovesciandosi malamente, aveva travolto e messo a soqquadro un cannone d’altura con la miccia già accesa, sciorinando, nel contempo, per il pianale una piramide ben ordinata di proiettili a palla.
«Quegli Ussari appartengono al VI° Reggimento di Cavalleria Moldavia che, com’è noto, è stato istituito almeno vent’anni dopo il V° Reggimento di Cavalleria Uppsala!» esclamò infastidito il Morozzo tastandosi, nel contempo, gl’ipertrofici muscoli pettorali «non vedi che hanno un bottone dorato in meno sul dolman mentre i grillotti d’oro sulla spalla sinistra sono ruotati di dodici gradi verso l’interno della giacca?» E, scivolando giù dalla scrivania, abbozzò, schifato, una flessione sulle gambe.
La laconica sentenza, pur rifilata con la solita arroganza e malagrazia, sconvolse la Melapà che prese a esaminare, con estrema attenzione, uno dei cavallerizzi incriminati, aiutandosi con una potente lente di ingrandimento che estrasse da una scatolina fiorata a forma di lente di ingrandimento.
«E poi a ben osservare» proseguì il PM lanciando una sbirciata distratta «è pur roba dozzinale, probabilmente di sambuco.»
«Di San Buco? E chi è San Buco? Il Santo protettore dei drogati?»
Morozzo serrò le mascelle in una smorfia di dolore. Ma ebbe il buon senso di non rispondere.
«Ignoravo che fossi un esperto di queste cose…» continuò con una vocina strozzata la GIP, tra l’incredulo e l’ammirato.
«Perché mai, perdio?!?» declamò Morozzo mettendosi le braccia sui fianchi ed alzando il mento in cerca di uno specchio «… il Vigore… la Forza… la Patria… il Furore della Guerra… il Sacro Segno della Vittoria, ah!…»
La Melapà contemplò estasiata il collega mentre si dondolava sui talloni con movimenti che mettevano in evidenza la virile possanza, poi, non contenta, sotto il cipiglio divertito del Caciocavallo, che, continuando a gesticolare nel linguaggio dei sordomuti, forse le stava comunicando qualcosa, tirò giù dalla libreria un paio di consistenti volumi dell’Enciclopedia omnia sulle divise militari, cominciando a consultarli.
In quel frangente, un rumore di labili colpetti s’avventurò nell’ufficio da sotto la spessa porta blindata. Che si spalancò.
Sulla soglia apparve un bambino di circa quindici anni vestito di un elegante gessato blu, con in mano una ventiquattr’ore in pelle nera scamosciata, i capelli ricci biondicci che debordavano da sotto un borsalino grigio rinoceronte, elegantissimo; due occhi verdi luminosi ed allegri irraggiavano un’espressione impertinente.
Pamela, riemersa dalla Guerra dei Sette Anni, lo vide all’improvviso.
Sbigottì.
Aveva infatti riconosciuto immediatamente, in quelle fattezze adolescenziali, il Raucubba.
Incredibile! L’involuzione cronologica aveva dunque avuto il sopravvento, facendo il suo inesorabile corso? La Natura aveva al fine abbandonato la sua indomabile partita lasciando che il vecchio professionista si trasformasse in un imberbe ragazzino?
Fingendo di non trovare niente di strano in quella stupefacente metamorfosi, per non mortificare il Raucubba, si diede un tono e farfugliò:
«Avvocato, non crede di essere piuttosto in ritardo oggi?»
«Macché Avvocato!!!» sbottò insolente Morozzo «è il figlio dell’interprete!!! Ma che vai dicendo?!? Ma sei proprio sicura di essere la cugina del Presidente?!?»
«Certo dottoressa, questo scugnizzo è Gennarino mio, ch’è figlio ammè… sono onoratissimo di presentarvelo, per servirla…» fece solare il Caciocavallo. Il bambino, senza profferir verbo, sguainò una piccola mano volitiva in direzione della Melapà che, imitando perfettamente un salmone balbuziente, chiudeva e schiudeva più volte le labbrone raggrinzite. Il Caciocavallo, credendo che la dottoressa, entrata finalmente in sintonia con lui, stesse dialogando nel linguaggio dei sordomuti, cominciò a prendere appunti.
Un trillo dispettoso lacerò l’aria tesa della stanza, togliendo tutti dall’imbarazzo.
«Pronto!» abbaiò il PM aggredendo il portatile.
Una vocina sibilante proveniente dall’altra parte del filo si sparse tutt’attorno all’orecchio del Morozzo come un minuscolo insetto.
«Come sparito?!?» esplose il PM scanocchiando il mollettone palmare «avete controllato dappertutto? Magari si sarà perso in ascensore oppure è in casa e non vuole rispondere… ah… avete già sfondata la porta… capisco… sì… capisco… e nessuno lo ha più visto da tre giorni… già… già… va bene, va bene… voglio un rapporto esaustivo e dettagliato fra mezz’ora…» e concluse in modo secco la telefonata piegando in due l’apparecchio come se volesse accartocciarlo per gettarlo via.
«Pare che Primo Fante sia sparito…» annunciò interdetto il Morozzo con lo sguardo fisso dinanzi a sé «chi mai può volerci così bene?»
«Forse è in ferie…» azzardò la Melapà intenta a scrutare il ragazzino, affatto persuasa che quello non fosse davvero l’Avvocato Orlando Raucubba divenuto fanciullo.
«No, anzi… era d’udienza… e poi avrebbe avvisato in segreteria… sai com’è preciso Scorreggina… volevo dire il Fessacchiotto…»
Il piccolo Caciocavallo, intanto, rivoltosi al padre, intrattenne amabilmente con lui una fitta conversazione nel linguaggio dei sordomuti. Dopo un abbondante quarto d’ora, durante il quale i due mostravano perfino di accalorarsi nella loro discussione, la Melapà, spazientitasi, proruppe:
«Poverino è così dalla nascita?» domandò all’interprete alludendo all’evidente mancanza di favella del figlio.
«No, Eccellenza mia, da quando ha voluto imparare il mio mestiere… tra l’altro lui è pure più bravo di me, perché non solo parla più veloce assai, ma sa esprimersi per giunta in dialetto…» sospirò l’uomo gongolandosi «mi ha sempre dato tanta soddisfazione, o’ Gennarino mio, non è ‘na bellezza? Tutto sua madre, santa donna sua madre, sapete…?»
«Per servirla…» gorgogliò il ragazzino sovrapponendosi con le sue parole a quelle del padre poi, eseguito uno spagnolesco inchino, si dileguò.
«Ma dovrebbe vedere l’altro ragazzo, Gennarino Gennarino, che fenomeno che è…»
«Credo di non aver afferrato…» fece la GIP allungando il collo lumacoso all’indirizzo dell’interlocutore «ha chiamato un figlio Gennarino e l’altro Gennarino Gennarino? E perché mai?!?»
L’uomo sorrise beatamente ma non rispose subito, come se volesse scegliere le parole più adeguate.
Poi parlò, ma, a causa del suo strabismo divergente, parve rivolgersi alla vicina lampada:
«Ma per poterli distinguere…»
«Non… non ci avevo pensato» ribatté confusa la Melapà chiudendosi la mano dentro al tomo XVI (di 1.523 pagine) dell’Enciclopedia.
A quel punto Morozzo si massaggiò con energia le tempie, trattenendosi, per non esplodere.
L’Ussaro trombettiere (quello coinvolto nell’incidente di prima, che non aveva gradito la palla di cannone sullo stinco) sputazzò senza entusiasmo nel suo strumento curvatosi per l’urto, cosa che contribuì a fargli emettere una stecca terrificante. Era il telefono.
«E’ il mio!» confessò la Melapà al collega disegnandosi un’espressione di circostanza sulle labbra come per dire: ‘Non è colpa mia!’.
«Pronto??? Sì! Certo!» disse la PM grattandosi la nuca con una bandierina della guerra di secessione «certo che mi ricordo del morto di infarto dell’altra sera… ho già rilasciato il nulla osta perché fosse seppellito… sì!… Sì! Il mio nulla ost… come sarebbe a dire che il morto s’è risvegliato… ah, il medico legale sostiene ora che si trattava di morte apparente… ah sì? E lo dice adesso? Ma chi si crede di essere??? Seppellite lo stesso l’ex morto, quel che è deciso è deciso e io ho una parola sola!»
Il Morozzo rimase, per la prima volta forse nella sua vita, con la bocca spalancata.
«… comunque il figlio mio» riprese il Caciocavallo per vincere la crescente sensazione di disagio che lo stava pervadendo «mi ha testé riferito che me ne posso pure andare…»
«Non dica sciocchezze!» attaccò il PM riscanocchiando il mollettone ormai inservibile.
«Già non adombri punti di vista insostenibili…» fece di rimando la Melapà annuendo in maniera esagerata e ricercando nel viso del Morozzo un cenno di consenso.
«Lei è indispensabile per l’incombente istruttorio espletando…» incalzò il PM «l’Avvocato Raucubba sarà qui a momenti e…»
«… veramente Eccellenze mie… non me ne vogliate… ma pure l’Avvocato Orlando Raucubba non verrà…» ribadì l’uomo il cui sguardo appariva sospeso tra il PM e la Melapà.
«Cosa vuol dire che non verrà?» scattò Morozzo irrigidendosi come se fosse stato sodomizzato da un fulmine «… e come facciamo quando ci sarà l’imputato… c’è bisogno del difensore, dico, per l’interrogatorio, dico…»
«…già l’interrogatorio per il difensore… diciamo…» diede di sponda la GIP sulla scia del collega che, sprizzando prorompente mascolinità da tutti i pori, la stava mandando in visibilio.
«Eccellenze illustrissime, vedete…» rispose molto cortese l’interprete levando gli occhi al soffitto dando così l’impressione di guardare sia il lampadario che fuori dalla finestra «… e che non verrà neppure don Ciccillo…»
«Come non verrà neppure l’imputato? Ma sta scherzando? Lo stiamo aspettando, è stato preannunciato il suo arrivo… dico!» urlò il PM che aveva abbandonato ogni controllo, sì che si sarebbe detto che, prima o poi, sarebbe volato al pomo d’Adamo del Caciocavallo per farlo diventare sordomuto di fatto e di diritto.
«Temo che dovrete pazientare ancora… è or ora evaso…»
Il PM, allora, a questa notizia, come se gli avessero tolto la corrente, si accasciò ammutolito sul tavolo, radendo al suolo la Cavalleria ussara che non aveva fatto in tempo a suonare la ritirata .
Anche Pamela Melapà, stroncata per la tragedia di aver dovuto assistere all’azzerarsi della sua raccolta di preziosi e rari Ussari lignei (di qualunque Reggimento fossero), si lasciò crollare sulla poltrona tale e quale una gallina stagionata, cui fossero state risucchiate, in un sol colpo, pelle e ossa.
Una perdita terribile. Certamente irreparabile.
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