L’iniziazione

Tessa e Banco si sentivano storditi. Quel viaggio li aveva frastornati. Si sedettero in terra guardandosi intorno. «Anche questo mi sembra una toilette…» disse deluso Banco allungando una mano sulla spalla della sorella. Anche se decisamente non è quella di casa nostra.
«Già, sembra anche a me, ma non riesco a capire dove sia la porta». Le pareti del bagno erano infatti ricoperte da soli specchi. Le figure dei due ragazzi seduti venivano ripetute all’infinito.
«Un luogo così sembra fatto apposta per far venire il panico» osservò Banco alzandosi in piedi e aiutando la sorella a fare altrettanto. Si erano messi a toccare tutti gli specchi nella speranza che qualcuno di loro si aprisse.
«Magari c’è una molla, un pulsante…» faceva Tessa, cui cominciava a mancare il respiro. La risposta a quella mezza domanda fu lo scorrere di lato, dalla parte opposta rispetto a quella dove si trovavano loro, di uno dei tanti specchi che li circondavano. Nella luce della porta apparve così, saltellante e con lo sguardo allucinato, quello che si sarebbe detto Gollum/Smeagol della trilogia del ‘Signore degli Anelli’. Sulle prime se ne rimase immobile a scrutare con sufficienza i due giovani come se attendesse da loro una spiegazione su cosa stessero facendo lì. Banco era a bocca aperta: si aspettava a sua volta che, da un momento all’altro, la creatura gli domandasse: ‘Dov’è il mio tessssoro?’ Ma Gollum non disse nulla e tirò dritto verso uno dei lavabi su cui balzò per poter bere a canna dal rubinetto. I gemelli ne approfittarono per scivolare velocemente lungo la parete e guadagnare l’uscita dalla porta rimasta aperta. Si ritrovarono poco dopo in una sala molto ampia con soffitti altissimi abbelliti da stucchi e affreschi. Alle pareti c’erano quadri d’epoca e statue un po’ dappertutto, con drappi e arazzi di valore.
«Che posto sciccosissimo!» esclamò Tessa che sgranava gli occhi «è stupendo! A me piacerebbe tanto un giorno vivere in un palazzo così…»
«Lo so… è una tua fissazione quella del castello incantato e del principe azzurro» le rispose ironico il fratello. La ragazza fece una espressione come se volesse dire: ‘ma cosa parlo a fare con te, tanto tu non capisci niente di queste cose’. La loro attenzione fu quindi attratta da uno scoppio di risate e da note musicali che provenivano da una sala attigua. Si avvicinarono incuriositi senza entrare: erano senza parole. C’era una festa in grande stile, dove tutti gli invitati erano in maschera o meglio erano vestiti da personaggi famosi. Ci saranno state un centinaio di persone e sembrava la scena importante di un film un po’ bislacco. Anche questa era sala enorme, sfarzosa. Lampadari di cristallo di Boemia di ragguardevoli dimensioni illuminavano l’ambiente mandando mille riflessi. Un complesso da camera formato da professori in frac, su un palco appositamente costruito, stava suonando un valzer di Strauss.
«E dire che tu non volevi portarmici, in un posto così» disse con aria di rimprovero Tessa. «Ma da cosa sono vestiti?»
«Proprio non lo so, Banco».
«Vorrei sbagliarmi, ma a me sembra che impersonino assassini famosi o comunque figure piuttosto sinistre» disse il fratello con un mezzo sorrisino. C’erano infatti Jack lo Squartatore, Hannibal the Cannibal, Darth Fenner di ‘Guerre Stellari’, Saruman del ‘Signore degli Anelli’.
Ma quello che colpiva di più non era il fatto che gli invitati assomigliassero a questi personaggi, ma che fossero addirittura i loro cloni vista la cura maniacale riservata ad ogni dettaglio per poterli rappresentare. La musica era molto piacevole e i ragazzi erano come rapiti nell’ammirare Morticia della famiglia Addams che, nonostante la gonna stretta e a tubo, ballava il valzer con Lord Voldemort, il nemico giurato di Harry Potter. Poi ad un certo punto sentirono alla loro spalle:
«Ben arrivati!» Tessa e Banco si girarono. Davanti a loro c’era IT, il famoso personaggio di Stephen King. I due ragazzi sobbalzarono: entrambi avevano letto il libro e visto il film. «Non abbiate paura!» li tranquillizzò sorridendo il pagliaccio «è solo un travestimento. Seguitemi, eravate attesi». Rincuorati da quella frase e dalla voce calma e rassicurante dell’uomo, i due ragazzi gli si accodarono senza fare ulteriori domande. Il pagliaccio percorse tutto l’atrio e quindi un lungo corridoio ricco di armature, scudi e alabarde. Si fermò infine davanti ad una porta in legno di noce e, aprendola, scandì in modo gentile ma affettato:
«Siete pregati di aspettare qui dentro, i Gran Rettori saranno da voi fra poco» e fece un leggero inchino. A dispetto dalla fama di persona feroce che si era fatta nel libro di King, quell’uomo, in maschera anche lui, fungeva evidentemente da maggiordomo in quello strano posto; il contrasto tra l’aria di sussiego e l’aspetto da pagliaccio era irresistibile.
«Aspettate i Grancosa?» fece la sorella, che aveva voglia di ridere. Ma la domanda rimase sospesa nell’aria perché il fratello era già entrato in quella che doveva essere la biblioteca, visto che le pareti della sala erano letteralmente tappezzate da libri, riviste e tomi anche antichi. Mentre la porta soffice chiudeva alle loro spalle, i gemelli si sedettero su comode poltrone di pelle che sembravano avvolgerli in un morbido abbraccio. Provarono da subito una sensazione di benessere intenso. Si sentivano bene, rilassati, senza più voglia di muovere neppure un muscolo. La loro mente si svuotò sbarazzandosi di colpo di ogni pensiero o cruccio, non c’era più posto per preoccupazioni, tristezze o pessimismi, né per affanni o ansie. Il futuro si presentava roseo, pieno di successi, soldi e salute. Gli schienali delle poltrone, sotto il loro peso, si erano reclinati automaticamente con dolcezza e in modo impercettibile, senza che loro neppure se ne accorgessero, fino a divenire dei lettini. Inebriati da quel senso di abbandono, per i due gemelli divenne a poco a poco irrilevante il motivo per il quale erano venuti fin lì. Si era diffusa nell’ambiente una musica celestiale, dolcissima, indefinibile, con un sottofondo di mormorii di un ruscello di montagna, mentre i profumi di muschio, di pino, e incenso si erano sprigionati in un lento crescendo. Banco pensò che se in Paradiso ci fossero state poltrone così e se le sensazioni fossero state le stesse avrebbe fatto di tutto per meritare di andarci. I loro occhi si socchiusero delicatamente, ma non per dormire, bensì per assaporare quella calma e serenità interiore cui non avrebbero mai più voluto rinunciare. I due fratelli non parlavano da un tempo indefinito. Potevano essere passati dieci minuti, ma poteva anche essere trascorsa una buona mezz’ora: che importanza poteva avere? L’essenziale era che quello stato d’animo di beatitudine perdurasse per sempre. In lontananza, nel fruscio della brezza tra le fronde, inframmezzato dal canto degli usignoli, Banco avvertì uno sbuffo impertinente. Anche il lieve raspare sul pavimento ricordava la ricerca di pinoli, forse da parte di qualche scoiattolo. Il ragazzo aveva un sorriso a tutto tondo stampato sul volto e quando aprì gli occhi a mezz’asta vide davanti a lui, con lo stesso sorriso soddisfatto, la propria sorella distesa immobile nel più completo relax. Ma Banco si accorse che la poltrona di Tessa si stagliava stranamente sulla parete della biblioteca, in modo diverso da prima; mentre infatti appena era arrivato la pelle marrone della poltrona sembrava fondersi con i colori caldi dei dorsi dei libri e del legno di noce degli scaffali, lo sfondo ora era bianchissimo, candido, come se ci avessero spruzzato sopra della vernice bianca. Il ragazzo, allarmatosi per il repentino mutamento, spalancò gli occhi, mettendosi seduto e volgendo lo sguardo da ogni lato: la biblioteca era sparita. Non c’era più uno scaffale o un libro o un qualsivoglia mobile: la lampada a stelo, la statua di Venere, il divano, i tappeti, il lussuoso lampadario… era tutto scomparso. Ma non erano solo le pareti ad aver assunto un candore accecante, anche il soffitto e il pavimento erano luminosi. Anzi il bianco era così abbagliante che, se non fosse stato per le poltrone su cui erano ancora seduti i due ragazzi, si sarebbero facilmente perse addirittura le dimensioni di quella stanza.
«Tessa, Tessa, svegliati!» fece il fratello agitato «c’è qualcosa che non va!»
«Non stavo dormendo» fece la sorella «stavo solo… ehi, ma che fine ha fatto la biblioteca?»
«Appunto!» ribadì lui indicando il vuoto che li circondava. Nel frattempo lo sbuffo che aveva udito in lontananza, si fece molto più ravvicinato: ora somigliava sempre più chiaramente al soffio di un gatto arrabbiato.
«L’hai sentito anche tu?» chiese Banco.
«Sì, e non so perché, non mi piace per niente…» Il soffio si fece miagolio. Ed era un miagolio roboante, soffocato e profondo come se il gatto fosse grosso. Molto grosso. Banco si alzò con diffidenza dalla poltrona dando appena un’occhiata in direzione del rumore. Ebbe un sobbalzo: c’era uno smilodon in carne ed ossa accucciato a pochi metri da lui. Si trattava di un antenato dei gatti che avrebbe dovuto essere estinto da migliaia di anni, almeno secondo quanto aveva letto su di un vecchio libro di scuola del padre. Ma evidentemente non era così se ora poteva vederlo davanti a sé. E di quella bestia feroce ricordava in particolare le dimensioni che erano quelle di un puma e le famose e temibilissime zanne a sciabola che, poteva constatarlo di persona, erano affilate e gigantesche. Il ragazzo, a quel punto, se ne rimase immobile, in piedi, senza avere neppure il coraggio di battere le ciglia. Forse aveva persino smesso di respirare. La poltrona, che ancora aveva accanto a sé e che aveva appena abbandonato, lentamente sfumò e si dissolse. Banco si girò allora istintivamente verso la sorella per avvertirla di non scendere a sua volta. Ma lei lo aveva appena fatto e anche la sua poltrona divenne trasparente fino all’evanescenza. Ora nella stanza c’erano solo i due ragazzi e il massiccio gattone arrabbiato. Molto arrabbiato.
«Cosa significa tutto questo, Banco?» piagnucolò la sorella alla vista del felino, che aveva l’aria di non mangiare da diverso tempo.
«Cos’è, uno scherzo?» Il felino a quel punto si alzò sulle zampe e fece un ruggito così spaventoso che il ragazzo pensò che il suo sangue si fosse tramutato improvvisamente in gazzosa. Poi la belva, con lo sguardo fisso in quello di Banco, dondolando, seppur di poco, la testa prima a destra e poi a sinistra, cominciò a muoversi in direzione dei ragazzi. Tessa gettò un urlò talmente acuto che il fratello si dovette tappare le orecchie: non si ricordava di averne sentito mai uno così prima. Persino la belva, che non si aspettava quel suono fastidioso, si arrestò. Banco invece indietreggiò fino a raggiungere Tessa che prese per mano cominciando a trarla a sé. Lo smilodon riprese il suo passo lento ma minaccioso verso i gemelli. Poi si arrestò nuovamente, si piegò un poco sulle zampe posteriori e si lanciò su Banco. Il ragazzo ebbe la prontezza di riflessi di tirare al felino un calciò ben assestato sul muso. Lo smilodon atterrò ugualmente su di lui ma lo fece a corpo morto. Il calcio lo aveva colpito appena sotto il collo e la belva era rimasta stordita vittima di un principio di soffocamento. Banco si rialzò scostando il grosso felino e, ripresa la mano della sorella, corse con lei all’angolo opposto della stanza, o almeno a quello che gli sembrava essere un angolo in quel mare di latte. Ben presto la belva si riprese. Rimessosi sulle quattro zampe emise un ringhio sibilato di rabbia; lanciò un altro potente ruggito e quindi si mosse nuovamente in direzione delle sue due prede, anche se ora con fare più guardingo. I due gemelli erano disperati all’idea di non aver nulla da usare per tener lontano quella bestia feroce ben sapendo che le mani non sarebbero bastate. Si sentivano spacciati. Il felino avanzava sempre più: era adesso a pochi centimetri da loro, ma anziché saltare cercava questa volta di colpirli alternativamente con una zampa con gli artigli completamente scoperti. I ragazzi si erano schiacciati nell’angolo cercando di schivare i colpi del felino come potevano. Poi Banco diede sul muso del felino una seconda scarpata tanto che il felino, per evitarne delle altre, si alzò sugli arti posteriori vibrando questa volta veloci zampate che un paio di volte andarono a segno, lacerando la maglietta del ragazzo che faceva da scudo a Tessa e togliendogli la scarpa. Poi lo smilodon, che prese a sgranocchiare la calzatura, sembrò calmarsi un poco, come se stesse pensando a come sferrare l’assalto finale. Doveva aver capito che i due non avrebbero offerto una gran resistenza. Banco allora, nel tentativo di cercare un qualcosa che potesse servirgli per contrastare la belva, si accorse che in quello stesso angolo in cui si trovavano loro c’era qualcosa di circolare e di nero, a circa due metri di altezza; sotto al bottone gli sembrava persino che ci fosse una scritta.
«Presto, Tessa, fammi salire sulle tue spalle!»
«Ti sembra questo il momento di giocare?!?»
«Fai quello che ti dico, presto!!!» Tessa, con i palmi delle mani incrociati, improvvisò un gradino all’altezza dello stomaco. Banco, dopo aver dato un’occhiata allo smilodon che dava l’impressione di volersi gettare su di loro da un momento all’altro, salì sulle spalle della ragazza. Questa vacillò e poi gemendo disse:
«Ma quanto pesi! Hai visto qualcosa?»
«Sì» rispose Banco che si sforzava di rimanere in equilibrio «lo vedo bene, è un pulsante, c’è scritto… c’è scritto… ecco sì ora lo leggo: c’è scritto reset… ma non ci arrivo…»
«Fai presto!» supplicò con voce tremante la ragazza, che oltretutto non ce la faceva più a reggere il fratello «questa bestiaccia sta per saltare». Senza perdere altro tempo, Banco si tolse la scarpa che gli era rimasta e la tirò in direzione del pulsante. Ma la scarpa gli ricadde sulla testa senza colpire altro. «Sta per saltare, sta per saltare…» urlò ancora Tessa in preda al terrore. Banco soppesò ancora la scarpa e, dopo aver preso la mira, la lanciò con quanta più precisione poté. Il felino era già scattato verso di loro ed era a pochi centimetri dalle loro teste quando la scarpa colpì il pulsante: immediatamente la luce accecante della sala si attenuò e uno dopo l’altro riapparvero le sedie, il divano, la lampada e tutto il resto: ricomparvero persino le magiche e comode poltrone. E dello smilodon, neppure più l’ombra.
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