Una questione di peso

Banco si fece due ore filate di sonno. Ma fu un’altra scossa di terremoto a svegliarlo. Sentì il letto che ondeggiava come se si trovasse di nuovo in mare aperto: il comodino venne a sbattere contro la testiera del letto a pochi centimetri dal suo viso tanto che la lampada vacillò con veemenza fino a fermarsi contro il muro. Avvertì un gran sbraitare in giardino: erano i vicini che si agitavano impauriti, commentando a gran voce l’ennesima, preoccupante scossa sismica. Udì anche il loro tossire e ansimare convulso da asmatici gravi. Reno, il vicino assicuratore, raccontava a voce alta, con malcelata ansia, che molti dei suoi amici erano stati ricoverati in ospedale, per accertamenti. Il virus, o qualunque altra cosa fosse, stava dilagando. Banco non si scompose nel suo letto; gli pareva che il suo corpo pesasse tonnellate. Anche la sorella stava ancora dormendo non provenendogli rumori dal resto della casa. No, non aveva intenzione di alzarsi per uno ‘stupido’ terremoto. L’avrebbe fatto forse fra un po’, ma non ora e comunque non per quel motivo. Stava per riaddormentarsi quando squillò il suo cellulare caduto in terra per il terremoto. «Pronto?!?» fece assonnato. «Stavi dormendo, tesoro?» fece la madre. «No, no, dimmi, è successo qualcosa, mamma?» «Il dottore dice che è meglio che io e tuo padre ci ricoveriamo per fare delle analisi: vuole approfondire questa faccenda. Fino a quando non si saprà di cosa si tratta ha detto che è più prudente rimanere sotto osservazione… ma voi state bene?» «Sì mamma, benissimo». «Hai una voce un po’ strana, è successo qualcosa?» «No, forse ho un po’ di raucedine» mentì il ragazzo. Probabilmente gli eventi appena accadutigli lo avevano provato più di quello che aveva creduto. Poi aggiunse: «C’è stata un’altra forte scossa di terremoto!» «Sì, l’abbiamo sentita anche noi, ti sei spaventato?» «Non più di tanto…» «Bisogna avere pazienza, forse presto finiranno anche i terremoti…Va bene, senti, è meglio che voi non veniate in ospedale, è più sicuro, non vorremmo contagiarvi più di quanto non abbiamo forse già fatto. Verrà piuttosto a casa la zia a mettere in valigia il necessario per qualche giorno. Si occuperà anche di voi, in nostra assenza». «Ma non c’è bisogno della zia, mamma, sappiamo badare a noi stessi. Siamo grandi oramai, io e Tessa» rispose immediatamente Banco preoccupato di avere un adulto in casa con tutto quello che stava accadendo: con ciò che aveva poi in mente di fare, la zia avrebbe potuto solo limitare i suoi spostamenti. «Siete sicuri?» «Sicurissimi!» «Va bene… voglio fidarmi di voi. Nel frigo c’è un mucchio di cose da mangiare, avevo fatto la scorta, per fortuna, prima di venire qui. E poi ci sono i surgelati in freezer. Noi torneremo presto e forse non ci sarà neppure bisogno della valigia. Acquisteremo il necessario allo spaccio dell’ospedale. Voi, comunque, non state in pensiero». «D’accordo! Riguardatevi!» La madre riattaccò. Banco pensò che avrebbe dovuto fare assolutamente qualcosa per trovare la causa di quei problemi, ammesso che fosse possibile. Nora diceva che gli strani fenomeni ambientali e climatici di quei giorni erano ricollegabili al Malvagio: ma in che senso e in che modo? Si rammaricava all’idea che, da quando aveva assunto l’incarico con la Compagnia avesse avuto solo disavventure senza essere stato in grado di fare il minimo progresso. Pensava anche a Tago, sperduto nell’Altra Dimensione, e a come si fosse in qualche modo sacrificato per lui e sua sorella. Avrebbe voluto cercarlo, dargli una mano, sincerarsi che non gli fosse capitato qualcosa di brutto. Poi si alzò: gli venne in mente che se avesse utilizzato il Gator avrebbe potuto chiamare Franz e Nora, così come aveva fatto la prima volta, facendoli venire direttamente lì, nella sua camera, senza dover andare a cercarli ovunque si trovassero ora. Avrebbe potuto relazionar loro di quanto accaduto, di come fossero stati traditi da IT e del fatto che Tago fosse scomparso. Gli sembrò un’ottima idea: andò sotto il lavandino e staccò il Gator che era ancora lì in forma di tubo: in un attimo riprese le sembianze della ‘solita’ sveglia. «Allora, com’è andata?» fece il Gator sgranchendosi le suonerie. «Non bene, abbiamo avuto delle difficoltà. La prima volta abbiamo raggiunto la Sede della Compagnia senza problemi, ma quando ci abbiamo provato la seconda volta, dopo che eravamo finiti, ridotti in liquido, in una discarica, non siamo più riusciti a entrare nella Sede » gli svelò il ragazzo tutto d’un fiato «sembra che il Palazzo ora sia sotto una montagna d’acqua…» «Discarica? Liquidi? Montagna d’acqua?» «Sì, Gator, ora è complicato spiegarti tutto… ho pensato piuttosto che non potendo raggiungere Franz e Nora alla Sede che non c’è più, sempre che siano ancora vivi, e non sapendo dove materialmente si siano cacciati, avrei potuto farli venire qui: devo assolutamente parlare con loro. Sono successe nel frattempo molte cose, troppe oserei dire». «Prego, accomodati!» se ne uscì il Gator stranamente arrendevole e gentile. Banco, senza nemmeno pensarci su, premette il pulsante verde di chiamata rapida, quello con la O attraversata da due frecce oblique, lo stesso cioè che aveva schiacciato quando aveva conosciuto per caso i due dirigenti della Compagnia apparsi nella sua stanza. Un fascio di luce blu fu proiettata all’istante dalla sveglia, colpendo prima il soffitto e poi rimbalzando più volte nella stanza fino a illuminare lo spazio ai piedi del letto. Il ragazzo non vedeva l’ora di rincontrare Franz e Nora per raccontar quanto accaduto: doveva assolutamente sapere dove si trovava la nuova Sede, chiedere loro un consiglio su come rintracciare Tago… e, soprattutto, dir loro di allontanare IT, che altro non era se non un Demone del Malvagio, eliminando poi anche tutta le rete di Emissari che si era costituita presso di loro. Ma il fascio blu si fece azzurro e poi di nuovo blu e poi di nuovo azzurro. Si capiva che c’era qualcosa che non stava funzionando a dovere. Banco diede alcune botte al Gator ritenendo dipendesse da lui. Il Gator si lamentò, ma Banco fece finta di non ascoltare. Là dove la luce blu colpiva il pavimento, prese a formarsi una figura che lentamente acquistò definizione. Banco non riusciva a credere ai propri occhi: era IT. Il primo impulso del ragazzo fu quello di scappare, ma fu inchiodato al letto dalla risata grassa e smodata del pagliaccio. «Non scappare Banco, non scappare… tanto non posso farti nulla, sono solo una trasmissione, non lo sai?» Il ragazzo rifletté: aveva ragione. Rimise la gamba sul letto, badando bene di stare comunque a debita distanza da quella proiezione diabolica. Non poteva credere di aver fatto un errore simile. Ripensandoci, era chiaro che, se all’Immagine della Sede si era sovrapposta quella dell’Oceano e se tutto ciò era accaduto per colpa di IT o comunque della Banda dei Malvagi, come sembrava probabile, azionando il pulsante di chiamata rapida, era lui o qualcuno come lui che sarebbe spuntato nella sua camera. «Ti ringrazio di avermi fatto vedere dove abiti… Banco» fece sorridendo il pagliaccio che si guardava attorno con faccia incuriosita «proprio una bella cameretta… confortevole… pulita… da ragazzino insomma… peccato che adesso tu sia così vulnerabile e indifeso». «Che ne hai fatto di Franz e Nora?» tagliò corto Banco, che si era fatto aggressivo. «Vedo con piacere che sei un fortunato possessore di un Gator e finanche di primo livello, ma bravo, bravo… facciamo progressi». «Che ne hai fatto di Franz e Nora?» ripeté minaccioso il ragazzo. «Come? Ti preoccupi dei tuoi nuovi amichetti, Banco! Che cuore generoso hai… un vero eroe d’altri tempi…» cantilenò IT con tono odioso «ma sì, è giusto che tu sappia della loro sorte, così ti fai un’idea di cosa voglia dire mettersi contro Baalzeniah e i suoi Principi Demoni. Franz e Nora e tutti quegli altri sciocchi della Compagnia stanno avendo quel che si meritano… e forse, più tardi, farò fare anche a loro la stessa fine orribile che ho riservato al tuo compagnuccio Tago…» «Perché, cosa è successo a Tago?» chiese con ansia Banco facendosi avanti con imprudenza. «Lui, così intraprendente, così coraggioso… così altruista…» salmodiò IT senza espressione «poverino… proprio lui finire in quell’incubo!» «Dov’è? Dov’è Tago?» gemette disperato il ragazzo con i lucciconi agli occhi. IT se la rideva divertito come se stesse raccontando la storiella più divertente al mondo. «Devi sapere, caro amico mio, che l’ultimo SuperGator inventato da Fritzmaster ora può creare immagini fantastiche. Immagini di mondi che non esistono se non nella mente vulcanica del suo Autore. Così gli esseri umani che il nostro Signore Baalzeniah decide di voler risparmiare per un po’, nella sua infinita malvagità, trovano in questi inferni artificiali un buon posto dove pentirsi amaramente di esser nati umani». IT fece una pausa. Si stava assaporando tutta l’adrenalina che Banco stava riversando nel proprio sangue. «In queste SuperImmagini, molto più grandi di quelle che comunemente vengono create dai Gator ordinari sparpagliati in questo Universo» seguitò il pagliaccio che sembrava recitare una storiella divertente «non ci sono Varchi di Fuga, ma solo Vie di Entrata che diventano inaccessibili subito dopo averle oltrepassate. All’interno di queste Immagini non ci sono poi Gator da adoperare per trasferirsi altrove, né si vedono le giunture tra un lembo ed un altro che uno come te potrebbe utilizzare per fuggire. Le SuperImmagini inoltre sono dislocate in una galassia lontana spersa nell’Universo, sicché qualunque ritorno nella Realtà, anche a voler bucare l’Immagine, sarebbe davvero poco consigliabile in assenza di aria e nel Vuoto assoluto. Questo, bada bene, te lo dico casomai ti venisse voglia di andare a liberarlo, sempre che tu riesca a scoprire in quale delle miliardi di Immagini si trovi ora». Banco ascoltava immobile stropicciando le lenzuola per la rabbia che sentiva montare dentro di sé. «E così il signor Tago» continuò IT compiacendosi «fuggendo dall’Oceano Sovrapposto per la Via di Fuga della testuggine che io vi ho mandato a bella posta, è caduto da solo nella sua trappola mortale. Tu e tua sorella invece siete stati più furbi, avevate intuito il pericolo e avete preferito il rischio che stavate vivendo. Meglio l’Oceano noto che un possibile inferno ignoto. Intuizione giusta, mio caro Banco, che però il tuo sfortunato compagno non ha avuto. Comunque, anche se riconosco che sei stato in gamba, sappi che la tua furbizia non ti salverà né da me, né dall’ira furibonda del mio Signore. Lui ha saputo delle tue gesta e non vede l’ora di conoscerti». Qui IT scoppiò in una sonora risata che fece tremare i vetri della stanza. «Ma insomma, dov’è Tago ora?» si alterò Banco, che provava l’irresistibile impulso di aggredire il pagliaccio. «Eh… il tuo amichetto si trova ora nel Paese dei Ragni». «Nel Paese dei Ragni?!?» «Sì, nel Paese dei Ragni Giganti che si cibano solo di carne umana». «Ma non si può morire nelle Immagini!» obbiettò con forza il ragazzo ricordandosi di quello che gli aveva rivelato Tago. «No, certo, hai proprio ragione, ma come ben sai si può soffrire. E tanto. Ti assicuro che non deve essere piacevole venir divorati vivi da un Ragno Gigante, ritrovarsi nel suo stomaco con gli acidi e i potenti succhi gastrici che cercano di distruggerti e digerirti. Inoltre, per il gran divertimento del tuo amico, dopo essere stati a mollo nello stomaco di queste bestiole si è vomitati in modo tale che il gioco possa ricominciare da capo. E ti assicuro che non deve essere molto facile sopravvivere in un Paese dove ci sono centinaia di Ragni affamati e un’unica preda disponibile!» «Maledetto!» imprecò velenoso Banco, avvilito e spaventato. «E da quel che mi risulta, lui è stato già ingoiato e sputato diverse volte. Hanno un fiuto infallibile, questi miei superbi Ragni, ed hanno la forza sufficiente per polverizzare e spazzare via tutte le difese e i ripari che lui, poverino, si crea. E bada bene che, ogni volta che si viene digeriti, i potenti succhi gastrici degli stomaci dei Ragni sciolgono parte del corpo del malcapitato. Se lo vedessi ora come è conciato il tuo amico, poverino, non lo riconosceresti!» IT se la rideva in un modo disgustoso e rivoltante. «E tu come fai a sapere com’è conciato?» latrò ringhioso il ragazzo. «Perché sono andato lì appositamente a godermi la scena!» «E a te, perché non ti hanno divorato? Persino i Ragni Giganti ti giudicano ripugnante?» «Sì, sfogati, sfogati pure a parole, ragazzo mio. No, non è per questo. È semplicemente perché i Ragni Giganti vanno ghiotti solo di carne umana. Dei Demoni non sanno che farsene. E poi loro stessi sono creature del Malvagio». Banco per la rabbia afferrò la sveglia e la tirò contro IT che ne fu oltrepassato: «Sei patetico quando ti arrabbi, fatti consigliare dalla rabbia e sarai mio molto prima del previsto». La sveglia rimbalzò come una palla impazzita, colpendo la parete, diversi mobili, la porta e il pavimento per poi finire la sua corsa sopra al lampadario. La trasmissione cominciò però a perdere definizione e a sfarfalleggiare. Forse il Gator si era danneggiato. Ma prima di sparire del tutto IT sibilò bieco al ragazzo: «Comunque per te ho in serbo qualcosa di veramente speciale. Un giorno avrò modo di mostrartelo e quello sarà anche un giorno meraviglioso. Arrivederci Banco, arrivederci. Spero di averti amareggiato abbastanza». La luce blu si spense. Il ragazzo rimase immobile come se stesse aspettando un seguito. Era atterrito da quelle parole; sembrava che nelle sue vene avesse preso a circolare sangue ghiacciato. La rivelazione sulla sorte di Tago lo aveva gettato nello sconforto più cupo. Doveva fare qualcosa per lui, non sapeva ancora cosa, ma doveva farlo. Si mise quindi in piedi sul letto e, dopo alcuni salti, tirò il Gator giù dal lampadario. «Tu lo sapevi che premendo il pulsante verde avrei fatto apparire lui e lo hai fai venire qui ugualmente…» se la prese il ragazzo con il navigatore. «Ma sei pazzo a gettarmi in quel modo contro il muro…» fece il Gator, che si stava lamentando per il trattamento ricevuto. «Rispondi o ti butto sotto un autotreno per vedere quanto sei resistente!» ringhiò il ragazzo, che aveva preso a scuotere il Gator come fosse un salvadanio. «Va bene, va bene, non sbraitare… ho capito, ho capito… smettila di shakerarmi! Io non ho fatto venire apposta proprio nessuno. Il Gator è solo uno strumento e non parteggia né per la Compagnia, né per il Malvagio. Io non voglio entrarci nei vostri affari, non m’interessano, anzi, a dir la verità mi annoiano mortalmente». A quelle parole il ragazzo smise di sbatacchiare la sveglia: «Sì scusami, non so che mi abbia preso». «Il popolo dei Gator» proseguì la sveglia che si sentiva oramai punta sul vivo «ha lottato duramente in passato per conquistare la propria libertà di espressione e di trasporto. È bene tu lo sappia! Dunque non è colpa mia se IT è arrivato fino a casa tua. È stata una tua libera scelta; piuttosto stupida a dire la verità, visto che è successo quello che mi hai raccontato. Ma poi di cosa ti lamenti? Ora sai che IT ha imprigionato questo Tago, che ho capito essere un tuo amico. Se tu solo lo volessi potresti andare in suo soccorso». «Ma non so come fare Gator, non so proprio come» gemette Banco, che aveva voglia di piangere. «Si trova in un’Immagine sperduta, che non saprei come raggiungere…» Gator non seppe cosa rispondere. Forse il ragazzo in quel momento desiderava solo starsene un po’ per conto suo. Il navigatore cominciò quindi un checkup generale delle condizioni dei propri microchips e dei collegamenti: gli urti recenti gli avevano procurato effettivamente qualche guasto. Decise di disattivarsi per potersi riparare meglio.

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