La falena della seta (il baco da seta)

La specialità di alcune falene è quello di produrre, al termine dello stato larvale, un resistente filamento proteico, la seta, che, al contatto con l’aria, si solidifica, divenendo resistente e lavorabile, tanto da poter essere utilizzato dall’uomo, oramai da millenni, nella tessitura di pregio.

Sono in realtà molteplici gli insetti che hanno la capacità di produrre questa sostanza (tra cui i lepidotteri della specie Saturnidae come la Philosamia cynthia, golosa di ailanto, e la Antheraea yamamai divoratrice di foglie di quercia, senza considerare anche alcuni ragni) ma quello più famoso è senz’altro il baco da seta appartenente alla specie Bombyx mori, vale a dire il bombice del gelso o filugello o baco da seta, come meglio conosciuto, che produce la seta migliore.

È bene peraltro subito chiarire che il baco da seta non esiste allo stato selvatico, ma solo in allevamento, e la sua sopravvivenza dipende oramai unicamente dall’uomo sicché non è ipotizzabile una sua infestazione endemica.

L’allevamento del filugello è antichissimo (risale al terzo Millennio avanti Cristo, per quanto alcuni testi fanno risalire questa pratica addirittura al settimo Millennio a. C.) ed è dovuto ai cinesi che ne hanno conservato gelosamente i segreti delle tecniche e dell’uso per tantissimo tempo. La seta veniva utilizzata per confezionare le vesti pregiate degli imperatori e dei dignitari di corte.

Fu quando alcuni allevatori cinesi si trasferirono in altri parti del mondo, come la Corea, l’India e il Giappone, che fu possibile la diffusione delle metodiche di allevamento (attraverso la cosiddetta via della seta) e l’estensione del suo utilizzo.

Anche se i Greci e gli antichi Romani conoscevano tale tessuto, fu solo all’epoca di Giustiniano (dunque in periodo bizantino) che il baco approdò in Europa, grazie a due monaci nestoriani che ne nascosero le uova all’interno di canne di bambù.

Il primo punto di irradiazione dell’attività fu la Sicilia e la Calabria e, da qui, sotto la dominazione francese del sud del nostro Paese, alla Francia, in particolare a Lione. Ben presto però tutta l’Europa prese a interessarsi a questo tessuto tanto che a Firenze, nel XII° secolo, la produzione della seta fu ricompresa tra le Arti maggiori.

A partire dal secolo successivo, l’Italia, insieme alla Cina e al Giappone, diviene una grande produttrice, raggiungendo l’eccellenza in questo settore in particolare nel Novecento, con la rivoluzione industriale, nella zona della Brianza e del Catanese.

Il declino si manifesta invece nel periodo tra le due guerre e per diversi motivi: innanzitutto per il forte inurbamento che spopolò le campagne, ma anche per il diffondersi delle fibre sintetiche, per l’utilizzo dello fenoxicarb, un insetticida usato in quel periodo per la coltivazione di mele, pere e pesche, ma nocivo per i gelsi, ma anche e soprattutto per l’aggiornamento tecnologico all’avanguardia della Cina, in punto di allevamento del baco da seta, che abbatté i prezzi di mercato sgominando qualsiasi concorrenza (costava molto meno importare direttamente il prodotto finito dalla Cina che vendere i bozzoli sul mercato italiano). L’allevamento dei bachi, in Italia, finì così per sparire del tutto.

La crisi in cui la Cina attualmente versa in questo campo, a causa del crescente stato di inquinamento atmosferico globale, fa sì però che questa attività possa nel nostro Paese diventare nuovamente redditizia anche grazie agli aiuti della Comunità europea e ai bachi poliibridi d’importazione giapponese (nati da incroci di bachi giapponesi e cinesi) più produttivi e resistenti alle malattie.

Il filamento dal baco da seta, di lunghezza variabile tra i 350 metri a circa 1 chilometro (i poliibridi producono filamenti anche di due chilometri e mezzo), è secreto dal baco per la formazione del bozzolo ove si ripara per proteggersi dai possibili predatori durante la fase delicata e complessa della metamorfosi quando cioè è del tutto inerme e indifeso.

L’allevamento, che ebbe larga diffusione in Italia, come si è ricordato, grazie al clima mite del territorio che non consente cioè apprezzabili sbalzi di temperatura tra il giorno e la notte, veniva un tempo curato direttamente nelle cascine dei contadini che impiegavano la forza di lavoro non direttamente coinvolta in quella (più faticosa) dei campi (donne, bambini, anziani) considerato anche il limitato impegno richiesto che era concentrato solo in un ristretto periodo dell’anno (una trentina di giorni).

Le uova (dette semenza, ogni femmina ne depone 400/500, massimo 600) si schiudono, dopo il periodo di incubazione, per lo più tra la fine di aprile e l’inizio di maggio (intorno per lo più alla festività di San Giorgio per cui è per questo che in Veneto il baco da seta viene chiamato anche il cavaliere), in tempo perché i gelsi facessero crescere le foglie sui rami.

In realtà le uova vengono deposte prima dell’inverno ma entrano in diapausa invernale, vale a dire in una forma di vita di quiescenza e stasi. Per evitare che schiudano prima che i gelsi abbiano messo le nuove foglie le uova, uscite dalla diapausa, vengono conservate in frigo (a una temperatura di 2,5° C).

Il baco da seta si ciba esclusivamente di foglie di gelso (sia nella varietà Morus alba, gelso bianco o comune, foto qui accanto, sia Morus nigra, gelso nero), sicché l’allevamento del baco da seta è legato indissolubilmente alla gelsicoltura.

La coltivazione attuale del gelso è però, rispetto a un tempo, polivarietale, nel senso che, non solo la gelsicoltura è specifica (non servendo più il gelso anche come sostegno alle viti o come delimitazione di un podere) ma conta su varietà differenziate di gelso che fanno maturare le foglie in tempi diversi con maggiore abbondanza di cibo per i bachi.

La muta del baco da seta (i bachi bianchi sono ritenuti più pregiati rispetto a quelli giallo/arancio) passa attraverso quattro fasi, al termine di ciascuna delle quali, la larva si disfa del proprio esoscheletro (si tratta dei cosiddetti cambi di pelle o ‘dormite’, come venivano chiamate una volta, mentre i periodi di intermuta si chiamano “età“, sicché il baco da seta ha quattro dormite e cinque età larvali) e dura complessivamente non più di trenta giorni, fino a far raggiungere alla larva la lunghezza di 7/8 centimetri.

A ogni muta, che dura tempi differenti a seconda dello stadio evolutivo (vale a dire dell’età larvale) durante la quale la larva smette di mangiare, il baco ha bisogno di una quantità sempre crescente di cibo (ma anche di spazio nell’allevamento) in quanto mangia senza sosta, dapprima con foglie trinciate finemente, e poi via via con foglie lasciate intere persino comprensive di rami. La foglia di gelso, non deve essere bagnata, né deve essere gialla o intaccata, e va raccolta o nelle prime ore del mattino o dopo il tramonto e, se raccolta in abbondanza, va tenuta in un ambiente fresco senza sovrapposizioni per evitare fermentazioni.

I bachi venivano tenuti dai contadini in apposite stanze molto areate (le finestre e le porte avevano aperture supplementari) a causa della fermentazione della lettiera e dalla respirazione delle larve. I bachi venivano tenuti in graticci o intelaiature in legno con il fondo in canne o tela e i letti attentamente ripuliti per evitare le malattie (tra cui la pebrina e il calcino). Ogni telaino (o ariccia che arrivava a contenere anche 20.000 bachi) necessitava di circa 4 quintali di foglie di gelso per tutto il ciclo evolutivo.

Al termine della sua quinta età larvale, non appena il baco inizia a oscillare, in un modo che gli è tipico, il capo per preparare il bozzolo (vedi questo interessante ed esplicativo video turco –> formazione del bozzolo del baco da seta), viene trasferito su particolari sostegni (di saggina o di paglia di segale, ma un tempo erano fascine di rametti intrecciati) cui il baco fissa il resistente filo di seta cui sostenersi per fare il bozzolo (viene eseguita dalla larva la cosiddetta ‘salita al bosco’, in quanto risale, appunto, rispetto al piano ove si nutriva, per geotropismo negativo). Il bozzolo viene completato in 3/4 giorni.

Prima che sfarfalli, il che accade 12/15 giorni dopo la formazione del bozzolo, il baco (che nei millenni ha perso del tutto la capacità di volare) viene messo dall’allevatore (tra l’ottavo e il decimo giorno) in un forno (essiccatoio) a 80° C o in una stanza per la fumigazione (ma in Sardegna lo mettono anche in una cella frigorifera sotto zero) e ciò per uccidere la larva ed evitare che la crisalide, trasformatasi in adulto (la farfalla fora il bozzolo alle prime luci del mattino del 28° giorno), secerni un liquido rosso alcalino (emolinfa) che deteriora irreversibilmente la seta del bozzolo rendendolo inservibile. Le crisalidi soppresse non sono però buttate via, bensì impiegate nei mangimi animali ovvero per l’estrazione di un olio impiegato nell’industria della cosmesi.

Diverse crisalidi vengono selezionate per la riproduzione (nel bozzolo tondo vi è la femmina, in quella oblunga il maschio) e quindi vengono fatte sfarfallare onde ottenere, con la deposizione delle uova, l’inizio di un nuovo ciclo (vale a dire: deposizione uova, diapausa, incubazione, stato di larva, mute, crisalide, farfalla). La farfalla si accoppia subito dopo l’uscita dal bozzolo e muore dopo circa una settimana in quanto non si nutre più.

I bozzoli un tempo venivano venduti agli opifici (le filande, nate sul finire dell’Ottocento) ove erano impiegate solo maestranze femminili (vedi più sotto la foto della stadera utilizzata per pesare i bozzoli) o lavorati nello stesso luogo dell’allevamento.

L’operazione di trarre dai bozzoli il filo di seta continuo e dallo spessore costante (grazie all’immersione del bozzolo in acqua calda per trovare il bandolo) unendo più bave non sufficientemente resistenti per essere utilizzate, è detta trattura.

Dal punto di vista chimico, il filamento è formato da due bavelle di fibroina (presente per circa l’80% in peso) avvolte nella sericina (20% circa). La sericina, a seconda della lavorazione, può essere eliminata del tutto (formando così la seta gommata o cotta) o in parte (seta raddolcita o “souplè”).

Da 100 kg di bozzoli si ricavano 20/25 kg di seta cruda e 15 kg di cascame. La fibroina si è rivelata utile anche in campo medico chirurgico per la sua resistenza alla trazione e la bassissima possibilità di rigetto da parte del corpo umano.

Per un approfondimento –> Baco da seta, tutto su questo piccolo tessitore un tempo molto prezioso.
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