Il valore delle parole – Dare il giusto peso a ciò che si scrive

La buona prosa si differenzia da quella che buona non è, al di là dei contenuti espressi, per il buon governo delle parole.

Sovente si leggono infatti frasi che vanno dietro alla suggestione che le parole stesse producono in chi le scrive piuttosto che al significato che si sarebbe voluto dare ad esse. Si ha cioè la sensazione che l’autore venga trascinato dal fascino dei termini cui ricorre, che si faccia guidare dal loro carico squisitamente emozionale, piuttosto che gestirli, con il giusto distacco, per il senso peculiare che hanno e per la loro valenza ponderale.

Le parole sono uno strumento molto potente nelle mani dello scrittore (che sia ovviamente capace di utilizzarle) e fanno la differenza tra ciò che rimarrà nella mente di chi legge, una volta chiuso il libro, e ciò che invece gli scivolerà addosso senza lasciare traccia. La parola non è dunque innocua, interscambiabile, fungibile, è semmai densa, unica, specifica e agisce su diversi strati di comprensione.

Innanzitutto la parola è attiva sul suo significato più diretto (significato denotativo) quello cioè a tutti noto per convenzione linguistica: è il significato ortodosso che del lemma dà qualsiasi buon dizionario. Se si scrive ‘mare’ tutti sanno di cosa si sta parlando perché è quello il significato che comunemente viene ad esso assegnato.

Sotto questo profilo è fondamentale che l’idea che si ha dell’accezione di un lemma corrisponda effettivamente a quella reale.

Gli ‘scarti’ di significato dovuti a una scorretta assimilazione semantica dei vocaboli (discostamento molto più frequente di quello che si può immaginare) si paga in termini di precisione espressiva che intanto è più insidiosa in quanto sfugge al controllo dello scrittore che ritiene erroneamente che la parola impiegata abbia il significato che gli attribuisce sicché non è portato a correggerla.

La consultazione frequente di un dizionario (anche come libro di semplice lettura) aiuta in questo tipo di lavoro, a monte, di riallineamento del proprio patrimonio linguistico.

E per meglio rendersi conto delle nostre imprecisioni e, di conseguenza, delle nostre ‘debolezze’ lessicali basterà scrivere su un foglio il significato di alcune fra i termini che più usiamo (soprattutto quelli che attengono a concetti astratti) e poi confrontare le definizioni con quelle del dizionario. Si avranno sicuramente delle sorprese.

La parola però agisce anche su un livello diverso, meramente evocativo (significato connotativo) più profondo e meno immediato, che risponde a significati aggregati di natura soggettiva, propri di chi legge, di chi cioè ha ‘vissuto’ il mare nella propria esperienza di vita come bagnante, marinaio, abitante di una città costiera, come innamorato o anche solo come sognatore per non averlo mai visto.

Qui il controllo del registro da parte di chi scrive è meno sicuro, perché non si può sapere a priori quale sarà l’incidenza che l’uso di quella parola può avere su chi legge; nonostante ciò, lo scrittore deve tener conto anche di tale riverbero non secondario del vocabolo secondo quel patrimonio comune che le parole hanno dal punto di vista personalistico.

Il terzo livello di cui occorre tener conto è poi la semantica di contesto (significato di riferimento).

Una parola ha sfumature di significato differenti a seconda della sua radicazione all’interno non solo della frase ma anche dei suoi riferimenti testuali. La suggestione innescata con un dato termine è ben diversa se per esempio sono due bagnini a parlare di ‘mare’ piuttosto che due ergastolani o due naufraghi piuttosto che due pittori.

Va da sé che il livello significazionale di posizione si accumula evidentemente a quello connotativo e denotativo creando una gora semantica già di per sé rilevante. Alcuni poi confondono il piano connotativo con quello di contesto. In realtà il livello connotativo della parola è proprio di chi legge lo scritto, mentre quello contestuale è proprio del personaggio (che fa uso di quella parola) e dunque è specifico di chi scrive.

Quindi, ricapitolando:

(clicca per ingrandire)

La prospettiva, come è facile comprendere, è dunque molto differente sicché il controllo sul vocabolo da parte dello scrittore deve operare in modo ‘mediato’ perché vanno considerate le connotazioni caratteriali del personaggio in questione nel rispetto dei parametri di logica e congruenza del narrato.

Una volta che si è presa consapevolezza del fatto che la parola è di per sé ‘performante’, vale a dire potenzialmente carica di una molteplicità funzionale di significati, con la vocazione a espandersi su più piani concettuali e in diverse direzioni, occorre gestire le frasi (e dunque le parole che le compongono) sotto il profilo del quarto e ultimo livello di significato, ma non per questo meno complesso: quello qualitativo (significato di valore).

La frase, nella sua attenta costruzione, deve avere una sua validità stilistica, di conio (che altro non è se non l’espressione della personalità dell’Autore) che miri alla valorizzazione delle parole scelte: l’espressione narrativa diventa così una sorta di vetrina, di scaffale, dove i vocaboli privilegiati fanno bella mostra di sé.

Questa evidenziazione si esprime anch’essa, però, su più tavoli operativi:

  • su quello della ricerca di una propria originalità intrinseca che consenta di trasportare il significato voluto con la miglior riuscita stilistica possibile abbandonando stereotipi linguistici, frasi fatte, luoghi comuni, paragoni mille volte sentiti, ma anche fastidiose ripetizioni ed espressioni generiche;
  • su quello della scelta di una costruzione sintattica efficace (attraverso, se necessario, il rovesciamento della frase o l’uso accurato della punteggiatura), ma anche
  • su quello dell’adozione di una cadenza euritmica migliore (vale a dire di una scansione temporale armonica della frase) oltre che di una complessiva buona eufonia (relativa cioè al puro suono sillabico delle parole –> Quando la scrittura è musica – Un parallelismo interessante).

Si parla della importanza della precisazione terminologica, in questa stessa Sezione di Scrittura creativa, anche alle pagine: –> Lingua, lessico e linguaggio – Differenze tra concetti simili; –> Lo spazio negativo tra le parole scritte. Di cosa si tratta; –> La precisazione terminologica delle parole; –> L’importanza di orientarsi tra i significati delle parole.

Infine, per un approfondimento sul significato delle parole, raccomando questo sito (–> Una parola al giorno); iscrivendosi è possibile ricevere alla propria mail, appunto, una parola nuova al giorno spiegata con cura e attenzione non solo nel suo significato più proprio ma anche nel suo valore filologico.
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IN CONCLUSIONE

Dunque, ricapitolando, di cosa si è parlato in questa pagina:

del valore (complesso, profondo e articolato) delle parole; la loro scelta accurata è un dovere per il buon scrittore e un monito ogni volta che si accinge a scriverla.

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Dai un’occhiata al libro SCRITTURA CREATIVA – ISTRUZIONI PER L’USO

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<– Il blocco disfunzionale dello scrittore – Lo stallo ideativo
–> Quando la scrittura è musica – Un parallelismo interessante

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1 pensiero su “Il valore delle parole – Dare il giusto peso a ciò che si scrive

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