Julius, Julia e la carriola

Dopo alcune ore di fluttuazione, Julius atterrò nel cestino della carta straccia, che si aprì come un fiore.
Non si rammentava più di nulla.
Pensieri senza né capo, né coda gli si affollavano ingarbugliati nella mente, mentre l’intestino cavalcava come un bronco selvaggio nella pancia rigonfia. Gli parve insolita tutta quell’acqua sul pavimento, come del resto il proprio colorito verdastro che lo faceva assomigliare a un grosso rospo spelacchiato se non fosse stato per una leggera peluria che gli stava scurendo la capoccia. La presenza sulla lingua, divenuta squamosa, di piccolissimi pezzi di vetro e di minuscole palline di mercurio , non gli suggeriva comunque alcunché di buono.
Solo la scrivania in marmo, ben ancorata al suolo, pareva osservarlo con particolare desolazione.
Se ne stette così sulla poltrona, per qualche minuto, in solenne contemplazione dei pesciolini rossi che nuotavano felici dentro al suo maxicomputer, come se loro potessero spiegargli, da un momento all’altro, cosa fosse successo.
L’odore pungente di zolfo lo riportò alla realtà.
Agguantato l’elenco telefonico, che galleggiava a mo’ di zattera alla deriva e scostata una grossa rana calva che gli si era avvicinata credendo di aver finalmente ritrovato la mamma perduta anni prima, si mise a consultarlo febbrilmente.
«Sa… Sa… Si… Si… So…»

SOLMARTIMER & C.
TRIPUDI FUNEBRI.
LA TUA DITTA FIDATA E SICURA
NELL’AL DI QUA
IN ATTESA DELL’AL DI LA’
(strada della Collina Sparuta, 1717).

Si annotò l’indirizzo.
Tirando il filo, recuperò anche il telefono. Che strizzò.
«Pronto! Avvocato Passiflora? Si trovi fra cinque minuti al portone del Palazzaccio. Ah… mi raccomando… non porti con sé nessun marocchino, per piacere! Abbiamo da fare!»
Il Cipollone non era ancora giunto in fondo alle scale del piano terra che il Passiflora lo stava di già attendendo in strada con il motore acceso e un casco da paracadutista della prima guerra mondiale ben calcato in capo.
«Quanti anni ha questa Topolino, Avvocato?»
«Troppi dottore.»
«Vedo…» disse Julius che, accomodandosi all’interno della vettura, posò delicatamente sul cruscotto la maniglia esterna della portiera «mi fa piacere, in ogni caso, che abbia voluto darmi ascolto non portando con sé alcun marocchino.»
«Non è un marocchino, dottore, bensì un senegalese, eppoi l’ho messo nel portabagagli, non potevo lasciarlo in ufficio. Mi deve ancora pagare la parcella. Sarebbe scappato. Lei mi comprende…»
«Ma non ha portabagagli questa vettura!»
«Ah sì? Allora vuol dire che l’ho fatto entrare nel vano motore.»
«Non perdiamoci in questi dettagli inutili, Avvocato, svelto, si diriga verso la Collina Sparuta.»
Ma il Passiflora non partì: si limitò infatti solo a guardare in faccia il Magistrato.
«E allora?!?» chiese seccato Julius «sta aspettando che la sua macchina diventi antica?»
«Lo sa che ho fatto fatica a riconoscerla così verde?»
«Taccia e ingrani la marcia!»
La Topolino, sfiorando l’azzardata velocità di venti chilometri all’ora, giunse a mattina inoltrata (smarrendo anche qualche altro pezzo per via) nei pressi del casolare di Solmartimer che, già da lontano, si presentava come il PM se l’era immaginato: squallido e spettrale.
L’effetto tetraggine da film del terrore, nella circostanza, era accentuato anche dal fatto che il cielo si stava facendo sempre più buio per l’ammassarsi, sulla verticale della collina, di tutti i nembi, cumulo-nembi e cirrostratocumulonembi disponibili nel raggio di qualche miglio, conformazioni che, peraltro, repentinamente, cambiavano colore da bianco panna a verdeblù petrolio.
Distratto da questi spettacolari accadimenti atmosferici, il Passiflora pensò bene di arrestare la macchina centrando in pieno un acero platanoide, che non aveva fatto in tempo a scansarsi. Julius, ancora un po’ stordito dalla violenta cipollata sul cruscotto che gli aveva fatto frantumare una moschea in miniatura eretta con tutta probabilità da qualche cliente devoto del professionista, fece appena in tempo a posare una scarpa sul marciapiede che subito, come avesse azionato un dispositivo collegato, si scatenò un diluvio irrefrenabile.
«Ombreli, beli ombreli, compra tu belo ombrelo, da Moustafà! Buono prezzo, buono prezzo…»
Da dietro la pianta scarificata dalla Topolino era balzato fuori, come una gazzella, una figura smilza e scura che mal si distingueva tra gli scrosci potenti. Il Magistrato quasi si spaventò.
«MOUSTAFA’!!!» gridò un altro tizio, anche lui piuttosto abbronzato, uscito all’improvviso dal vano motore del veicolo con l’espressione di chi salta fuori da una torta di compleanno «ammicco mmiu!!!»
«Alì! Cheffà tullà?»
«Moustafà! Cheffà tullì?»
I due africani, commossisi sino alle lacrime, si baciarono ed abbracciarono incuranti della pioggia.
«Endra ghe piovve!» incoraggiò Alì alludendo al cofano della vettura.
Seguì una fitta discussione in dialetto wolof.
«Resti pure qui, Avvocato, non ci dovrei impiegare molto!»
«D’accordo!» rispose il professionista chiedendosi se Moustafà poteva aver bisogno dei suoi servigi.
Julius percorse il vialetto a passo svelto ma con circospezione. Un intimidatorio cartello ‘attenti al gufo’ invitava invero alla massima prudenza.
Le ante di una finestra al primo piano della costruzione resa visibile, a tratti, dai lampi intermittenti, si misero a sbattere con accanimento sotto le robuste spallate delle folate improvvise. Le chiome degli alberi frullavano nell’aria impetuosamente, mentre repentini mulinelli lavoravano ai fianchi le tegole facendole gemere e sussultare.
Il PM, per l’atmosfera sinistra che suscitava quella scena, inghiottì così rumorosamente che una talpa, duecento metri sottoterra, scambiandolo per un richiamo d’amore, contraccambiò con un verso gutturale.
All’uscio, attivato il microfono da pochette che non si era scordato neppure in tale occasione, afferrò con fastidio un battiporta a forma di femore umano che tuttavia picchiò con decisione sul legno del vasto portone. A quel rumore, un’eco senza fine si perse all’interno dell’abitazione cui replicò, sopra la sua cipolla appena appena impeluriata, un fragoroso tuono.
Gli si stava rovesciando una colonna d’acqua con una furia tale da non permettergli di tenere gli occhi aperti, quand’ecco che il portone, con lentezza esasperante, si dischiuse.
In quel preciso istante un sibilo cupo gli fece capire che il registratore gli si era appena fuso nella tasca.
«Si… si… signorina Julia Roberts, lei?» balbettò il Cipollone non credendo alle sue pupille piene di pioggia.
«Il signor Solmartimer ti stava aspettando…» annunciò ammiccando la donna in una mise succinta. Quindi fattasi da parte, allungato un dito flessuoso e morbido dal quale sguainò un sensualissimo polpastrello, ventosò Julius alla radice del naso trascinandolo all’interno.
«Uhm… taglio all’ultima moda, vero?» sussurrò la Roberts lisciando la testa del PM su cui compariva un centimetro di folti capelli rasati come un prato all’inglese. «Ma adesso fai il bravo bambino… e attendi qui… vero cucciolone mio?»
«… bambino… cucciolone… sì… sì…» ripeté il Magistrato in trance, con la lingua sotto il tappeto, mentre, con sguardo estasiato, accompagnava quella femmina mille volte vagheggiata che spariva dalla sua vista. Poi, sull’onda dell’entusiasmo, con le palpebre socchiuse e le labbra protese in un improbabile bacio, le mormorò dietro…
«Mi chiamo Julius, Julia… po… posso chiamarla Julia???»
«Non ci provi neppure!» apostrofò aspro Solmartimer comparso inaspettatamente con il suo arcipennuto dalle viscere del tugurio; poi, senza fermarsi, gli contrabbaiò «la finisca di fare il tacchino spiumato, mi segua… e non dica fesserie…»
«Sì… certo… io…» ribatté confuso il Cipollone all’uomo che già si stava sottraendo alla sua visuale allungando il passo «… mi creda, non mi permetterei mai, sono una persona seria… e…» ma al PM, mortificato, non restò che porsi sulla scia del fetore di zolfo che, preso a calci il delicato profumo della Roberts, promanava intenso, a sbuffi innaturali, dalla lunga vestaglia blu.
Solmartimer, tallonato da Julius che non sempre era in grado di vedere dove metteva i piedi, entrò ed uscì rapidamente, per una buona mezz’ora, da una decina di stanze, alcune arredate in maniera lussuosa, altre poverissime, altre ancora perfettamente uguali fra loro.
«Signor Solmartimer, la prego, rallenti!»
L’uomo patibolare procedette imperterrito. Passando attraverso quello che il PM avrebbe potuto giurare essere un caminetto, entrambi se ne uscirono all’aperto ritrovandosi in mezzo alla tempesta.
«Sotto questa pioggerellina mi sento proprio a mio agio!» confessò a voce alta Solmartimer per superare il fragore del vento, che dava l’impressione di voler spingere l’edificio verso valle «… e poi, in questo punto, c’è una brezza particolarmente piacevole, non trova?»
L’arcipiumato, che fino a quel momento gli era rimasto appollaiato sulla spalla, non condividendo la scelta del padrone di starsene a mollo, aveva meditato bene di fermarsi al riparo della tettoia.
«Io… io…» tartagliò il PM sputando l’acqua che gli penetrava copiosa in bocca dalle trombe di Eustachio.
«Non le darà noia un po’ di rugiada… nevvero Mezzaquaglia?» tagliò corto l’altro allargando le braccia al cielo e abbozzando un sorriso di compiacimento per i rovesci purificatori che gli rimbalzavano intorno senza neppure lambirlo.
«Ad essere precisi, mi chiamerei Mezzapassera… non Mezzaquaglia… il Mezza è giusto… è il volatile che è sbagliato…» guaì Julius, tra i denti.
«Oggi, comunque, la trovo davvero in forma» si congratulò quello quasi soddisfatto «ha un bella cera verdognola, ha bevuto qualche filtro? Dovrebbe darmi la ricetta!»
«Lasci stare, per cortesia…» implorò il Cipollone depresso riparandosi malamente dalla veemenza del fortunale. «Ma lei, scusi, come fa a conoscere Julia Roberts? Che ci fa a casa sua?»
«CHIII?» domandò Solmartimer che, con le pupille violacee ed incavate nelle orbite pressoché vuote, osservava con soddisfazione il vapore acqueo vomitato dalla fredda terra della campagna.
«JULIA ROBERTS!!! La nota attrice… la signorina all’ingresso… poco fa era qui con noi!!!» incalzò il PM guatando di sbieco.
«Ah quella!!!» realizzò distratto Solmartimer, mentre un fulmine si abbatté su di un secolare pioppo cipressino che, schiantandosi dall’alto dei suoi dodici metri, fece secco un riccio intento a rifarsi il letto «… in verità si chiama Baldovino Cannavà, non é un granché come assistente, ma come maggiordomo non è male… soprattutto con qualche… uhm… aggiustatina…»
«Ach…!!!» mugolò il Cipollone sentendosi raggelare il sangue per la rivelazione «ma come… allora… non è… non è…»
«Su, non si perda in queste sciocchezze, Mezzachioccia…, la vuole vedere sì o no la carriola??»
«Carriola?!? Quale carriola?!?… ah sì! Ce l’ha ancora la carriola?»
«Certo! Crede forse che l’abbia infilata nella bara???»
«Oh beh, se è solo per questo, ne sarebbe stato anche capace! Se ci fosse entrata nella bara, ben inteso!» esclamò Julius trasudando sarcasmo. L’Inscheletrito, guardando dritto davanti a sé, serrò i denti per l’irritazione.
«Ma come fa a sapere che volevo dare un’occhiata alla carriola? »
«E’ dietro di lei! Faccia presto, ho altro di cui occuparmi io!» lo rintuzzò Solmartimer.
Il Cipollone si accinse accuratamente a ispezionare l’attrezzo.
«Splendido! Lo dicevo io, eccola qua!»
«L’etichetta in metallo, vero?»
«Già la targa della ditta proprietaria della carriola!… Dunque c’è scritto… c’è scritto… impresa edile della Letizia.»
«Bravo…» disse svagato Solmartimer scrutando il cielo «… bene… adesso rientriamo… si sta rasserenando… non vorrà mica prendere un colpo di sole…?»
«Aspetti! Guardi là… co… cosa sono quelle cose strane?» e indicò delle masse informi e fosche che stavano strisciando oltre la linea d’ombra di maestosi cedri.
«Oh… nulla di importante» rassicurò Solmartimer «escono ogniqualvolta piove… ma è meglio non farsi trovare qui… se ci tiene alle dita delle mani (di cui son ghiotti)…»
«Prego?!?»
«Sono gli spiriti degli animali morti per mano dell’uomo: di solito sono di compagnia durante la notte per il bel canto stridulo, adesso è invece più salutare evitarli… ogni tanto, come oggi evidentemente, si risveglia in loro il forte risentimento per la specie umana… e si avvicinano più del consueto.»
«Capisco…» disse di rimando il PM iniziando, con gli avambracci ficcati in tasca, a sgomitare Solmartimer.
Rientrarono, per un’altra porta che il Magistrato non vide aprire. Ma il Magistrato, a dispetto dell’uomo gufato completamente asciutto, si sentiva fradicio persino nei calzini, rinnovando così una sensazione che cominciava a detestare .
S’infilarono, poco dopo, lestamente, in un salottino di mezzo metro cubo d’aria.
«Perché siamo finiti qua?» chiese il PM che non riusciva a dilatare i polmoni per il pochissimo spazio a disposizione.
«E’ che qui stiamo più tranquilli, una volta in casa, ci sono sempre troppe orecchie in ascolto.» Un paio di orecchie vistesi scoperte, si allontanarono furtivamente.
«Data la situazione, ci terrei allora a dirle che non sono venuto per arrestarla…» dichiarò con ufficialità il PM avendo trovato dove sistemare momentaneamente i polmoni per riprendere fiato.
«Lo credo bene…» replicò l’altro smorzandogli la prosopopea «tutto sommato lei non mi sembra tanto coglione…»
Melchiorre dondolò la capoccia pennuta come se non fosse del tutto d’accordo.
«Insomma desideravo che lei lo sapesse… ho pensato che se fosse stato in qualche modo coinvolto in questa triste vicenda, lei o il suo figliolo (o il suo bieco gufo), voglio dire, non sarebbe venuto a parlarmi, non avrebbe conservato la carriola e, soprattutto, non me l’avrebbe fatta ritrovare; in altre parole, la sua collaborazione probabilmente la scagiona…»
Solmartimer diede un cenno di assenso alitando sulla cipolla non più pelata di Julius; il rapace, invece, non smetteva di rovistare severo negli occhi del Magistrato, schiacciandogli il naso con il becco.
«Dal nominativo che ha letto sulla carriola dovrebbe inoltre ricavarne qualcosa di abbastanza utile per le sue indagini: la denominazione della ditta non le è forse famigliare?»
Il Cipollone non prestava ascolto essendo preso dallo sforzo del testa a testa con l’animale che lo spostava con successo contro il muro.
«Ma che fa gioca…?!?» lo rimproverò Solmartimer scoccandogli un’occhiataccia.
«… non è colpa mia è il suo gufo che…»
«…non se la prenda con il mio Melchiorre che non c’entra nulla, Mezzocondor… piuttosto mi stia a sentire per favore quando le parlo…»
L’arcigufo si gongolò compiaciuto.
«… ad ogni buon conto, a titolo di ulteriore cooperazione le posso suggerire…» e alzò un indice ossuto cui si accompagnò l’inarcamento contemporaneo delle sopracciglia sue e dell’arciuccellaccio «di prestare attenzione al fatto che non sempre ciò che pare lo è veramente.»
«… cosa intendere dire con questo?» riprese Julius che cercava di guadagnare l’uscita dallo sgabuzzino angusto.
L’effluvio struggente di Fast Eiaculation inondò il loculo.
Julia Roberts, con mossa inattesa, si era inserita tra Solmartimer e il Cipollone, come una sottiletta tra due fette di pan carré spalmate di burro.
«Posso fare qualcosa per voi…?» flautò suadente Julia dimenandosi un poco e regalando al PM un contatto indimenticabile.
«No-non saprei…» ribalbettò Julius, con i baffi da tricheco sul decolté a balconcino della Roberts. Temette di svenire sul più bello.
«Forse un the, una spremuta di limone…» e poi, specchiando i suoi splendidi occhi color nocciola in quelli del PM, «…un succhiotto?»
«NO, niente di tutto questo! Non ci disturbare per cortesia… vattene!» rimbeccò scocciato Solmartimer.
«Va bene…» fece remissiva e compiacente la donna assumendo l’espressione imbronciata della bambina cui era stato fatto totò sulla manina. Poi, mollando una leccata lasciva sulla guancia del Cipollone, soggiunse sottovoce:
«E tu, ranocchietta mia , se mi vuoi, non hai che da sussurrare il mio nome…»
E si congedò ancheggiando come un metronomo.
Il Magistrato s’impietrì, mentre vedeva sgusciare via da sé cinquantacinque chili di fantasie inconfessabili.
«Lei è proprio sicuro che non sia la Roberts… perché io…» si appellò disperato Julius.
«Si rammenti quello che le ho detto: non sempre ciò che sembra lo è davvero!» ribadì Solmartimer che, in perfetta sintonia con Melchiorre, estroflesse un occhio di disapprovazione verso il PM costernato «e l’avvertimento non riguarda solo la Roberts! Se lo rammenti Mezz’allodola! Se lo rammenti!»
Riattraversarono in silenzio corridoi e stanze. Giunti sulla soglia del portone Julius, nell’aggiustarsi la frangetta, si accomiatò:
«Anch’io, allora, ci terrei a darle uno consiglio spassionato.»
Solmartimer e l’arcirapace grifagno lo rimirarono sorpresi.
«L’amore non ha bisogno di eroismi!»
«Si spieghi meglio…»
«Stavo ripensando a suo figlio. Chissà come soffre a causa sua. Credo che finanche uno spiritato come lei abbia dei sentimenti umani. Del resto se non gli volesse così bene non si sarebbe comportato come ha fatto…»
Solmartimer e il gufo rimasero senza parole.
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