Come allenare il muscolo della fantasia

Un momento critico nel sofferto processo dello scrivere è senza dubbio quello iniziale quando si ha bisogno di una buona idea da cui partire.

Il divenire creativo, si sa, è bizzarro, imprevedibile e non procede quasi mai in linea retta (–> Il pensiero creativo in modalità predefinita o di default).

Va detto subito però che è fortemente limitante pensare di scrivere solo quando si ha l’ispirazione per farlo.

È vero che il più delle volte l’idea arriva senza avvertimento, nei momenti più impensati, quando si è impegnati a fare altro, ma è anche certo che spesso non è affatto così.

È uno stereotipo romantico quello secondo cui basterebbe sedersi in riva a uno stagno, tra gracidar di rane e il saltellare di ninfe giocose, per mettersi nelle condizioni giuste per essere ispirati dalla musa di turno.

Se si deve scrivere o anche solo se si ha voglia di farlo, bisogna farsi parte attiva del proprio motore creativo, occorre diventare propositivi sollecitando la fantasia, alimentandola e allenandola giorno dopo giorno proprio come fosse un muscolo.

Se si ha immaginazione, la si può accrescere, educare, disciplinare, facendo in modo non solo di saper riconoscere una immagine-starter quando si presenti — e di conseguenza di essere in grado di manipolarla per poterci radicare sopra un racconto — ma anche di suscitarla dal nulla, come una scintilla tra due pietre focaie sfregate tra loro.

Hubert Jaoui, molto acutamente sostiene che l’illuminazione creativa è favorita dalle ‘menti preparate’ (Jaoui Hubert, Creatività per tutti. Strumenti e metodi da impiegare nel quotidiano, Milano, Franco Angeli, 1993) e le menti sono preparate anche quando sanno riconoscere ciò che in esse trova spazio.

Ma se dello specifico profilo dell’autoinduzione di un’idea mi occuperò un’altra volta (–> Come farsi venire in mente una buona idea per un racconto), qui tratterò della cellula di racconto come spunto ideativo che già si è reso in qualche modo disponibile alla nostra coscienza.

Per immagine-starter o cellula di racconto intendo quel fotogramma che a volte si stampa nella nostra mente e sembra non volersene andar via fino a quando non gli abbiamo dedicato la dovuta attenzione.

Può essere un’immagine vera, per averla vissuta nella realtà (su questo specifico argomento –> La cellula creativa – Da dove la storia trae origine, ma vedi anche –> L’anima del ragno – Dietro al racconto), ma può anche essere un’immagine formata da ricordi o dalla rappresentazione fantastica di altro, come un discorso sentito di sfuggita o una rielaborazione più o meno complessa di sogni o una frase che venutasi a formare, senza ragione, nella mente (per capire meglio cosa intendo dire –> Da qualche parte nell’Universo – Dietro al racconto).

Voglio precisare che quanto starò per dire vale anche per le cellule di racconto formate da parole, considerazioni, pensieri oltre che da qualunque altra cosa che possa costituire un nucleo che abbia, in quel momento preciso in cui la si vive, una valenza emozionale (positiva o negativa che sia) capace di suscitare una reazione che spinga a parlarne scrivendo.

Per fare un esempio, mentre oggi scrivevo questo capitolo, mi continuava a venire in mente (e non ne so il motivo) l’immagine di un incrocio stradale che oltrepasso di sovente in macchina per uscire dalla città nel fine settimana.

Si tratta di un incrocio con un semaforo e un’isola pedonale al centro perché i pedoni vi possano eventualmente sostare durante l’attraversamento della strada; è un incrocio come ce ne sono tanti, se non fosse per un palo di cemento (della luce) che si diparte dall’isola stessa e al quale sono legate sciarpe della squadra locale, poesie imbustate in plastica trasparente, fiori di ogni tipo. Mi sono accorto che l’immagine in questione era fissa nella mia testa, immobile, ma di per sé fonte di emozione.

Nonostante quella fosse per me una scena senza alcuna novità, per la prima volta si presentava alla mia memoria con una carica non razionale, viva e forte. Si trattava di un’immagine-starter, un suggerimento semiotico, un grumo ideativo da cui partire per imbastire, volendo, una trama.

E per far partire la storia da una cellula di racconto non si deve far altro che mettere in movimento l’immagine stessa provando, con la propria capacità di astrazione, a rigirarla nella mente a 360°, come fosse un’immagine solida. Vedendola meglio, da più punti di visuale, osservandola nei minimi particolari, si può capire (o cercare di farlo) il perché sta mandando segnali emozionali.

Ma il movimento non deve essere solo ‘fisico’, ancorché virtuale, deve essere anche argomentativo.

Ci si può cioè porre delle domande. Il nostro cervello è un organo molto potente e grazie all’emisfero sinistro votato alle modalità logico-formali per semplificare la complessità dell’informazione (e questo quando quello destro, deputato all’intuito e alla creatività, ha deciso di prendersi una vacanza), siamo portati a darci risposte congrue anche quando sembra che non ve ne siano (per approfondire –> Cervello, creatività e benessere).

Potremmo chiederci allora: ‘perché ci sono quelle sciarpe e anche dei fogli scritti in buste di plastica e dei fiori freschi?’ ‘È morto qualcuno in quel punto? Per un incidente? Era un ragazzo tifoso della squadra, rimasto vittima di scontri con la polizia o è stato investito con il motorino?

Il solo fatto di cercare di darsi una risposta, qualunque essa sia, abituandoci tuttavia fin da subito a scegliere tra quelle meno scontate, ci si può accorgere che già l’immagine non è più statica, ma si sta popolando di personaggi (una suora che attraversa la strada si ferma sull’isola a pregare, un automobilista cinico abbassa il finestrino e lancia contro il palo della luce una cicca accesa che però vi rimbalza ritornandogli all’interno della macchina, un ragazzino passando di lì, si appoggia al palo, ma concentrato com’è ad ascoltare il suo lettore mp3, non si accorge di quello che è lì raccolto) e piccole trame possono cominciare a prendere vita (un ragazzo per coprirsi la gola in una giornata particolarmente fredda prende una delle sciarpe annodate al palo scoprendo che sotto c’è una macchia fresca di sangue che ancora gocciola…).

Ma la storia può nascere anche da una domanda bizzarra o strana o falsificante come quella che mi sono posto per scrivere il racconto che ho poi pubblicato sul blog (–> Un posto migliore). ‘E se in realtà in quel punto non fosse morto nessuno, bensì un cane e il proprietario ogni tanto, in ricordo della suo fido compagno, andasse a posare un fiore?’ ingenerando un equivoco per la maggior parte delle persone?

Potrebbe essere successo infatti che la gente, equivocando, abbia creduto che fosse deceduta una persona cominciando a lasciare fiori e altro.

Potrebbe anche essere che i tifosi di una quadra, questa volta di un’altra città, sbagliando incrocio, abbiamo pensato, vedendo i fiori lasciati dal proprietario del cane, che lì fosse morto un loro tifoso vittima degli ultras dell’opposta squadra (mentre in realtà l’episodio era accaduto qualche incrocio più giù, perfettamente uguale all’altro) alimentando così nel tempo un falso altarino nato per tutt’altri motivi.

Come si vede la fantasia è (anche) ricorsiva. Aiuta se la si aiuta, in un gioco di azioni e reazioni emotive che possono prendere vita in un attimo e che sempre sono alla base di ciò che si scrive.
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IN CONCLUSIONE

Dunque, ricapitolando, di cosa si è parlato in questa pagina:

del fatto che una buona idea per una storia non è necessariamente il frutto di un caso fortuito o di un colpo di genio; può anche essere l’esito di un buon lavoro di allenamento alla scrittura, all’applicazione di tecniche di elaborazione e di tentativi reiterati di sforzi creativi.

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