Tra forma e sostanza

A volte, quando si scrive un post, si possono nutrire dubbi (ma spesso, a dire la verità, non ci si pone neppure il problema) sul peso da assegnare alla forma in rapporto alla sostanza (cioè al contenuto dell’articolo). Sarà meglio usare una forma colloquiale, familiare, o avere un atteggiamento distaccato, professorale? Quale dei due strumenti espressivi mi avvicinerà di più al mio pubblico? Se uso un tono informale, chi mi legge potrebbe sentirmi più ‘vicino’ a lui, una persona che condivide il suo stesso interesse, ma con qualcosa da dire e da leggere; d’altra parte, se utilizzo invece un tono più appropriato, con una terminologia maggiormente specifica, potrei mostrarmi autorevole e affidabile e distinguermi da altri che si esprimono nello stesso settore.

Sì, lo ammetto, è un quesito non da poco.

Per quanto mi riguarda, e la forma di questo post ne è l’esemplificazione, ho sempre cercato di tenere i due elementi, forma e sostanza, in equilibrio tra loro. Una volta privilegiato un contenuto di interesse e di qualità, va scelto il livello di approfondimento che si vuole adottare e, infine va regolata di conseguenza la ‘confezione’ del testo. In altre parole, ho sempre pensato che la forma debba essere il rispetto del contenuto e ciò al fine di ottenere lo strumento più efficace per porgere in modo gradevole un prodotto di per sé capace di attirare l’attenzione. Non si dovrebbe, in altre parole, ed è in questa tensione di equilibrio che si annida la difficoltà, far sì che la forma sia troppo povera o troppo severa rispetto a quanto veicola, tale cioè da accentrare su di sé tutta l’attenzione del lettore a scapito dell’argomento trattato. Mi spiego meglio.

Se il post è scritto malamente, in modo sgrammaticato e senza il rispetto delle regole sintattiche (o di punteggiatura), se contiene fastidiosi refusi o ricorre a espressioni confuse, faticose da leggere o (peggio) non comprensibili, chi legge non apprezzerà quel che di buono avevamo da dire, perché tutta la sua energia di lettura verrà pressoché assorbita dalla forma scorretta vuoi perché lo infastidirà, vuoi perché è così criptica da fargli perdere il senso (o buona parte di esso) di quanto stava leggendo.

Stesso risultato potrà ottenersi, al contrario, se si adotta una forma pomposa, aulica, piena di citazioni, di rimandi, con espressioni ridondanti, che assorbirà ancora una volta tutta la voglia del lettore di leggere l’articolo, in quanto l’aspetto esteriore del nostro lavoro lo distrarrà, per un motivo e per un altro, dalla sostanza.

Anche un tono troppo colloquiale, da ‘tecnico della porta accanto’, finirà per svilire il pensiero sottostante perché la forma dimessa vanifica la portata del testo depauperandolo e appiattendolo verso il basso, costringendo oltretutto l’autore, che non vuole usare termini appropriati e quindi adatti alla sostanza, a rimanere alla superficie del problema che voleva affrontare. Se l’argomento non è di pronta presa è meglio, a mio avviso, non rinunciare all’accuratezza terminologica, essendo semmai preferibile indugiare nei chiarimenti e nelle spiegazioni necessarie per non perdersi il lettore per strada, piuttosto che essere banale e vaghi lasciando il lettore deluso e insoddisfatto. Anzi, più la forma è qualitativamente alta, in linea con l’argomento, senza mai cedere alla tentazione di essere fine a se stessa, come si è visto, più valorizzerà un contenuto persino mediocre migliorandone il livello.

Dunque, è sempre meglio adottare una forma che supporti la sostanza, che la valorizzi senza metterla in ombra e senza, soprattutto, rubare la scena al contenuto sostituendosi a esso; ciò consentirà sia di raggiungere lo scopo di ben presentare quello che si è scritto, sia di non creare intralci nella comprensione del testo da parte del lettore che potrà agevolmente focalizzarlo senza fraintendimenti od ostacoli di sorta.
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11 pensieri su “Tra forma e sostanza

  1. Scusami, ero su Anobii e sono passata dalla tua libreria leggendo il tweet del widjet. “E l’eco rispose”, 5 stelline. Io ne ho date 3 per rispetto ad Hosseini e ai suoi libri precedenti. Peccato tu non recensisca i libri su Anobii. Io nel mio piccolo lo faccio e per L’eco rispose ho motivato il sufficiente giudizio proprio per la struttura del libro, per l’intreccio, con ritmi e tempi che ne hanno resa faticosa la lettura.

    • Sì, non è un libro facile da leggere, perché i personaggi sono molteplici e le trame intersecate fra loro con flashback e flashforward continui che possono anche disorientare e affaticare la lettura, anche se poi tutto ruota intorno all’episodio principale della separazione dei fratelli e tutto ritorna a quello. Se si superano queste (apparenti) difficoltà troverai un libro profondo, originale, molto umano e struggente. Sono sicuro che se lo leggessi una seconda volta cambieresti idea.

        • …e aggiungo per fortuna! 🙂
          Altrimenti saremmo tutti omologati. E finirebbe il bello dell’essere umano.
          Comunque sì, è un libro che dovrò rileggere con più calma (mi era stato prestato da un’amica e ho letto con un po’ di fretta).
          Nel mio ultimo post ho voluto sperimentare il testo persuasivo, osannando e distruggendo uno stesso brano. Ero un pochetto preoccupata nel constatare pareri e scelte tutti uguali. Poi finalmente è arrivata qualche opinione diversa. Significa che siamo Soggetti.
          Hai problemi anche tu con anobii? Da un paio di giorni non riesco ad inserire libri nè a recensirli.
          Mi scuso per questa loquacità e ti auguro buon fine settimana.
          Ciao

          • Questa mattina ho inserito un libro di Pratolini, ma ho avuto solo il problema che non me lo faceva vedere nello scaffale. Poi ho aggiornato la pagina è l’ho visto.
            Grazie per le due chiacchiere 🙂

  2. Ferma restando la base di una buona e ricca scrittura (punteggiatura compresa), aggiungerei anche una forma che rispetti tutti i lettori, anche chi non gradisce troppe e inutili volgarità, che faranno tanto IN e figo, ma che portano verso il basso.La tendenza di molti bloggers è scrivere post con tono colloquiale ed è quello che si richiede maggiormente se l’argomento è una riflessione personale, un pensiero, un aneddoto di vita. E’ di presa più immediata, certo, ma bisogna ricordarsi che scrivere non è come parlare (anche nel parlato, comunque, si va, a mio parere, verso il basso con le volgarità infilate una dietro l’altra a ogni respiro).
    Direi comunque che, volgarità a parte, la forma la decide l’argomento.

  3. Un sportivo elegante o un abito casual chic.
    Perfetto in tutte le circostanze.
    Ma il rossetto proprio rosso?

  4. Nicola Losito – Milano - Italy – Ho completato il mio ciclo di lavoro attivo e ora vorrei adoperare il tempo che mi rimane per fare qualcosa che piace a me, senza che nessuno mi soffi sul collo. Chiedo Troppo? Diventare un blogger è l'ultima delle mie trovate divertenti.
    Nicola Losito il scrive:

    Sono d’accordissimo con te. Forma e Sostanza devono andare a braccetto senza prevaricamenti di una sull’altra.
    In più, ma questo è un mio pensiero personale, io aggiungerei che il tono professorale sia da evitare sempre. Dà molto fastidio mostrarsi saccenti o considerare i lettori degli sprovveduti da istruire. Se il discorso che si sta facendo è troppo serioso, si può alleggerirlo spargendo qua e là un pizzico di sano humour.
    Nicola

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