I confini tra le parole – comico

Questa pagina è un esempio di quello che si vuol intendere per area semantica della parola di cui si è parlato altrove (–> I confini tra le parole) chiarendo anche (nei limiti dello spazio di questo testo) qual è il rapporto con le parole contigue secondo il significato che è loro più proprio.

La parola qui esaminata è comico, quale aggettivo.

Per comico, si intende banalmente ciò che suscita il riso. Con più esattezza potremmo dire che è comico ciò che evidenzia una sorta di frattura, di lacerazione, tra ciò che dovrebbe essere e ciò che effettivamente è. La scena (classica, da ‘comiche’ appunto) in cui una persona che, camminando per la strada, scivola su una buccia di banana e cade è sicuramente comica (per chi guarda, ovviamente) perché vi è la rappresentazione di una distorsione del consueto a beneficio dell’inaspettato. Colui che cade scompone, disarticola la propria figura definibile ‘normale’, quella attesa, per assumerne un’altra inconsueta che lo sminuisce e lo scredita agli occhi di chi lo osserva; chi cade perde qualcosa in termini di qualità (dignità, compostezza, serietà) e chi guarda gestisce in modo liberatorio ciò che (fortunatamente) non accade a lui e si diverte.

Si può essere d’accordo o meno su questa definizione, ne sono consapevole, tuttavia da qualche parte bisogna pur partire.

Stabilito questo, un primo raffronto lo possiamo fare con il termine ridicolo; anche questo termine ha a che fare con il riso, come accade per comico. Ma vi è tuttavia nella parola anche un sentimento di compassione verso il soggetto che si è ridicolizzato. Comico e ridicolo, dunque, non sono sinonimi perché ridicolo ha un risvolto negativo che comico non ha, mirandosi a svilire il soggetto colpito dal riso valorizzando la sua goffaggine e inadeguatezza.

Lo sfottò è invece una presa in giro bonaria. È molto più leggero di ridicolizzare perché ha garbo e si appella all’intelligenza e alla solidarietà come patrimonio condiviso tra chi sfotte e chi è sfottuto.

Un altro elemento che possiamo prendere in esame, per la nostra ricerca semantica è buffo. È buffo ciò che fa ridere, ma non è solo questo. Fa ridere perché ha in sé qualcosa di curioso e strano che suscita ilarità; ecco quindi che ciò che si guarda induce al riso innescando però anche una valutazione di stravaganza, piacevole, finanche giocosa. Il sentimento non è più di compassione empatica, dunque, come per ridicolo, ma di sorpresa che definirei brillante.

Possiamo poi pensare al lemma divertente. La parola evidenzia, grazie alla sua radice latina ‘divertĕre’ cioè “volgere altrove“, il mutamento dell’umore del soggetto che vira verso il piacevole. Ci si può divertire senza ridere (c’è chi ‘ride dentro’) ma anche questa è una sfumatura di senso.

Spassoso è ciò che crea piacevolezza. È sinonimo di divertente, ma ha una sua maggior intrinseca intensità.

Esilarante è più forte di divertente. Ha in sé il concetto di irresistibilità sicché colui che assiste a qualcosa di esilarante non può che divertirsi.

Umoristico definisce un contenuto (un romanzo, un discorso, una rivista) che è divertente, spiritoso, ma anche satirico e dunque esprimente una vena critica che promuove o cerca di promuovere un cambiamento (di opinione o di interesse o anche solo di attenzione) in chi legge.

Spiritoso è ciò che ha la potenzialità di far ridere per averne le capacità.

Arguto è ciò che è intelligentemente spiritoso.

Il termine farsesco fa invece riferimento a una situazione che sarebbe dovuta essere seria e invece è ridicola. Se la situazione non nasce come farsesca, perché questa era la sua caratteristica con cui era stata pensata, la parola ha una connotazione negativa e una piega ironica.

Per far capire meglio le distanze e vicinanze concettuali ecco un’infografica con l’aggiunta anche di altre parole che ricadono nell’area semantica della termine comico, qui però non prese in considerazione per ragioni di spazio:

 

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