Cinemanch’io… Ave Cesare!

Le recensioni che ho letto qua e là, in previsione di andare a vederlo, indicavano il film ‘Ave Cesare’ dei fratelli Ethan e Joel Coen come un prodotto medio alto; è stato scritto, anche, che si presentava ironico, inducente alla riflessione e con una vena di sottile umorismo. Se si aggiunge a tutto ciò il fatto che fosse, appunto, girato dai fratelli Coen (che hanno curato anche la sceneggiatura) la mia aspettativa, lo confesso, era piuttosto alta. Sicché è comprensibile che la delusione sia stata della stessa levatura.

È un film (volutamente) sopra le righe, senza che io sia riuscito a comprendere il perché dovesse per forza esserlo e, soprattutto, perché dovesse rinunciare ad avere, solo per questo, un proprio equilibrio, un proprio garbo o un tocco più leggero.

I grandi attori che vi hanno preso parte, più che un proprio ruolo, si sono ritagliati un (modesto) cammeo (parlo di Channing Tatum, Tilda Swinton, Scarlett Johansson e Ralph Fiennes) decisamente sotto utilizzati e calati in un ruolo macchiettistico che svilisce la loro caratura. Tatum è il meno convincente di tutti, perché poteva risparmiarci il suo balletto stile off broadway o la posa tenebrosa da Napoleone Bonaparte in esilio mentre in piedi sulla barca si avvicina al sottomarino russo.

Alcune sequenze sono, a mio avviso, delle mere superfetazioni del film (a tagliarle non se ne sarebbero accorto nessuno) come per esempio, oltre al ricordato balletto di Tatum (che scimmiotta senza riuscirci Gene Kelly), la lunga sequenza del ballo acquatico (che però, devo dire, è molto bella) o il noiosissimo dibattito sulle teorie marcusiane da parte degli ‘sceneggiatori comunisti’ (mentre molto riuscita, forse perché funzionale al film, è il dibattito religioso tra i quattro rappresentanti religiosi).

L’interpretazione di George Clooney è tuttavia molto curata e si fa nel complesso apprezzare per le doti di versatilità e simpatia dell’attore, mentre è molto convincente e di ottimo spessore, la prova del protagonista Josh Brolin nella parte del ‘fixer’ Eddie Mannix (immagine qui sopra) e anche quella, buona, di Alden Ehrenreich (foto sotto) nella parte dell’attore impacciato Hobie Doyle. Ma soprattutto il personaggio di Mannix è ben scavato, tridimensionale e credibile, e reggerebbe già da solo il film.

Più che una trama il film fa leva sullo spaccato di un’epoca del cinema hollywoodiano post-muto peraltro solo in parte riprodotta nella sua atmosfera globale (con l’accenno all’esperimento atomico dell’atollo di Bikini e alla Lockheed Corporation). A tratti il film riesce dunque a compattarsi acquisendo una propria armonia e fluidità interna per poi improvvisamente perdere l’una e l’altra e disunirsi.

Vi ho trovato, a dire il vero, un po’ di polvere magica di Wes Anderson del ‘Grand Budapest Hotel’, ma senza i suoi mirabili quadri-fotogramma, l’esagerazione fumettistica di Frank Miller di Sin City, ma senza la capacità di far sognare lo spettatore e qualcosa persino di Mel Brooks ne ‘La pazza storia del mondo’ senza il privilegio di fare ridere sul serio. Poca traccia invece dei fratelli Coen, trovandosi questo film mille anni luce da ‘Non è un paese per vecchi’ o da ‘Fargo’ o dal ‘Il grande Lebowski’ (anche se è chiaro che i Coen volessero con questo lavoro attingere a un genere del tutto diverso).

Insomma una pellicola che non rimane né nella testa, né nel cuore se non per alcune sporadiche scene che non giustificano però una valutazione del tutto positiva.
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