Addio alle blatte

«Hai preso tutto per il viaggio a Brisbane…?» chiese ansioso Nunzio all’amico.
«Sì, non preoccuparti, qui nella ventiquattr’ore ho quanto mi serve: i campioni degli scarafaggi da gara, il secchiello-barattolo, il materiale infiammabile, il sasso di lancio… non ho dimenticato niente insomma. I miei avversari non avranno speranza.»
«Mi raccomando, fatti onore.»
«Non ho potuto allenarmi come avrei voluto. Ma adesso che tutto è stato chiarito sono più tranquillo e darò il massimo di me…»
«Ne sono sicuro. Ti accompagnerei volentieri… ma ora che ho ritrovato mio padre… il mio posto è accanto a lui, abbiamo tante cose da dirci. Siamo stati lontani l’un l’altro anche troppo!»
Pinolo era davvero soddisfatto nell’osservare il suo compagno stretto abbracciato a Solmartimer, ognuno con il proprio volatile appollaiato sulla spalla. Vedendoli vicini, era in grado finalmente di rilevare tutte quelle somiglianze, che non aveva mai notato: dall’espressione spiritata giù giù sino ai piedi del tutto appiattiti. Una bella coppia davvero! Inoltre, si era accorto che non gli dava neppure più fastidio quel penetrante odore di zolfo che sempre aleggiava attorno all’uomo ipergufato. Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe finita così?
«Figurati… ti capisco…» replicò rassicurante Pinolo stringendo la mano a Nunzio e dandogli una pacca sull’avambraccio «comunque, appena torno, ti racconterò com’è andata.»
«D’accordo, ci conto… e allora ciao…»
«Ciao, amico mio…»
«Ciao figliolo…» salutò Solmartimer con una parvenza di sorriso sulle labbra e la voce meno roca e biascicata del solito «sei sicuro di non volerti fermare per la cena? Ho giusto un pipistrello da scongelare… in umido è delizioso…»
«No, grazie, magari un’altra volta…». Al ragazzo, il colon si annodò più volte al tenue dandogli un bello strizzone.
«Certo, certo… capisco… allora fai buon viaggio!»
«Bon voyage!» fece il Capitan Uncino facendo brillare il rampino lucido ad un raggio vagabondo.
Melchiorre ed il gabbiano reale, ciascuno sulla spalla destra del proprio padroncino, alzarono un’ala in segno di saluto. L’arcigufo, smisuratamente malinconico, cominciò ad intonare la canzone ‘Gufi nella notte’… E non fu azzittito.
«Mi spiace lasciarti andare da solo…» continuò il bambino, il cui sguardo si era velato di tristezza.
«Ma io non sarò affatto solo…» disse voltandosi.
«Ah no?!?»
«No…» rise «sarò con la mia splendida macchina.»
«Hai ragione è vero… non ci avevo pensato!»
«Addio…»
«Addio!»
Poco distante, un leggero colpo di clacson bitonale, imitazione perfetta del corno di montagna svizzero (così tipico del resto della fiabesca Polpot) fece comprendere che non c’era niente di più sacrosanto di quelle parole.
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