Pilastri di luce

pilastri-di-luciAveva preso da qualche tempo a mettersi i tappi nelle orecchie prima di addormentarsi. All’inizio lo aveva fatto per non sentire il cane del vicino lasciato spesso da solo nella corte interna del condominio ad uggiolare tutta la notte. Poi si era accorto che gli favoriva il sonno perché gli permetteva di concentrarsi su un silenzio rassicurante ancorché artificiale, creando una sorta di isolamento dalla realtà, un’anestesia dai pensieri e dalla coscienza. Entrava in una capsula di oblio come se sedesse sul fondo di una piscina piena d’acqua, indifferente al mondo là fuori di cui si sarebbe occupato solo il giorno dopo, al risveglio, caso mai ci fosse stato.
Aveva anche trovato il modo per ridurre il più possibile il fastidio di sentire la presenza di un corpo estraneo nell’orecchio. Anziché usare due tappi di schiuma, ne divideva uno a metà. L’ingombro diventava minimo e il risultato ancor più assicurato per la maggiore aderenza.
Poi una domenica, nel cuore della notte, suo figlio Fenner entrò di colpo nella sua stanza. Lo svegliò scuotendolo più volte. Fece appena in tempo a notare il volto di lui pieno di terrore mentre gli urlava qualcosa contro, indicando fuori dalla finestra, che subito si era allontanato. Non era stato in grado di avvertirlo che aveva i tappi nelle orecchie e che quindi non aveva capito nulla. Né era valso richiamarlo ad alta voce perché Fenner non era tornato indietro.
Si mise a sedere sul letto. La stanza era ancora illuminata dalla luce lasciata accesa sul comodino quando la sera prima era sprofondato nel sonno scesogli sulle palpebre come una ghigliottina. Possibile che il figlio si fosse sbagliato e avesse fatto solo un brutto sogno? Cercò di svegliarsi anche se il sonno rimasto intrappolato nella sua testa ora lo stava tormentando. Provò di nuovo a togliersi i tappi dalle orecchie. Erano andati troppo in profondità. Le sue grosse dita non riuscivano ad afferrare la poca superficie di schiuma rimasta a disposizione per estrarli dal condotto uditivo. Ci tentò più volte, ma non c’era niente da fare. Si infilò i pantaloni. Nell’alzarsi per prendere la maglietta appoggiata alla sedia avvertì una fitta dolorosa sotto la pianta dei piedi rimasti scalzi. Si era ferito con dei vetri. Alzò lo sguardo. La finestra non c’era più. Gli infissi pendevano da un lato mentre i vetri erano sparsi ovunque. Tentò ancora una volta di togliersi i tappi, ma stava solo peggiorando la situazione perché sembravano scivolare sempre più verso l’orecchio interno. Calzò in fretta le scarpe e si avviò verso la porta di casa nella speranza di incontrare Fenner. Si sarebbe fatto spiegare da lui con calma quanto stava accadendo magari scrivendolo su un foglio. Ma non c’era nessuno. Il televisore giaceva rotto in due sul pavimento, e c’era un buco sul tetto tanto che si sentiva entrare il respiro della notte.
Uscì. Il cielo, prossimo all’alba, era ancora così nero da poter essere il fondo di un pozzo. A tratti però lame di luce fredda lo solcavano come fulmini alla rovescia.
Raggiunse la strada. Pavlo, il suo vicino ucraino, gli si accostò. Era in lacrime. In braccio aveva il suo cane orribilmente mutilato. Anche se non ricordava per la verità che avesse mai avuto un cane. Pavlo gli rivolse la parola, in modo concitato, indicando con tutte e due le braccia un qualcosa di là dalla collina. Ma non c’era niente in quella direzione: solo pilastri di luce intermittenti e ogni tanto uno spostamento d’aria tiepida sul viso che non era vento. Considerò che negli occhi di quell’uomo, intagliato con una scure come ben poche altre persone conosciute durante la sua lunga esistenza, si poteva riconoscere la paura di un bambino. Avrebbe voluto chiedergli dov’era la moglie e la piccola Olena. Ma anche se avesse risposto, pensò, non avrebbe capito neppure una parola e così si limitò ad annuire tristemente come manifestazione di solidarietà.
Rimase ben presto solo nella via.
C’erano alberi abbattuti, un’auto capovolta, uno strano odore di fuliggine misto a ruggine e melassa. L’aria era molto pungente di un non so cosa di chimico che pizzicava la gola e gli occhi. Tutte le persone conosciute del quartiere le aveva viste sfilare accanto di gran fretta e in modo disordinato; aveva visto i vecchi coniugi Crane con la governante Hope, la vedova Thorpe e quel buon annulla di Jimmy Root; mentre Gwenda aveva persino trovato il tempo di fare la valigia che ora faceva saltellare sul marciapiede.
Scendendo a piedi si fermò al Belvedere O’ Connor. La città sottostante pareva tranquilla non fosse stato per il fatto che era immersa in un buio assoluto, malato, come indotto a bell’apposta per poter nascondere chissà quale insidia. Non c’era una sola luce in tutta la valle se non quei lampi improvvisi che proprio non si capiva da dove provenissero.
Quel che era onnipresente era il silenzio irreale, paradossale anche se era ben consapevole che era dovuto solo ai tappi nelle sue orecchie. In qualche modo però l’assenza totale di ogni suono era il filo conduttore perfetto per quella sensazione di tragedia incombente.
Non riusciva tuttavia a essere agitato. Il non poter sentire non lo rendeva partecipe del panico generale. Era nella sua bolla ai margini del Nulla. Né d’altronde avrebbe saputo dove andare in vestaglia e ciabatte.
Pensò a suo figlio e al fatto che lui l’avesse lasciato lì da solo, alla sua età.
Fenner se la sarebbe cavata, però. Se la cavava sempre. Era diventato un uomo, del resto. E questo lo confortava.
Si sedette sulla panchina.
Cercò automaticamente il pacchetto delle sigarette nelle tasche, invece trovò il cellulare. Per abitudine compose il numero di lei. Poi desistette. Non avrebbe sentito nulla per via di quei maledetti tappi!
Non restava che aspettare, sospirò. Solo aspettare. Che qualcosa accadesse.

18 pensieri su “Pilastri di luce

  1. Bel racconto però come spesso accade termini il racconto lasciandoci nel dubbio… Complimenti per il racconto che come al solito scritto è bene e con molta creatività di scrittura, in quanto a questo ho apprezzato diversi passaggi descrittivi. Complimenti!!!

    • Lasciare in sospeso il racconto è una scelta obbligata.
      Non è possibile in così poco spazio dare anche uno sviluppo alla trama e scrivere un finale complesso.
      Il resto ce lo deve mettere il lettore

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