Equivoci metropolitani

Il professore aveva abbandonato la sua camminata pigra. A quell’ora infatti sarebbe dovuto già essere a casa a dar lezione di piano alla figlia del suo amico: una ragazzina quindicenne, ossuta e saccente, fissata oltretutto con la puntualità. Attraversò la strada sulle strisce pedonali tagliandole per obliquo. All’altezza del cordolo una donna gli sfilò accanto superandolo di fretta. La vide con la coda dell’occhio, concentrato com’era a escogitare una scusa plausibile che la ragazzina avrebbe accolto, lo sapeva già, con uno sbuffo e un’alzata di spalle. Si stava giusto chiedendo perché mai dovesse giustificarsi quando la donna che era davanti a lui sul marciapiede si voltò un paio di volte a squadrarlo con una strana espressione. Lui ricambiò senza capire. La donna fece altri venti metri e si voltò ancora due o tre volte. Il professore decise di allungare il passo per sottrarsi a quelle occhiatacce inquietanti e cariche di tensione. E non aveva fatto in tempo ad accelerare l’andatura che la donna, accortasi del passo più veloce dell’uomo, prese ad aumentare anche il suo pur se in modo agitato. Il professore a quel punto si stizzì e prima ancora che la donna si girasse di nuovo, decise di prendere un’altra via: avrebbe fatto un giro più lungo, ma si sarebbe tolto da quella situazione sgradevole. Che cosa mai si era messo in testa quella? E poi chi era? L’uomo percorse una cinquantina di metri quando la stessa donna sbucò all’improvviso da una laterale di destra. Appena vide l’uomo che le si era parato innanzi si mise a urlare e a correre alla disperata. Il professore reagì nel modo più impensato: si mise a inseguire la donna.
«Signorina, aspetti!» le gridò. «Ci deve essere un equivoco, non voglio farle del male, glielo assicuro. Sono una persona perbene io». Ma nonostante lui procedesse velocemente a perdifiato lei correva ancora più forte sbraitando:
«Mi lasci stare, aiuto! Aiuto!»
Il professore stava quasi per raggiungerla per spiegarle che non aveva nulla da temere quando gli calò sugli occhi una densa coltre di pece finendo lungo disteso sul marciapiede. Un donnone, con un voluminoso vestito a fiori e un largo cappello di paglia, gli aveva appena scaricato sulla faccia la parte superiore di un ombrellone. Poco prima di svenire il professore fece in tempo a udire:
«Scappi, signorina, scappi… che a questo qua ci penso io…»

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