Una pettorina per la vita

Ma il tramezzino marmellata di albicocche e acciughe avrebbe finito per incartapecorirsi triste e sconsolato sul piattino del bar, là sul tavolaccio della Camera di Consiglio, ove, in tutta fretta, era stato riposto da mano distratta, tra le abbondanti cartacce processuali, i quotidiani, le parole incrociate incompiute e un paio di dépliant multicolori delle isole Mauritius.
Nessuno lo avrebbe assaggiato.
Solo la collega Ilaria Gaia Felicetta della Gioia, figlia del famigerato dott. Prospero della Gioia, incinta di otto mesi e ventinove giorni, aveva cercato, non tanto di far suo il triangolo di pane del Presidente (sarebbe stato, infatti, un gesto non seriamente proponibile, almeno in questa vita) quanto piuttosto di arraffare un rachitico panino che, senza apparente proprietario, se ne stava a languire malinconico poco distante da lei e dal quale trasudava una salsa talmente densa da far sospettare che stesse respirando.
La faccia disgustata di Primo Fante, dai malevoli soprannominato ‘Scorreggina’ per via di quella sua mania di snocciolare, spesso e a sproposito, le massime di giurisprudenza della Corte di Cassazione, la fece desistere. ‘Non era davvero quello il momento di mangiare’ pareva rimproverarle il collega, che, com’era noto, nutriva per le donne la medesima stima che un bulldog ha nei confronti di una salsiccia cruda: il suo fraterno compagno Anaspasio, l’unico fra i colleghi che gli prestava attenzione mostrandogli un minimo di considerazione (per quanto non gli fosse mai riuscito di comprenderne appieno il motivo) era affranto da qualche indicibile tormento che Lo stava trascinando sull’orlo di un collasso nervoso. Nel soffocante tentativo di rendersi utile, il Fante aveva caricato il suo atteggiamento, pur incline alla solita supponenza, di una ridicola affettuosità da voglioso efebo, con le labbra turgide che gli fremevano e gli occhioni tumidi che sbattevano chiassosamente le lunghe ciglia cispose. Cercava persino, ma vanamente, di farGli bere un bicchiere di latte della sua pecora Clementina appena munto con le sue abili manine.
Ilaria Gaia Felicetta, dal suo canto, facendo spallucce con il naso che doveva esserle rimasto, da piccina, in mezzo alla portiera del frigo di casa (tanto era appiattito), non avanzò alcuna coraggiosa rimostranza, ripiegando, rassegnata e sospirante, su di una generosa manciata delle consuete caramelle saponose all’issopo in fiore tenute di riserva in una delle tante tasche dell’unico tailleur in suo possesso.
Facciamo, però, a questo punto, un rapido flashback nella nostra narrazione, affinché il Lettore possa cogliere, sin dalle iniziali battute, tutte le implicazioni drammatiche della vicenda che ci occupa.
Il dr. Anaspasio Trillozzo, designato devotamente dalla comunità con l’appellativo de ‘il Sommo’ per l’infinita sapienza giuridica e l’ineguagliabile equilibrio di giudizio, insigne Presidente del Tribunale di Lamarmora , nell’aprire, quella stessa mattina, l’armadietto della Sua stanza, sulle prime credette di aver aperto quello di un altro collega, ma poi, accertatosi che ahimè non Si sbagliava, aveva scoperto con orrore che la pettorina, cimelio di una famiglia votata alla Magistratura ormai da secoli, era scomparsa.
E’ appena il caso qui di ricordare che la pettorina (o bavetta o davantino che dir si voglia) è quel singolarissimo rettangolo di stoffa (liscio o plissettato, disponibile, per giunta in varie fogge) che i Magistrati esercitanti le funzioni giudicanti nell’ambito penale ripongono sopra la toga (tale e quale ad un tovagliolino) allorché siedono in pubblica udienza. All’uomo moderno, potrebbe anche sembrare un paramento desueto o comunque antiquato, ma certo è che esso costituisce parte integrante e indefettibile dell’abbigliamento ufficiale del Giudice.
Anaspasio ricordava bene quell’esaltante giornata in cui la buonanima di Suo padre, il Mentore dr. Igino Trillozzo, Sua Veneranza Luminosissima, Presidente dei Presidenti, Sommo dei Sommi, avvolto da un manto di luce e con l’accompagnamento di una melodiosa musica sgorgata all’improvviso dal soffitto, Gli consegnava quel pezzo di Storia, come in precedenza i Suoi avi avevano fatto con Lui.
Infatti, l’oggetto in questione non era, per Anaspasio, solo un piccolo e semplice (e, diciamolo pure sommessamente, piuttosto lercio) indumento démodé che di bianco nitore (almeno all’origine) ne illuminava l’aristocratico viso, né era soltanto il simbolo tangibile della Sua incondizionata abnegazione per la Giustizia.
Era molto, molto, ma MOLTO di più.
Rappresentava, invero, la quintessenza del Segreto della dinastia Trillozzo, l’icona stessa del Loro Mito. Chi, infatti, dell’illustrissima prosapia trillozziana avesse allacciato il davantino al collo indossando, nel contempo, la toga, d’incanto acquisiva altresì l’onniscienza del Diritto passato, presente e futuro, ottenendo l’immediata ed esaustiva cognizione di tutte le leggi, i decreti, i regolamenti, le circolari ministeriali, le grida manzoniane e le ordalie barbariche pubblicate sin da quando l’Uomo sulla Terra, smettendo di usare la penna d’oca per conficcarla negli occhi del vicino di caverna, aveva iniziato a discettare di Precetti e Consuetudini, di Statuti e Comandamenti, di Editti e Costituzioni. Ma non era tutto!
Era molto, molto, ma MOLTO di più.
Il fortunato mortale, grazie a quel pezzetto di tessuto, poteva acquisire, all’istante, persino la memoria totale ed enciclopedica dei precedenti giurisprudenziali di tutte le Corti d’Italia, d’Europa e dell’intero globo terracqueo (con rapidi ed avvincenti excursus al Diritto Interplanetario), oltre a qualsivoglia altra opera dottrinale planetaria inclusa quella cingalese, bahasa, swahili e cinese medioevale sino ad abbracciare i meri progetti di legge ancora confusi nella Mente imperscrutabile del Grande Legislatore; tutto lo scibile giuridico, insomma, era nel medesimo istante compresente e padroneggiato dal Suo possessore.
L’origine di siffatto prodigio si perde nelle pieghe della mitologia primordiale, sì che cenni a quel singolare capo se ne rinvengono scarsi e incerti solo nelle Diuturnae di un certo Caio Nevio Trillotius (Magistrato eccelso del II secolo d.c.) che lo menziona a proposito di uno dei doni nuziali elargiti ad un suo avo, con munifica prodigalità, da Giove a sua figlia Minerva onde assicurarle, si cita testuale l’ottima traduzione eseguita da frate Biscotto (detto il Saiwa) iustitiæ sempiterna lungimirantia.
Per la necessità di indossare la toga (di spessa lana di pecora siberiana) insieme alla pettorina, al preciso scopo di ottenere l’effetto di acquistare l’omnicomprensione giuridica cui dianzi si faceva riferimento, va qui accennato che non fu facile, per il nostro Anaspasio, in occasione degli esami orali per il concorso in Magistratura, nascondere sia l’una che l’altra sotto la maglia T-shirt allorché, dovette recarsi a Roma in luglio, con un caldo canicolare.
L’eccessiva sudorazione che ben presto si impadronì dell’imberbe ed aitante candidato cominciò a sembrare inconsueta alla Commissione soprattutto allorquando la pozza ai Suoi piedi fece galleggiare il banchetto dietro al quale si trovava seduto. Il singolare fenomeno fu però subito ritenuto una diretta conseguenza dell’inevitabile stress dettato dalla particolare situazione, soprattutto dopo che il ragazzino dimostrò, sin dalla prima domanda, la sua manifesta abilità nell’eloquio e la smisurata profondità della preparazione. Molti dei membri della Commissione finirono infatti per prendere appunti, altri ne trassero idee per pubblicazioni, proposte di legge e cicli di conferenze. Furono gettate nella circostanza, grazie alla magniloquenza dell’Eccelso, le solide fondamenta per addivenire, da lì a qualche decennio, alla modifica del codice di procedura penale, al varo del regolamento interno della Camera dei Deputati ed alla stesura definitiva dello Statuto dell’O.N.U.
Lo stupore inoltre fu tale che, al termine dell’esame, la brillante esposizione strappò ai Commissari un applauso unanime e spontaneo della durata cronometrata di oltre venti minuti, con richiesta di numerosi bis, sì che i Commissari stessi, sull’onda dell’entusiasmo e della frenesia collettivi, non riuscirono a trattenersi dallo scandire a gran voce il Suo cognome eseguendo, in simultanea con il pubblico intervenuto e il servizio d’ordine, un’indimenticabile ola.
Ma l’esaminando era (allora) un giovane assai modesto e c’è chi, a tutt’oggi, rammenta come, all’uscita dall’aula degli orali, turbato e confuso, ebbe a chiedere ai presenti come fosse andata.
Da quel giorno la leggenda del dr. Anaspasio Trillozzo è cresciuta senza più confini temporali e territoriali, né ha conosciuto flessioni di sorta, arricchendosi di continuo di nuovi aneddoti (veri e inventati) che i fedelissimi trascrivono e raccolgono in pregiati incartamenti pergamenati gelosamente custoditi in luoghi nascosti e sicuri ostentandoli solo nel corso di assemblee ecumeniche che si tengono, ogni cinque anni, nella Capitale.
Bisogna qui ribadire, purtroppo, che, nonostante tutto ciò, il Sapere del Sommo era solo e comunque dovuto a quell’insignificante rettangolino bianco; senza di esso, infatti, sarebbe significata per Lui la nebbia più assoluta (in quanto il dr. Trillozzo non aveva mai studiato su di un libro di Diritto non essendosene mai presentata, in verità, l’occasione) e persino un qualsiasi commesso della categoria aiutanti sottosviluppati, strascicando le pratiche da un ufficio all’altro del Palazzo di Giustizia, di norme ed istituti giuridici, ne avrebbe saputo senz’altro di più.
Era per questo inconfessabile motivo che poteva leggersi adesso, nel nobile sguardo del Sommo, il terrore misto ad una cupa disperazione.
Chi poteva aver fatto, proprio alla Sua graziosa persona, una cosa tanto orribile? Forse era stato qualche collega che l’aveva presa per mero sbaglio? O l’avevano rubata per l’intrinseco ed inestimabile valore o, peggio ancora, qualcuno, sapendo del Suo Segreto, voleva ricattarlo? E poi, sarebbe stato in grado di ritrovarla in tempi brevi? E, intanto, come avrebbe potuto lavorare?
Già in quella stessa udienza, a precise domande degli Avvocati riferite a questo o a quell’articolo del codice, Lui, il predestinato ed ineluttabile prossimo Presidente dei Presidenti, il fatale Sommo tra i Sommi, non aveva saputo che opporre un dignitoso sorriso di smarrimento. Si era accorto di aver commesso degli ingiustificabili errori e delle imperdonabili imprecisioni. Ed anche se nessuno in realtà ci aveva badato, essendo risaputa la stravaganza di Anaspasio dovuta alle Sue indiscusse e irraggiungibili capacità intellettuali, aveva compreso che quella era l’inizio della fine.
Questi ed altri angosciosi interrogativi stavano affollandosi nel meraviglioso cervello dell’Ineffabile, allorché nella Camera di Consiglio entrò, con movenze sommesse, il Giudice Enea Frangi.
«Disturbo per caso?» chiese Enea piegandosi sulle ginocchia e sporgendosi in avanti, onde accertare che non ci fosse nessuno dietro alla porta.
«Certo che disturbi!!!» latrò gentile Primo Fante scoccando un’occhiataccia velenosa «non vedi che ci siamo ritirati per deliberare???»
«Sì… sì… scusate…» inspirò affannato Enea che cominciava a roteare la spalla sinistra in uno dei suoi tic più strani «avrei dovuto capirlo subito…»
Enea se ne ristette sulla soglia, non sapendo se addentrarsi oppure no.
Stimatissimo GIP, di vasta, onesta, quanto solida cultura giuridica costruita sul campo, Enea non era stato sempre così impacciato e nebuloso. Alcuni anni addietro, infatti, era rimasto vittima di un incidente piuttosto originale che lo aveva menomato in modo serio sia nello spirito che nel corpo. Molti parlano a tutt’oggi di quando fu trovato nel suo ufficio disteso sul pavimento, quasi esanime, con un enorme ferro da stiro accanto. Ci vollero diversi mesi affinché lui, uscito dal coma, potesse ricordare quanto gli era accaduto, anche se, va sottolineato, non tutti i particolari sono ancora noti. Dalla ricostruzione effettuata pare che, spalancata la finestra della stanza, nello sporgersi all’infuori per prendere un po’ di fresco, il Giudice abbia ricevuto in piena nuca un grosso ferro da stiro in ghisa massiccia del peso record (verificato) di 35 chili e 481 grammi. L’episodio apparve subito inspiegabile per il fatto che l’ufficio di Enea era ubicato (a quell’epoca) in un sottotetto, cioè all’ultimo piano del Palazzaccio, notoriamente affollato solo da piccioni e da antenne della televisione.
Da quell’episodio funesto, il GIP è divenuto facilmente eccitabile e piuttosto strambo, lamentando turbe nervose di ogni genere (monomanie compulsive in particolare), oltre ad una paura ingiustificata per qualsivoglia (immaginario) pericolo. Una delle sue più frequenti ossessioni è, per esempio, quella di intravedere dappertutto, un fantomatico bambino di circa dieci anni che, immobile e in silenzio, lo fissa (dice lui) con fare truce e carico di odio.
«Allora torno un’altra volta…» accennò nel vuoto Enea cercando di incrociare gli occhi di qualcuno dei colleghi per una risposta anche vaga. Ma neppure la polvere, che stava posandosi con delicatezza sui tramezzini raffermi, sembrava prestargli ascolto.
Scorreggina era intento a soffiare il naso ad Anaspasio che, emettendo gemiti mal repressi, non dava segni di riprendersi dal suo psicodramma; spinto da un eccesso di disgustoso fanatismo, Primo si mise a baciarGli con ardore l’anello principesco, gioiello sul quale giganteggiava il cammeo di famiglia raffigurante la silhouette del Sommo.
Dal suo canto, invece, Felicetta, assisa come una matrona romana (vista la stazza giunonica) nel vano strombato della finestra, succhiando ed impastando, impastando e succhiando, scrutava, sempre più apatica, una nuvola lontana che si allontanava alla chetichella.
«Sì forse in un altro momento…» ripeté Enea tentando di afferrare per la quinta volta la maniglia che si ostinava a sgusciargli dalla mano sudata «… quando magari non siete così presi dal lavoro…»
Dopo un’ultima controllata sotto il tavolo, dove gli era parso che qualcosa si muovesse, retrocedendo guardingo dalla linea dell’uscio, Frangi accostò con prudenza e nell’indifferenza generale, la porta della stanza.
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