Il custode delle fosse

Nell’anno del Signore 1356, nella regione di Fillmore, contea del Dorset, il servo Richard The Raker era il gong farmer del castello del Duca James Francis Hamilton. Lavorava di notte, nel modo più celere possibile, quando nessuno poteva vedere né ascoltare. Il puzzo delle fosse e il tanfo che risaliva dai secchi avrebbero poi fatto rivoltare gli stomaci più forti. La sua mansione era semplice e immonda: calarsi nei pozzi neri, liberarli in parte dal contenuto raccogliendo le deiezioni per travasarle nei carri. L’indomani sarebbero state avviate agli orti del maniero come concime.
Con mani callose e spalle larghe, avvezze a sollevare secchi carichi fino a spezzare le ossa, Richard si muoveva con la lentezza di chi conosce bene il proprio mestiere. Il volto, scavato da rughe profonde e annerito dalla fuliggine delle torce, era quasi sempre nascosto dal cappuccio della tunica. Come se fosse un suo dovere non farsi riconoscere. I suoi occhi grigi, piccoli e spenti, sembravano fatti apposta per non vedere più del necessario.
Quella settimana il turno gli toccava per la terza volta. Gli altri braccianti addetti si erano dati per malati o erano fuggiti, e Richard, adesso, si trovava persino a dover addestrare un ragazzo nuovo: Geoffrey.
Il giovane, ben messo e di bell’aspetto, si era dimostrato da subito svogliato cercando sempre una scusa per scansare il lavoro: troppo buio, troppo freddo, troppi topi. La ribellione sembrava albergare in quello sguardo inquieto e irruente. Richard, sapeva però far bene il suo mestiere. In poco tempo lo costrinse alla corvée con parole secche e dure pronunciate con tono fermo. Tra l’altro gli ricordò che la paga, seppur misera, non cadeva dal cielo. Bisognava guadagnarsela.
In quella notte, le torce illuminavano la pietra umida e i vapori giallastri salivavano dal pozzo come fuochi fatui. Era un lavoro che richiedeva silenzio e ritmo.
Ma a un tratto, qualcosa nel fango scuro attirò l’attenzione di Richard. Non era la solita carcassa di animale. Sporgendosi meglio con la fiaccola lo capì: era un braccio rigido che affiorava dal liquame.
Ci misero mezz’ora a tirare fuori il corpo. Era quello di una giovane donna; era gonfio e la gola orribilmente squarciata. Indosso ancora il vestito da cameriera del palazzo. Alla vista del volto, Geoffrey barcollò. La riconobbe subito: era sua sorella Anna.
Con un filo di voce disse che erano ventiquattr’ore che non la vedeva. A volte le cameriere restavano al castello dopo le feste, ma Anna non si sarebbe mai assentata per una notte senza avvertirlo. Ed era seriamente preoccupato. E ora questo. E poi la sera prima gli aveva confidato, tutta vergognosa, di aspettare un bambino.
Geoffrey voleva correre subito dai propri genitori per dar loro il corpo, ma Richard lo trattenne. Non era ancora il momento. Lo ammonì. Lo aiutò intanto a caricare il cadavere sul carro e lo vide piangere mentre copriva il cadavere con un telo.
Richard fissava in silenzio il ragazzo. Quel clamore non gli piaceva. Le guardie erano sospettose per mestiere, potevano scendere ad accertarsi cosa fosse quel trambusto. Inoltre al castello non gradivano chi metteva il naso dove non doveva. Un morto trovato nelle fosse era meglio lasciarlo dov’era: gli animali e la putredine si sarebbero occupati di corromperlo.
Il ragazzo, però, non ascoltava. La sua ostinazione cresceva di parola in parola. Diceva che probabilmente era stato il Duca ad aver ingravidato la sorella ordinando poi la sua morte per evitare uno scandalo. Lo si sapeva, del resto, che era la sua cameriera personale. Geoffrey ripeteva che voleva avere giustizia, andando avanti e indietro davanti al carro, lamentandosi, sbuffando, menando i pugni in aria. Parlava con gli occhi rossi e febbrili di chi non sente ragione. La fiaccola lo illuminava come fosse lo sguardo di un dannato.
Richard, non era tranquillo. Sapeva bene cosa significasse sfidare i Potenti del palazzo perdere il lavoro, la propria casa e poi persino rimetterci la pelle. E poi sarebbero facilmente risaliti a lui. Il corpo, del resto, era stato trovato nella latrina e il responsabile della latrina era lui. Per questo, mentre Geoffrey si preparava a varcare la soglia del castello, maturò in fretta una decisione.
Lo convinse ad aspettare la mattina seguente perché a quell’ora le guardie non lo avrebbero fatto di certo entrare. Occorreva pensare, poi, a uno stratagemma efficace per arrivare sino allo studiolo del Duca. Gli chiese quindi di tornare con lui alle latrine per recuperare gli strumenti che erano ancora lì e poi portare in paese il carro. La sorella meritava una onesta sepoltura e i suoi genitori doveva sapere quanto accaduto. E poi era necessario che Geoffrey tenesse la torcia per vedere meglio.
Quando furono sul posto, il ragazzo si sporse sul pozzo nero e Richard, senza mettere tempo in mezzo, con un colpo secco di vanga, gli spaccò il cranio. Il corpo rotolò giù nell’oscurità senza un lamento. La torcia, cadendo con lui, per un attimo illuminò quell’antro infernale di fango e melma.
Richard restò immobile, il respiro affannoso. C’era solo il tumulto del suo cuore che batteva all’impazzata e il fermento lento del liquame che ogni tanto si muoveva per trovare un nuovo assestamento. Pareva la voce della terra che protestava per quel delitto.
La notte riprese il suo corso. Il castello dormiva. Il carro, con il corpo di Anna sotto il telo, rimaneva in attesa. Richard si allontanò piano, stringendo la vanga come un bastone. Cercò di riflettere su come meglio comportarsi. Poi capì cosa dovesse fare.
Scaricò dal carro il corpo di Anna come fosse una fascina di legna. Lo trascinò sull’orlo della latrina e buttò dentro anche quello.
Ora si sentiva soddisfatto e più calmo.
Se ne andò via senza alzare più lo sguardo verso il castello.
Sapeva bene che ogni pietra, ogni finestra buia, custodiva segreti che era saggio non sfidare.

Annina sta tornando

anziano, televisioneAnnina tardava a rientrare. Quanto ci metteva ad andare in farmacia? Frank si fece questa domanda mentre osservava l’orologio. Cosa poteva fare nel frattempo? Scaldare il brodo? Preparare la tavola? No, forse non era poi ancora così tardi. Poteva aspettare qualche minuto. Magari poteva guardare la televisione.
Si accorse però che il telecomando non era al suo posto. Chissà dove si era cacciato. Si sedette sul divano, cercando di calmarsi. Sentiva l’agitazione crescere. Forse avrebbe dovuto prendere lo Xanax. Oppure gli avevano detto di sospenderlo? Si maledisse per non trovare il prospetto dove annotava queste cose. Sarà dove si trova il telecomando, pensò. Comunque, non c’era da preoccuparsi. Quando Annina tornava, glielo avrebbe chiesto.
Ma cos’era quell’odore? Cosa stava marcendo? Si alzò per controllare il frigorifero. Sembrava tutto a posto. Poteva venire dal giardino… Magari Lenticchia aveva catturato un uccellino o un topo e lo aveva nascosto sotto la siepe. Non sarebbe stata la prima volta, del resto. Andò a vedere. Nulla.
Un nuovo pensiero lo assalì. E se fosse stata proprio Lenticchia a essersi sentita male? Quella gatta era anziana. Poteva essere rimasta incastrata da qualche parte. Se ci fosse stata Annina, avrebbe già capito qual era il problema, pensò. Le mani gli sudavano per l’ansia. Non riusciva più a stare in piedi, ma sedersi gli dava fastidio per via del mal di schiena. Forse se avesse preso la pillola per la sciatica…
Il campanello di casa suonò. Ciabattò lentamente fino alla porta, chiedendosi perché Annina avesse suonato se aveva le chiavi. Magari le aveva dimenticate.
Quando aprì, si trovò davanti un uomo.
«Beh… non mi fai entrare, Frank?» disse quello.
«Ah, sei tu…» fece Frank, spostandosi di lato. «Sì, sì, entra.»
«Perché non rispondi al cellulare? Ho provato a chiamarti più volte. Dopo un po’, mi preoccupo, lo sai… Hai ottant’anni, Frank. Non dimenticartelo.»
«Certo, se poi sei tu a ricordarmelo ogni volta… anche se volessi…» brontolò Frank. Poi si chiese da quando avesse un cellulare. Non gli pareva di averne mai avuto uno. Quelle diavolerie fanno di tutto tranne che telefonare, pensò.
«Dov’è Annina?» chiese l’uomo, guardandosi attorno.
«Mia moglie è andata in farmacia e sta per tornare… dove devo firmare?»
«Firmare? Che intendi, Frank?»
«La raccomandata. Sei il postino, no?»
«Postino? Ma che dici, Frank? Sono Tom, il tuo amico…» e lo prese delicatamente per un braccio facendolo accomodare sul divano. Era più giovane di vent’anni, ma Frank per lui era sempre stato un padre. Lo aveva persino voluto come padrino per suo figlio.
«Cos’è questo odore strano?» chiese Tom, aggrottando la fronte. «Cosa è andato a male?»
«Purtroppo, è Lenticchia. Il mio gatto è morto e ora si trova sul tetto. Occorrerà chiamare qualcuno per tirarlo giù… Conosci qualcuno?»
«Lenticchia? Frank, il tuo gatto è stato investito mesi fa qui sotto casa. Non te lo ricordi?»
Frank lo guardò con occhi vuoti, quasi imploranti. Tom sospirò e si avvicinò alla finestra, spalancandola per far entrare aria fresca. Poi, in qualità di medico di Frank, lo visitò. Niente febbre ma battito irregolare e reattività ridotta. Qualcosa non andava.
«Hai fatto l’iniezione di insulina?» domandò.
‘Ecco cosa avrei dovuto fare…’ pensò Frank con disappunto. Annina si era raccomandata tanto prima di uscire. Adesso occorreva rimediare o l’avrebbe sgridato.
«No… ma posso farla ora. È nell’armadietto del bagno. Ma sei sicuro di non essere il postino? Aspettavo un pacco…»
Tom scosse la testa. Probabilmente serviva un ricovero per accertamenti. Non appena Annina fosse tornata, l’avrebbe avvisata. Ma perché nessuno gli aveva detto nulla? Frank era così in forma quando era partito per le vacanze…
Sentì un rumore nell’androne. Finalmente, Annina! Tom si alzò e andò alla porta. Ma vide solo la vicina con la sporta della spesa in mano. Si guardarono sorpresi. Tom fece un cenno di salute e poi richiuse.
«Vado a prenderti la siringa, Frank. Tu resta seduto lì, d’accordo?»
«Sì, sì… sei un postino molto gentile, sai? Di solito sono così maleducati e frettolosi. Ah, già che ci sei, mi prendi un golfino? Mi è venuto freddo con la finestra aperta.»
«Un golfino? Certo… dove lo trovo?»
«In camera da letto, credo.»
Tom andò nella stanza. L’odore era ancora più forte. Il golfino non c’era. Aprì la finestra. Nulla migliorò.
«Il golfino non c’è» disse a voce alta.
«Allora lo chiederemo ad Annina quando torna. A quest’ora sarà già sulla strada del ritorno» rispose Frank.
Tom fece un ultimo tentativo. Aprì l’armadio.
Annina era seduta sul fondo del mobile, la schiena contro la parete interna, il viso riverso di lato. In stato avanzato di putrefazione. In mano aveva il telecomando della televisione.

La vittima designata

Mark ormai usciva sempre più raramente. Camminare per la città lo inquietava. Aveva avuto recentemente anche un attacco di panico ed era stato davvero male. Per fortuna poteva lavorare da casa. Aveva l’attrezzatura sufficiente a consentirgli di lavorare con comodità da remoto senza muoversi dalla scrivania; il centro commerciale più vicino aveva poi un efficiente servizio di delivering. Lui ordinava online, il ragazzo arrivava lasciando la busta sullo zerbino e l’importo veniva addebitato sulla carta di credito. Niente di più semplice e niente che potesse desiderare di più.
Poi una mattina, in un momento di pausa, mentre si stava fumando una sigaretta alla finestra, gli cadde l’occhio su un uomo seduto a un tavolino del bar all’angolo. L’aveva già notato in quella stessa posizione durante altri lunedì precedenti. E lo ricordava bene che fosse proprio quel preciso giorno della settimana perché era anche quello in cui il ragazzo del market gli portava la spesa. Era strano il comportamento di quel tizio perché faceva finta di leggere, visto che il giornale che aveva sul tavolino veniva fissato senza essere sfogliato. E quella volta si accorse inoltre che, a un certo punto, l’uomo aveva fatto un lieve cenno con la testa, come per assentire. Di lì a poco, come se avesse ubbidito a quel comando, nel giardino pubblico di fronte, aveva preso a transitare una donna che spingeva una carrozzina. Camminava lentamente come quando si va a passeggio e si vuole far trascorrere il tempo. Poi si accostò a un platano e con un gesto rapido nascose nell’incavo dell’albero qualcosa, quindi proseguì con passo rapido. Dopo pochi attimi un secondo uomo, che era seduto su una panchina poco distante, si alzò lentamente avvicinandosi a quello stesso albero da cui prelevò un biglietto di color azzurro che, letto velocemente, fu messo subito in tasca. L’uomo al tavolino nel frattempo se n’era già andato.
Pareva la scena di un film di spionaggio. Pensò Mark.
Il lunedì della settimana successiva si sorprese ad assistere alla stessa scena dal medesimo punto di osservazione. L’uomo al tavolino, facendo sempre finta di leggere il solito giornale, fece ad un certo punto il medesimo cenno con il capo. E questo mosse un uomo anziano che, appoggiandosi claudicante a un bastone, si avvicinò al platano per lasciare il biglietto. Il secondo uomo (sempre lo stesso), già seduto sulla panchina, si alzò di conseguenza per prelevarlo e quindi leggerlo, come da copione.
Cosa stavano combinando? Si chiese Mark. Chi erano?
La settimana successiva si preparò meglio tirando fuori dal solaio un potente binocolo comprato anni prima quando ancora praticava birdwatching. Ora tutti i protagonisti li poteva vedere bene in volto. Anzi, osservare da vicino le loro espressioni era coinvolgente perché era chiaro, a dispetto della apparente indifferenze di tutti, che erano tutti d’accordo e si trattava di un modo ben orchestrato per veicolare informazioni probabilmente riservate. Gli uomini seduti al tavolino e sulla panchina erano sempre gli stessi, cambiavano solo i messaggeri. Tant’è che questa volta il ruolo era toccato a un giovane, sui vent’anni. Passò, guardando il proprio cellulare accanto al platano, per poi inserire con un gesto fulmineo il consueto biglietto nell’incavo. Tutto come da routine, insomma, anche se questa volta l’uomo seduto sulla panchina, quando andò a prelevare il foglietto, non se lo mise in tasca ma lo buttò distrattamente in un cestino dei rifiuti, poco distante.
Mark sentì una fitta di curiosità. E, improvvisamente, comprese che doveva saperne di più, doveva leggere cosa c’era scritto su quel messaggio. Quello era un’occasione probabilmente irripetibile. Lui, del resto, era fatto così.
In un attimo, dimentico dei suoi disagi psicologici, indossò maglia e jeans e scese in strada. Si assicurò che nessuno lo vedesse e poi cercò in modo frenetico il foglietto nel cestino. Era caduto appena di lato e lo trovò subito. Lo infilò in tasca e, con il cuore, in gola risalì in casa. In studio lo lesse attentamente. Era scritto con diligente grafia femminile. Poche parole ma inequivocabili.
14.09, ore 24 — 65, Fitzcarraldo Street. Target in loco. Procedere.
Sentì un sudore freddo lunga la schiena. Stavano tramando qualcosa di losco. Ed era per quella sera. Che fare? Si chiese. Chiamare la polizia? E se fosse stata solo la sua fantasia a galoppare e fargli credere chissà cosa? Si agitò. Pensò a mille possibilità. Soppesò i pro e i contro. Si sentì molto combattuto: non voleva abbandonare il confort di casa sua, ma d’altronde forse qualcuno sarebbe stato in pericolo e lui poteva salvarlo. Cedette: decise che sarebbe andato a vedere di persona e, all’occorrenza, se le cose si fossero messe proprio male, avrebbe potuto chiamare le forze dell’ordine. Inoltre, nottetempo, non lo avrebbe visto nessuno.
Così alle 24 si recò al n. 65 di Fitzcarraldo Street. Era una via isolata nella zona industriale della città; non c’erano che fabbriche tranne, al numero civico 65, una villetta. Le luci all’interno erano accese.
Si nascose dietro a una grossa siepe. Fece arrivare mezzanotte. Ma un’ora dopo, non era ancora successo nulla. Le luci nella casa si erano da tempo spente e tutto sembrava tranquillo. In giro non c’era anima viva. Ci doveva essere stato evidentemente un contrordine. Si disse. Ma poi che ci faceva lì? Perché si era fatto trascinare in quella situazione? Lui che ci entrava, dopotutto in quella faccenda? Maledetta la sua curiosità. Decise di andarsene. Ma prima di farlo, senza un perché, andò verso la porta della casa. Voleva sentire se ci fossero dei rumori sospetti.
La pallottola calibro .223 Remington non la sentì neppure arrivare. Alla velocità di 950 m/sec gli colpì la nuca prima ancora di udire lo sparo. Si riversò a terra come un fantoccio, senza neppure riuscire a realizzare che la vittima designata era proprio lui.

Spiccio e Mezzagamba

Appena dalla luce della porta apparve il ragazzo, lo sguardo ancora perso nel sonno, l’uomo gli diede rapidamente un pugno sul naso che spalancò del tutto l’anta facendola rimbalzare contro il muro; anche il giovane scivolò all’indietro finendo con la testa all’ingiù sul letto sfatto. I due poliziotti entrarono come fossero i padroni del mondo e, appena nella stanza, si accorsero che la casa era tutta lì.
«Ma chi siete? Siete impazziti?» guaì il ragazzo tamponandosi il sangue che gli fuoriusciva copioso dal naso.
«Siamo persone che ti vogliono bene, così tanto bene che non vogliono che ti succeda nulla di male…» disse suadente uno dei due con un mezzo sorriso storto e guardandosi intorno.
«Sì, infatti, mi sembra evidente!» ironizzò il ragazzo massaggiandosi il naso che si stava gonfiando.
«Senti, Spiccio, abbiamo fretta…» fece quello più alto e magro prendendo l’unica sedia che c’era nella stanza e piazzandosi accanto al giovane sedutosi nel frattempo stralunato sul letto. «Sono proprio interessanti quelle foto…» fece additando, tra le altre, una gigantografia appesa sbilenca al muro che raffigurava una coppia nuda che amoreggiava su una spiaggia deserta. «Lo sappiamo che hai il vizietto del voyeur…»
«È un hobby… non un vizietto» lo corresse lui con voce nasale. «Ci campo, cosa credi? Faccio video e li vendo ai siti porno… c’è un mercato fiorente che non hai idea, ed è tutto legale.»
«Che sia legale commercializzare la vita privata e intima altrui è tutto da vedere!» puntualizzò quello grasso accendendosi un sigaro scadente.
«Se fosse davvero privata e intima, come dici tu, non lo farebbero en plein air; loro sono esibizionisti, sanno di essere ripresi e vogliono essere ripresi, altro che…» si difese Spiccio alterandosi «e poi non so niente!»
«Ascolta en plein air!» gli disse l’altro torcendogli all’improvviso il naso e facendolo ululare dal dolore «non ci interessano le porcate che fai nel tempo libero… ci interessa piuttosto il fatto che ieri, su quella stessa spiaggia dove hai fatto quelle foto, hanno sparato a un ragazzo. Sicché pensavamo che, visto che hai questo bellissimo hobby da depravato en plein air, magari avevi visto o fotografato qualcosa…»
«Io mi trovavo qui a casa, ieri…» fece il ragazzo con un filo di voce in una maschera di sangue.
Il poliziotto grasso stava per allungare una mano per scottarlo con il sigaro quando il ragazzo alzò entrambi le mani urlando: «Va bene… va bene… mi arrendo. Ci diamo dei turni per non dare nell’occhio; e ieri toccava a Mezzagamba.»
«Mezzagamba? Chi? Quel roscio con i denti da coniglio che abita in una casetta verdina vicino alla ferrovia?» chiese uno dei due.
«S-sì» balbettò Spiccio meravigliandosi di quante cose sapessero sul loro conto. «Ma chi siete?»
«Siamo i buoni, Spiccio, siamo i buoni…» disse paziente l’uomo magro «così tanto buoni che ti diciamo che siamo appena stati a casa di Mezzagamba e abbiamo trovato la sua testa nel freezer e il resto in diversi altri posti dell’abitazione, persino sul lampadario. È gente che non scherza quella, ragazzino, e di sicuro verranno anche da te, ma non per comprare i tuoi sporchi video. Per cui, ti ripeto, dicci in fretta quel che sai sull’omicidio e togliti dalle…»
«Mezzagamba, morto?» lo interruppe il ragazzo che a questo punto era terrorizzato.
«Molto morto» fece quello grasso. «Non penso che abbiano neppure ritrovato tutti i pezzi.»
«Ma se parlo mi proteggerete?»
«Come no? Tutto il distretto è a tua disposizione…» disse ancora quello grasso ridendo.
«Senti, pisciasotto» fece l’altro prendendolo per la maglietta «ti abbiamo già fatto un favore a venir fin qui per avvertirti che ti stanno cercando: sei in debito con noi…»
«D’accordo, d’accordo…» fece Spiccio liberandosi e andando al computer. Digitò alcune parole per qualche secondo:
«Io e Mezzagamba abbiamo una cartella in comune sul dark web dove conserviamo, o meglio conservavamo, i filmati da vendere…» ammise senza smettere di battere sulla tastiera. Scelto quindi, tra i tanti, un video, lo fece partire. «È questo che cercavate?»
I due poliziotti si avvicinarono al monitor sporgendosi con il busto. Il video aveva ripreso tutto l’accaduto e anche gli assassini che erano volti già noti ai due poliziotti.
«Bene» fece l’uomo alto, raddrizzandosi. «Caso chiuso, allora… fatti fare una copia del video, Nicky e andiamo… ti va poi un panino da Carlito?» fece dirigendosi dinoccolato verso la porta.
«Ma se ci siamo stati appena ieri, capo,… ah ho capito… ci vuoi andare per quella nuova cameriera mulatta, vero?»
«Certo intelligentone! Tu sì che farai carriera. Ti aspetto giù in macchina; l’aria qui dentro, per quel tuo sigaro puzzolente, è diventata irrespirabile.»

È stato un attimo

La signora Maria si mise in piedi, trattenne il respiro e cominciò:
«Signor Giudice…» la voce le uscì rauca, la schiarì. «… Signor Giudice sono davanti a lei per spiegarLe ogni cosa… sì, lo devo fare, lo devo proprio fare… deve sapere… che quando quel giorno sono uscita dalla casa della mia amica, mia figlia Helèna era andata avanti. È stato un attimo… si è girata, si è fermata sulla linea che delimita la carreggiata e mi ha chiamata. Io chiudevo il cancello, signor Giudice, avevo entrambe le mani occupate, glielo giuro. Helèna era lì vicino a me, se avessi allungato un braccio l’avrei toccata. Mi chiese se poteva attraversare la strada da sola visto che aveva dieci anni ed era grande. La nostra macchina era parcheggiata sull’altro bordo della statale e io le ho detto sì, ma il camion me l’ha portata via. Sembrava un palazzo che si muovesse. E’ passato come un lampo e la bambina non c’era più. L’hanno ritrovata cento metri più in su, la testa spaccata come un melone. Sembrava un fantoccio, un bambolone rotto. Non sembrava neppure più lei. Glielo giuro, avevo una mano ancora sul cancello e ho detto ‘sì attraversa, tesoro, sì vai, sei grande, vai… ’, e ora grande non lo diventerà più. Ma non è tutta qui la storia, signor Giudice, c’è dell’altro. Ho provato a spiegarlo al signor Pubblico Ministero, ma lui ascoltava solo quello che gli faceva comodo. Vede… avevo il sorriso sulle labbra quando Helèna mi chiese di poter attraversare da sola. Io sorridevo, serena… finalmente. Perché avevo visto… avevo visto arrivare l’autotreno alle sue spalle e l’ho incoraggiata ad andare, loro, cosiddetti inquirenti, non l’avrebbero mai capito se non lo stessi confessando ora qui a Lei: una mamma, cui la sorte ingiusta strappa via una figlia in tenera età, fa sempre pena, e una bambina morta ancora di più. Insomma la colpa non è dell’imputato, dell’autista dell’autotreno, ma mia. vede, Signor Giudice, lei non era la mia bambina, era la figlia che mio marito aveva avuto dalla sua amante. Io la odiavo, non volevo che mi chiamasse mamma. Mio marito ha sempre pensato che io avessi accettata la situazione, così almeno gli avevo fatto credere tutti questi anni. Ma non era così, non era assolutamente così. Mi sono vendicata, signor Giudice, la piccola Helèna assomigliava tutta a quella donnaccia… e così al cancelletto ogni cosa mi è sembrata chiara, un segno del destino: Helèna che voleva attraversare da sola… l’autotreno che stava arrivando, io che mi ero attardata a chiudere la porticina come vi ha riferito sotto giuramento la mia amica. Un piano perfetto, una semplice banale fatalità. E invece la vera verità è questa qui, la dannata verità. È come se l’avessi uccisa io, signor Giudice… IO! Lo so, sono un mostro.»

La donna si mise a piangere a dirotto e si sedette sul letto. Lo specchio della sua camera  rimandava l’immagine sfatta di una donna che cercava di nascondersi il volto tra le mani. Poi si acquietò. Freddamente si sciolse il foulard che le circondava il collo e cominciò a sbottonarsi il tailleur che aveva appena indossato:
Al diavolo’ disse tra sé e sé buttando da un lato il cappello nuovo comprato per l’occasione ‘non ce la farò mai a confessare. No, non ci andrò al processo questa mattina, mi inventerò qualche scusa, che vadano tutti al diavolo, quella mocciosa, dopotutto, ha avuto quello che si meritava’.