Il Silenzio e i Silenzi

Il silenzio mi ha sempre affascinato. Non solo perché sono un po’ mutanghero, come avrebbe detto Camilleri (–> Il Camilleri-linguaggio), e quindi nel silenzio ritrovo il mio elemento naturale, ma anche e soprattutto per il fatto che è un qualcosa che, a dispetto delle apparenze, è ricco di significati persino opposti fra loro.

Ed è per questo che si può parlare di silenzi, al plurale, invece di un solo generico e indistinto ‘silenzio’. Cercherò di fare qualche esempio.

Il silenzio dell’oratore è una strategia linguistica. Crea attesa, accende l’attenzione, la sua univoca direzionalità. C’è l’aspettativa che l’oratore (o chi sta parlando anche al di fuori di un’aula di riunione) parli, spieghi, intrattenga. A volte si è venuti apposta per tale motivo. Il silenzio sembra la negazione di questa continuità, è inaspettata, costituisce una frattura dell’ordinario, una caduta della linea tensiva della comunicazione. Prima ci sono parole, il suono delle parole, poi all’improvviso l’assenza di esse. Cosa è successo? Ci si domanda alzando gli occhi verso il relatore.

Il silenzio del musicista è già di tutt’altro tipo: la pausa che compare sul pentagramma, con la pari dignità di qualsiasi altra nota, è essa stessa musica. Il silenzio serve alla nota che precede e a quella che segue per dare espressione al brano, per impreziosirlo, per dargli una caratterizzazione particolare che valorizza la sequenza.

Il silenzio che incuriosisce l’etologo è il silenzio della paura, dell’adrenalina degli animali del bosco, della foresta o di qualsiasi altro habitat, per la presenza percepita di un predatore; non sempre dall’individuo viene lanciato il grido di allerta per salvaguardare il branco, più spesso si crea un silenzio assordante — si direbbe usando un ossimoro abusato — che sottolinea la tensione del momento, il pericolo per la propria vita, per la vita di chi si trova a occupare i gradini più bassi della catena alimentare (–> Il segnale di allarme).

Il silenzio dello scrittore, è il silenzio del pensiero, è la sua nicchia di raccoglimento, il suo laboratorio trasparente animato da storie e personaggi, ove si mette a dialogare con se stesso, con il proprio io capovolto, da cui trarre parole, immagini ed emozioni.

Il silenzio della vittima è l’incapacità di dare una risposta, di reagire all’altro (o anche a se stesso se si è vittime in questo senso), di sottrarsi al male e al dolore; è una gabbia sempre più stretta che ti si stringe addosso, paralizza il cervello, impedisce a volte qualsiasi movimento, compreso quello di fuga o verso la liberazione; il silenzio è il più intimo nascondiglio dove ci si barrica nella speranza vana di non essere più ritrovati (–> Il silenzio degli innocenti).

Il silenzio del sottoposto è abnegazione, rispetto per l’autorità costituita, accettazione senza riserve, introiezione del comando, adesione totale all’ideale che legittima quello stesso silenzio (–> Usi obbedir tacendo e tacendo morir). Silenzio perché il comando non è oggetto di negoziazione.

Il silenzio del viandante, è la colonna sonora di una esperienza profonda, spesso perfetta; è un modo per respirare la vita e di scorgere i fili magici che reggono e regolano le cose; un modo per incollare i sentimenti al proprio cuore, vedere la luce nei suoi colori più nitidi e gli infiniti particolari in cui la natura sa esprimersi.

Il silenzio del volo del rapace, che sa spostarsi nel buio della notte senza farsi accorgere della sua presenza; una massa in movimento, spesso letale per le sue prede, che ha nel silenzio un’arma di caccia e una campagna fedele (–> Il volo silenzioso di un gufo).

Il silenzio altre volte è semplice omissione, menzogna, raggiro; si piega alla incapacità di fornire una valida spiegazione, è il frutto di un proprio tornaconto, lodevole o spregevole che sia; è un’assenza che reclama la sua cessazione; non si dice, ma si dovrebbe.

Il silenzio, altre volte ancora, è frutto della impossibilità di trovare le parole giuste; quando l’emozione satura l’espressione, sopraffà il linguaggio, lo svuota di ogni contenuto, con la consapevolezza che è proprio il silenzio la parola più giusta cui affidarsi in quel preciso istante.

Non ci sono poi due silenzi uguali.

Ce se ne può accorgere quando si viaggia, quando si superano latitudini e circoli polari; arriva la notte o ci si sveglia al mattino e si sente un silenzio diverso da quello in cui si è nati e vissuti; ogni silenzio ha un suo timbro, una sua voce, un suo suono di sottofondo che lo contraddistingue da mille altri, come un marchio di fabbrica indelebile. E sono tutti affascinanti i silenzi del mondo; ci si può specchiare in ciascuno di essi e ritrovarsi in un rinnovamento continuo.

E poi c’è il silenzio del vuoto, dell’assenza assoluta di suono. Il silenzio anecoico, che è come il nero più nero che ci sia (–> la camera anecoica). Assorbe ogni respiro, un buco nero dei rumori dove tutti i suoni paiono essere inghiottiti per sempre e mai più restituiti. Un buio assoluto di suoni. Un silenzio senza eco e senza anima, così perfetto da essere imperfetto.

Il silenzio è infine quiete, tranquillità interiore, equilibrio tra sé e il mondo; una promessa non mantenuta di parole spesso inutili; un lasciar parlare l’altro, un ascoltare chi può saperne di più o può offrirti un silenzio migliore.
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Per conoscere altre sfumature di significato della stessa accezione di Silenzio:

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<– L’ansia da raccomandata
–> Il Giglio (ma è un iris) di Firenze