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Posts Tagged ‘Poggiobrusco’

La ragazza entrò in cucina ciabattando, il viso nascosto dai lunghi capelli biondi. Erano quasi le dieci del mattino, ma per Rita era come se fosse l’alba.
«Cosa vuoi per colazione?» domandò la madre con tono sommesso per non dar fastidio alla figlia.
La ragazza si limitò a grugnire qualcosa di indefinibile che però la madre riuscì a capire mettendosi ai fornelli.
«Ma ce l’hai ancora con me?» chiese a un certo punto la donna voltandosi di scatto. La ragazza non rispose.
La madre riprese a scaldare il latte e a mettere sul fuoco la moka; tirò fuori dal pensile una confezione di fiocchi di avena e la posò sul tavolo.
«Allora, possiamo parlare un po’?» domandò ancora la donna ora con tono supplichevole.
«Perché, ti importa qualcosa di me?» disse la ragazza in modo rude e la voce ancora impastata.
«Ma certo che mi importa di te, sei mia figlia, sei tutto il mio mondo, la cosa più preziosa che ho…»
«E allora perché non mi permetti questa sera di andare alla festa di Luca? Eh? Che cosa ti costa? Ci tengo tantissimo, lo sai… Sono settimane che te lo chiedo.»
La madre spense il fuoco sotto il pentolino e ne versò il contenuto nella tazza dove aveva già messo il caffè.
«Dobbiamo parlare, Rita, dobbiamo farlo necessariamente, e subito…» disse lei risoluta, allungandole la tazza.
«Io con te non ci parlo mai più… la mia vita è rovinata per sempre, grazie a te, perderò l’amore di Luca e…»
«Stammi sentire, Rita…» fece la madre sedendosi al tavolo della cucina, vicino a lei.
La figlia si era messa a squadrarla con aria di sfida, ma la madre non riusciva a trovare le parole.
«Ecco vedi, come al solito, quando è il momento, non sai cosa dire…» la rimproverò.
«Non è così, non è così…» fece la donna lisciando davanti a sé una piega inesistente della tovaglia. «Tu… tu… non puoi andare a quella festa perché… perché moriresti… Verso l’una ti riaccompagnerebbe a casa Luca che, drogato, bucherà con la macchina uno stop schiantandosi così contro una moto…»
La figlia la stava osservando incredula.
«Cosa stai dicendo?» fece dopo qualche attimo con la voce che le tremava di rabbia. «E mai possibile che devi arrivare a tanto? Luca non si è mai drogato in vita sua… e mai lo farà!»
«Lo farà, lo farà… i suoi amici gli faranno lo scherzo di mettergli una pillola nella birra mentre lui è distratto a parlare con te e, nonostante non sia in grado di guidare, lo farà ugualmente per portarti a casa…»
«Questo è incredibile! Che cosa ti devi inventare ancora per negarmi il permesso di andare a quella festa? Ti detesto mamma, con tutte le mie forze!» e afferrò la tazza del caffellatte per andarsene nella sua stanza.
La madre la prese con decisione per un braccio impedendole di alzarsi.
«Ahia! Mi fai male, sei impazzita!?!»
«Siediti, non ho finito. C’è dell’altro!»
La figlia aveva appena visto sul volto della madre un’espressione che non conosceva e si spaventò.
«Io e te… io e te…» mormorò la donna incespicando nelle parole «…non esistiamo.»
«Cosa dici, mamma, stai vaneggiando? Cos’hai fumato?» chiese la ragazza sempre più preoccupata.
«Vedi, piccola, noi siamo il prodotto del sogno di una donna che si chiama Alma..»
«Allora si chiama come te, mamma…»
«Sì, si chiama proprio come me. Alma aveva una figlia, Rita, proprio come te, che, quando quest’ultima aveva sedici anni, la sera del 17 di maggio, cioè oggi, è andata a una festa per stare con il suo Luca… Be’, tutto il resto te l’ho appena raccontato…»
La figlia era rimasta senza parole.
«Dopo quel fatto tragico in cui perse la figlia, tanti anni fa, Alma è entrata in una grave depressione. Ha rivisto in sogno, il suo incubo ricorrente, questa stessa scena per migliaia di volte; e ogni volta ha sempre sperato in un esito diverso, che ti salvasse la vita, senza mai però riuscirci. E dopo anni di terapie per non impazzire, di sforzi e di impegno costante, Alma sta guarendo. Presto, prestissimo, non farà più questo sogno, dove io e te esistiamo…»
Rita stava cercando di dire qualcosa ma non ci riusciva.
«Ecco, ecco…» disse Alma gridando e alzandosi in piedi, come se avesse sentito qualcuno arrivare alle sue spalle. «Sta succedendo prima del previsto, proprio ora…»
In un’esplosione di luce la parete alle sue spalle in un attimo scomparve e poi madre e figlia si videro come in un negativo di fotografia. La luce intensa divenne accecante in un crescendo dirompente, divorando ogni cosa.
E poi più nulla.

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Si mise a sedere sul letto pochi minuti prima che la sveglia suonasse, la testa più confusa del solito. Se ne ristette seduto, gli occhi chiusi, sperando che il battito del cuore si attenuasse. Sentiva la luce della luna sulla sua pelle. Era là, in alto, appesa da qualche parte nel cielo; bucava i vetri del lucernario e si posava silenziosa su di lui rendendolo irreale. Le palpebre però non ne volevano sapere di aprirsi. Si alzò lo stesso, e a memoria scese le scale infilandosi nel bagno.
Si lavò più volte la faccia. Gli sembrava che quel viso non gli appartenesse. Doveva darsi una regolata, pensò. Basta stravizi. Allo specchio intravvide un colore giallo pallido negli occhi che non gli piacque affatto. Non poteva più far finta di essere ancora un ragazzino.
Durante tutto il giorno ebbe una febbriciattola costante. Anche se appurò che era solo una sensazione perché il termometro testardamente lo avvertiva che invece stava bene. Ma cos’ha questa luce da essere così accecante? Si domandò mentre scrutava fuori dalla finestra senza vedere.
A sera, la stanchezza ebbe il sopravvento sull’appetito. Gli facevano male le braccia e le gambe e, a turno, un po’ tutte le altre parti del corpo. Persino la lingua gli doleva. Era come se si stesse spaccando in due. E aveva un saporaccio in bocca che neppure il collutorio riuscì a diminuire. Addentò del formaggio rimasto in frigo da chissà quanti giorni ma poi lo sputò nel water: masticare gli dava troppo fastidio.
Decise di andarsene a letto, convinto che una buona dormita avrebbe rimesso ogni cosa al suo posto.
Invece durante la notte gli scoppiò un’emicrania insopportabile. La base del collo gli pulsava a intermittenza e la colonna vertebrale lo stava tormentando. Doveva prendere qualcosa se voleva addormentarsi. Cercò di accendere la luce sul comodino ma non ci riuscì. Annaspava al buio alla ricerca dell’interruttore senza trovarlo. Era come se le braccia fossero diventate più corte. Si spinse con il corpo in avanti, oltre il bordo del letto, e finalmente riuscì nell’intento. La luce lo ferì improvvisa quasi gli fosse entrato un ferro rovente negli occhi. Afferrò la confezione degli analgesici che gli sgusciò tuttavia di mano sparpagliando tutte le pillole sul pavimento. Si sentiva esausto. In quel mentre la lingua gli uscì improvvisa dalla bocca a leccarsi il naso e parte del viso. Lo fece più volte senza riuscire a controllarla. Era diventata sottile, ruvida, e si dipartiva al suo culmine in altre due parti ancora più affusolate. Ma che mi sta succedendo? Si chiese. Ma non fece in tempo a mettere insieme una risposta soddisfacente che un guanto di ferro gli artigliò la nuca stringendo senza pietà: il dolore si fece così intenso che svenne.
L’indomani, quando si svegliò, il sole era già alto. Il pulviscolo si muoveva nell’aria secondo un ordine imperscrutabile. Le ombre degli oggetti erano nitide e pesanti. Si sentiva molto meglio, però: era in forze, pieno di vigore. Dopotutto era stato un incubo, pensò. Si era preoccupato per nulla. Forse era stata solo una brutta influenza.
Si accorse di avere fame, una fame impetuosa ed esuberante, come quella che sentiva quando era giovane. Si liberò dalle coperte e scese dal letto nel suo nuovo corpo a squame strisciando sul pavimento in modo lento e sinuoso. Si muoveva agilmente come se fosse nato in quella forma. Davanti alla porta del terrazzo formò larghe spire per allungarsi con la testa fin verso la finestra aperta. L’aria era satura di nuovi odori e di suoni mai uditi. Avvertì ancora prepotente lo stimolo ancestrale: doveva nutrirsi. Se fosse passato dalla grondaia, pensò, sarebbe potuto agevolmente arrivare al primo piano dove c’era nella culla quel bambino di pochi mesi che aveva sentito più volte piangere.
Ma sì, per iniziare la giornata poteva anche andare bene.

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«Ah, ah! Ti ho beccata!» esordì la bambina balzando all’improvviso da dietro le tende e sparando un dito indice accusatorio all’altezza degli occhi dell’intrusa.
La Vecchina rimase immobile come a chiedersi se fosse davvero possibile che qualcuno l’avesse vista. Poi per un istante socchiuse le palpebre grinzose e si grattò il naso che quasi le arrivava al mento.
«Chi sei? La zia? La mamma?» chiese rapidamente la bambina mettendo ora le braccia sui fianchi. Il tono era inquisitorio mentre la fronte imbronciata non prometteva nulla di buono. «Pensate che io sia così piccola e scema da non sapere che la Befana non esiste? Lo sanno tutti che è un modo che hanno i Grandi per rincipollire i Piccoli!»
La Vecchina posò il grosso sacco di juta. Era pesante. Guardò attraverso i vetri la luna rosicchiata dal buio. Da quanto era alta sull’orizzonte capì che si stava facendo tardi. Si mise a pensare velocemente a come uscire da quella situazione.
«E poi lo sanno davvero tutti che la Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte… e tu hai invece delle bellissime scarpe rosse con il tacco alto che sono pure lucide lucide…»
«Sì, in effetti, cara Martina, sono le scarpe di tua zia… le mie, tutte rotte, sono all’ingresso… volevo provare come ci si sente per una volta con addosso delle scarpe fighe…»
«Ecco, lo vedi… la Befana non direbbe mai delle parolacce e poi…»
«E poi tu a quest’ora dovresti essere a letto perché non porta affatto bene vedere la Befana; non torna più e questo sì che lo sanno tutti…»
«Se esistesse la Befana avresti ragione, ma non lo sei…» osservò la piccola con una logica ineccepibile. «In realtà sono tutte scuse per non regalarmi quello che desidero tanto…» e rimise il broncio con le braccia conserte lasciando i gomiti alti.
«Lo so, Martina, lo so… ma vedi c’è anche scritto qui sopra…» e la Vecchina tirò fuori dal sacco un librone impolverato «che ultimamente hai fatto disperare i tuoi genitori…»
«Forse ho fatto un po’ la birba…»
«Molto più che solo un po’…».
«Ma uffa mamma… non mi accontenti mai.»
«Non sono la tua mamma e non è affatto vero che non ti accontenta mai e tu lo sai bene… ma quando si fanno arrabbiare mamma e papà ci si merita solo del carbone e nemmeno di quello buono!»
«Non è giusto, non è giusto… sei cattiva, sei brutta e cattiva.»
Si fece silenzio. Un macchina per la pulizia delle strade venne avanti nella via frusciando; la piccola assunse un’aria pensierosa e poi disse a bassa voce:
«E se ti promettessi di fare la brava? Magari ci provo sul serio e da subitissimo…»
«Uhmm… promesso?»
«Promesso!» fece la bambina baciando più volte gli indici messi in croce e regalando un sorrisetto furbo.
«Martina che ci fai sveglia a quest’ora? Prenderai freddo» fece la mamma entrando alle sue spalle seguita dalla zia.
«Mamma! Zia! Voi! Ma allora…»
«Allora cosa?»
La bambina si voltò con la bocca spalancata là dove aveva appena visto la Vecchina. Non c’era più. C’era solo un sacchetto di carta in mezzo alla stanza. Che dopo un po’ cadde facendo ruzzolare fuori dei cubetti di carbone. E poi il sacchetto cominciò a muoversi. A zig zag. Abbaiando.

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«Dovresti accendere la stufa, papà, fa freddo qui dentro…»
Il padre guardava fuori dalla finestra. Era una giornata radiosa e la luce del sole incendiava di colore le foglie cadute nel giardino.
«Papà… la stufa…» insistette lei che aveva capito che il genitore non la stava ascoltando.
«Sì cara, è pulita.»
«Lo vedo che è pulita… dovresti accenderla invece, si gela in casa…»
«Ma no che non fa freddo e poi ci sono abituato…»
«Non ti fa bene… è umido… te la accendo io!»
«No, non lo fare!» esclamò lui voltandosi accigliato; il volto era contratto, pallido.
«Cosa c’è, papà? Perché non vuoi che ti accenda la stufa? Faccio in un attimo.»
«È una storia lunga…»
«E tu raccontamela!»
Il padre si era girato nuovamente verso il giardino. Un merlo era planato rapido sul punto di biforcazione dell’albicocco, si era guardato in giro ed era ripartito alla stessa velocità.
«Penserai che, a forza di vivere qui, tutto solo, mi sono ammattito…»
«Correrò il rischio…» disse lei abbracciandolo dalla schiena.
«È che… è che quando accendo la stufa, dopo un po’, ci vedo dentro un rospo… un rospo vivo, capisci? Che salta e si dimena terrorizzato tra le fiamme perché vuole uscire a tutti i costi per non morire bruciato!»
«Ma è terribile, papà… e c’è davvero il rospo?»
«Certo che c’è…, cosa credi? Solo che quando apro lo sportellino è troppo tardi, lui si è completamente consumato nel fuoco… e non è rimasto più nulla. Mentre fino a quando non apro, lui sbatte con la forza della disperazione contro il vetro, facendo un verso orribile, gli occhi sbarrati, la pelle gonfia dal calore…»
«Va bene, papà, sarà successo una volta… capita a volte che si nascondano per l’inverno anche tra la legna… vanno in letargo…»
«Macché, Giulia mia, succede ogni volta che accendo la stufa. E dire che prima controllo bene la legna, ciocco per ciocco… Sembra che non ci sia nulla e invece no, appena il fuoco prende vigore… eccolo lì, il rospo compare… e io non so darmi pace… me lo sogno anche di notte… povera bestiola.»
La figlia l’abbracciò forte per lunghi interminabili minuti.
«Ti accendo il riscaldamento, allora…»
«No, lascia stare… mi viene a costare una sassata… non ti preoccupare, se dovessi sentire veramente freddo mi metto a letto e mi scaldo tra le coperte.»
«Ti preparo almeno da mangiare?»
«Mi sono comprato una mozzarella e del prosciutto crudo da Mario, mentre tornavo, mi accontento di quello.»
«Devi mangiare qualcosa di caldo, papà… ci metto un secondo a preparati un po’ di pasta che ti piace tanto…»
«Sono anche lì…»
«“Cosa” sono anche lì?»
«I rospi… sono anche dentro il frigo… lo hanno colonizzato, non lo apro più… da tempo.»
«Oh papà!» sospirò lei abbracciandolo ancora più forte.
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«Pronto? Signorina Giulia B.? Sono il comandante Silvestri dei Vigili del Fuoco di Lughi.»
«Buongiorno!»
«Buongiorno a lei, guardi… siamo a casa di suo padre. La vicina di casa l’ha sentito urlare nella notte e ha chiamato noi…»
«Mio padre? Sta bene? Cosa gli è successo?»
«Lo abbiamo ricoverato d’urgenza. Era in stato di shock, sbraitava, si graffiava il volto, dava in escandescenze… abbiamo dovuto buttare giù la porta per entrare. Ora lo stanno portando al San Filippo Neri, per accertamenti.»
«Oddio… grazie comandante, vengo subito…»
«Ah, signorina, un’altra cosa…»
«Sì?»
«Abbiamo dovuto avvertire l’ASL.»
«L’ASL?»
«Sì, per la disinfestazione. È pieno di rospi, qui.»

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Adesso mi alzo. Devo finire diverse cose prima di sera.
È bello starsene però qui sotto le coperte, al calduccio, dopo pranzo. Fuori piove. Le cime degli alberi si scuotono in una danza incomprensibile. Si agitano all’improvviso e poi si acquetano e poi oscillano di nuovo come a chiedere una tregua. È buffo guardarle.
Adesso mi alzo. Anche se in fondo è domenica e nessuno mi correrà dietro. Il resto della casa è in silenzio. Ognuno sarà intento alle proprie faccende e non fanno rumore per non svegliarmi; sono certo che non ci baderanno più di tanto se mi attardo un poco. Solo cinque minuti, lo prometto. Cosa sono cinque minuti? È che mi sento stanco, tanto stanco. E questo cuscino è morbido. Mi accarezza. Lentamente. Mentre fuori piove. Sono giorni che non mi fermo un attimo in ufficio. Non devo sentirmi in colpa.
A proposito: cos’è che mi ha detto la segretaria l’altro giorno? Quali sono state esattamente le sue parole? Non le ricordo più. Ma ci sono rimasto male. Forse è stata l’espressione del suo viso, per quello che mi hanno trasmesso i suoi occhi. Cosa mi ha detto? Dovrei ricordarlo: dopo tutto non è passato molto tempo.
Un pettirosso s’è rifugiato dal mal tempo proprio sotto la finestra. Che carino, ha un’aria sveglia. Sembra voglia dirmi qualcosa.
Dovrei davvero andarci in Canada, l’ho sempre desiderato. Quelle foreste infinite, il freddo in faccia, il colpo d’occhio che non trova ostacoli per chilometri.
Dovevamo andarci, Amore mio, tanto tempo fa, ricordi? E che poi abbiamo sempre rimandato. Anno dopo anno. Non è stato mai il momento. Ogni estate c’era un motivo diverso. È rimasto un sogno, finanche il sogno di un sogno.
Il pettirosso è andato via. Questi uccellini non stanno mai fermi. Mai. Neppure se tempesta. Chissà cosa aveva da dirmi.
Devo alzarmi. Devo proprio. Non sono mai stato così a lungo in questo letto.
È che mi sento le palpebre pesanti, tanto pesanti. Le braccia non sembrano neppure più le mie. Se non ci fosse il letto sprofonderei al centro della terra. Forse non mi farebbe male se dormissi ancora. Vorrà dire che andrò a coricarmi più tardi questa sera. Dormo ora e recupero dopo cena. Sì, si può fare. Al risveglio mi sentirò meglio.
Devo telefonare a mio fratello. È tanto che non lo sento più. Non so neppure più che voce abbia. Adesso vado di là in studio e lo chiamo. Mi manca tanto. Anche tu papà mi manchi tanto: facciamo pace, che dici? Una volta per tutte. Anche se non ci sei più.
Sono belle però queste ombre mobili nella stanza. Il cielo grondante di pioggia disegna un velo di grigio sulle pareti. Non è triste però, no, non è triste. C’è molta calma ora su questo cuscino.
Va bene, al tre tirerò fuori prima un piede e poi l’altro e poi andrò a farmi un buon caffè.
Le pantofole del resto sono lì, al loro posto. Ne sono sicuro. Aspettano solo il mio piede.
Al tre.
O al cinque.
E se facessi al dieci? O al mille?
Tutto sommato quello che devo fare lo posso fare anche più tardi o domani. O mai. La vita andrebbe avanti lo stesso anche se io sparissi tutto ad un tratto.
Il pettirosso è tornato. Sbircia dentro la stanza. Forse sbircia anche dentro il mio cuore. Cosa c’è dentro il mio cuore, papà? Io non lo so più. E non so cosa dire al pettirosso. Ecco lo so già: ora andrà via e io non sarò stato capace di dirgli nulla. Né a lui, né a mio fratello, né a te Amore mio cui non ho mai detto a sufficienza quanto ti amo.

Babbo, scusami se entro così. Guarda che è tardi. Svegliati. La mamma mi ha detto che devi aiutarla.
Babbo… Babboooo!
Oddio mamma, corri subito, presto…
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hat_gy

Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

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