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Posts Tagged ‘Poggiobrusco’

«Ah, ah! Ti ho beccata!» esordì la bambina balzando all’improvviso da dietro le tende e sparando un dito indice accusatorio all’altezza degli occhi dell’intrusa.
La Vecchina rimase immobile come a chiedersi se fosse davvero possibile che qualcuno l’avesse vista. Poi per un istante socchiuse le palpebre grinzose e si grattò il naso che quasi le arrivava al mento.
«Chi sei? La zia? La mamma?» chiese rapidamente la bambina mettendo ora le braccia sui fianchi. Il tono era inquisitorio mentre la fronte imbronciata non prometteva nulla di buono. «Pensate che io sia così piccola e scema da non sapere che la Befana non esiste? Lo sanno tutti che è un modo che hanno i Grandi per rincipollire i Piccoli!»
La Vecchina posò il grosso sacco di juta. Era pesante. Guardò attraverso i vetri la luna rosicchiata dal buio. Da quanto era alta sull’orizzonte capì che si stava facendo tardi. Si mise a pensare velocemente a come uscire da quella situazione.
«E poi lo sanno davvero tutti che la Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte… e tu hai invece delle bellissime scarpe rosse con il tacco alto che sono pure lucide lucide…»
«Sì, in effetti, cara Martina, sono le scarpe di tua zia… le mie, tutte rotte, sono all’ingresso… volevo provare come ci si sente per una volta con addosso delle scarpe fighe…»
«Ecco, lo vedi… la Befana non direbbe mai delle parolacce e poi…»
«E poi tu a quest’ora dovresti essere a letto perché non porta affatto bene vedere la Befana; non torna più e questo sì che lo sanno tutti…»
«Se esistesse la Befana avresti ragione, ma non lo sei…» osservò la piccola con una logica ineccepibile. «In realtà sono tutte scuse per non regalarmi quello che desidero tanto…» e rimise il broncio con le braccia conserte lasciando i gomiti alti.
«Lo so, Martina, lo so… ma vedi c’è anche scritto qui sopra…» e la Vecchina tirò fuori dal sacco un librone impolverato «che ultimamente hai fatto disperare i tuoi genitori…»
«Forse ho fatto un po’ la birba…»
«Molto più che solo un po’…».
«Ma uffa mamma… non mi accontenti mai.»
«Non sono la tua mamma e non è affatto vero che non ti accontenta mai e tu lo sai bene… ma quando si fanno arrabbiare mamma e papà ci si merita solo del carbone e nemmeno di quello buono!»
«Non è giusto, non è giusto… sei cattiva, sei brutta e cattiva.»
Si fece silenzio. Un macchina per la pulizia delle strade venne avanti nella via frusciando; la piccola assunse un’aria pensierosa e poi disse a bassa voce:
«E se ti promettessi di fare la brava? Magari ci provo sul serio e da subitissimo…»
«Uhmm… promesso?»
«Promesso!» fece la bambina baciando più volte gli indici messi in croce e regalando un sorrisetto furbo.
«Martina che ci fai sveglia a quest’ora? Prenderai freddo» fece la mamma entrando alle sue spalle seguita dalla zia.
«Mamma! Zia! Voi! Ma allora…»
«Allora cosa?»
La bambina si voltò con la bocca spalancata là dove aveva appena visto la Vecchina. Non c’era più. C’era solo un sacchetto di carta in mezzo alla stanza. Che dopo un po’ cadde facendo ruzzolare fuori dei cubetti di carbone. E poi il sacchetto cominciò a muoversi. A zig zag. Abbaiando.

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«Dovresti accendere la stufa, papà, fa freddo qui dentro…»
Il padre guardava fuori dalla finestra. Era una giornata radiosa e la luce del sole incendiava di colore le foglie cadute nel giardino.
«Papà… la stufa…» insistette lei che aveva capito che il genitore non la stava ascoltando.
«Sì cara, è pulita.»
«Lo vedo che è pulita… dovresti accenderla invece, si gela in casa…»
«Ma no che non fa freddo e poi ci sono abituato…»
«Non ti fa bene… è umido… te la accendo io!»
«No, non lo fare!» esclamò lui voltandosi accigliato; il volto era contratto, pallido.
«Cosa c’è, papà? Perché non vuoi che ti accenda la stufa? Faccio in un attimo.»
«È una storia lunga…»
«E tu raccontamela!»
Il padre si era girato nuovamente verso il giardino. Un merlo era planato rapido sul punto di biforcazione dell’albicocco, si era guardato in giro ed era ripartito alla stessa velocità.
«Penserai che, a forza di vivere qui, tutto solo, mi sono ammattito…»
«Correrò il rischio…» disse lei abbracciandolo dalla schiena.
«È che… è che quando accendo la stufa, dopo un po’, ci vedo dentro un rospo… un rospo vivo, capisci? Che salta e si dimena terrorizzato tra le fiamme perché vuole uscire a tutti i costi per non morire bruciato!»
«Ma è terribile, papà… e c’è davvero il rospo?»
«Certo che c’è…, cosa credi? Solo che quando apro lo sportellino è troppo tardi, lui si è completamente consumato nel fuoco… e non è rimasto più nulla. Mentre fino a quando non apro, lui sbatte con la forza della disperazione contro il vetro, facendo un verso orribile, gli occhi sbarrati, la pelle gonfia dal calore…»
«Va bene, papà, sarà successo una volta… capita a volte che si nascondano per l’inverno anche tra la legna… vanno in letargo…»
«Macché, Giulia mia, succede ogni volta che accendo la stufa. E dire che prima controllo bene la legna, ciocco per ciocco… Sembra che non ci sia nulla e invece no, appena il fuoco prende vigore… eccolo lì, il rospo compare… e io non so darmi pace… me lo sogno anche di notte… povera bestiola.»
La figlia l’abbracciò forte per lunghi interminabili minuti.
«Ti accendo il riscaldamento, allora…»
«No, lascia stare… mi viene a costare una sassata… non ti preoccupare, se dovessi sentire veramente freddo mi metto a letto e mi scaldo tra le coperte.»
«Ti preparo almeno da mangiare?»
«Mi sono comprato una mozzarella e del prosciutto crudo da Mario, mentre tornavo, mi accontento di quello.»
«Devi mangiare qualcosa di caldo, papà… ci metto un secondo a preparati un po’ di pasta che ti piace tanto…»
«Sono anche lì…»
«“Cosa” sono anche lì?»
«I rospi… sono anche dentro il frigo… lo hanno colonizzato, non lo apro più… da tempo.»
«Oh papà!» sospirò lei abbracciandolo ancora più forte.
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«Pronto? Signorina Giulia B.? Sono il comandante Silvestri dei Vigili del Fuoco di Lughi.»
«Buongiorno!»
«Buongiorno a lei, guardi… siamo a casa di suo padre. La vicina di casa l’ha sentito urlare nella notte e ha chiamato noi…»
«Mio padre? Sta bene? Cosa gli è successo?»
«Lo abbiamo ricoverato d’urgenza. Era in stato di shock, sbraitava, si graffiava il volto, dava in escandescenze… abbiamo dovuto buttare giù la porta per entrare. Ora lo stanno portando al San Filippo Neri, per accertamenti.»
«Oddio… grazie comandante, vengo subito…»
«Ah, signorina, un’altra cosa…»
«Sì?»
«Abbiamo dovuto avvertire l’ASL.»
«L’ASL?»
«Sì, per la disinfestazione. È pieno di rospi, qui.»

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Adesso mi alzo. Devo finire diverse cose prima di sera.
È bello starsene però qui sotto le coperte, al calduccio, dopo pranzo. Fuori piove. Le cime degli alberi si scuotono in una danza incomprensibile. Si agitano all’improvviso e poi si acquetano e poi oscillano di nuovo come a chiedere una tregua. È buffo guardarle.
Adesso mi alzo. Anche se in fondo è domenica e nessuno mi correrà dietro. Il resto della casa è in silenzio. Ognuno sarà intento alle proprie faccende e non fanno rumore per non svegliarmi; sono certo che non ci baderanno più di tanto se mi attardo un poco. Solo cinque minuti, lo prometto. Cosa sono cinque minuti? È che mi sento stanco, tanto stanco. E questo cuscino è morbido. Mi accarezza. Lentamente. Mentre fuori piove. Sono giorni che non mi fermo un attimo in ufficio. Non devo sentirmi in colpa.
A proposito: cos’è che mi ha detto la segretaria l’altro giorno? Quali sono state esattamente le sue parole? Non le ricordo più. Ma ci sono rimasto male. Forse è stata l’espressione del suo viso, per quello che mi hanno trasmesso i suoi occhi. Cosa mi ha detto? Dovrei ricordarlo: dopo tutto non è passato molto tempo.
Un pettirosso s’è rifugiato dal mal tempo proprio sotto la finestra. Che carino, ha un’aria sveglia. Sembra voglia dirmi qualcosa.
Dovrei davvero andarci in Canada, l’ho sempre desiderato. Quelle foreste infinite, il freddo in faccia, il colpo d’occhio che non trova ostacoli per chilometri.
Dovevamo andarci, Amore mio, tanto tempo fa, ricordi? E che poi abbiamo sempre rimandato. Anno dopo anno. Non è stato mai il momento. Ogni estate c’era un motivo diverso. È rimasto un sogno, finanche il sogno di un sogno.
Il pettirosso è andato via. Questi uccellini non stanno mai fermi. Mai. Neppure se tempesta. Chissà cosa aveva da dirmi.
Devo alzarmi. Devo proprio. Non sono mai stato così a lungo in questo letto.
È che mi sento le palpebre pesanti, tanto pesanti. Le braccia non sembrano neppure più le mie. Se non ci fosse il letto sprofonderei al centro della terra. Forse non mi farebbe male se dormissi ancora. Vorrà dire che andrò a coricarmi più tardi questa sera. Dormo ora e recupero dopo cena. Sì, si può fare. Al risveglio mi sentirò meglio.
Devo telefonare a mio fratello. È tanto che non lo sento più. Non so neppure più che voce abbia. Adesso vado di là in studio e lo chiamo. Mi manca tanto. Anche tu papà mi manchi tanto: facciamo pace, che dici? Una volta per tutte. Anche se non ci sei più.
Sono belle però queste ombre mobili nella stanza. Il cielo grondante di pioggia disegna un velo di grigio sulle pareti. Non è triste però, no, non è triste. C’è molta calma ora su questo cuscino.
Va bene, al tre tirerò fuori prima un piede e poi l’altro e poi andrò a farmi un buon caffè.
Le pantofole del resto sono lì, al loro posto. Ne sono sicuro. Aspettano solo il mio piede.
Al tre.
O al cinque.
E se facessi al dieci? O al mille?
Tutto sommato quello che devo fare lo posso fare anche più tardi o domani. O mai. La vita andrebbe avanti lo stesso anche se io sparissi tutto ad un tratto.
Il pettirosso è tornato. Sbircia dentro la stanza. Forse sbircia anche dentro il mio cuore. Cosa c’è dentro il mio cuore, papà? Io non lo so più. E non so cosa dire al pettirosso. Ecco lo so già: ora andrà via e io non sarò stato capace di dirgli nulla. Né a lui, né a mio fratello, né a te Amore mio cui non ho mai detto a sufficienza quanto ti amo.

Babbo, scusami se entro così. Guarda che è tardi. Svegliati. La mamma mi ha detto che devi aiutarla.
Babbo… Babboooo!
Oddio mamma, corri subito, presto…
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hat_gy

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Cala una pioggia insistente, a tratti leggera per non mollare l’abbraccio sulla terra che ormai la respinge; colpisce le foglie pallide che persistono sui rami sempre più radi; picchietta le tegole incupite di rosso rugginoso prima di incanalarsi furibonda nel buio delle grondaie.
La luce, a ben vedere, sembra ovunque e in nessun luogo, l’alba è inespressa, il tramonto è spento. La gente è assorta ancor di più nei propri pensieri raccolta com’è sotto gli ombrelli che si spalancano come funghi lungo le strade desolate.
Il clochard del sagrato della pieve si è ritirato chissà dove, il ragazzo biondo che di solito picchia selvaggiamente le latte vuote di vernice, la spalla appoggiata allo stipite d’un negozio serrato, sbircia l’opacità del cielo e scuote la testa; i tavolini rimasti all’aperto sono relitti abbandonati da un esercito disordinato in fuga.
Ogni tanto qualche passero riga ancora l’aria volando di sghimbescio, mentre le taccole ammutolite si rintanano nei varchi che il tempo ha modellato tra le pietre sgretolate dei palazzi antichi.
Pare non dover finire mai questa malinconia sotto le nubi cariche di risentimento; dalle bolle d’acqua delle pozzanghere d’acquerello nascono solo blande ubbìe e vien voglia di gridare che torni subito il sole per vincere la paura che d’ora in poi possa essere sempre così.

Ma in mezzo al campo la figura di un uomo rimane immobile sotto quell’acqua impietosa.
È comparso tra le zolle scure e profonde non appena la notte ha levato le sue mani buie dalla piana assopita.
Si erge ritto, impassibile, noncurante di quanto accade. Respira l’aria pulita tra l’erba stillante di pioggia, raccoglie i pochi colori che ondeggiano sotto le prime luci del mattino e fa bottino dei suoni che unicamente la campagna sa donare a quell’ora.
La pioggia schietta colpisce il suo vestito generando un suono incongruo nella mescola degli altri rumori, gli riga il volto tanto da far credere che egli pianga. Ma non piange affatto. È anzi felice nel suo intimo d’essere tra tutte quelle cose tanto care un’ultima volta. E poi, solo quando ha ritenuto di averne a sufficienza, di aver fatto il pieno di vita prima dell’eternità che lo attende, socchiude gli occhi.
E pian piano, nel vapore leggero di una foschia incerta, svanisce.
vuoto

hat_gy

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Mathias e Luna si erano sposati da qualche settimana e avevano deciso di andare a vivere in una casa a ridosso del bosco. La strada dal paese terminava proprio davanti alla loro villetta e poi proseguiva sotto forma di sentiero, prima tra roverelle rade, e poi nel fitto di carpini e faggi.
Il fidanzamento era stato breve, si erano piaciuti subito e anche la scelta di vivere un po’ isolati, in mezzo alla campagna, era stata fatta di buon grado da tutti e due.

«Devi venirci a trovare» aveva detto a Tom quella sera al telefono. E siccome il vecchio amico aveva percepito dal tono della voce una vena di preoccupazione Mathias, aveva chiarito che gli serviva una sua opinione come esperto di animali. Senza aggiungere altro.

La cena era stata squisita e con la scusa di mostragli il panorama dalla terrazza gli mise un bicchiere di passito in mano e se lo portò con sé.
«Tua moglie Luna, ha le mani d’oro in cucina…» disse Tom appoggiandosi alla ringhiera e gettando l’occhio sulle colline lontanissime. «Penso di avervi fatto fuori le riserve alimentari di una settimana intera.»
Mathias sorrise. «Non sai che piacere mi faccia averti qui» e gli appoggiò una mano sulla spalla.
«Allora, mi vuoi dire cos’è che ti turba? Non vai d’accordo con lei?»
«No, al contrario Tom, va benissimo. Non mi sono mai sentito meglio in vita mia: è una compagna dolcissima. È che non ci siamo ancora abituati ai rumori e ai suoni della campagna.»
«Cosa vuoi dire?» fece lui assaporando il liquido ambrato appena illuminato dalla luna.
«Da qualche tempo qua attorno si sentono degli strani versi di animali che inquietano Luna. La fanno trasalire e la rendono nervosa. Lei non mi dice nulla, ma la vedo tesa e preoccupata.»
«Questa è la stagione dei daini, amico mio, e quassù ce ne sono tanti, almeno secondo l’ultimo monitoraggio… è normale… ci farete l’abitudine.»
«Lo pensavo anch’io, Tom, ma ho controllato su internet; dai video su YouTube che ho visionato ho potuto verificare che non si tratta del verso di un daino o di un capriolo… deve trattarsi di qualcos’altro: è… è un suono strano.»
«Strano?»
«Sì… è per questo che l’ho registrato con il telefonino; per fartelo risentire. Ascolta…»
Il verso che uscì da cellulare si diffuse come una macchia densa nel cielo scuro bucato di stelle. Tom fece una faccia corrucciata, rimanendo per qualche momento senza dir nulla. Poi la registrazione si interruppe.
«Hai ragione: non è un daino, né un altro ungulato e neppure un cinghiale o un uccello notturno… E lo senti spesso?»
Mathias stava per rispondere quando lo stesso verso, dal vivo, riempì l’aria. Era sonoro, vibrante, sostenuto. Proveniva dal profondo del bosco, dove l’oscurità era ancora più compatta. Sembrava che qualcuno venisse soffocato e cercasse di chiedere aiuto senza riuscirci; anche se si capiva, per l’intonazione di alcune note, che in realtà era proprio un richiamo d’amore. Faceva raggelare il sangue. Il suono si ripeté alcune volte fino a che si spense lentamente precipitando nella boscaglia come gocce di pietra. Entrambi ne furono sollevati.
«Allora cosa ne pensi, Tom?»
L’amico aveva gli occhi bassi, come se cercasse sulle mattonelle dell’ampia terrazza la risposta. Mathias ripeté la domanda.
«Di che animale si tratta? Può essere, che ne so, una volpe, una lince? Potrebbe costituire un pericolo per noi?»
«No, Mathias, nulla di tutto ciò… tuttavia non saprei…»
«Possibile che tu non ti sia fatto un’idea?»
«Veramente un’idea ce l’avrei, ma non può essere…»
«Dimmela lo stesso…»
«Ma non può essere, te l’ho detto.»
«Dimmela Tom…» Il tono adesso era quasi di supplica.
L’amico guardò gli occhi di Mathias che avevano catturato la luce che veniva dall’interno della casa. Si schiarì la voce.
«Ci… ci sono alcune registrazioni… di tempo fa… ebbene… temo… temo… potrebbe essere il richiamo di un licantropo.»
Mathias a quelle parole si mise a ridere, pensando fosse una battutaccia. Poi vide che l’amico era serio.
«Ma non esistono i licantropi…» gli obbiettò subito dopo.
«Sì è quello che penso anch’io, è per questo che non te lo volevo dire, sono stupidaggini…» fece Tom come per scusarsi. «Anche se si dice» seguitò guardando ora di nuovo le colline grigie «che quando lanciano quel richiamo significa che hanno trovato la loro compagna… Ne possono avvertire l’odore anche a cinquanta chilometri di distanza…»
Mathias ripensò alla reazione della moglie ogni volta che sentiva quel verso. Gli era parso che non fosse di paura o di preoccupazione, piuttosto di inquietudine come da vagheggiamento o da smania controllata. Ma non aveva voluto darvi importanza.
«Non ti preoccupare però…» gli fece Tom «…te lo ripeto, sono solo sciocchezze.» E lo abbracciò forte.

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Dopo una settimana di lavoro finalmente era sulla strada per la campagna. Gli piaceva quell’ora di macchina che lo divideva dalla casa. Era un modo per prendere consapevolezza dello stacco e apprezzare ancor più la pace e l’aria pulita che avrebbe trovato.
A quell’ora si sintonizzava su una stazione radio che trasmetteva un’ora piacevole con tre giovani ragazzi dalla battuta pronta e dalla verve originale. Sì, si stava rilassando e quegli ultimi semafori che regolavano il traffico prima dell’ingresso in autostrada parevano sorridergli. Forse era felice, pensò.
La macchina superò il casello e fluì morbida sulle scie delle altre vetture che gli sfilavano accanto veloci. Dopotutto la sua sapeva da sola dove andare e lui non doveva fare altro che lasciarsi trasportare.
Appena prima dell’autogrill, alla trasmissione che ascoltava se ne sovrappose un’altra. Era un brano di jazz fusion, un riff incalzante di basso molto sostenuto e sofisticato. In realtà si sentiva molto male sia l’uno che l’altro segnale. Un po’ si sentiva il chiacchiericcio concitato dei conduttori, un po’ le note del basso che debordavano potenti nelle casse dell’auto. Dopo una galleria prese il sopravvento per qualche secondo il brano musicale ma poi tornò la voce. Si era perso comunque gran parte del senso di quanto stavano discutendo in studio, ma ora il disturbo era cessato. Si era nel clou del programma. Non si sa mai cosa viaggi veramente nell’etere. Pensò.
Aveva da qualche minuto abbandonato l’autostrada e stava percorrendo la provinciale tutte curve, tra casolari insonnoliti e campi dalle zolle riverse. Solo i fari abbaglianti potevano bucare il buio compatto di quell’ora.
Appena sotto le balze, all’improvviso, la radio si azzittì nel bel mezzo di una frase. Non era assenza di suono. Sembrava piuttosto che ci fosse qualcuno accanto al microfono che esitasse a parlare non sapendo se farlo o no. Poi la voce di un uomo, diversa da quelle del programma radiofonico, disse in rapida successione:
STAI ATTENTO, FRENA!
Istintivamente lui frenò. Era ben consapevole che la voce provenisse dalla radio. Ma era così convincente, così perentoria che aveva ubbidito. Sulla strada non c’era nessuno, né davanti, né dietro. C’era un vigneto sulla sua destra dove i tralci cercavano di proteggersi dal freddo e un bosco confuso di roverelle dall’altra parte.
Stava per riprendere la marcia quando dalla curva sbucò trotterellando una coppia di daini seguiti da due piccoli. La femmina quando vide l’auto si fermò proprio in mezzo al fascio dei fari arrestando tutto il gruppo. I suoi occhi erano curiosi, privi di paura. Lo sguardo del maschio era invece altero, impaziente. Il suo manto grigio focato dava colore e profondità alla notte. Poi tutti e quattro ripresero il cammino, lentamente, attraversando tutta la carreggiata per poi buttarsi a capofitto nel querceto sparendo alla sua vista.
Lui invece era rimasto immobile, le mani sul volante, tremavano appena.
Si stava chiedendo se fosse successo realmente. Guardò lo specchietto retrovisore: la campagna era immersa nel buio. Se avesse spento le luci abbaglianti era sicuro che sarebbe stato inghiottito dall’oscurità. E poi quella voce. E perché lui aveva reagito così? Forse perché gli era sembrata così tanto familiare? No, non poteva essere.
Sospirò e nel silenzio quel suono rimbombò amplificato nell’abitacolo.
Poi di colpo riprese a suonare il riff di basso. Lui fece un soprassalto.
Ingranò la marcia e ripartì nella notte.

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caffèEdo, come al solito, entrò in cucina quasi con gli occhi chiusi. L’età avanzata lo portava a svegliarsi sempre più presto al mattino ma non per questo in modo meno penoso. Anzi.
La moglie lo aveva sentito armeggiare ed era andato a fargli compagnia, come sempre. Si salutarono agitando la mano a mezz’altezza senza profferire parola. Era il loro modo di riappropriarsi degli spazi condivisi e della reciproca compagnia.
Poi lui, sempre in silenzio, si fece il caffè, versò lo zucchero di canna nella tazzina e girò con il cucchiaino.
Gli venne da sorridere.
«Che c’è? Perché sorridi?» gli chiese.
«È da un po’ di tempo che il suono del cucchiaio contro le pareti della tazzina…»
La moglie fece un’espressione del viso per incoraggiarlo a terminare la frase.
«…mi sembrano delle parole…»
«Oh Madonna Edo…» fece lei battendo per aria le mani una contro l’altra. «Lo sapevo che andando in pensione ti saresti prima o poi rimbambito!»
«Non è gentile da parte tua… dire questo» rimbrottò lui rabbuiandosi.
La donna fece finta di mettere in ordine davanti a sé le cose sul tavolo, ma invece stava solo spostando gli oggetti da un punto a un altro del pianale, senza un ordine preciso. Stava pensando.
Passò qualche secondo.
«Ma non la senti?» insistette il marito che appoggiò finalmente il cucchiaino sul bordo del piattino.
«Cosa dovrei sentire, su dimmelo…»
«’Come stai? come stai?’» disse facendo una vocina in falsetto.
«Non ci posso credere, mi stai diventando matto…» borbottò lei uscendo dalla cucina.
«Ma dove vai?»
«Vado a messaggiare a tua figlia e a dirle come ti sei ridotto…»
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«Davvero senti la tazzina parlare?» gli chiese la figlia il giorno dopo nella comodità rassicurante della sala. La ragazza stava tenendo la mano al padre come si poteva fare con un malato nel letto di un ospedale.
«Ma no, ma cosa ti ha messo in testa tua madre? Non mi sono mica rincretinito del tutto. Non mi trattate così» fece lui contrariato ritirando di scatto la mano.
«E allora di cosa si tratta?» chiese calma e suadente la figlia.
«Ma niente! Sembra piuttosto che lo sbattere del cucchiaino contro le pareti della tazzina assomigli a… a delle parole… Tutto qui. Cosa c’è di strano?»
«E questa mattina cosa ti ha detto la tazzina?» domandò la ragazza pazientemente.
«Adesso mi vuoi davvero prendere in giro… non è bello… sono tuo padre dopotutto…»
«Ti ho chiesto, papà, che cosa ti ha detto oggi la tazzina?» insistette lei facendo la faccia seria.
L’uomo sbuffò.
«Dai…»
«E va bene… mi ha detto, o meglio mi è sembrato che dicesse: ‘Buona giornata a te’».
La figlia si girò verso la madre che si era tappata la bocca per scongiurare un urlo. Il suo sguardo era quello di chi si era appena accorta, dopo trent’anni di matrimonio, che il marito aveva in realtà tre teste.
«Bisogna farlo vedere da qualcuno…» sentenziò la figlia.
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Così Edoardo, suo malgrado, dovette sottoporsi a diverse sedute di psicoterapia. Non era stato sufficiente che avesse cercato di chiarire che aveva voluto solo fare uno scherzo. Erano stati irremovibili. La moglie, la figlia, le zie, il cugino, gli amici, persino gli ex colleghi e poi chissà chi altri: ‘queste cose bisogna prenderle per tempo’ era il succo dei loro commenti ‘perché poi peggiorano’.
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Erano trascorsi diversi mesi da allora e tutto sembrava rientrato nella normalità.
Al mattino la moglie sorvegliava con attenzione il consorte quando girava il cucchiaino del caffè aspettando che lui dicesse qualcosa. Ma si limitava a sorridere e a scuotere la testa.
Un giorno lei arrivò in ritardo al rito del caffè essendosi trattenuta nel bagno. Edo sciolse con calma lo zucchero mescolandolo con cura. Drizzò bene le orecchie per sentire se la moglie stesse arrivando e quindi sussurrò alla tazzina:
«Sì sì… anch’io.»
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hat_gy

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