Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Poggiobrusco’

Mathias e Luna si erano sposati da qualche settimana e avevano deciso di andare a vivere in una casa a ridosso del bosco. La strada dal paese terminava proprio davanti alla loro villetta e poi proseguiva sotto forma di sentiero, prima tra roverelle rade, e poi nel fitto di carpini e faggi.
Il fidanzamento era stato breve, si erano piaciuti subito e anche la scelta di vivere un po’ isolati, in mezzo alla campagna, era stata fatta di buon grado da tutti e due.

«Devi venirci a trovare» aveva detto a Tom quella sera al telefono. E siccome il vecchio amico aveva percepito dal tono della voce una vena di preoccupazione Mathias, aveva chiarito che gli serviva una sua opinione come esperto di animali. Senza aggiungere altro.

La cena era stata squisita e con la scusa di mostragli il panorama dalla terrazza gli mise un bicchiere di passito in mano e se lo portò con sé.
«Tua moglie Luna, ha le mani d’oro in cucina…» disse Tom appoggiandosi alla ringhiera e gettando l’occhio sulle colline lontanissime. «Penso di avervi fatto fuori le riserve alimentari di una settimana intera.»
Mathias sorrise. «Non sai che piacere mi faccia averti qui» e gli appoggiò una mano sulla spalla.
«Allora, mi vuoi dire cos’è che ti turba? Non vai d’accordo con lei?»
«No, al contrario Tom, va benissimo. Non mi sono mai sentito meglio in vita mia: è una compagna dolcissima. È che non ci siamo ancora abituati ai rumori e ai suoni della campagna.»
«Cosa vuoi dire?» fece lui assaporando il liquido ambrato appena illuminato dalla luna.
«Da qualche tempo qua attorno si sentono degli strani versi di animali che inquietano Luna. La fanno trasalire e la rendono nervosa. Lei non mi dice nulla, ma la vedo tesa e preoccupata.»
«Questa è la stagione dei daini, amico mio, e quassù ce ne sono tanti, almeno secondo l’ultimo monitoraggio… è normale… ci farete l’abitudine.»
«Lo pensavo anch’io, Tom, ma ho controllato su internet; dai video su YouTube che ho visionato ho potuto verificare che non si tratta del verso di un daino o di un capriolo… deve trattarsi di qualcos’altro: è… è un suono strano.»
«Strano?»
«Sì… è per questo che l’ho registrato con il telefonino; per fartelo risentire. Ascolta…»
Il verso che uscì da cellulare si diffuse come una macchia densa nel cielo scuro bucato di stelle. Tom fece una faccia corrucciata, rimanendo per qualche momento senza dir nulla. Poi la registrazione si interruppe.
«Hai ragione: non è un daino, né un altro ungulato e neppure un cinghiale o un uccello notturno… E lo senti spesso?»
Mathias stava per rispondere quando lo stesso verso, dal vivo, riempì l’aria. Era sonoro, vibrante, sostenuto. Proveniva dal profondo del bosco, dove l’oscurità era ancora più compatta. Sembrava che qualcuno venisse soffocato e cercasse di chiedere aiuto senza riuscirci; anche se si capiva, per l’intonazione di alcune note, che in realtà era proprio un richiamo d’amore. Faceva raggelare il sangue. Il suono si ripeté alcune volte fino a che si spense lentamente precipitando nella boscaglia come gocce di pietra. Entrambi ne furono sollevati.
«Allora cosa ne pensi, Tom?»
L’amico aveva gli occhi bassi, come se cercasse sulle mattonelle dell’ampia terrazza la risposta. Mathias ripeté la domanda.
«Di che animale si tratta? Può essere, che ne so, una volpe, una lince? Potrebbe costituire un pericolo per noi?»
«No, Mathias, nulla di tutto ciò… tuttavia non saprei…»
«Possibile che tu non ti sia fatto un’idea?»
«Veramente un’idea ce l’avrei, ma non può essere…»
«Dimmela lo stesso…»
«Ma non può essere, te l’ho detto.»
«Dimmela Tom…» Il tono adesso era quasi di supplica.
L’amico guardò gli occhi di Mathias che avevano catturato la luce che veniva dall’interno della casa. Si schiarì la voce.
«Ci… ci sono alcune registrazioni… di tempo fa… ebbene… temo… temo… potrebbe essere il richiamo di un licantropo.»
Mathias a quelle parole si mise a ridere, pensando fosse una battutaccia. Poi vide che l’amico era serio.
«Ma non esistono i licantropi…» gli obbiettò subito dopo.
«Sì è quello che penso anch’io, è per questo che non te lo volevo dire, sono stupidaggini…» fece Tom come per scusarsi. «Anche se si dice» seguitò guardando ora di nuovo le colline grigie «che quando lanciano quel richiamo significa che hanno trovato la loro compagna… Ne possono avvertire l’odore anche a cinquanta chilometri di distanza…»
Mathias ripensò alla reazione della moglie ogni volta che sentiva quel verso. Gli era parso che non fosse di paura o di preoccupazione, piuttosto di inquietudine come da vagheggiamento o da smania controllata. Ma non aveva voluto darvi importanza.
«Non ti preoccupare però…» gli fece Tom «…te lo ripeto, sono solo sciocchezze.» E lo abbracciò forte.

Read Full Post »

Dopo una settimana di lavoro finalmente era sulla strada per la campagna. Gli piaceva quell’ora di macchina che lo divideva dalla casa. Era un modo per prendere consapevolezza dello stacco e apprezzare ancor più la pace e l’aria pulita che avrebbe trovato.
A quell’ora si sintonizzava su una stazione radio che trasmetteva un’ora piacevole con tre giovani ragazzi dalla battuta pronta e dalla verve originale. Sì, si stava rilassando e quegli ultimi semafori che regolavano il traffico prima dell’ingresso in autostrada parevano sorridergli. Forse era felice, pensò.
La macchina superò il casello e fluì morbida sulle scie delle altre vetture che gli sfilavano accanto veloci. Dopotutto la sua sapeva da sola dove andare e lui non doveva fare altro che lasciarsi trasportare.
Appena prima dell’autogrill, alla trasmissione che ascoltava se ne sovrappose un’altra. Era un brano di jazz fusion, un riff incalzante di basso molto sostenuto e sofisticato. In realtà si sentiva molto male sia l’uno che l’altro segnale. Un po’ si sentiva il chiacchiericcio concitato dei conduttori, un po’ le note del basso che debordavano potenti nelle casse dell’auto. Dopo una galleria prese il sopravvento per qualche secondo il brano musicale ma poi tornò la voce. Si era perso comunque gran parte del senso di quanto stavano discutendo in studio, ma ora il disturbo era cessato. Si era nel clou del programma. Non si sa mai cosa viaggi veramente nell’etere. Pensò.
Aveva da qualche minuto abbandonato l’autostrada e stava percorrendo la provinciale tutte curve, tra casolari insonnoliti e campi dalle zolle riverse. Solo i fari abbaglianti potevano bucare il buio compatto di quell’ora.
Appena sotto le balze, all’improvviso, la radio si azzittì nel bel mezzo di una frase. Non era assenza di suono. Sembrava piuttosto che ci fosse qualcuno accanto al microfono che esitasse a parlare non sapendo se farlo o no. Poi la voce di un uomo, diversa da quelle del programma radiofonico, disse in rapida successione:
STAI ATTENTO, FRENA!
Istintivamente lui frenò. Era ben consapevole che la voce provenisse dalla radio. Ma era così convincente, così perentoria che aveva ubbidito. Sulla strada non c’era nessuno, né davanti, né dietro. C’era un vigneto sulla sua destra dove i tralci cercavano di proteggersi dal freddo e un bosco confuso di roverelle dall’altra parte.
Stava per riprendere la marcia quando dalla curva sbucò trotterellando una coppia di daini seguiti da due piccoli. La femmina quando vide l’auto si fermò proprio in mezzo al fascio dei fari arrestando tutto il gruppo. I suoi occhi erano curiosi, privi di paura. Lo sguardo del maschio era invece altero, impaziente. Il suo manto grigio focato dava colore e profondità alla notte. Poi tutti e quattro ripresero il cammino, lentamente, attraversando tutta la carreggiata per poi buttarsi a capofitto nel querceto sparendo alla sua vista.
Lui invece era rimasto immobile, le mani sul volante, tremavano appena.
Si stava chiedendo se fosse successo realmente. Guardò lo specchietto retrovisore: la campagna era immersa nel buio. Se avesse spento le luci abbaglianti era sicuro che sarebbe stato inghiottito dall’oscurità. E poi quella voce. E perché lui aveva reagito così? Forse perché gli era sembrata così tanto familiare? No, non poteva essere.
Sospirò e nel silenzio quel suono rimbombò amplificato nell’abitacolo.
Poi di colpo riprese a suonare il riff di basso. Lui fece un soprassalto.
Ingranò la marcia e ripartì nella notte.

Read Full Post »

caffèEdo, come al solito, entrò in cucina quasi con gli occhi chiusi. L’età avanzata lo portava a svegliarsi sempre più presto al mattino ma non per questo in modo meno penoso. Anzi.
La moglie lo aveva sentito armeggiare ed era andato a fargli compagnia, come sempre. Si salutarono agitando la mano a mezz’altezza senza profferire parola. Era il loro modo di riappropriarsi degli spazi condivisi e della reciproca compagnia.
Poi lui, sempre in silenzio, si fece il caffè, versò lo zucchero di canna nella tazzina e girò con il cucchiaino.
Gli venne da sorridere.
«Che c’è? Perché sorridi?» gli chiese.
«È da un po’ di tempo che il suono del cucchiaio contro le pareti della tazzina…»
La moglie fece un’espressione del viso per incoraggiarlo a terminare la frase.
«…mi sembrano delle parole…»
«Oh Madonna Edo…» fece lei battendo per aria le mani una contro l’altra. «Lo sapevo che andando in pensione ti saresti prima o poi rimbambito!»
«Non è gentile da parte tua… dire questo» rimbrottò lui rabbuiandosi.
La donna fece finta di mettere in ordine davanti a sé le cose sul tavolo, ma invece stava solo spostando gli oggetti da un punto a un altro del pianale, senza un ordine preciso. Stava pensando.
Passò qualche secondo.
«Ma non la senti?» insistette il marito che appoggiò finalmente il cucchiaino sul bordo del piattino.
«Cosa dovrei sentire, su dimmelo…»
«’Come stai? come stai?’» disse facendo una vocina in falsetto.
«Non ci posso credere, mi stai diventando matto…» borbottò lei uscendo dalla cucina.
«Ma dove vai?»
«Vado a messaggiare a tua figlia e a dirle come ti sei ridotto…»
[space]
«Davvero senti la tazzina parlare?» gli chiese la figlia il giorno dopo nella comodità rassicurante della sala. La ragazza stava tenendo la mano al padre come si poteva fare con un malato nel letto di un ospedale.
«Ma no, ma cosa ti ha messo in testa tua madre? Non mi sono mica rincretinito del tutto. Non mi trattate così» fece lui contrariato ritirando di scatto la mano.
«E allora di cosa si tratta?» chiese calma e suadente la figlia.
«Ma niente! Sembra piuttosto che lo sbattere del cucchiaino contro le pareti della tazzina assomigli a… a delle parole… Tutto qui. Cosa c’è di strano?»
«E questa mattina cosa ti ha detto la tazzina?» domandò la ragazza pazientemente.
«Adesso mi vuoi davvero prendere in giro… non è bello… sono tuo padre dopotutto…»
«Ti ho chiesto, papà, che cosa ti ha detto oggi la tazzina?» insistette lei facendo la faccia seria.
L’uomo sbuffò.
«Dai…»
«E va bene… mi ha detto, o meglio mi è sembrato che dicesse: ‘Buona giornata a te’».
La figlia si girò verso la madre che si era tappata la bocca per scongiurare un urlo. Il suo sguardo era quello di chi si era appena accorta, dopo trent’anni di matrimonio, che il marito aveva in realtà tre teste.
«Bisogna farlo vedere da qualcuno…» sentenziò la figlia.
[space]
Così Edoardo, suo malgrado, dovette sottoporsi a diverse sedute di psicoterapia. Non era stato sufficiente che avesse cercato di chiarire che aveva voluto solo fare uno scherzo. Erano stati irremovibili. La moglie, la figlia, le zie, il cugino, gli amici, persino gli ex colleghi e poi chissà chi altri: ‘queste cose bisogna prenderle per tempo’ era il succo dei loro commenti ‘perché poi peggiorano’.
[space]
Erano trascorsi diversi mesi da allora e tutto sembrava rientrato nella normalità.
Al mattino la moglie sorvegliava con attenzione il consorte quando girava il cucchiaino del caffè aspettando che lui dicesse qualcosa. Ma si limitava a sorridere e a scuotere la testa.
Un giorno lei arrivò in ritardo al rito del caffè essendosi trattenuta nel bagno. Edo sciolse con calma lo zucchero mescolandolo con cura. Drizzò bene le orecchie per sentire se la moglie stesse arrivando e quindi sussurrò alla tazzina:
«Sì sì… anch’io.»
[space]

hat_gy

Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

Non si era accorto che la sveglia, la prima volta che aveva suonato, l’aveva spenta nel sonno. Così, quando si ridestò di soprassalto, era davvero tardi.
Fece colazione rapidamente e infilandosi nel bagno cominciò a pensare a quale scusa inventarsi in ufficio. Poi, lavandosi il viso, sentì che la fedina era sgusciata dal dito e stava rotolando nel lavandino. Fece un paio di tentativi con gli occhi ancora chiusi per il sapone per intercettare l’anello, ma gli svicolò tra le dita e finì nello scarico. Si sentì perduto: se fosse uscito senza fedina al suo ritorno la moglie avrebbe avuto una ragione in più per litigare, se avesse cercato di recuperarla avrebbe accumulato un ritardo ingiustificabile. Optò per recuperare l’anello, anche perché, se fosse caduto dentro il sifone, sarebbe bastato smontarlo e avrebbe fatto presto.
Andò a prendere la pila per illuminare meglio il tubo di scarico e subito scorse luccicare la fedina a mezza via. Prese un ferro da calza dal cestino della lana della moglie e cominciò a rovistare. Per un paio di volte gli sembrò persino di essere riuscito ad agganciarla, per spingerla o tirarla a sé, ma l’anello all’ultimo momento gli scappava sempre via per fermarsi sempre allo stesso punto. Poi si accorse di non vederlo più. Forse la fedina era finalmente caduta. Azionò il pulsante della pila per avere una luce più bianca, quando vide che il fondo scuro del tubo si stava muovendo. Un occhio si spalancò all’improvviso su di lui. Lo scrutava fisso, senza timore, con aria interrogativa, come se fosse stato anche lui appena svegliato da un sonno profondo e si chiedesse chi lo avesse potuto disturbare. Lui fece un balzo indietro, con il cuore che si era messo a battere all’impazzata. Non poteva aver davvero visto un occhio; non lì dentro. Forse, tutto sommato, era meglio andarsene, avrebbe potuto trovare una scusa anche con la moglie. La curiosità ebbe però il sopravvento. Si riavvicinò con cautela e indirizzò il fascio di luce di nuovo sulla verticale del tubo per vedere meglio: non c’era nessun occhio. Solo il suo anello che ora sembrava più vicino. Forse aveva solo intravisto il suo stesso occhio riflesso nell’acqua dello scarico. Sì, non poteva che essere così. Insistette ad armeggiare con il ferro da calza; la fedina si muoveva e ricadeva, si muoveva e ricadeva. E poi, quando stava oramai per disperare, l’occhio gli si sbarrò davanti. Questa volta era torvo, severo, arrabbiato. E non era davvero il suo. Istintivamente girò il ferro dalla parte della punta e lo calò più volte verso il basso con tutta la forza che aveva. Colpì e colpì più volte tanto che il ferro rimase finanche conficcato in quella sostanza da cui fece fatica a estrarlo. E dopo che l’ebbe finalmente estratto un fiotto di liquido rosso/marrone risalì dal tubo a coprire il fondo del lavandino; e, mentre quel liquido dall’odore nauseabondo copriva di qualche centimetro la vaschetta, l’impianto iniziò a tremare come se si volesse scardinare dal muro. Poi tutto cessò e il lavandino si svuotò di colpo.
Rimase fermo, in silenzio. Si sentiva confuso e spaventato, ma non voleva mollare. Quella cosa comunque doveva essere morta. Ne era sicuro. Diresse con precauzione il fascio di luce nel tubo per vedere cosa fosse successo; con sorpresa si accorse che l’occhio invece era però sempre lì: aperto, vigile, carico di odio. Lui rapidamente afferrò allora da sotto il lavandino una confezione di varechina pura e la svuotò nel lavello. L’impianto vibrò come in un terremoto. Si staccarono persino alcune piastrelle e cadde un po’ di intonaco. Ancora una volta, dopo diversi minuti, tutto cessò. E l’anello di lì a poco fu sputato fuori dal buco di scarico a roteare nel lavandino come una pallina da roulette e, prima che ricadesse all’interno del tubo, lo afferrò al volo. Rimase a quel punto incerto sul da farsi. Aveva ottenuto quello che voleva. Forse se avesse fatto presto a vestirsi avrebbe potuto contenere il ritardo. Al diavolo quella cosa che c’era là sotto. Per quel che ne sapeva lui poteva anche essere al piano inferiore e non lo riguardava.
Ma all’improvviso dal buco di scarico uscì un bastone scuro, nodoso. No, non era un bastone. Osservò meglio. Era un dito ossuto. Anzi erano più dita ossute che si aprirono a ventaglio a far presa sulla ceramica bianca. Una sostanza scura e gelatinosa uscì contemporaneamente anche dal rubinetto e dal buco del troppopieno e si espandeva in progressione sotto il suo sguardo attonito. Il lavandino prese a incrinarsi, il tubo di mandata scoppiò e l’acqua sgorgò copiosamente. Lui continuò a fissare il lavello senza riuscire a muoversi fino a quando l’impianto non si spaccò in due.
E poi fu troppo tardi per scappare.

Read Full Post »

C’era una luna così luminosa e immensa che sembrava un occhio di bue acceso nella notte dal buon Dio. Tutti i cani del vicinato avevano preso a sgolarsi; alcuni facevano un verso strano, piagnucoloso, dolente, che raggelava il sangue, altri latravano a fantasmi che solo loro vedevano.
Nella campagna che galleggiava nella penombra del plenilunio si avvertivano anche altri versi indistinti, forse di animali selvatici: scendevano frettolosi giù dal vicino bosco cavalcando il vento della notte. La campana della chiesa avvertì il creato che erano le tre del mattino.
Poi un fruscio.
«Gino, mi hai spaventato…» dissi.
Il vicino aveva un’aria furtiva, leggera, come quella del cacciatore che non vuole farsi sentire dalla preda mentre ne sta seguendo le tracce. Aveva un fucile in mano. Mi vide all’ultimo momento sotto il portico.
«Ah sei tu…» mi fece lui con la voce sporca di sonno come di chi da ore non parlava con nessuno. «Ho sentito i cani abbaiare in un modo che non mi piaceva affatto e non avevo visto la tua macchina. Pensavo non ci fossi e sono venuto a vedere…»
«Ho parcheggiato la macchina dietro casa: tutto a posto, Gino. Grazie. Sei premuroso… ma entra, non stare lì al cancello…»
«Non riesci a dormire neanche te, eh?» mi fece entrando in giardino e aprendo la doppietta. «Ma cosa sta succedendo?» e si girò a 180° allargando le braccia.
«È l’eclissi Gino, l’eclissi totale di luna…»
Lui fece l’espressione come di chi non capiva visto che la luna era stampata lassù in cielo, davanti a lui.
«Posso offrirti qualcosa di caldo?» gli domandai.
«No no, grazie, sto bene così…»
Poi, pian piano la luna cominciò a essere coperta da un cerchio più scuro; prima di lato, discretamente, a mordere lo specchio d’argento come un pezzo di pane, poi a dilagare su tutta la sua superficie. Man mano che questo accadeva calava ovunque un silenzio innaturale, denso, quasi che il mondo trattenesse il respiro. Non c’era più un verso nell’aria o un suono anche solo sopito. C’era solo la sensazione di vuoto, risucchiato via altrove, una cappa scivolata sulla campagna dalle spalle di un gigante distratto. Cessò, subito dopo, anche la brezza profumata di bosco mentre le foglie dell’ulivo, che pochi minuti prima vedevo distintamente in mezzo al giardino, presero a scontornarsi nella notte sino a scomparire. Il buio era assoluto, fragile, incantato. Il gatto si era rintanato immobile sotto la panca, spalle al muro, e mi osservava con gli occhi sgranati con un’espressione interrogativa. Il freddo aveva stretto il suo pugno, tanto che mi alzai il bavero del piumino rincalzando la sciarpa intorno al collo. Ma riuscì a entrare ugualmente nell’anima.
Gino era seduto vicino a me, sugli scalini del portico. Dopo essersi meravigliato per quando accadeva sotto il suo naso, quasi non l’avesse mai visto in vita sua, guardava ora lontano, verso il fiume. Pareva stesse seguendo un film perché i suoi occhi si muovevano incessantemente; ma non parlava.
Trascorse così, in questa sospensione, una decina di minuti. Poi la luna iniziò a liberarsi con dolcezza di quanto la stava velando. Il silenzio si increspò. Prima si udì il verso di un uccello notturno, quindi il rumore di una macchina di passaggio sulla provinciale, infine un abbaio poco convinto. Gino si voltò verso di me.
«Ho visto quando e come morirò» disse lui in modo grave, alzandosi.
Non seppi cosa rispondere. La frase sembrava irreale in quel contesto.
«Scusa, ma devo proprio andare a fare alcune telefonate» mi fece ancora, come un autonoma, prendendo la strada per il cancello.
«Gino… sono appena passate le tre…»
«Lo so, ma devo telefonare lo stesso… Grazie di tutto, sei proprio un amico.»
[space]

hat_gy

Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

«Si può sapere cosa sta succedendo, quest’anno?» chiese Karim mettendosi a tracolla una pecorella e rivolgendosi alla moglie.
«È vero! Eravamo già al nostro posto di questi tempi…» gli rispose Aisha con gli occhi tristi.
«Non ci resta che pregare…» sospirò la Madonnina nella Capanna rovesciata e ingombra della mangiatoia vuota.
«Io però dovrei fare pipì…» puntualizzò San Giuseppe agitato.
«La verità è che non mi sembra che quest’anno lui abbia voglia di fare il Presepe…» fece il Re Magio Baldassarre indicando il Padrone di Casa attraverso la parete in plexiglas dello Scatolone del Presepe.
«Convengo, caro collega» fece il Re Magio Melchiorre con sussiego. «Hanno preparato da giorni l’albero e sistemato pure gli addobbi nelle diverse stanze; ma non hanno né raccolto il muschio né liberato il caminetto dalle cianfrusaglie per far posto a Noi. La vedo male, ah se la vedo male…» e cercò di spostare la zampa di un agnellino che gli finiva continuamente sulla testa.
«Potremmo cantare un bel coro tutti insieme per attirare l’attenzione…» fece l’Angioletto che sul tetto della Capanna regge sorridente la scritta “Pace in terra agli uomini di buona volontà“.»
«Ma che coro e coro!» disse un Principe caldeo, a cavallo di uno splendido cavallo arabo, armato di tutto punto. «È un insulto al Natale e a quello che rappresenta. In meno di mezzo giornata posso tornare qui alla testa di diecimila miei fidi e vedrete se non risolviamo una volta per tutte questa incresciosa situazione!»
«Principe Ammukani,» esortò Qualcuno in modo ieratico dal fondo dello Scatolone «orsù rinsavisci da uomo saggio qual tu sei; non parlare come gli ultimi degli stolti: il Natale è un momento di bontà, comprensione e gioia tra gli Uomini…»
«Ma contro gli infedeli c’è solo un linguaggio che vale la pena usare, mio Signore…» fece Ammukani sguainando la scimitarra e dividendo in due la Colomba della Pace.
«La vedo male, ah se la vedo male…» ripeté Melchiorre spostando ora una zampogna che gli era finita tra le costole.
«Ve l’avevo mai detto che soffro seriamente di claustrofobia?» fece a quel punto il Re Magio Gaspare con voce strozzata «Qui dentro non c’è aria, non ne posso più.»
«E cosa dovrei dire io allora che è un anno che mi ritrovo con la faccia praticamente tra le chiappe dell’Asinello?» sbottò Baldassarre. «Ho provato a non respirare, ma non è cosa…»
«Io dovrei fare davvero pipì…» insistette San Giuseppe saltellando.
«Te l’avevo già detto a gennaio di farla prima di entrare nello Scatolone, o mio Sposo, ma non mi dai mai retta…»
«Hai ragione, ma è la prostata mia Diletta; e poi nella fretta di metter via le cose me ne sono dimenticato; a proposito… è da un po’ di giorni che non vedo la Mucca.»
«È un Bue, mio Sposo, un Bue. Il Bue e l’Asinello, ricordi?»
«Bue? Ah… ecco perché non fa il latte!»
«Almeno fate tacere quell’Angelo che suona la tromba» brontolò Gaspare aggiustandosi il copricapo tutto spiegazzato. «Sono dodici mesi che prova sempre lo stesso pezzo e continua pure a sbagliarlo…»
«SÌÌÌÌÌÌÌ, FACCIAMOLO TACERE!» urlarono in molti all’unisono.
«È un pezzo molto difficile da suonare questo della Gloria nell’Alto dei Cieli, cosa credete?» disse indispettito l’Angelo della Gloria nell’Alto dei Cieli. «E la tromba che mi hanno dato è ricavata da un femore di cavallo… vorrei vedere voi.»
«Intanto da qui non ci si schioda… ed è quasi Natale…» disse la Lavandaia-che-attinge-l’acqua-dal-pozzo «non riusciremo mai a convincerlo a preparare il Presepe…»
«Aspetta, aspetta…» fece il Re Magio Gaspare con voce quasi garrula. «Forse… Ma sì, sta venendo verso di Noi… sta prendendo proprio il nostro Scatolone. Ragazzi, si va in scena anche quest’anno!»
«Oh… grazie al Cielo: le mie preghiere sono state ascoltate» fece la Madonnina inginocchiandosi di nuovo. «Ringraziamo l’Altissimo.»
«Certo, se invece l’infedele lo avessimo infilzato subito, ci avrebbe tolto di qui molto prima…» fece Principe Ammukani digrignando il denti ma rinfoderando la scimitarra.
«Magari ha pensato che dopo un anno era il caso di farmi fare pipì…» fece sarcastico San Giuseppe.
«Veramente sono stata io…» disse modestamente la Stella Cometa con un fil di voce. «È bastato un sano, autentico e terrificante incubo ieri notte per convincerlo che era l’unico modo per avere un po’ di serenità durante le feste.»
«Ma è un ricatto!» osservò il Re Magio Melchiorre ingrugnito più per il fatto però di essersi appena accorto di aver messo un piede nell’acqua di uno stagno che per altro.
«Preferirei chiamarla richiesta creativa di collaborazione…» precisò la Stella Cometa.
E si accese.

Read Full Post »

«Lo sai che ti tocca…» mi disse Lucente con il suo accento delle Asturie oramai imbastardito dai tanti anni passati sulla collina di Poggiobrusco. Alludeva al fatto che fosse arrivata l’ora di accompagnare suo figlio di dieci anni a letto e di raccontargli la “storia della buona notte”.
«Colgo solo io la contraddizione nel fatto che non sia un complimento sentirsi dire che le mie storie fanno addormentare? Oppure è solo una mia fissazione?» domandai voltandomi in giro in cerca di approvazione.
Maverick era già seduto sulla sua poltrona preferita; si stava rollando la sigaretta del dopocena. Era pensieroso e non ascoltava. Forse aveva in mente Pashua, la cavalla Appaloosa del suo allevamento che stava tardando a partorire.
«Fissazione più, fissazione meno…» mi buttò li a tradimento Lucente che aveva preso ad armeggiare con stoviglie, piatti e bicchieri.
«Insomma zio, vieni o no…?» mi fece Phil impaziente con la sua faccia simpatica sulla soglia della cucina.
«Non sono tuo zio…» gli dissi seguendolo.
«Sì, certo zio… vieni che ti devo fare delle domande.»
Al che cominciai seriamente a preoccuparmi. So bene quanto possano essere insidiose le domande di un ragazzino di dieci anni e pure molto sveglio. Mi sedetti sul letto mentre lui si metteva il pigiamino.
«Senti zio…»
«Ti stai mettendo la maglietta alla rovescia, come tuo solito» gli feci notare cercando di aiutarlo.
«Senti zio…» insistette lui facendo ruotare di 180° con un colpo secco la maglietta già infilata per la testa «perché c’è la festa degli Ognissanti?»
Pensai: ‘meno male questa è semplice’. «È il giorno in cui si festeggiano tutti i santi» cominciai a dirgli «anche quelli non canonizzati ma solo beatificati…»
«Ah… quindi si festeggiano quei santi cui non hanno sparato con il cannone…»
«Ma no, Phil, che dici… canonizzati non cannonizzati… la canonizzazione è la dichiarazione di santità della Chiesa… e quindi si festeggia anche loro che non l’hanno ancora avuta e sono “solo” beati… tutti, appunto.»
«Insomma anche quelli che ci han provato ma non ce l’hanno fatta e sono rimasti santi a metà…»
«Più o meno…»
«E il 2 novembre si festeggiano tutti i morti, invece…»
«Esatto.»
«Quindi si potrebbe chiamare la festa degli “Ognimmorti”.»
«Si potrebbe, certo, ma non si fa perché suona male e poi i morti non si festeggiano, si commemorano…»
«E che differenza c’è?»
«Si pensa a loro, si va al cimitero a mettere un fiore sulla loro tomba… li si fa rivivere nella nostra memoria, anche se solo per un giorno…»
«Un po’ come gli zombies.»
«Ma no, Phil… gli zombies non esistono…»
«Come no, zio? Hai mai visto il nonno quando si alza al mattino?» disse mettendosi a ridere con una mano davanti alla bocca.
«Non è bello che tu dica queste cose, Phil…» lo rimproverai cercando di non ridere anch’io.
«E adesso mettiti sotto che prendi freddo.»
«Tu hai paura dei fantasmi?» mi chiese a bruciapelo, serio serio. Io lo guardai fisso per un po’. Gli feci una carezza sulla testa.
«Non bisogna avere paura dei morti, ragazzo mio, ma, a volte, solo dei vivi. I morti, semplicemente, non ci sono più.»
Lui alzò gli occhi in alto e di lato come per farsi venire in mente qualcosa. Poi mi chiese:
«Allora zio… a proposito di fantasmi… me la racconti di nuovo quella storia lì su John Lennon?»

NOTA: per saperne di più su –> Maverick e –> Lucente.
[space]

hat_gy

Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

Older Posts »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: