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Posts Tagged ‘Poggiobrusco’

Si era servito della sua solita bancarella; Egidio riempiva ogni giovedì quasi tutto l’antico portico di piazza Vecchia Armeria, davanti all’unica banca del paese, ed era uno spettacolo vedere in un colpo d’occhio tanti libri così buttati alla rinfusa che sembravano dire: “prendi me, prendi me”.
Marcello riuscì a trovare quasi subito due libri interessanti da tempo introvabili nelle librerie (“Una pioggia tiepida” di Jakob Grossman e “Jeremiah” di Abraham Scottsdale) e se li portò a casa sottobraccio, fiero e soddisfatto, quasi fosse riuscito a trovare un tesoro.
Alla sera, prima di addormentarsi, prese i due libri che aveva appoggiato sul comodino, incerto su quale leggere per primo, accorgendosi però subito dopo che, rimasto attaccato a uno dei due, ce n’era un terzo, senza sovraccoperta e con una prima di copertina di cartoncino ingiallito, senza titolo. Lo sfogliò brevemente scoprendo che, tranne la prima e la seconda, tutte le altre pagine erano bianche. Incuriosito iniziò a leggere quelle poche righe. Il racconto (perché di racconto si doveva probabilmente trattare) era pulito, scorrevole, avvincente man mano che la storia si dipanava fino a interrompersi, a pagina due, come si è detto, come se fosse terminato l’inchiostro e non se fossero accorti. Alzò le spalle e lo posò preferendogli il libro di Grossman in cui ben presto si immerse.
La sera dopo gli ritornò tra le mani quello strano libro bianco. Scuotendo la testa, lo scorse velocemente avvedendosi però ora che vi erano stampate almeno altre dieci pagine. Che si fosse sbagliato la sera prima e non le avesse viste? Impossibile, pensò, anche perché adesso il primo racconto era completo e ve ne erano altri due. E poi c’era ancora quella stessa strana sensazione che avvertiva mentre li leggeva: era come svuotato, senza forze, confuso.
L’indomani volle controllare nel suo studio in una sua vecchia cartellina di plastica azzurra: gli frullava con insistenza in testa un’idea bizzarra che doveva assolutamente verificare; e dopo un po’ trovò la conferma del suo timore: nelle pagine del misterioso terzo libro erano contenute storie che altro non erano se non lo sviluppo di spunti e tracce sue. Chissà come, chissà perché e in che modo, quel libro assorbiva ciò che aveva ideato in passato e lo metteva in bella prosa, con ordine, stile e originalità. Ne fu all’improvviso quasi sollevato più che preoccupato. In fondo era tutta “roba sua” e avrebbe avuto una quantità notevole di materiale bell’e pronto da cui attingere per il suo lavoro. Perché non essere contento di questa novità?
Passarono i giorni e il libro continuò a completarsi pagina dopo pagina sino all’ultima. Era venuto un gran bel lavoro: 49 nuovi racconti, scritti bene, persino in modo impeccabile; e ora quella sensazione di vuoto che gli procurava la nausea era pure cessata; di bene in meglio: non restava che contattare l’editore. Riprese a leggere, contento, il libro di Grossman.
Poco prima di addormentarsi volle però riprendere il “suo” libro perché in fondo era venuto anche il momento di dargli un titolo. Ci pensò. Ma poi vide che le pagine erano completamente vuote, dalla prima all’ultima.
«Non è possibile!» gridò. «Che fine hanno fatto?».
Poi, tornando verso la prima di copertina, si accorse che erano appena apparse due nuove pagine stampate: era l’inizio di un nuovo racconto, anche questo nato da una sua vecchia idea.
E sentì di nuovo, fortissima, quella sensazione acuta di svuotamento e spossatezza.
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Guarda quella gazza lassù come vola sicura,

sembra che abbracci tutto il cielo.

Tic tic tic
La lancetta dei minuti si inoltrava impavida sul quadrante della sveglia.
Tic tic tic
In due posizioni, quando era sul secondo minuto e poi sul trentaduesimo, la lancetta catturava per un attimo il chiarore della finestra rimandando una scintilla di luce; una luce livida, fredda, di un mattino ostile.
Tic tic tic

Una mezz’ora dopo Lui già beveva il caffellatte sotto il portico di casa cercando di scaldarsi le mani sulla superficie bollente della tazza; nella notte il prato si era incanutito di galaverna come fosse invecchiato di mille anni e il tempo si fosse dimenticato della sua vita in quella campagna sperduta al limitare del bosco. Il gatto, appena lo vide, gli si mosse incontro uscendo dallo spigolo della colonna, ma poi si arrestò; erano settimane che non si faceva vedere e ora si sentiva in colpa tanto da non sapere più se avvicinarsi o meno per la sua razione di carezze.
Tic tic tic

Allora Lui scese le scalini e si inoltrò di qualche metro nel giardino verso l’albicocco inscheletrito. L’erba ghiacciata sotto i suoi passi si spaccava come vetro. Ed era quello l’unico rumore nell’aria tesa, sopra quelle foglie a terra che rabbrividivano nei raggi di un sole addormentato. E fu quello il momento in cui avvertì che il fruscio che sentiva nella testa da qualche giorno erano in realtà parole. Sentiva le voci, ora ne aveva la certezza: forse stava davvero impazzendo; frugò con lo sguardo il muschio gonfio di rugiada ai suoi piedi, come se cercasse lì la risposta.
Ma basta, è l’ora di finirla!” sentiva nelle tempie. “Non si può più andare avanti così. Pelandroni, sanguisughe, sciacalli”.
Tic tic tic

Rientrò in fretta. Andò in bagno e si riempì la vasca d’acqua calda. Voleva fare un buon bagno. Forse lavarsi gli avrebbe fatto bene e gli avrebbe pulito anche l’anima. Forse avrebbe dilavato via tutte le scorie negative di anni di pensieri malsani. Sì, lavarsi, lavarsi con la spazzola dei panni, fino a togliersi il primo strato di pelle. La mamma del resto glielo diceva sempre quand’era bambino: ‘un buon bagno caldo e tutto il mondo parrà diverso’.
Bisogna fare qualcosa” sentì dire nella sua testa quando si stava asciugando e già si era illuso di non dover più sentire quella Voce.
Non si può più far finta di nulla”.

La Voce non si acquetò neppure durante la notte. Riuscì a dormire poco o nulla e l’indomani era anche peggio. La Voce era sempre più forte. Urlava, urlava, urlava.
Prese la macchina e, carico di angoscia, andò dal dottore.
‘Sa, mi succede questo e questo’, gli disse, tutto di un fiato.
Ma Lui non riusciva più a capire chi stesse dicendo cosa e a chi. Era davvero Lui che parlava o era la Voce dentro di lui che parlava con il dottore confondendolo?
Tic tic tic

Quando tornò, più disperato di prima, la casa era immersa in un buio abnorme. Era spenta persino la luce di cortesia davanti al portone. Pareva la casa di un altro che l’avesse chiuso fuori per sempre.
“FACCIAMOGLIELA VEDERE A QUEI PORCI” gridò la Voce. “SONO CAROGNE, DELLE SPORCHE CAROGNE!”

«Basta, basta!» si mise a sue volta a gridare tappandosi entrambe le orecchie «non ne posso più! Basta!»
E così dicendo si accorse che era salito sulla torretta di casa.
Afferrò la scala e montò sul tetto.
C’era tutto il mondo sotto di lui. Le stelle sembravano appiccicate nel buio profondo mentre il gelo si preparava nuovamente ad abbracciare il respiro della terra.
Pensò a quando da piccolo suo padre gli aveva insegnato ad andare in bicicletta.
“BUTTATI, BUTTATI!” gli urlò la Voce.

Guarda quella gazza lassù come vola sicura,
sembra che abbracci tutto il cielo.

Tic tic.
Tic.
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batacchioAvrebbe raccontato la sua vita. L’aveva sempre saputo che era quello l’argomento che, per avere successo, avrebbe dovuto trattare prima di altri in un libro; aveva cercato tuttavia di evitare un simile coinvolgimento perché scrivere di sé avrebbe comportato anche giudicarsi, oggettivamente, ripensando in modo critico al proprio passato: il che poteva risultare anche non troppo piacevole. Ma ora Mario aveva sessant’anni. Era un uomo arrivato, con una forte personalità e un disincanto verso di sé e gli altri da fargli credere, a ragione o a torto, che in realtà non avrebbe avuto nulla da temere. Anzi no, era sicuro: gli avrebbe fatto bene.
Così cominciò dapprima con un capitolo generico, introduttivo, richiamando quei principi etici cui si era sempre ispirato e poi via via, partendo dal racconto dell’infanzia, risalì alla gioventù, agli anni della maturità, a quella delle grandi scelte. Era soddisfatto. Si profilava come un romanzo di grande respiro, penetrante, liberatorio, per nulla indulgente. Anche se per ora aveva trovato l’artificio narrativo di usare la terza persona.
Poi una mattina cominciò ad accorgersi che in casa mancavano diversi oggetti. Una prima volta non trovò una maglia di quando aveva intrapreso da ragazzo l’avventura del calciatore dilettante, un’altra volta risultò sparita una cartina antica che aveva comprato a Londra dopo il diploma, un’altra ancora il suo set completo di canne da pesca. Era diverso tempo che Anna, la moglie, aveva ripromesso un ‘bel ripulisti’ di vecchie cose sue che ‘prendevano solo polvere‘, ma non poteva credere che dalle minacce fosse passata ai fatti.
Fu immancabile un furioso litigio all’inizio del quale lui accusava lei di non rispettarlo come uomo e come marito e la moglie che negava di aver buttato via alcunché; alla fine c’era solo lei che rimproverava lui, insieme a molte altre cose, del perché il rinfresco del loro matrimonio fosse stato così misero rispetto a quello delle sue amiche, poco importando fossero passati trent’anni.
Qualche settimana dopo, Anna, uscita di casa per andarsene a lavorare, tornò appena dopo cinque minuti, la faccia pallidissima. Se ne stava nella luce della porta guardando il marito senza fiatare.
«Per l’amor del cielo, Anna, parla! Cos’è successo?» chiese lui preoccupato.
«Hanno rubato la macchina! Nonostante sia più vecchia di me!» fece lei tutto d’un fiato.
E così avevano a che fare con un ladro seriale. Non c’era dubbio. Un ladro strano, per la verità, selettivo e pervicace. Rubava ricordi, solo ricordi: i suoi. La polizia, dal suo canto, com’era prevedibile, non li prese neppure in considerazione.
Anna, per tutta risposta, liberò il ripostiglio delle scope, fece montare una porta blindata e nello stanzino stipò tutto quello che secondo lei era prezioso. Compreso il fazzoletto della prima comunione con cui aveva toccato l’ostia consacrata, il tappetino di plastica della sua prima macchina e un orecchino superstite, regalo di quell’Altro, che se lo avesse sposato come le aveva raccomandato quella santa donna di sua madre, che riposi in pace, ‘ora avrebbe fatto la Signora’.
Poi lui capì. Non poteva essere altrimenti.
C’era il gatto della moglie che gli si era sdraiato, come al solito, sopra la tastiera del computer: fece alcuni tentativi per convincerlo a spostarsi. Poi riempì la ciotola di croccantini e il gatto, indolente, scese dal tavolo. Fu così che al romanzo aggiunse un paio di pagine proprio su quel gatto, di quanto fosse irritante averne uno da accudire tutti i santi giorni quando ti dimostra ostentatamente solo indifferenza e ostilità. Poche righe intense, insomma, asciutte, ma ben scritte. E, come immaginava, per qualche motivo imperscrutabile, il gatto sparì.

«Mario??? Deve sei?», fece la moglie appena alzata dal letto. «È domenica, non ti sembra esagerato lavorare anche la domenica mattina? Ma dove sei?»
Giunta nello studio trovò la luce della lampada da tavolo accesa, il monitor del computer illuminato. ‘Lo Scrittore non deve essere lontano’, pensò.
Allungò il collo sul display e lesse:

«Devo dire che al termine di questo romanzo mi pare la scelta più giusta. Preferisco infatti scegliere di stare di qua in un mondo fatto di ricordi e momenti felici, piuttosto che in una vita scialba che non mi assomiglia più. Sì, lo scrivo, qui, ora, anche se cosa vorrà dire. Succederà come per la maglia, la macchina e finanche il gatto che, sia ben chiaro, m’ingegnerò a rispedire di qua.
Ebbene sì, il personaggio di cui si parla nel libro sono proprio io.
Addio.
»

La moglie scossa la testa più volte. Fece un passo indietro e schiacciò con le pantofole dei croccantini.
«Ma Mario, cos’hai fatto? Possibile che tu debba essere sempre così sciatto? Mario! Ma dove sei? Marioooo…»

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rodin«Come mai quella faccia lì stamattina?»
Gabo alzò lo sguardo verso di lei strizzando gli occhi per poterla mettere meglio a fuoco. Dondolò quindi un po’ il capo come se avesse già risposto e dimostrasse soddisfazione per quanto appena detto. Poi lentamente biascicò:
«Niente, niente…» e scansò la tazza del cappuccino davanti a sé per non urtarla con il gomito.
«Come niente? Con quel broncio?» insistette lei girandosi tra le dita il bicchiere del latte.
La luce del primo sole filtrava tra i rami di frassino disegnando attorno al capo di lei un’aureola di innocenza che contrastava con il tono inquisitorio. Il marito sbuffò appena e, scelto dalla scatola un biscotto ricco di inserti di cioccolato, cominciò a sgranocchiarlo. Si vedeva che stava riordinando le parole scegliendo bene quali di esse fosse il soggetto, il verbo e il complemento. Deglutendo, chiarì con fatica:
«Ti sei messa a parlare nel sonno.»
«Chi? Io?» fece lei rimanendo a bocca aperta quasi le fosse stata sollevata un’accusa infamante.
«Non penso ci sia un’altra donna nel mio letto…» fece lui con uno sguardo indecifrabile.
«Ma non l’ho mai fatto…»
«Appunto… Ma sono cose che succedono; mi ci abituerò, dai… non volevo neppure parlartene… è una stupidaggine.»
E invece Marilisa voleva parlarne. Anzi voleva venirne a capo. Aveva letto da qualche parte su Internet che poteva essere il segnale di un disturbo del sonno, di un principio di apnea notturna con tutto quello che ne conseguiva: e a venticinque anni poteva anche diventare, a lungo andare, un problema. Decise così per qualche tempo di dormire nella stanza degli ospiti. Gabo si era opposto; ripeteva che presto non ci avrebbe fatto nemmeno più caso, ma lei non sentì ragione. Il problema era suo e poi lui stava attraversando un periodo stressante sul lavoro e l’essere svegliato più volte durante la notte lo avrebbe reso inevitabilmente nervoso.
È solo fino a quando non risolvo questa questione’ sentenziò lei chiudendo rumorosamente la porta dietro di sé, mettendo fine alla discussione.
Marilisa cercò ulteriori informazioni su Internet e trovò un’app che registrava tramite il cellulare la voce durante il sonno. Era quello che faceva al caso suo. Avrebbe potuto così capire quanto grave potesse essere il suo disturbo.
La sera stessa, scaricata l’applicazione, la predispose sull’ON. La registrazione sarebbe partita, come informavano diligentemente le istruzioni, solo alla presenza di un suono.
L’indomani, al risveglio, si accorse che il cellulare aveva registrato ben cinque minuti di dialogo. Le batteva forte il cuore. Chissà perché, era emozionata. Si rigirò per qualche attimo il cellulare tra le mani, indecisa. Poi premette play. Per qualche secondo si sentirono fruscii e schiocchi, un colpo di tosse, persino un rumore come di un colpo di vento. Quindi un sussurrato, ma distinto:
«Bambina mia, dormi bene, la tua mamma veglia sempre su di te…»

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ormaI due coniugi cenavano nel silenzio della cucina. Anni di abitudini condivise avevano fatto sì che nessuno dei due si fosse accorto che l’altro era assorto nei propri pensieri. Solo la televisione accesa diceva la sua, ma lo faceva così a basso volume per non disturbare che non si riuscivano neppure a distinguere le parole. Suonò il campanello.
Martino diresse lo sguardo verso la moglie. Lei alzò di rimando le spalle come se avesse voluto chiarire che non era colpa sua. L’uomo allora si alzò dalla tavola gettando un occhio furtivo dalla finestra in direzione del cancello. «È Gavino» disse con tono di rassegnazione.
Fin da quando avevano iniziato ad abitare in quella casa non erano mai riusciti ad avere buoni rapporti con il vicino; si sopportavano malvolentieri e ogni tanto si erano scambiati pure reciproci dispetti. C’era stata infatti quella volta in cui era stato tagliato il ramo di giùggiolo che, nel crescere, aveva sconfinato nel campo dell’altro o quell’altra volta in cui il diserbante era stato dato sulla coltivazione di fragole che debordava dall’orto o le gocce di guttalax finite nella scodella del cane che abbaiava in continuazione. Cose così, insomma, ma niente di grave. La presenza di Gavino al cancello non gli sembrava comunque un buon segno.
Martino rimase in giardino per qualche minuto a parlare con lui. Quando rientrò in casa aveva, in una mano, un fiasco di vino e, nell’altra, una busta della spesa con qualcosa che pesava dentro. Ostentò i doni alla moglie assumendo lui stesso un’aria interrogativa e lei ripeté il gesto di prima che questa volta però significava che aveva rinunciato da tempo a capire quel matto d’un gallurese.
«Siediti e finisci la cena, che si sta raffreddando… sistemiamo tutto dopo» fece Rosa riprendendo a mangiare. Lui obbedì. Appoggiò gli oggetti vicino al lavello e si risedette. Ben presto il silenzio si riappropriò della stanza e poi, pian piano, raggiunse quelle attigue come in un gioco di vasi comunicanti. Il suono delle posate sui piatti e del vino versato nel bicchiere era l’unica testimonianza delle presenza di quelle vite in simbiosi.
«Cos’è questo rumore?» fece lei increspando tutt’ad un tratto la fronte.
A differenza del marito e nonostante l’età aveva conservato un buon udito.
«Che rumore?» chiese lui infastidito.
«Di qualcuno che raschia alla porta. L’hai chiusa bene?»
«Certo che l’ho chiusa bene!» rispose lui seccato ostentando una falsa sicurezza. Finì però per alzarsi per aver sperimentato fin troppo bene, molte altre volte in passato, che la moglie non si sbagliava facilmente. Andò deciso verso l’ingresso constatando che non era affatto chiusa con il catenaccio, come temeva. Lo inserì lentamente cercando di non farsi sentire dalla moglie. Raggiunse poi la finestra della sala da dove poteva ispezionare meglio il cancello. Era buio, ma sembrava tutto tranquillo.
«Non c’è nessuno, Rosa, ti sei sbagliata!» fece rientrando in cucina. Non aveva finito la frase che questa volta il rumore lo sentì anche lui. C’era davvero qualcuno all’ingresso e sembrava voler entrare. «Potrebbe essere Floid… però…» osservò il marito alzando per aria un dito come se il cane si trovasse sul soffitto. «Non è la prima volta che a Gavino gli scappa quella maledetta bestiaccia.»
«Non verrebbe a raspare alla nostra porta, lo sai bene… se ne starebbe in giardino a far buche o a spaventare le galline» obiettò lei.
Martino non avrebbe saputo dire se in quel momento gli dava più fastidio non poter finire in pace la cena o il fatto che la moglie avesse ragione. Si portò allora nel sottoscala e accese i lampioni del giardino sia davanti che dietro casa e poi si affacciò alla finestra stando in guardia. Non c’era nessuno. Perdeva solo tempo. Stava per allontanarsi quando all’improvviso si avventò contro i vetri un grosso cane. Quel movimento era stato così violento e repentino che l’uomo ebbe l’impressione di averlo addosso. Aveva fatto in tempo a vedere le fauci spalancate contro di lui e, nella luce dei lampioni, la chiostra delle zanne che si erano messe a brillare in modo sinistro. Si premette il petto per trattenere il cuore che gli rimbombava come un tamburo di pelle tesa: mentre l’animale si era messo a mordere con rabbia la grata fino a farla scricchiolare. Si voltò poi verso l’altra portafinestra della sala e vide transitare altri due cani che frugavano e annusavano gli stipiti per trovare un varco per entrare. Adesso li vedeva bene: non erano cani: erano lupi, un branco di cinque/sei lupi.
«Sono lupi, Rosa… lupi! È incredibile! E sono anche tanti!» urlò con la voce che gli si era incrinata dall’emozione. «Ma non ci sono lupi in questa zona» disse subito dopo voltandosi verso la porta d’entrata «non ci possono essere! Non è possibile!»
La moglie era in piedi, le posate ancora in mano. E mentre il marito correva nel garage per prendere dall’armadio blindato il fucile da caccia, si guardò attorno come per trovare una spiegazione e vide che nella busta che Gavino aveva portato loro qualcosa si muoveva per trovare l’uscita. Non ci pensò un attimo. Afferrò la busta e, con un solo gesto, la buttò nel buio del giardino attraverso la finestra della cucina.
«Sono andati via…» annunciò Martino poco dopo ritornando indietro con il fucile carico. «Come erano venuti, così sono scappati. Se me lo avessero raccontato non ci avrei proprio creduto.»
La moglie annuì.
«Adesso però finiamo di cenare» disse lei sedendosi composta. «Anche se oramai è diventato tutto freddo.»
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Australia«Ma tu mi vuoi bene?»
La donna era seduta sul divano. Sembrava che la domanda l’avesse fatta all’iPad che stava stringendo tra le mani e da cui non aveva distolto lo sguardo. Ma poi alzò gli occhi verso di lui che seguiva a sua volta la televisione. L’uomo tardò a darle retta per aver sentito mille altre volte quella stessa domanda, ma poi le rivolse un sorriso molto dolce come se fosse quella la sua risposta.
«Anche se sto diventando vecchia, brutta e grassa?» insistette.
«Non ci sono donne vecchie, brutte o grasse in questa stanza; però è buio qui dentro e si vede poco…» fece lui voltandosi di nuovo verso la tv e mettendosi a sogghignare.
«Dico sul serio» fece lei, cambiando ora il tono e posando l’iPad.
«Beh, la promessa è sempre valida… no?»
«Quale promessa?»
«LA PROMESSA.»
«Cioè?»
«Che staremo insieme fino al ‘saltino’ finale…»
«Davvero?» disse lei commossa.
«Certo, dopo quarant’anni di matrimonio dove vuoi che vada… e poi non avrei più chi mi fa da mangiare e mi stira le camicie… tanto vale…»
«Che sciocco che sei…» fece lei riprendendo il lavoro e accennando a un sorriso che voleva trattenere.
La televisione trasmetteva la storia di una coppia che in Australia aveva deciso di costruire, in mezzo al bush più inospitale, una casa moderna ma con pareti di paglia isolate con sterco di mucca. Lui stava scuotendo la testa.
«Ma non è poi che, con la scusa che siamo morti, tu sparisci e non ti fai più vedere, vero?» chiese lei dopo un po’.
«Non saprei…» disse lui mettendo su una faccia pensosa. «Il cielo è grande. E poi non sono sicuro che ti seguirò in Paradiso…»
«Non ti preoccupare: al momento giusto gli parlo io al Principale e lo convinco…»
«Non avevo dubbi a questo proposito.»
Nella stanza si era fatto silenzio. La televisione passava splendidi panorami della costa australiana. Il colore intenso di quel mare era entrato nella sala.
«Arancione!» fece lei all’improvviso.
«A me sembra un bel blu» disse lui distratto.
«Ma no, non sto parlando del mare! È che potremmo metterci al momento opportuno, tutti e due, ben calcato in testa, un berretto di lana color arancione, così riusciremmo a ritrovarci anche tra le nuvole… e ci riparerà pure dagli spifferi.»
«Pensi proprio a tutto, tu.»
Lei annuì soddisfatta.
Poi lui si girò a guardarla: la sua compagna di vita con il volto illuminato dal tablet come fosse un riflettore.
«Ti amo, Tesoro» le disse.
Lei posò l’iPad sulla gonna sorridendogli teneramente.
«Lo so.»
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Clark-GableAurelio era nel suo letto d’ospedale. Non c’era nessuno al capezzale. Il braccio, vistosamente fasciato, era adagiato sopra le coperte. ‘30 punti di sutura gli hanno dato‘, mi disse l’infermiera con aria compunta. ‘Sembra gli sia sfuggita la motosega mentre stava tagliando la legna‘. Ora dormiva per effetto della sedazione. Il viso era rivolto verso la parte più in ombra della stanza, la bocca leggermente storta in una smorfia che solo l’anestesia può disegnare. Stavo chiedendomi se fosse il caso di andarmene o aspettare, quando entrò nella stanza, trascinandosi dietro un’asta portaflebo, Tonino. In realtà non l’avevo riconosciuto, fu lui a salutarmi.
«Ho un brutto male, sai… dicono che non ci sia più niente da fare…» mi anticipò come per rispondere alla domanda che gli avrei fatto. Lo squadrai. Era rinsecchito come se si fosse ritratto in se stesso, con pochi capelli sulla testa, gli occhi chiari appannati, un’età indefinibile addosso. «Senti…» mi disse a bassa voce infilandosi a fatica nel letto. «Visto che sei qui. Devo dirti una cosa.»
«Dimmi» gli feci avvicinandomi.
«Sai che da quando sono in pensione mi dedico al mio hobby di impagliare gli animali…»
«Sì certo, Tonino.»
«Ecco, ecco… volevo regalare al Circolo di Lettura alcuni pezzi che mi sono riusciti proprio bene.»
«Adesso non pensare a queste cose.»
«No no, te ne voglio parlare adesso perché potrei da un giorno all’altro non conservare la lucidità sufficiente per farlo, così almeno mi han detto i medici…» Deglutii. Almeno cercai di farlo. «Ho un bellissimo cinghiale che hanno sparato là a Poggiobrusco, proprio dietro a casa tua…» seguitò «è venuto una meraviglia e ne sono particolarmente orgoglioso…» disse sbattendo la lingua sul palato alla ricerca di un poco di saliva. «E poi… e poi… ho tre galli cedrone… una rara volpe grigia, un airone cinerino e… e… diverse altre cose, che adesso non ricordo neppure più.»
«Va bene, Tonino, adesso non preoccupartene…» gli dissi posandogli una mano sulla sua che sbucava dalla manica del pigiama come fosse finta. «Ora stai tranquillo» gli ripetei non sapendo cos’altro dire. Il suo sguardo si era spento. Pareva stesse vedendo un film su uno schermo lontano. Gli occhi si erano fatti lucidi.
«E poi ovviamente c’è Clark…» mi disse all’improvviso ritornando alla realtà.
«Clark?»
«Clark Gable!»
«Sì, certo» gli dissi io «e chi altri?» come se avessi capito cosa intendesse dire.
«Quando entri in casa mia è sulla destra appena dietro l’armoire con le braccia un po’ alzate, come se recitasse, e il viso da ‘piacione’. Chissà quante volte ci sei passato davanti.»
In effetti me lo ricordavo. Vagamente. Sorrisi. «Vuoi dare al Circolo anche quello?»
«No no, per carità… stonerebbe.»
Aurelio, dietro alle mie spalle fece un lungo sospiro. Considerai in quell’istante che stavo facendo il pieno di ragioni per sentirmi depresso. Lo guardammo entrambi mentre lentamente voltava la faccia verso la finestra. Un filo di bava gli scese dall’angolo della bocca. Stava russando.
«Trent’anni fa, o forse più, stavo tornando dal mio paese, giù in bassitalia» si mise Tonino a raccontare. «Era notte e c’era molta nebbia; stavo percorrendo una stradina di campagna quando ad un certo punto ho investito un capriolo. È uscito improvvisamente dalla macchia e non l’ho visto. Accostai la macchina: mi aveva sfasciato la mascherina davanti e un faro. Imprecai perché il fuoristrada era nuovo o quasi. Poi realizzai che, dopo tutto, mi sarei mangiato un capriolo e come risarcimento non era da buttare.» Tonino mi fece segno di allungargli il bicchiere d’acqua riposto sul comodino. Bevve a piccoli sorsi.
«E allora?» lo incalzai vedendo che se la stava prendendo con calma.
«Allora, mi sono avvicinato al capriolo è mi sono accorto che non lo era affatto; era un tizio. Ed era piuttosto morto.»
«Cosa?»
«Sì, allora ero giovane e non volevo avere grane. Così l’ho caricato sul fuoristrada e l’ho portato a casa. E siccome assomigliava tanto a Clark Gable ho accentuato la sua somiglianza. Insomma, l’ho impagliato e piazzato nel corridoio di casa mia. Non se n’è accorto mai nessuno. Neppure tu. C’è chi, in tutti questi anni, l’ha usato persino come portaombrelli.»

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