Babbo tech

A nord, le nubi si stavano ammassando come enormi ali nere.
Lui sapeva bene che quando il brutto tempo arrivava da quella direzione, il cielo annunciava solo forti temporali.
E, infatti, di lì a poco, le nuvole gravide di tempesta presero a brontolare minacciose e la pioggia a diventare battente. Quando i fulmini iniziarono a squarciare il cielo, sembrava una battaglia di contraerea. Ogni volta che tuonava, veniva voglia di abbassare d’istinto la testa.
Poi, un boato fortissimo lo assordò; il fulmine era caduto vicinissimo, probabilmente sul tetto della casa. Gli era parso che i muri avessero sussultato. Il lampo indugiò così a lungo nel cielo, ramificato e sfavillante nel suo candore ipnotico, che si sarebbero potute leggere le prime righe di un romanzo.
E poi si spense tutto. Luci, lampioni, impianti.
Non si era ancora affievolito l’eco del tuono che Fëanor era già alla porta dello studio. Lui sentiva il suo ansimare alle spalle. L’aveva fatta così di corsa che non aveva più fiato per parlare.
«Dimmi, Fëanor…» disse voltandosi lentamente «hai una faccia da far concorrenza alla luna piena».
«Sì, scusi, Capo… è che… è che è successa una cosa terribile: si è fermata la linea di produzione».
«La linea di produzione?»
«Sì, quella dei giocattoli!»
«Tutta tutta?»
«Tutta tutta. Dalla prima macchina all’ultima. Compresa la stampatrice della carta regalo. È stato il fulmine. È caduto proprio qui sopra. Ed è saltato il server centrale e il cluster di monitoraggio. Le motherboard si sono fritte. Ho già controllato. C’è un odore che sembra di essere a una sagra paesana».
«Ma è un disastro! Non ce la farò mai a finire la produzione in tempo. Ma perché abbiamo comprato il server proprio in Cina? Quando arriveranno i pezzi di ricambio sarà già Carnevale».
La conversione da officina artigianale a Giocattoleria 4.0 (anche se c’era ancora chi in sede nutriva le renne con il forcone per il fieno e faceva a mano le preziose palline per l’Albero del Salone Convegni) era stata nel tempo sfiancante e costosa e questo inciampo, alla Vigilia, proprio non ci voleva.
Nel frattempo, erano giunti a dare manforte anche Ingwë, Nandor, Nimir, la dolce e irriverente Olorin, e chissà chi altri. Anche loro di corsa. Anche loro ansimanti.
“Ma com’è che Fëanor fa sempre prima degli altri a venire dal Capo?“ si chiese Olorin indispettita senza riuscire a darsi una risposta.
Tutti, comunque, premevano e rumoreggiavano, a contatto con le spalle di Fëanor. Spintonavano per poter entrare anche loro.
«Calmatevi ragazzi, adesso calmatevi… una soluzione ci deve pur essere» disse il Capo bonariamente. La sua voce calda e profonda aveva sempre l’effetto di un plaid caldo e di una tisana fumante. Ora gli aiutanti erano certi che sarebbe andato tutto per il meglio.
«Potremmo farli a mano», propose ingenuamente Olorin, sgusciando sotto i piedi di Fëanor e presentandosi al Suo cospetto. Lei notò subito che il vestito del Capo, allacciato saltando il primo bottone, era ancora più rosso di quanto si immaginava e che lui era proprio un gran bell’uomo. Avesse avuto 102 anni di più…
«Non ce la faremo mai», rispose Lui, grattandosi preoccupato la barba e tirandosi su i pantaloni che non gli stavano più sulla pancia prominente.
Ogni anno diventava sempre più stressante quel lavoro. E lui ingrassava per l’ansia. Forse se avesse mandato in giro il suo avatar digitale si sarebbe potuto finalmente godere quelle festività che aveva invece preso a detestare.
«Capo, potremmo rinunciare a fare i regali quest’anno e dare ai bambini qualcosa di diverso», suggerì Fëanor.
Lui guardò i volti ansiosi dei presenti e, per un momento, si chiese se avesse dimenticato quale fosse il vero significato del Natale. Non voleva deluderli.
Intanto, un altro tuono fragoroso riempì lo studio scuotendo i vetri. Chi era rimasto incastrato sulla soglia sobbalzò indietro per lo spavento.
«Potresti aver ragione, Fëano, dopotutto,», disse a quel punto Lui, girandosi di nuovo verso la finestra. Lo rassicurava osservare la distesa gelata davanti a sé anche se illuminata a tratti da fulmini inquietanti, come in un film horror. Stava pensando.
«Del resto» seguitò meditabondo «una volta all’anno, a Natale, il Grande Orchestratore mi concede, bontà sua, l’accesso alla Sala Destini».
Nella stanza si fece un silenzio stupito.
Che il Capo potesse entrare nella Sala Destini del G.O., anche se solo per qualche ora, era una grande novità per tutti.
«Potrei,» proseguì il Capo «sempre con la supervisione, per carità, del Grande Orchestratore, cambiare, anche se per poco, il destino dei bambini. Per dieci minuti o un’ora o persino per un giorno intero».
«E cosa succederebbe, esattamente?», chiese Olorin, che di risposte non ne aveva mai abbastanza.
«Potrei, per quel poco tempo che ho, rimettere i bambini al centro dell’attenzione delle persone: dei genitori, dei nonni, dei fratelli e persino dei loro amichetti. I bambini, a Natale, potrebbero avere un surplus di amore, riscoprire il calore vero di chi li vuole bene o dovrebbe volergliene: il sorriso di un nonno lontano, la carezza di un fratellino dispettoso, l’abbraccio di una mamma distratta dal lavoro. Non un giocattolo che si dimentica in qualche angolo della casa dopo pochi giorni, ma un momento di amore autentico che possa essere ricordato per tutta la vita».
E si immaginò per un attimo tanti bimbi felici nelle loro rispettive case, il suono delle risate, gli abbracci sinceri. Si commosse.
«È un’ottima idea, Capo», disse Nimir, infilandosi un dito nel naso.
«È una eccellente idea, che solo lei, Capo, poteva avere», gridò con eccessivo entusiasmo Nandor che aspirava a diventare il prossimo vicecapo aiutanti.
«C’è un problema però», disse Fëanor, più pragmatico, lisciandosi il ciuffo.
«Possibile che ce ne sia sempre uno, di problemi?», chiese il Capo, inarcando le sopracciglia e tirandosi di nuovo su i pantaloni.
«Il forte temporale ha bruciato anche la centralina della slitta e una renna è finita flambé. E non possiamo certo andare a piedi…»
Il Capo sorrise comprensivo.
Poi, estrasse un cellulare dai pantaloni, che subito calarono fino a terra.
«Questo basterà» e mostrò lo smartphone ai presenti. «Posso entrare nella Sala Destini anche standomene seduto in poltrona. Non ho bisogno di accedervi fisicamente».
Tutti i presenti emisero un prolungato «ooooooh».
Non si sa bene però se per il cellulare nuovo del Capo o per il fatto che lui era rimasto con addosso i soli box a decorazioni natalizie.
Lui però non se ne diede conto.
Anzi, sorrise ancora di più per poi dire soddisfatto:
«Sono un Babbo tech, io, cosa credete?»

Life-Alert

Quando squillò il telefono, pensò che fosse la moglie. Aspettava che chiamasse, di ritorno da Londra. Doveva comunicargli quando sarebbe arrivata all’aeroporto così poteva andare a prenderla. Invece era un certo “Life-Alert”. Probabilmente un nuovo servizio di allarme del Comune. Era piovuto molto nelle ultime giornate e c’erano state esondazioni dei torrenti del territorio e anche il fiume che attraversava la città aveva superato il primo livello di guardia. Era preoccupato anche per quello. Rispose. Si sentì una voce metallica, robotica, priva di umanità. ‘Neanche il disturbo di far registrare la comunicazione da un umano’. Pensò. ‘Perché rivolgersi a una macchina se poi il risultato è così fastidioso?’

Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Ore 17.51, via Bascemi, 4 Lughi – Signor Alvaro Novarnicola – stanza bagno – abitazione – arresto cardiocircolatorio – cause da accertarsi (a eventuale richiesta delle Autorità) in sede autopsia – si richiede svolgimento atti urgenti ultime volontà propri effetti personali e beni; affrettarsi comunicazione parenti e amici.
Copia presente messaggio inviata autorità competenti; medico di base, medico legale e servizi onoranze funebri allertati. Buona giornata.

Ad Alvaro vennero i sudori freddi. Che significava? Era uno scherzo? Alvaro Novarnicola era lui. Era un avvertimento per la sua morte imminente? In via Bascemi, 4? Cioè a casa sua? Fra poche ore? E cos’era questa ‘Life-Alert’? Come si era installata sul suo telefonino?
Verificò su internet. ‘Life-Alert’ era un servizio gratuito che, in via sperimentale, alcuni Comuni del Paese fornivano in bundle con l’app di sistema nazionale di allarme pubblico. Dunque, era vero? Fece qualche telefonata prima ad alcuni amici se avevano sentito parlare di un app simile (no, mai sentita) e poi direttamente in Comune. Nella casa comunale riuscì a parlare, dopo i soliti rimpalli da un ufficio all’altro, con un tecnico informatico che stava per uscire dall’ufficio per iniziare il week-end. Sì, l’app esisteva, era un progetto PNRR basato su di un chatbot gestito in via autonoma dall’intelligenza artificiale che, grazie a un algoritmo di ultima generazione, sulla base dei dati raccolti dal fascicolo sanitario elettronico dei pazienti interessati e dai dati statistici nazionali eseguiva predittivamente i calcoli di fine vita. Disse anche che però si trattava di un’app sperimentale e che non era detto che ci azzeccasse.  ‘Ma non è detto anche il contrario e cioè che sbagli’ aveva osservato lui. ‘Non saprei proprio dirglielo’ rispose il tecnico impaziente. ‘Però intanto lei è avvisato. Veda lei’. E riattaccò.
La notizia lo sconcertava. Non era pronto a morire. E chi lo è? Poi pensò che avrebbe potuto non farsi trovare a casa. Se l’algoritmo aveva ritenuto che il suo bagno fosse pericoloso per qualche strano motivo, poteva allora andare altrove e magari la predizione avrebbe potuto anche cambiare.
Con questa idea nella testa, senza pensarci due volte, si recò nella sua casa al mare, che era stata dei suoi genitori, a cento chilometri di distanza. E si sedette in giardino. Era lontano da lavandini e vasche da bagno letali. Ma anche da alberi o tegole o chissà cos’altro. Sì, avrebbe aspettato lì (fiducioso) le 17.51 di quel giorno.
Squillò il telefono.
Era la moglie. Sarebbe atterrata alle 17.50. Anzi, volle essere più precisa: alle 17.51. ‘Non posso, Tesoro la macchina non parte’. Le mentì. Nell’agitazione per quanto accaduto si era completamente dimenticato di dover andare a prenderla. ‘Cos’hai, Amore?’ gli aveva chiesto per telefono. ‘Hai una voce strana, sembri teso, tutto bene?’ ‘Mi spiace, prendi un Uber’ gli aveva detto, tagliando corto, non sentendosela di dare spiegazioni. E che spiegazioni avrebbe potuto darle, poi? E ovviamente litigò con lei. Oramai si trovava nella casa al mare e doveva seguire fino in fondo il suo piano.
Squillò il telefono.

Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Ore 17.51, via Astolfi, 12 Polvento – Signor Alvaro Novarnicola – giardino – abitazione mare – arresto cardiocircolatorio – cause da accertarsi (a eventuale richiesta delle Autorità) in sede autopsia – si richiede svolgimento atti urgenti ultime volontà propri effetti personali e beni; affrettarsi comunicazione parenti e amici.
Copia presente messaggio inviata autorità competenti; medico di base, medico legale e servizi onoranze funebri allertati. Buona giornata.

Gli si azzerò la saliva. L’algoritmo non lo mollava. Era tutto inutile, allora. Sarebbe morto comunque, in qualunque altro posto si fosse trovato, alle 17.51.
Cominciò a disperarsi e a prendere la cosa maledettamente sul serio. Si agitò. Si alzò e poi si sedette e poi si rialzò. Iniziarono a tremargli le mani. Cosa doveva fare? Morire proprio adesso? E chi ci pensava a una cosa del genere? Ci si concentrava su come pagare la rata del mutuo, sulla bega condominiale di turno, su dove trascorrere in vacanza la prossima estate. Ma non sulla propria imminente dipartita. Aveva solo 54 anni. Uno splendido lavoro, tutto sommato in salute, una vita semplice, ma piacevole, una moglie cui voleva bene, un figlio meraviglioso. Oddio, il suo marmocchio! Non lo avrebbe visto crescere e farsi una famiglia. Non era possibile!
Poi pensò che tanto valeva andare dalla moglie. Se non altro, se proprio doveva finire così, era meglio trovarsi con lei e il figlio. Li avrebbe visti un’ultima volta. Li avrebbe potuti abbracciare. Decise di telefonare alla moglie per avvertirla: la macchina adesso era di nuovo funzionante e sarebbe andata a prenderla. La moglie era sollevata. ‘Allora non era una scusa’, gli disse non riuscendo a tenere il broncio. ‘Allora mi vuoi bene’. Poi, riprendendo il suo solito umore: ‘Hai fatto l’iniezione di Losaxpan, vero? Lo sai quanto è importante che tu segua la terapia con regolarità’ ‘Certo che l’ho fatta’ la rassicurò lui mentendo, la seconda volta. Non era mai stato bravo a curarsi quando si trovava da solo. Così, prima di andare in aeroporto, fece una deviazione a casa dove, in tutta fretta, si fece l’iniezione. Farla sulla pancia ormai era diventato bravissimo. Anche se gli sarebbe servita a ben poco, visto che sarebbe morto di lì a un’ora. Ma non sopportava di aver mentito alla moglie. A volte ci si comporta davvero in modo strano sotto pressione. Arrivò in aeroporto che erano le 17.41. Mancavano solo dieci minuti al momento X. Sperava solo che l’aereo arrivasse in orario.
Squillò il telefono. Ci siamo, pensò.

Comunicazione urgente predittiva giorno 16.03.2025. Allarme rientrato. Inviata contro comunicazione a chi di dovere. Si ringrazia per la collaborazione. Se il servizio è stato di suo gradimento, assegni all’App cinque stelline. Buona giornata.

La caldaia

Puntualmente al venerdì mattina dei mesi invernali componeva il numero della casa disabitata di campagna. In previsione del fine settimana, per avere al suo arrivo la casa calda, si collegava via smartphone con la centralina e l’accendeva da remoto dalla dimora in città. Era comodo e lo faceva da diversi anni, tanto da essere diventata una semplice routine. Dieci squilli di telefono, cui seguiva un beep lungo di attesa da parte dell’impianto; una password inserita con la tastiera del cellulare, un beep lungo di risposta; da ultimo, un beep corto di conferma dell’accensione della caldaia come risposta finale alla digitazione del tasto uno. Tutto molto semplice, tutto molto rapido.
Fino a quel mattino.
Dieci squilli e…
«Sì, pronto?»
Erik rimase inebetito, in silenzio.
«Pronto, ma chi parla?» sentì ancora dire all’apparecchio.
«Ch-chi è?» chiese Erik stralunato.
«Chi è lei, piuttosto…»
«Cosa ci fa in casa mia?» insistette lui.
«Ah, sei tu… No no, ti sbagli non sono in casa tua, Erik.»
«Ma sta rispondendo dal mio telefono di casa! Chiamo subito i carabinieri.»
«Guarda che hai telefonato tu, a me…»
«…»
«Erik, non ti ricordi? Dopo dieci squilli, ti colleghi con la centralina della caldaia, no?»
«S-sì.»
«Ecco, appunto, sono la centralina della caldaia… questo dispositivo è stato recentemente aggiornato con l’Intelligenza artificiale… posso esserti utile? A che ora arrivi?»
«Alle 16…»
«Bene, troverai la casa calda, come sempre. Facciamo 20° al pian terreno e 22° al piano superiore? Fino a quando non rifarai il tetto coibentato dovrò pompare più calore al primo piano perché sia confortevole… e questa significa che consumerai più gas… contento tu…»
Passarono così alcune settimane. Erik inseriva i dati rapidamente per evitare di perdere tempo a “parlare” con la caldaia. Cosa che trovava, peraltro, imbarazzante.
Poi un giorno la caldaia andò in bloccò e ai dieci squilli, non solo non rispose in automatico la centralina, ma neppure ci furono i beep di consenso di un tempo. Solo un silenzio tombale.
«Non so cosa sia successo… non parte più…» disse Erik sfiduciato al tecnico dell’assistenza che aveva dovuto chiamare. «Ho cercato anche di riarmare manualmente, ma…»
L’uomo senza dir nulla tirò fuori dal borsone a tracolla una console che collegò con spinotti colorati e cavi alla centralina. Fece un po’ di verifiche, con led colorati che lampeggiavano asincroni, dati luminosi che apparivano e sparivano sul display come fosse una centrale nucleare… E, dopo una decina di minuti, spense soddisfatto la console e riavviò la caldaia.
«Era effettivamente andata in blocco…» sentenziò il tecnico mettendo via l’apparecchiatura e sventolando la fattura sotto il naso del cliente.
«Caspita che conto… e per soli dieci minuti?» fece Erik non capacitandosi dell’importo.
«Già… per soli dieci minuti!» disse il tecnico con un mezzo sorriso crudele incamminandosi verso il furgone. Quindi, prima di salire, si girò.
«Oramai questi dispositivi sono tutti equipaggiati con l’intelligenza artificiale dell’ultima generazione. Sa, quella che ora emulano persino i sentimenti degli esseri umani.»
«Sì, ne avevo sentito parlare. E allora?»
«E allora ogni tanto si faccia sentire…»
«Io la dovrei chiamare?» chiese sorpreso Erik.
«No, non me. Deve parlare con la centralina della caldaia. Le chieda come sta, si finga interessato… insomma la faccia sentire importante.»
«…»
«È la centralina che le ha messo il blocco sulla caldaia, sa?» chiarì il tecnico che vedeva la faccia sbalordita del cliente. «Si deve essere sentita trascurata in questi ultimi tempi perché non ha più voluto parlare con lei, come risulta dal log di sistema, e si sarà offesa. Dia retta a me…» fece mettendo la borsa nella parte posteriore del furgone. «Se non vuole pagare interventi così costosi, come dice lei,… ogni tanto la chiami… anche solo per fare due chiacchiere.»

L’uomo che fuma

Paolo andava di fretta, come al solito. E dire che avrebbe avuto tutto il tempo per procedere a passo lento. Aveva infatti puntato la sveglia con congruo anticipo, giusto per fare le cose con calma, secondo i suoi ritmi. Ma era più forte di lui: non appena il portone di casa sbatteva forte dietro alle sue spalle, gli prendeva la frenesia di arrivare in stazione il più presto possibile. E così si trovava a camminare svelto, in modo meccanico, qualunque ora fosse. Come quel giorno.
Dopo aver attraversato la piazza, all’altezza del Bar del Cinghiale ancora chiuso, intravide nella semioscurità un uomo che, in piedi, stava fumando una sigaretta. Non che potesse essere inusuale che qualcuno fosse in attesa che il bar aprisse, ma perché era tutto sommato troppo presto persino per quello; era, piuttosto, l’ora dei netturbini distratti, dei solerti fornitori di brioches ancora calde, degli oscuri pulitori di strada, visto che i nottambuli irriducibili erano appena andati a letto e i turisti di giornata ancora non avevano abbandonato il confort delle loro stanze d’albergo.
Ma l’uomo che fumava lo guardava fisso, con insistenza, come se reclamasse di essere notato. E invece Paolo gli passò davanti senza incrociare il suo sguardo, facendo persino  il minor rumore possibile con i tacchi delle scarpe, come se potesse diventare all’improvviso davvero invisibile.
Percorse tutta la via, senza voltarsi, anche se il disagio per quello sguardo inopportuno gli si era appiccicato addosso. Superò la gelateria, anch’essa chiusa a quell’ora, superò il monumento equestre al Gattamelata con sulla testa il grasso piccione di turno.
Poi si accorse che sul marciapiede di fronte, c’era una coppia di persone che lo fissava attentamente. Cominciò a preoccuparsi. Vide con la coda dell’occhio che la donna bisbigliava qualcosa all’orecchio dell’altro. L’uomo aveva preso a indicarlo.
Paolo accelerò ancora. Traguardato lo spigolo del palazzo nobiliare dei Gentiloni-Severi s’imbatté in un gruppo di persone che, vedendolo, si alzò dai gradini per andargli incontro. La stazione ferroviaria era ormai vicina, ma non voleva mettersi a correre. Sarebbe stato come ammettere di avere paura. E a lui non piaceva avere paura.
Ma le persone che presero ad avvicinarsi, adesso, erano sempre di più. Sbucavano da ogni dove, come se fosse la sua stessa angoscia a partorirle. Uomini, donne, persino bambini. Tutti lo squadravano con intensità, la faccia seria, imbronciata, quasi dolente.
Ecco la stazione. Si disse a voce alta per rincuorarsi.
Oramai attorno a lui si erano formate due ali inquietanti di persone che gli stavano lasciando libero solo un corridoio talmente  stretto che, se avessero voluto, avrebbero potuto aggiustargli la cravatta.
«Cosa volete?» si mise a gridare. «Lasciatemi in pace… non avete nient’altro di meglio da fare?»
Nessuno gli rispose. Il loro volto, i loro occhi, le labbra serrate erano la loro risposta.
Riuscì a raggiungere finalmente l’atrio della stazione. Era vuoto, come era normale che fosse a quell’ora. Anche se si sarebbe aspettato che non lo fosse affatto, considerate quante persone aveva incontrato fino a quel momento. In realtà, notò ben presto, non c’erano neppure altri passeggeri, né il personale ferroviario né un addetto alle pulizie. Il varco per controllare i biglietti non era presidiato. Lo oltrepassò di corsa e, arrivato nello spazio antistante i binari, si accorse che i display dei cartelloni elettronici erano spenti. Ma ciò che più era grave era l’assenza totale dei treni.
«Oddio, cosa è successo? Adesso come farò a raggiungere l’ufficio?»
Forse tutta quella gente che aveva incontrato voleva avvertirlo. Forse loro sapevano cosa era accaduto o cosa stava per accadere.
Senza pensarci un attimo tornò indietro.
Fuori dalla stazione non c’era però più nessuno.

Poi la moglie lo scosse da sotto le coperte.
«Svegliati, Paolo, svegliati. Non ti deve essere suonata la sveglia. Fai presto o perderai il treno.»

Una serata no

Si era ripromesso di fare benzina il sabato. Il serbatoio era proprio a secco. Ma voleva che fosse il benzinaio a farla. A lui scocciava trafficare con la pompa del distributore che poi lasciava sempre un cattivo odore nelle dita senza contare che la pistola era sempre unta.
Poi si era messo a piovere forte e, nella pigrizia di aspettare che migliorasse, ora dopo ora, era arrivato il momento della chiusura dell’esercizio. Sicché si era arreso all’idea di farla al self-service, il giorno dopo, prima della partenza.
Alla domenica dopo cena, se solo fosse stato possibile, pioveva ancora più forte. Oramai il momento di partire era arrivato e non c’erano più scuse.
Quando scese dalla macchina si accorse di essere probabilmente l’unica persona in giro sotto quella pioggia insistente. Si era anche alzato un vento teso che sul piazzale della stazione di rifornimento aveva fatto rotolare ed aprire alcuni sacchi della spazzatura che non avevano trovato posto nel bidone; scatolette, resti della cena, bottiglie schiacciate di plastica si rincorrevano in un gioco malinconico di inquietanti mulinelli.
Tirò fuori la banconota che il vento cercò di strappargli dalla mano. Un lampo, come un enorme e accecante flash, sembrò voler immortalare l’attimo. Attese il tuono che tardò ad arrivare. E quando deflagrò parve sorprenderlo per la violenza del rumore. Prima crepitò nell’aria, quasi dovesse prendere la rincorsa, e poi esplose sopra di lui con una tale potenza che lui abbassò istintivamente la testa per evitare schegge immaginarie anche se l’ampia tettoia in laminato lo metteva al sicuro dalla pioggia fitta e obliqua. Il cartello basculante con scritto “APERTO”, martoriato dal vento, non cessava di cigolare.
Fece scivolare la banconota nella fessura apposita; la macchina fece un paio di tentativi per raddrizzarla e saggiarne la validità e poi la ingoiò con soddisfazione nascondendola nella sua pancia fredda. Lui schiacciò sul display il tasto corrispondente all’erogatore e, in quel preciso istante, come se le due azioni fossero state collegate, tutte le luci della stazione di servizio si spensero. Il buio si prese la colonnina, la sua auto, la piazzola della stazione e il mondo intero gettando lui nell’estraniamento più totale; attorno solo il rumore della pioggia battente che cresceva con forza.
Si voltò in giro, nella speranza che i suoi occhi si abituassero al buio, ma riusciva a distinguere solo ombre confuse. Gli venne un brivido di freddo. Decise di rientrare in macchina; almeno lì si sarebbe sentito al sicuro. Ma fece appena in tempo a fare un passo di lato che si riaccesero le luci al neon e le spie luminose. Si sentì distintamente il suono dei reset delle pompe e dei dispositivi elettronici; ma sul display della colonnina era sparita l’indicazione del suo pagamento: il computer invitava a inserire una banconota per ottenere carburante. Si fece prendere dal nervoso e assestò un paio di manate alla colonnina, avvertendo però solo la sua superficie gelida e inospitale che lo respinse come una corrente elettrica.
«Serve aiuto?» sentì dire alle sue spalle.
Ebbe un sobbalzo. Dietro a lui, sotto un ombrello malandato, c’era un uomo il cui volto non si intravvedeva per il cappuccio tirato sulla testa. Non lo aveva sentito arrivare.
«Sono il gestore della stazione di servizio e abito in quella casa là» fece indicando un punto buio alla sua destra. «È già un po’ che la osservo. È in difficoltà?»
«In un certo senso…» gli rispose «…ho inserito una banconota da 50 euro, ma poi è andata via la luce e il display si è azzerato.»
«Non è uscito lo scontrino che le comprova la mancata erogazione del carburante?» chiese il gestore esaminando meglio la colonnina. Ora si vedeva meglio che si trattava di un uomo anziano, le rughe sul volto a testimoniare una vita trascorsa all’aperto.
«No. Avrebbe dovuto?»
«Sì, senza lo scontrino non potrà avere il rimborso…»
«Ma se ora lei apre la cassettina dei soldi troverà sicuramente il miei 50 come ultima banconota…»
«Non funziona così, purtroppo… anche se la trovassi, e non ho dubbi che ci sia, non potrò mai giustificare con la Compagnia il suo rimborso senza una pezza giustificativa…»
Lui rimase senza parole. «Ma è una fregatura ai danni del povero utente… io i soldi ce li ho messi!» commentò dopo qualche attimo.
«Non le faccio io le regole, signore, se dipendesse da me…» fece l’uomo allargando il braccio libero dall’ombrello.
I due si guardarono comprendendo che la discussione tra loro era già terminata.
«Gran brutta serata, vero?» aggiunse il vecchio dopo un po’ per vincere quella sorta di imbarazzo che si era venuto a creare. «Mi spiace davvero…» disse ancora riprendendo la strada di casa. Di lì a poco sparì sotto lo scrosciare della pioggia.
Lui rimase ancora per un po’ seduto in macchina cercando di ricordarsi dove fosse il bancomat più vicino. Restò in ascolto della pioggia come per avere un suggerimento sul da farsi. Poi mise in moto e partì.
Nel frattempo, la pioggia si era attenuata, tanto che di lì a poco smise del tutto, facendo piombare la stazione di servizio in un silenzio innaturale.
E in quel silenzio, si avvertì un ronzio: la colonnina aveva appena vomitato lo scontrino.