Non è mia intenzione scrivere un elogio alla solitudine.
È facile finire con il fare un discorso generico già mille altre volte sentito. Diciamo, piuttosto, che desidero spiegare perché per me è stata una buona compagna di vita (vedi anche –> Pregi e difetti di un blogger).
Fin da quando ero ragazzo l’ho sempre infatti ricercata. Non come condizione permanente di estraniamento dal mondo (sub specie di isolamento) o come desiderio di rifiutare il mio ambiente di relazioni interpersonali, quanto piuttosto come necessità di stare bene, di stare meglio.
Ma entriamo in argomento.
La solitudine come la vedono gli altri
Molto si è scritto sulla solitudine anche in modo piuttosto colto. Segnalo:
- Solitudini di Paolo Crepet;
- La solitudine del cittadino globale di Zygmunt Bauman e G. Bettini;
- Kintsugi. Ripara le ferite dell’anima e rendi prezioso ogni istante della tua vita di Selene Calloni Williams.
- Un antidoto contro la solitudine. Interviste e conversazioni di David Foster Wallace, Stephen J. Burn, e altri.
- L’invenzione della solitudine di Paul Auster.
Sul web, invece, ho trovato altri spunti interessanti, per cui segnalo:
- L’elogio della solitudine di Fabrizio De André rimarchevole in particolare là dove si dice: “mi sono reso conto che un uomo solo non mi ha mai fatto paura, invece l’uomo organizzato mi ha sempre fatto molta paura“;
- 15 frasi memorabili sulla solitudine dove evidenzio l’aforisma fulminante di Charles Baudelaire che scriveva: “Siamo sempre, tragicamente soli, come spuma delle onde che si illude di essere sposa del mare e invece non ne è che concubina” o l’aforisma di William Shakespeare che scriveva: “Odio coloro che mi tolgono la solitudine senza farmi compagnia“;
- L’elogio alla solitudine per approfondire il concetto della solitudine per distinguerlo da quello dell’isolamento.
La solitudine per me. Innanzitutto riallineamento

La solitudine per me, l’isolarmi ogni tanto dopo una eccessiva sovrapposizione “sociale” (per lavoro o per rapporti interpersonali, che siano di famiglia o amicali) è innanzitutto un modo per riallinearmi con me stesso, come se dovessi necessariamente “rimettere a posto” tutte quelle cose che, dentro di me, si sono “spostate” o che ho dovuto spostare per stare insieme agli altri, condizione che, evidentemente, non mi fa sentire naturalmente a mio agio.
Stare insieme agli altri mi implica infatti uno sforzo non spontaneo di adattamento come se in mezzo alle persone dovessi essere ‘diverso’ da quello che sono. Stare insieme alle persone è per lo più come dover parlare una lingua che non è la mia lingua-madre, come assumere un’immagine riconoscibile e accettabile dagli altri ma che non è la mia naturale; è uno sforzo che per me è energivoro e sul lungo periodo stressante.
E nel riallocare le mie risorse nella nicchia della solitudine, trovandone persino di nuove, provo finalmente serenità, calma e (ri)equilibrio.
La solitudine per metabolizzare il vissuto
Ed è anche un modo per metabolizzare il vissuto, per “ruminare” su quanto mi è accaduto, ma non per cadere in un pernicioso loop di pensieri negativi, bensì per prendere le distanze oggettive da emozioni e sentimenti provati qualunque essi siano stati. Ciò consente di cristallizzare il ricordo, di riviverlo, di filtrarlo e farlo mio, dandogli un significato o non dandoglielo affatto per avviarlo in quest’ultimo caso al dimenticatoio.
La solitudine come luogo di pianificazione
Ma la solitudine è anche un luogo ideale per progettare il futuro, per pianificarlo, per anticipare i desideri, per assecondare aspettative e agevolare la nascita delle possibili soluzioni. È un laboratorio di rinnovamento, di comprensione delle opportunità e delle potenzialità dell’oggi. Un laboratorio di incubazione, ma anche di trasformazione esistenziale.
La solitudine come luogo di autoascolto

È infine un modo per mettermi in ascolto di me stesso, per perdermi nei miei pensieri, come fossero liane cui appendersi per spostarsi da un albero all’altro e andare in giro per tutta l’immensa foresta. È un raccogliermi per scendere nel mio mondo, per stare con me stesso, ma non come esercizio di narcisismo o di bieco egocentrismo, ma per sentirmi in sintonia con il mio stare al mondo, per pensare, osservare e riflettere sul mondo che mi circonda.
Nuovi pensieri si nascondono dietro vecchi pensieri, nuove idee nascono da vecchie idee interrotte o non realizzate, nuovi insight emergono improvvisi e non correlati in una sorta di flusso ricorsivo e di fluttuazione della riflessione intima.
Sprofondo così in una sorta di rêverie di immagini, che si alternano a getto continuo, che si muovono come quinte in un teatro, dove l’una sfuoca nell’altra e ne genera di nuove in un naufragio leopardiano sanificante e ristoratore che mi guarisce, fortifica e lenisce.
Ecco, tutto questo è per me la solitudine.
