«Cosa fa quel signore, maman?»
La bambina, vestita come fosse una bambola d’altri tempi, un fiocco rosa tra i capelli e le trecce ben separate dietro la nuca, era seduta composta al tavolino di uno dei bar più storici della città. La madre, davanti a lei, spilluzzicava la brioche in pezzetti più piccoli sperando forse che, in questo modo, le piccole porzioni di dolce non la facessero ingrassare.
«Come dici, chérie?»
La madre era fresca di parrucchiere, anche se, a dir la verità, non c’era giorno che non lo fosse. Il trucco era il sapiente risultato di una prolungata sessione davanti allo specchio anche se, da qualche anno, non le era più tanto semplice coprire la rughe d’espressione e i segni del tempo. Anche i massaggi e i filling le davano oramai una tregua poco duratura. Le labbra, quando non in movimento per via della brioche, avevano poi una impercettibile piega all’ingiù di chi è sdegnosamente annoiato della vita.
«Maman, posso indicarlo? O non si fa?» chiese la bambina che poteva avere una decina d’anni. «È là, sulla piazzetta, fermo e immobile, da dieci minuti che pare un sasso. Si sentirà male?»
La madre girò il volto con noncuranza giusto per una rapida occhiata.
«È un clochard, ma petite… o forse un’artista di strada. Non ti curare comunque di lui. Il cappuccino ti si sta raffreddando. Bevilo o faremo tardi.»
«Un clochard?»
«Sì, un vagabondo…»
Un uomo, in là con gli anni, stava effettivamente in piedi sullo spiazzo di pietra grigia antistante il Café Momus. Aveva una postura che si sarebbe detta innaturale. Era infatti rigido, come bloccato sull’attenti, lo sguardo fisso regolato sull’infinito mentre i passanti frettolosi, provenienti da entrambe le direzioni sul marciapiede nord di Rue des Martyrs, lo evitavano all’ultimo momento. Era in giacca e cravatta, entrambe di fattura piuttosto antiquata; un impermeabile logoro copriva la figura fino ai piedi contribuendo ad assegnargli un aspetto trasandato. Uno sturalavandino, ben piazzato sulla testa, ne completava l’insieme.
«Quando abbiamo finito qui gli diamo qualcosa, maman?»
«Tu intanto finisci quel che hai davanti, chérie» rispose lei mentre controllava distrattamente il cellulare.
E non appena si alzarono la bambina insistette per passare davanti a quell’uomo un po’ strano. ‘Ha bisogno di aiuto’ aveva detto la piccola per convincerla. La madre si inteneriva sempre nel constatare quanto la sua piccina fosse ancora tanto ingenua. Nonostante ciò, seguì la figlia controvoglia e di fronte all’uomo, irrigidito come una statua di sale, tirò fuori il portafoglio griffato come dovesse assolvere a un dovere inevitabile. Stava per consegnargli del danaro quando si accorse che non aveva davanti a sé alcuna ciotola o cappello per raccogliere i soldi.
«Che cosa vuol dire ‘gnomone’, maman?» chiese la bambina indicando il cartello che il signore aveva al collo e che si intravvedeva da sotto l’impermeabile.
La madre non sapeva che rispondere.
«Non sono qui per chiedere l’elemosina, Signora…» disse un po’ risentito lui che aveva capito le intenzioni della donna. «Svolgo un servizio pubblico: solo lo ‘Gnomone’ della città…je suis une méridienne humaine, Madame» chiarì con un forte accento di Brest o di Quimpec.
«Cioè?» chiese divertita la bambina che avrebbe volentieri portato con sé il vecchietto per giocarci insieme, tanto le faceva simpatia.
«Sono una meridiana umana» ribadì «e segno l’ora esatta con la luce del sole. Gli orologi, sia quelli meccanici che digitali, prima o poi si fermano, mentre la meridiana umana no. C’è sempre bisogno di sapere che ora è. Il passato non esiste più e il futuro non c’è ancora. Esiste solo il presente. E io aiuto la gente a contestualizzarlo dal punto di vista temporale» declamò senza muoversi e continuando a guardare davanti a sé come se parlasse a una telecamera che lo riprendesse da Rue de Navarin.
La donna non era sicura di aver capito bene quello che l’uomo aveva appena detto. ‘Adesso anche i barboni fanno gli intellettuali. Mon Dieu, dove andremo a finire?‘ pensò lei facendo una smorfia di disappunto che le riuscì però solo a metà per via dell’ultimo botox. Poi vide che lui si trovava proprio in mezzo a un cerchio da cui si dipartivano, disegnate sulla pietra, delle linee a raggiera. Nei punti di intersezione con una ideale circonferenza spiccavano sgargianti dei numeri. L’ombra della sua figura, e ancor più dello sturalavandino che aveva sulla testa e che fungeva da indicatore come una lancetta, segnava esattamente l’ora di quel momento.
Madre e figlia si guardarono stupite.
In quel mentre arrivò una ragazzina, anche lei vestita in modo modesto. Si piazzò con grande solerzia un po’ più avanti rispetto all’anziano.
«Scusami nonno, oggi ho fatto tardi. Sai com’è la mamma…» avvertì la ragazzina sistemandosi un poco più avanti. Appena ebbe raggiunta la sua posizione rimase improvvisamente immobile come si fosse compenetrata in una parte prestabilita. Anche lei aveva uno sturalavandino sulla testa, pur se più piccolo di quello del nonno, e ruotava lentamente su se stessa.
«E tu cosa fai?» chiese in modo candido la bambina rivolgendosi a lei.
«Lui segna le ore…» spiegò la ragazzina gentile, alludendo al nonno alle sue spalle, «mentre io i minuti.»
La madre riguardò l’ora segnata dall’ombra dell’uomo.
«Mais quel dommage… Mi hai fatto fare proprio tardi, chérie… andiamo…» fece strattonando un poco la bambina. Lei la seguì senza fiatare. Ogni tanto si voltava però indietro: l’ombra della nipote si intersecava perfettamente, roteando, con quella del nonno.
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Noah
Viveva nel tombino H4/837SP-5. Così almeno c’era scritto a rilievo sulla fusione in ghisa. Freeber Fonderie 1992, c’era anche inciso.
H4/837SP-5, Freeber Fonderie 1992, Lughi.
Se gli avessero scritto una lettera con quell’indirizzo chissà se sarebbe mai arrivata a destinazione. Si chiese Noah, disteso sul suo pagliericcio di trucioli, le mani dietro la nuca. Il postino ci sarebbe però diventato sicuramente matto a trovarlo. Il tombino, si intende. Lui abbozzò un sorriso in quel buio malato.
Era un tombino anomalo oltretutto perché era abbastanza ampio da far passare le sue spalle larghe. E non aveva un pozzetto: dava piuttosto su una camera sotterranea di pochi metri quadrati che era calda d’inverno per il passaggio di tubature condominiali del palazzo vicino e fresca d’estate per non batterci mai il sole. Si trovava infatti all’interno della stazione ferroviaria della città e questo faceva sì che si mantenesse anche asciutta. L’ideale insomma per viverci. Da barbone, si intende. E qui non sorrise affatto, pensandoci. Probabilmente anni prima si trovava all’aperto, sulla piazza antistante; ma con l’ampliamento della pensilina sul lato sud del complesso la copertura era stata tale che l’unica acqua che ora arrivava era quella della pulitrice dell’addetto. Passava sopra il tombino una volta soltanto nei giorni feriali e unicamente per pochi secondi, intorno alle sei del mattino. Neanche il tempo per far scendere qualche goccia.
E così Noah vi aveva eletto la sua dimora.
Nessuno si era mai accorto di lui quando per la cena risaliva di notte, come uno spirito maligno partorito dalla terra, per andare a frugare nei cestini prima che li svuotassero. Il cestino legato al pilastro a lui maggiormente vicino era il più generoso. Era quello infatti della zona commerciale, dei negozi e dei fast food. Ci si trovava di tutto. Pezzi di pizza, hamburger, dolci e pane. Una sera persino un grasso topo affamato che gli strappò di mano quel che rimaneva di un toast prosciutto e formaggio per poi fuggire a zig zag tra le macchine in sosta. E poi lui andava a dissetarsi nella vasca della fontana dei Fauni. Non era tanto pulita, lo sapeva bene, e puzzava di cloro. Ma lui ci era abituato. Bastava solo non badare troppo a cosa ci finiva dentro.
Ogni tanto giù dal tombino cadevano anche cicche accese, a volte qualche sputo, una volta cinquanta centesimi. Un giorno cadde una pastiglia. Aveva un’aria misteriosa quella pastiglia. Per quel colore strano, l’aspetto rugoso e per la lettera che vi era impressa. La incartò, come fosse una cosa preziosa, e la ripose in un anfratto del muro. Un giorno che si fosse sentito particolarmente giù l’avrebbe presa, qualunque cosa fosse stata. Per sballare di brutto o per il mal di testa o i dolori da mestruazioni; poco sarebbe importato, si intende.
Poi quel giorno di depressione, qualche settimana dopo, arrivò. Si prese una bella sbornia con tutti i rimasugli di birra che aveva pazientemente raccolto qua e là negli ultimi mesi. Furono sufficienti pochi sorsi per catapultarlo in un mondo di silenzio appiccicoso popolato da fantasmi agghiaccianti. Sarebbe rimasto in quello stato di sopore per un giorno intero, lo sapeva bene, ed era meglio così in giorni simili. Che si impiccassero tutti. Pensò constatando con la lingua che gli si stava staccando un molare. Compresa sua madre che lo aveva messo al mondo, si intende. E al beverone stantio aggiunse come leccornia la preziosa pillola. Se fosse stato fortunato avrebbe potuto farsi anche un bel trip.
«Sei proprio sicuro che dobbiamo fare così?» disse il muratore all’altro.
«Certo, ne ho parlato con il capomastro. E va terminato anche entro questa sera.»
«Ma che senso ha stendere qui una soletta di cemento?»
«Ci devono fare un parcheggio per i taxi. E poi cosa ti devo dire? Ho smesso di discutere con gli ingegneri… lo sai, hanno sempre ragione loro!»
«E per il tombino?»
«Ci buttiamo sopra del cemento a presa rapida e stendiamo una specie di tappo. Poi, appena asciutto, ci rovesciamo il cemento per la soletta. Anzi guarda. Portiamoci avanti. Lo faccio subito.»
E questo mentre, due metri sotto i loro piedi, nella sua tranquilla ‘abitazione’, Noah era già da tempo nel mondo degli incubi per l’alcol e la potente benzodiazepina che aveva ingoiato. Non si sarebbe svegliato se non l’indomani mattina.
Io conosco il tuo segreto
Addossato alla serranda di un negozio chiuso, l’uomo era seduto circondato da stracci e cartoni. Non aveva più di quarant’anni anche se era difficile dargli un’età precisa. I capelli e la barba erano incolti e impastati di sudore rappreso e in bocca gli mancavano diversi denti davanti. Poco distante, un cane, sdraiato accanto a lui, in una posizione che pareva innaturale, aveva gli occhi chiusi e le orecchie abbandonate sul pavimento. Il bicchiere ammaccato della Coca-cola, davanti a loro, doveva essere vuoto.
Di solito, non si lasciava coinvolgere da scene simili. Un po’ per assuefazione, un po’ per disinteresse. Ma questa volta lo aveva colpito il modo di fare assente dell’uomo come se vivesse in una sua bolla irraggiungibile e il bicchiere davanti a lui fosse l’unico contatto con la realtà.
Così gli si avvicinò facendo cadere una moneta nel bicchiere che, per il contraccolpo, si spostò un poco all’indietro. Il cane rizzò le orecchie senza aprire gli occhi, ma subito pigramente le riabbassò. Si stava rialzando dalla posizione china quando il barbone in modo fulmineo lo trattenne per un braccio, lo guardò intensamente negli occhi, e gli disse:
«Io conosco il tuo segreto.»
Lui si ritrasse infastidito per quel contatto. Stette per qualche secondo a rimirare l’uomo seduto davanti a lui come per avere una spiegazione, ma il barbone aveva ripreso la sua aria disincantata.
Mentre si dirigeva verso a casa si sentì turbato da quanto era accaduto. Com’era possibile che fosse stato riconosciuto? Erano oramai passati dieci anni da quando si era trasferito in quella città facendo perdere le proprie tracce. E poi era sicuro che quando era successo quel fatto non c’era nessuno nella via. Sì, era sicuro. O quasi. In verità, a pensarci proprio bene, lui aveva sempre avuto la sensazione che nel buio, ci fosse nascosto qualcuno. Forse dopotutto la donna non era sola quella notte, forse qualcuno l’aveva accompagnata fin lì o, semplicemente, era stato presente in modo fortuito. Non riusciva a perdonarsi di essere scappato subito dopo. Avrebbe dovuto sincerarsi di essere davvero solo. Ora non sarebbe nelle mani di un testimone.
Già, un testimone oculare. Poteva significare la differenza tra la libertà e l’ergastolo, Era evidente che quell’uomo voleva ricattarlo viste le sue attuali condizioni di vita. Anzi, forse lo aveva anche seguito fino a casa. Ma che stupido! Come mai non ci aveva pensato prima? Ora gli aveva anche fatto capire dove poteva contattarlo scoprendo persino come si chiamava.
Scese trafelato in strada. Fece alcuni giri intorno all’abitato. Le strade erano deserte. Certo, pensò, ora che aveva quell’informazione quel tizio se ne era già andato meditando probabilmente sulla prossima mossa da fare. Si maledisse per tanta ingenua imprudenza. Era evidente che aveva perso, invecchiando, tutto il suo smalto.
Per qualche giorno non andò a lavorare. Doveva rifletterci sopra. Che doveva fare? Cambiare di nuovo città? Sentire cosa aveva da chiedergli quell’uomo? Doveva sopprimerlo senza tanti complimenti? Oppure farlo sopprimere? Dopo tutto aveva ancora delle conoscenze in quel campo.
Poi decise di affrontarlo.
Imboccò la sotterranea fino alla piazzetta con i negozi. Lo cercò con lo sguardo ma non c’era. Se ne era andato. Qualunque cosa avesse voluto da lui vi aveva rinunciato. Non aveva avuto il coraggio di organizzare un ricatto. O forse lo avevano semplicemente arrestato. Ma chi era, dopo tutto? Qual era il suo passato? Chi vive per strada è disperato, certo, ma ha anche imparato l’arte della sopravvivenza.
Proseguì la sotterranea deciso a buttarsi alle spalle quella brutta esperienza. Quando lo vide. Si era solo spostato. Era nella stessa posizione dell’altra volta, con il cane disordinatamente accucciato ai suoi piedi. Ora l’uomo aveva un’aria spaurita e indifesa. Tutto sommato non sarebbe stato difficile avere la meglio su di lui. Pensò.
Si fermò un attimo per raccogliere le idee. Che cosa avrebbe potuto dirgli? Avrebbe improvvisato; sicuramente lo avrebbe minacciato facendogli vedere la Glock che spuntava dalla cinta dei pantaloni. Non c’era da scherzare con un tipo come lui.
Nel frattempo, poco distante, notò un uomo che stava dando del danaro a un bambino che, tagliato il flusso incessante di gente da e per la stazione, si avvicinò al clochard mettendo la moneta nel bicchiere di Coca-cola. Il cane tirò su la testa per poi riabbandonarsi al suo sonno artificiale.
Il bambino si stava allontanando quando l’uomo lo prese all’improvviso per un braccio e, guardandolo fisso negli occhi, gli disse:
«Io conosco il tuo segreto.»
Nella pancia del drago
Passava sempre di lì a quell’ora della sera. Aveva imparato a sentire a un certo punto la brezza del mare che veniva su ad abbracciare la costa, subito dopo un grosso masso dal dorso massiccio e ben levigato. I ciottoli sotto le sue scarpe dalle suole fini, in quel punto, diventavano grossi e rotondi. Anche l’erba si faceva profumata. Ci doveva essere un qualche arbusto odoroso nella scarpata là sotto perché soprattutto quando era in fiore veniva una fragranza intensa che gli ricordava l’infanzia.
Avrebbe fatto solo ancora qualche passo per incontrare la porta in ferro che chiudeva un vecchio bunker per poi prendere per il sentiero di lato a strapiombo sugli scogli. Era lì, dopo un centinaio di metri, che aveva trovato una torretta probabilmente dell’antiaerea dell’ultima guerra dove, al riparo dall’umidità e dal freddo, avrebbe potuto trascorrere la notte. Allungò la mano ma si accorse che la porta in ferro era in realtà aperta.
‘Strano’, pensò ‘è la prima volta che succede. Se potessi fermarmi dentro al bunker almeno il vento non lo sentirei per tutta la notte’ si disse.
«C’è nessuno?» urlò con il suo forte accento slavo sporgendosi all’ingresso. Da come aveva riecheggiato la sua voce non era più sicuro che si trattasse davvero di un locale in cemento. Pareva più un tunnel. «Ehi, c’è nessuno qua sotto? Sono armato… polizia…» gridò ancora.
Di solito quelle parole spaventavano i più sprovveduti e nessuno comunque era mai venuto a contestargli, a lui che era un barbone vecchio e cieco, se fosse o non fosse armato o appartenesse o meno alla polizia. Non sentì alcuna risposta se non l’eco lontano delle sue parole.
‘Sì, sì’ considerò: ‘è una galleria e anche molto lunga’.
Si introdusse strisciando il muro di destra. Era fatto di mattoni lisci e consunti. Le pareti erano asciutte e non vi erano cattivi odori né muffa; a una decina di metri dall’imboccatura già non si sentiva più né il mare né il vento, solo il suo respiro e il battito del cuore. Non faceva neppure freddo.
Si sedette. Era terra riportata, compatta. Vi appoggiò lo zaino logoro e ne cavò lentamente la coperta di lana. Si stese e si coprì. Erano anni che non si sentiva in quel modo: al sicuro, protetto.
‘Come nella pancia di un drago’ commentò ad alta voce, cercando di dare alla terra la forma del suo corpo.
‘Però nella pancia del drago non ci si può sentire protetti…’ obbiettò subito dopo, sorridendo nel buio.
‘Certo che sì’ si disse ancora alla fine, convinto: ‘se il drago fosse mio’. E si addormentò.
Dopo qualche ora avvertì un rumore in lontananza che non aveva mai sentito e che lo destò. Si drizzò sul busto e diresse le orecchie verso il suono.
‘Non è una macchina e neppure un treno…’ Scosse la testa preoccupato e si alzò.
La volta era alta come lui, ma era troppo stretta per un veicolo, a meno che non fosse un carrello. Ma i binari non c’erano. Non capiva. Quel rumore non sembrava legato all’attività dell’uomo e poi, anziché diminuire, stava crescendo. Era come ipnotizzato. Rimase fermo, ad ascoltare, trattenendo il respiro.
‘Ma cosa può essere?’ si chiese di nuovo.
Fu quello il momento in cui si sentì afferrare con forza per il bavero. Qualunque cosa l’avesse preso aveva un’energia risoluta e invincibile. Si fece trascinare sul dorso senza reagire come fosse un animale appena abbattuto. Pregava solo che finisse presto perché gli doleva tanto la schiena. All’uscita dalla galleria fu buttato malamente da una parte come un sacco vuoto.
«Cosa credevi di fare brutto idiota?» gli urlò contro un uomo. Dalla voce potente e grave doveva essere un tizio grosso e ben piantato. «Ma tu lo sai cos’è uno scolmatore? Uno SCOLMATORE?!?» aggiunse con lo stesso tono.
Il barbone, che si sentiva ancora indolenzito, diresse il volto verso la fonte di quella voce per sentirne meglio le vibrazioni sulla faccia. E fece no con la testa.
In quello stesso istante un muro d’acqua uscì prepotente dalla galleria; era scura, vorticosa, screziata di schiuma. Si convogliò sicura e prepotente nel canale di spurgo davanti a sé divorando sassi, piante e rumori. Il frastuono era sordo e incontenibile e il suo ruggito di belva rabbiosa fece tacere la risacca del mare.
Il vecchio lentamente si rialzò. Non aveva nulla di rotto anche se gli faceva male una gamba. L’uomo che lo aveva salvato doveva essere andato via perché non gli gridava più. Capì che, per fortuna, si trovava sul sentiero che lo avrebbe condotto alla sua torretta antiaerea. Riprese a percorrerlo a testa china: pensava che aveva appena perduto la sua preziosa coperta e il suo zaino con dentro quel poco che gli era rimasto. E quella notte non avrebbe dormito più per il freddo.
Ketchum

L’incontro aveva preso poco tempo. Il cliente si era rivelato meno ostico di quello che era sembrato per telefono. Ci eravamo trovati d’accordo su tutto in meno di un’ora concludendo un contratto vantaggioso per entrambi. Il problema è che ora mi trovavo a Pocatello, in Idaho, a 1.500 miglia da casa, con in tasca un biglietto aereo per Chicago solo per il giorno dopo e la prenotazione per la notte in un alberghetto della zona. In ufficio non mi aspettavano prima dell’indomani. In un caffè approssimativo, sulla strada tortuosa per Twin Falls, meditavo sul da farsi.
«Cosa c’è da vedere in zona?» chiesi alla cameriera avvicinatasi per l’ordinazione. Per un po’ lei mi stette a fissare come fossi un canguro con indosso il vestito della festa: feci in tempo a sentire l’odore dolciastro tuttifrutti della sua gomma da masticare che ballonzolava rumorosamente nella bocca aperta. Quando fu stanca di guardarmi mi disse con sufficienza:
«Può vedere intanto il menu…» e se ne andò via strisciando sul pavimento le scarpe una volta bianche.
Stavo consultando avvilito il foglio plasticato e unto che mi aveva dato quando sentii:
«Puoi andare a Ketchum…».
Era un uomo di colore, sulla quarantina, giacca seria e una cravatta intonata con la tappezzeria del locale; era a un tavolo poco distante da me con lo sguardo ficcato dentro la sua tazza del caffellatte.
«E cosa c’è a Ketchum?» gli feci.
«Il cimitero.»
«Ah, be’» risposi.
«Guarda che non è uno scherzo: c’è la tomba di Hemingway… i forestieri non lo sanno… e può magari interessarti. Sembri il tipo.»
Sì, ero il tipo.
Pochi minuti dopo, superata Twin Falls, mi ritrovai a far ingresso nel piccolo e raccolto cimitero di Ketchum. Non sarebbe mai venuto in mente di trovarci la tomba di un grande scrittore. Non c’era neppure un cartello che segnalasse la sua lapide, anche se la trovai facilmente. C’era infatti un mucchio di fiori freschi sulla lastra di marmo, ma anche di libri, persino una scatola di tonno e un sigaro. Era una tomba accudita in modo amorevole, come capita a chi è morto da poco ed è ancora nel cuore della gente.
Mi faceva impressione essere al suo cospetto. Da ragazzo avevo letto e sognato con i suoi libri; avevo invidiato il suo modo di vivere sempre al massimo, di sentirsi la libertà scorrere e pulsare nelle vene, come uno spirito indomabile nel vento; e ora quel che rimaneva di lui era a pochi passi da me.
Ernest Miller Hemingway: July 21, 1899 – July 2, 1961. C’era scritto.
Feci un giro intorno al cimitero. La campagna là attorno era molto bella: la pace la faceva da padrona. Persino i merli cantavano sottovoce.
Uscendo dal cancello vidi un uomo appoggiato al tronco di una quercia secolare. Aveva l’aria trasandata anche se i vestiti dovevano aver visto giorni luminosi e soprattutto un buon sarto. Appena mi vide mi salutò cordialmente.
«Anche lei è venuto per la tomba di Hemingway?» mi venne da chiedere accorgendomi che aveva in mano un libro scritto da lui. L’uomo mi squadrò per qualche secondo:
«Sì, ci vengo spesso qui.» Aveva un marcato accento del sud. Delle parti di Pensacola, forse, o addirittura di New Orleans.
«Hemingway è stato un grande» aggiunsi io come per giustificarmi. «Il vecchio e il mare mi ha maturato dentro una certa idea della vita che non mi ha mai più abbandonato» e mi voltai indietro indicando forse in modo troppo enfatico la tomba che si vedeva bene anche di lì. Poi mi girai di nuovo verso l’uomo aspettando che dicesse qualcosa. «Ma forse Lei preferisce Per chi suona la campana» proseguii io per uscire dall’imbarazzo del momento.
«Come dici?» mi domandò allungando il collo verso di me e mettendo il palmo della mano a conchiglia attorno all’orecchio.
«Per chi suona la campana? Il libro che ha lì accanto…»
«Ah, questo? Veramente uso le pagine per accendermi il fuoco; più tardi mi faccio due salsicce. Vuoi?» chiese allungando nella mia direzione una bottiglia di rum.
«No no grazie… sono solo le 10 e mezza del mattino.»
L’uomo parve non capire e ritirò la bottiglia. Ci pensò un po’ su e poi mi fece:
«Su quella tomba lì, quella di Amy Way, come dici tu, ogni volta che ci vengo, trovo sempre dell’ottimo rum. La gente porta un po’ di tutto a quel tizio e, non so perché, anche dell’ottimo rum. Del rum! A un morto! Si è visto mai? Eppure è così. E io me lo bevo, alla faccia dei morti, alla faccia di Amy Way. E dopo mi vado pure a prendere il sigaro. La gente è proprio strana, sai?»
«È quel che dico anch’io» gli risposi; e lo salutai.

