Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘musica’

Mi svegliai all’improvviso. Lei era entrata nella stanza facendo rumore.
«Ero preoccupata che fosse successo qualcosa, non dormi mai fino a quest’ora…»
Mi ricordo di averla guardata senza riconoscerla.
«Sì, d’accordo, arrivo subito…» feci dopo un po’, appoggiando un gomito sul letto per tirarmi su. Ma appena lei si fu allontanata mi lasciai andare pesantemente appoggiando di nuovo la testa sul cuscino. Il sonno accumulato negli ultimi giorni era quasi insostenibile.
Avvertii subito dopo, acuto, un senso di smarrimento. Stavo infatti sognando quando lei era entrata. Stavo sognando di parlare con John Lennon. Era lì con me, in quella stessa stanza, pochi secondi prima. Parlava di un brano, l’ultimo che avesse scritto prima dell’incontro fatale con Mark David Chapman.
«Sai, è una canzone per Yoko…» mi aveva detto mettendosi al piano verticale dove invece ora c’è la libreria. «Lei non l’ha mai ascoltata… doveva essere una sorpresa…» e mi ha guardato in un modo profondamente triste.
Attaccando a suonare me l’ha cantata: sembrava tutto maledettamente vero. Una canzone dolce, melodiosa, una dei suoi pezzi migliori. Ricordava le atmosfere di Julia o di Woman. E quando smise mi guardò soddisfatto.
«Ora sono riuscito finalmente a terminarla…» sorrise. «L’altro giorno mi sono venuti sia l’intro che alcuni accordi nuovi. Ma quanto tempo è passato?»
Io non sapevo cosa rispondere. ‘Quanto tempo è passato da quando?‘ stavo per chiedergli.

Poi a quel punto lei è entrata in stanza e mi ha svegliato. La canzone però la ricordavo benissimo. Così ho preso il telefono è ho chiamato prima Osvaldo e poi Carlo. Ho raccontato loro, che sono i miei più cari amici, quello che era successo. Il sogno e tutto il resto. Ho provato a cantarla ma sono così stonato che ciò che usciva dalla mia bocca risultava inascoltabile, da tapparsi le orecchie. Tutti e due mi hanno preso in giro, ovviamente. E non c’è stato modo di farli smettere di ridere. Begli amici!
Mi sono allora informato per incontrare un maestro di musica. Magari un orecchio allenato mi avrebbe permesso di fermare su carta quello che sentivo ancora distintamente nella mia testa. Quella musica mi riecheggiava dentro in modo chiaro, pulito ma quando provavo a riprodurla diventava un’altra cosa, un lamento insopportabile persino per me. Il maestro dapprima mi ha prestato seriamente la sua attenzione e poi si è messo anche lui a ridere, per quella storia del sogno e tutto il resto. Mi deve aver preso per matto tanto che non ha voluto neppure essere pagato; mi ha messo gentilmente alla porta e poi si è negato al telefono nei giorni successivi.

Ma non ho mollato. Quando mi trovavo solo in casa mi piazzavo davanti allo specchio a provare e riprovare. Chiudevo gli occhi per ascoltare bene quello che ancora ricordavo e ho tentato di riprodurlo, lentamente, con calma. Una, cento, mille volte. Ma non c’era davvero nulla da fare.
Possibile che quella musica stupenda dovesse andare perduta per sempre?

Poi una sera mi sono trovato in trasferta ad Alvona. Ero sceso al ristorante dell’hotel. Non avevo voglia di girare per la città in cerca di un’alternativa anche perché avevo poca fame. Quel ristorantino pretenzioso del resto mi era sempre piaciuto.
Avevo ordinato il solito e stavo aspettando nella sala pressoché vuota, forse perché non era stagione o più probabilmente perché era ancora presto, quando mi sono messo a giocare con le posate. Ho urtato con la lama del coltello il bordo del bicchiere dell’acqua davanti a me e poi quello del vino e infine la bottiglia di chardonnay.
Eccola la melodia, eccola…’ ho pensato. Mi sono subito alzato per prendere da un altro tavolo altri due bicchieri; li ho riempiti di vino e di acqua in quantità diverse. Ne ho aggiustato il livello fino a quando, colpendo i relativi vetri, non ottenevo la nota giusta. Suonandoli infine tutti insieme, nella corretta successione, ne ricavai buona parte della melodia, quella di John. Ci ero riuscito!
Ho afferrato il telefonino per chiamare qualcuno per dare la notizia.
Poi mi sono fermato. Ci ho pensato un po’ su. E ho preso il bicchiere di vino e me lo sono bevuto.
[space]


LEGGI invece su Paul McCartney –> PID
[ssapcpace]

[space]
[space]
hat_gy

Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100

Read Full Post »

fonitFinalmente l’aveva trovato. Si trattava di un’incisione rara, della Fonit Cetra, con ancora la sua custodia intatta; il vinile era in ottime condizioni e l’uomo della bancarella, un tipo giovanile dall’aria di voler fare mercato solo per hobby, gli fece un ottimo prezzo. A volte gli accadeva di trovare tra quei banchi qualcosa di interessante, ma questa volta era certo di aver fatto un affare.
Arrivato a casa, estrasse il disco dalla copertina con estrema cura. L’avrebbe trattata e rimessa in sesto in un secondo momento. Controllò invece subito, sotto una luce diretta e con la lente di ingrandimento, se i solchi fossero rovinati o se fossero presenti graffi o raschiature. Trattenne il respiro. Dopo un controllo accurato il vinile gli risultava perfetto. Un vero colpo di fortuna. Usò lo speciale dispositivo a iniezione d’aria per togliere lo sporco grossolano, poi il famoso spray che aveva comprato a Londra per i granelli infinitesimali finiti nei solchi, e quindi il panno speciale elettrostatico di nuova concezione utilizzato dalla NASA nei viaggi spaziali e infine altri due o tre tessuti per la lucidatura e brillantatura calibrata. Ci impiegò un’ora, ma al termine di tutte quelle operazioni, il disco sembrava nuovo.
Esaminò l’incisione in rilievo sull’anello interno della facciata principale. ‘1947’ c’era scritto oltre ad altre due sigle alfanumeriche che verificò essere relative a quel periodo di produzione della Fonit, alla sala di incisione e all’artista. Sì, non c’era dubbio: il disco era autentico. Non restava che ascoltarlo.
Andò nella sua sala e accese il giradischi da migliaia di euro. Le potenti casse risposero all’unisono mostrando il led verde. Sistemò con cura il disco sul piatto e con il telecomando fece partire il braccio. Il giradischi eseguì diversi check verificando che tutto fosse pronto e poi il braccio si alzò morbido a ricercare il bordo del disco; si fermò per aria sulla sua verticale e quindi lentamente adagiò la testina sul vinile. In un attimo, per la casa, come provenissero da un’altra epoca, si sprigionarono note dolcissime secondo le tonalità e le registrazioni del tempo; un’atmosfera calda e suadente stava viaggiando nei decenni. Non ci poteva credere: stava ascoltando un brano di cui, tra gli esperti, si era sentito solo favoleggiare e che alcuni ritenevano addirittura non esistesse neppure; il suono era preciso, pulito, netto, senza fruscii o rumori che lo offuscassero. Si sentì commuovere. Terminato il brano lo rimise daccapo, azionando il telecomando. Lo ascoltò di nuovo e questa volta con gli occhi chiusi. era rapito e sedotto profondamente da quell’ondata di emozioni. Andò a cercare nella libreria il catalogo che riportava le edizioni di quell’artista: la quotazione per quel fox trot era da capogiro. Ascoltò di nuovo il pezzo e poi ancora e ancora ed era sempre più avvolgente. Quindi si alzò dalla poltrona, si risedette e si rialzò. Era nervoso. Ora voleva sentire la facciata B. L’etichetta diceva che il brano si intitolava ‘Accadde domani’ ma il catalogo indicava che la facciata B sarebbe dovuta essere ‘Rose d’autunno’ composta lo stesso anno. ‘Forse si tratta di un’edizione ancora più rara‘, si disse. Fece partire il giradischi: il pezzo era notevole, maestoso, struggente e soprattutto sconosciuto.
Lo doveva dire a qualcuno. Pensò a Luca, che come lui aveva la stessa passione. Il pezzo era terminato e il disco girava a vuoto sul piatto; prese il telefonino e compose il numero. Stava per completarlo quando una voce strozzata dal pianto e dalla disperazione uscì dalle casse come da una tomba:
«Aiutatemi vi prego, aiutatemi… sono trattenuta con la forza. Mi uccideranno, lo so… come faranno i miei bambini senza di me? Vi prego, venite a liberarmi, sono qui nell’ex rifugio antiaereo di via…»
(click)
[space]

hat_gy
Questo racconto è stato inserito nella lista degli Over 100.
Scopri cosa vuol dire –> Gli Over 100
[space]

 

Read Full Post »

shoahGottlieb K. non riusciva a capacitarsi. Tutto era successo nel volgere di un paio di giorni. Dagli agi della sua villa fuori città a quel luogo di senzadio. E adesso era almeno un paio d’ore che si trovava nudo, i piedi nella neve, insieme a un altro centinaio di persone pallide e smagrite, aspettando che il portone delle docce si aprisse. Sonnenstein era tetra in quella mattina di novembre; alcuni fiocchi di neve scendevano lenti su quella scena irreale. Il militare di guardia, immobile nel suo cappotto spesso, il mitra imbracciato, fissava un punto indefinibile davanti a sé. A male pena voltava gli occhi quando qualcuno del gruppo stramazzava a terra mentre nell’aria tersa e tagliente volavano comandi rapidi e funesti, come uccelli scuri del malaugurio partoriti da un cielo livido senza speranza. Il portone alla fine si aprì, con la solennità con cui si dischiude un nuovo mondo agli occhi di un naufrago. Ma era solo un’illusione. Si spalancò invece una sala spoglia e scrostata che puzzava di morte, il pavimento lurido e tante docce grigie che scendevano dal soffitto come frutti maledetti. Al militare con il cappotto si unirono presto molti altri, tutti uguali, che spingevano con le canne dei mitra le costole dei prigionieri. Urlavano come pastori impazziti che spingessero le proprie pecore nell’abbraccio del baratro.
«Lei è Gottlieb K.?» gli chiese un militare che, a giudicare dalle mostrine, doveva essere un sottufficiale delle SS.
Gottlieb era intontito dal freddo, non capiva. Stava ancora osservando l’enorme sala che di lì a poco l’avrebbe ingoiato in un solo sbadiglio.
«Lei è Gottlieb K.?» gli ripeté gentilmente il sottufficiale.
«Sì…» rispose alla fine lui, anche se dal tono suonò come una domanda.
«Mi segua allora, prego» fece il militare allontanandosi a larghe falcate degli stivali lucidi.
Per un attimo Gottlieb non seppe che fare. Gli sembrava di tradire la sorte dei suoi compagni che lo guardavano stralunati mentre procedevano, i corpi arresi, verso la camera a gas. Poi, come un automa, si voltò verso il sottufficiale che, una decina di metri più in là, si era fermato ad aspettarlo.
«Ho saputo che lei è un violinista» gli chiese qualche minuto dopo il lagerkommandant Otto Steiner distendendosi sulla poltrona dell’ufficio. Gottlieb aspettò prima di rispondere. Poi assentì lievemente nella luce polverosa della stanza.
«Sono il primo violino della Filarmonica di Vienna» confermò.
«Molto bene, herr professor» gli disse Steiner soddisfatto «le ho trovato un lavoro, suonerà per me…» e soffiò in alto il fumo del sigaro che non riuscì a farsi strada nell’aria densa. L’attendente, che nel frattempo si era materializzato dal fondo dell’ufficio, gli si era fatto da presso tenendo, in una mano, i vestiti tolti a qualche altro deportato e, nell’altra, un violino di legno biondo e profumato. «Dovrà suonare senza smettere mai, tuttavia… » precisò Steiner facendosi serio «non ho mai una distrazione in questo ufficio… pensa di potercela fare?»
Così da quel momento Gottlieb K. si mise a suonare per aver salva la vita. Suonò Mozart, Schumann, Novacek e tutto il suo ricco repertorio, mentre nella stanza del lagerkommandant si avvicendavano ufficiali e portaordini in un batter di tacchi e saluti urlati.
«Si fermi un attimo, herr professor» gli disse verso le quattro del mattino. «Vada in bagno a darsi una rinfrescata e mangi qualcosa» e spinse verso di lui con il manico di un tagliacarte il piatto con la propria cena neppure assaggiata. Gottlieb dapprima fu titubante, poi prese coraggio e, con la fame di due giorni, si avventò sul cibo senza riuscire a distinguere cosa fosse. Steiner stette a guardarlo con divertimento e, dopo appena qualche attimo, gli tolse il piatto dalle mani. «Va bene, basta così, ora riprenda a suonare.»
Passarono diversi altri giorni. Gottlieb era sfinito. Aveva bisogno di dormire più ancora che mangiare o bere. Era un incubo a occhi aperti. Un pomeriggio, senza smettere di suonare, si mise in ginocchio con la testa appoggiata al muro per avere un poco di sollievo. A un certo momento dovette essere svenuto perché quando riaprì gli occhi si accorse di essere solo nella stanza, il violino per terra. Preso dal panico cercò di imbracciarlo nuovamente, ma non ci riusciva: era diventato pesantissimo. Si riaddormentò quasi subito senza volerlo finché si sentì picchiettare sulla testa. Ora c’era un militare davanti a lui, con un fucile in mano.
«No» gli disse Gottlieb, «non ce la faccio più. Mi arrendo, mi arrendo…» implorò mettendosi a piangere.
«Com’on, man» gli fece il soldato americano sorridendogli. «Tutto finito. Go home
[space]

dietro il racconto
Leggi –> Dietro al racconto

Read Full Post »

note colorate

«Quali referenze può offrire?» chiese con sussiego l’Assistente unendo le due mani per i polpastrelli e dirigendole a cuspide verso l’uomo. Un generoso riporto sale e pepe gli copriva il cranio a uovo accentuando l’atteggiamento untuoso e distaccato che aveva assunto. «Il Maestro è molto esigente e ci tiene che il lavoro sia ben fatto» fece ancora con una certa cantilena come se quella frase l’avesse ripetuta così tante volte da farle perdere ogni significato. Il cingalese davanti a lui, nell’allungare un foglio stropicciato, approfittò della smorfia che aveva visto increspare il viso marmoreo del suo interlocutore e chiese:
«Però non ho capito in cosa consisterebbe il lavoro. L’annuncio faceva riferimento a delle pulizie… ehmm… particolari. Quanto particolari?» e sfoderò un sorriso luminoso che l’Assistente non notò neppure: aveva assolutamente bisogno di quel lavoro, anche a costo, pensò, di cambiare lui stesso l’olio a quel riporto.
«Se sarà assunto lo capirà» concluse l’altro, asciutto.

Quando il cingalese entrò nell’ampia sala, candida come la banchisa polare, vide il Maestro Ruud Christian Weber immobile, in frac, seduto al centro della stanza, gli occhi chiusi davanti a un Bosendorfer nero come uno scarafaggio. La scena sembrava finta tanto era irreale. Nell’accostare dietro di sé la porta, il legno scricchiolò in modo impercettibile e il Maestro alzò la testa da un lato, come solo una persona cieca poteva fare. «Lei è l’uomo assunto per le pulizie, vero?» chiese il pianista con voce morbida, quasi melodiosa. L’acustica del luogo era perfetta, una sensazione assoluta e infinita di suono, anche se, a parte il mastodontico pianoforte che giaceva grintoso pronto a balzare fuori dalla vetrata, lì dentro non c’era nient’altro .
«Sì, Maestro, mi chiamo Qwara.»
«Hai l’occorrente?»
«Certo!» rispose il cingalese alzando nella sua direzione una scopa di saggina, ma rendendosi subito conto di quanto potesse essere stupido quel gesto indirizzato a un non vedente. Sorrise imbarazzato. Approfittando di aver aperto un dialogo con il pianista, domandò: «Però non ho capito bene quale sarebbe il mio compito, qui mi sembra tutto così pulito…»
Il Maestro non lo stava già più a sentire e si mise a suonare. Qwara fece spallucce e iniziò a camminare per la sala guardandosi attorno; trascinava svogliatamente la scopa e il carrellino con i secchi e gli stracci come se si chiedesse dove avrebbe potuto nasconderli. Non c’era dubbio: il pavimento, le pareti frastagliate di mogano e perfino i lampadari erano immacolati. Non gli era mai capitato una cosa simile. Avrebbe dovuto forse pulire il pianoforte? Proprio mentre il Maestro suonava? Eppure gli era stato raccomandato espressamente di restare lì proprio mentre Weber era al piano.
A un certo punto, Qwara vide attraversargli il campo visivo alcuni uccellini grigi o dei fazzoletti scuri che volteggiavano lentamente per aria accendendosi di colori vividi e luminosi; si muovevano confusi senza una direzione precisa, sospinti da una brezza immaginaria, per poi cadere uno dopo l’altro mulinando come foglie secche e rimbalzando sul pavimento. Si avvicinò. No, non erano uccellini, né fazzoletti: erano note musicali. Minime, crome, biscrome fuoriuscivano dal pianoforte liberate dalle corde percosse dai martelletti collegati ai tasti. E, man mano che il concerto progrediva, presero ad accumularsi a terra ovunque creando uno spessore consistente tutt’attorno. Qwara capì, finalmente, quale sarebbe stato il suo lavoro. Si chinò prendendone una manciata: avevano la consistenza a metà tra il panno lenci e la plastica morbida. Erano già diventate grigio pietra anche se alcune sembravano ancora vive perché gli vibravano tra le dita. ‘Ci si può fare un mucchio di soldi con questa roba’ pensò. ‘Sono note di un pianista di fama mondiale e, per giunta, ciascuna nota è firmata con il suo nome’. Così, mentre il Maestro suonava, l’uomo riempì diversi sacchi con cui stipò il furgone della ditta. Ma, alla fine del concerto, anziché recarsi alla discarica, si portò nel quartiere sud della città.

«Amitesh, ti assicuro, sarai contento quando vedrai cosa ti ho portato…» gli disse Qwara con la voce che gli tremava. L’uomo, basso e tarchiato, lo guardava torvo. Dietro di lui, due uomini affilati e dall’aspetto minaccioso se ne stavano in disparte apparentemente non interessati a quella conversazione. «La piazzerai in un attimo, te l’assiscuro…» insistette Qwara «dammi ancora un po’ di fiducia. I soldi non te li posso restituire subito, ma questa roba ti renderà milionario…»
«Se mi freghi anche questa volta, Qwara, ti farò andare in giro con un paio di branchie nuove nuove…» disse rigirandosi qualcosa tra le mani che nella penombra lui immaginò essere un coltello. Il cingalese scese sollecito dal furgone e, aperto il portellone, tirò giù un sacco della spazzatura. L’aprì. Anche se la luce del neon del vicolo era debole e intermittente il contenuto si vide benissimo: c’era solo cenere là dentro. Grigia, impalpabile, insignificante cenere di caminetto.

Read Full Post »

jam sessionC’ero già passato qualche altra volta davanti a quella baracca in piena campagna e avevo sempre pensato fosse abbandonata. Quando mi dissero che Klipp Madderfigg era in città per una jam session con Lorraine non mi parve vero di potervi partecipare. Mancava un basso e qualcuno aveva suggerito il mio nome: così il mio amico Valentino aveva combinato. Quando arrivai là sentii che già stavano suonando. Aprii la porta, un pannello di compensato su un telaio di ferro rugginoso, e un potente riff di heavy rock mi investì in pieno. Rimasi sulla soglia immobile come preso alla sprovvista. Madderfigg, era di spalle e stava suonando la sua Stratocaster amaranto di faccia al mastodontico Marshall facendolo andare in larsen. Distante, dietro a una siepe di rullanti, tom-tom e una foresta di luccicanti Zildjian e chissà cos’altro, un massiccio ragazzo afroamericano, calvo e gli occhiali da sole a specchio, batteva un ritmo forsennato e trascinante. Dalla parte opposta, una ragazza con un cilindro in capo, si divideva tra due tastiere scolpendo il ritmo con un suono crudo e graffiante. Era Weg, la riconobbi subito; cercai di incrociare il suo sguardo per salutarla ma non alzò mai la testa. Lo spazio lì dentro era sorprendentemente immenso e le luci soffuse creavano l’atmosfera suggestiva di un concerto live. Un piacevole e febbricitante odore di cose elettriche serpeggiava nell’aria. Madderfigg si girò e mi vide. Fece un leggerissimo cenno con il capo che forse era un saluto e subito dopo rovesciò all’indietro i capelli biondi e lunghi lasciandosi andare a una legatura velocissima che mi ricordò il Jimmy Page dei giorni migliori. Dalle foto me lo ero immaginato più basso mentre invece superava il metro e ottanta; il viso era affilato, alla Patti Smith, avvitato su un corpo magro e ossuto che appena appena si muoveva attorno alla chitarra che fu di Clapton; le labbra parevano il risultato di una coltellata secca sul volto pallido di un malato e il naso affilato e piatto reggevano due occhialini tondi a cerchiare occhi scuri e nebbiosi; l’aria era assorta di chi abita un altro mondo. Avevo letto che era molto introverso, di pochissime parole, scontroso quanto bastava; se proprio gli si voleva parlare era meglio rivolgesi a Weg che faceva malvolentieri da intermediaria. Entrai facendomi coraggio. Poter suonare con un chitarrista di fama mondiale era un’emozione indicibile. Posai la custodia del Rickenbacker, delicatamente, come per non far rumore, trovando un posto accanto a uno dei tre amplificatori da basso che avevo notato, proprio vicino a Madderfigg, ed estrassi lo strumento. Mi pentii di non averlo accordato a casa perché ora non c’era più modo di poterlo fare. Inserii il jack con il cuore che mi batteva a mille. Nel frattempo Weg aveva introdotto un bellissimo blues, senza nessuna soluzione di continuità con il pezzo precedente. Gli occhi blu le brillavano da sotto un caschetto di capelli viola, mentre la sigaretta pendeva storta da un lato con più cenere attaccata che tabacco. Aveva una stellina tatuata su una guancia che si allontanava e si avvicinava al viso ogni qualvolta vi sbuffava dentro ripetendo con la voce le note vibranti dell’Hammond. Lei e Madderfigg comunicavano guardandosi negli occhi e sembravano un solo strumento. Per fortuna il basso era accordato e trovai subito un’intesa con quei magnifici professionisti. Le dita sulla tastiera presero ad andare da sole avendo deciso di immergermi in quella musica totale lasciando che fosse lei a suonare per me: una sensazione inebriante, trafitto com’ero da onde sonore che mi avevano trascinato in un’altra dimensione. Dopo circa mezz’ora si unì a noi Mark ‘Bigfish’ Lorraine, il mitico sassofonista gallese degli Afterrain. Entrò senza salutare nessuno, a capo chino, mettendosi a suonare come fosse stato presente fino a quel momento; e la jam session divenne indimenticabile. Ogni tanto Madderfigg mi fissava senza espressione. Non capivo se per lui stavo girando bene oppure no, ma non era quello il momento per porsi una domanda simile.
Ed erano le due di notte quando, dopo sette ore di musica non stop, un unico flusso senza pause, Madderfigg si fermò di colpo per sostituire il mi cantino che si era spezzato durante un assolo. Il silenzio improvviso che si creò fu irreale e imbarazzante. Approfittai di quel momento per avvicinarmi a lui: gli dissi in inglese che lo ringraziavo moltissimo per avermi permesso di suonare insieme a loro. Lui mi squadrò quasi fosse la prima volta che mi vedeva; strizzò gli occhi per mettermi a fuoco e quindi, staccando in malo modo il jack dal Marshall, sbraitò in cockney: «Sono venuto qui per suonare, non per parlare». E se ne andò.

Read Full Post »

Oreste, al Bar del Cinghiale di Lughi, trafficava con piattini e tazzine di caffè. Le stava sistemando alla rinfusa, una dopo l’altra, dentro al lavastoviglie, facendo il solito baccano d’inferno.
«E Sandro, quel vecchio impenitente? L’hai più visto?» sentì appena dire da don Remo alle sue spalle.
«L’ho visto giusto tre o quattro giorni fa» fece Oreste girandosi, ma osservando l’andirivieni della gente in piazza. «Quasi non mi ha salutato. Camminava a testa bassa, come se ce l’avesse con il mondo intero.»
«Avevo appuntamento con lui ieri sera, in canonica, ma non è venuto» tagliò corto il parroco sospirando. «Sembrava importante.»
«Per la verità è qualche giorno che non lo vedo neanche io» fece il postino aggiustandosi la tracolla della borsa sulla spalla; Oreste per un attimo incrociò il suo sguardo e lui subito ne approfittò per ordinare un sambuca doppio. «Ma sta benone, ne sono sicuro» aggiunse facendo qualche passo sul posto pregustando la bevanda appena ordinata. «Passando con il vespino ho sentito provenire da casa sua quella roba melensa che ascolta sempre. Crack, Smack…» e fece un gesto indefinito nell’aria.
«Bach… ascolta Bach» disse sbuffando dal suo tavolo d’angolo il marchese Porzio Li Mondi Crespi senza neppure alzare gli occhi dal solitario.
«Sì, proprio quella roba lì» fece il postino. «Sempre a tutto volume.»
L’indomani don Remo arrivò al casale della Bruciata che era mezzogiorno. Il postino aveva ragione. Il preludio di Bach si sentiva fin dalla strada. Pensò alla telefonata che Sandro gli aveva fatto preannunciando la sua venuta per la sera precedente: aveva notato una strana incrinatura nella voce del vecchio e voleva saperne di più, visto che oltretutto non si era poi più fatto vedere. Smontò dalla bicicletta con circospezione. Il noto carattere collerico di quel mangiacristiani, che la vecchiaia aveva solo peggiorato, gli imponeva di far attenzione. Appoggiò la bicicletta al pilone del cancello e suonò. Si mise sui talloni, cercando di vedere se riusciva a scorgerlo oltre la linea della proprietà. Attese. Il volume della musica era però troppo alto perché Sandro sentisse. Del resto era proprio per la sua sordità che sentiva la musica a quel volume insopportabile. Don Remo decise di entrare dal cancello, sempre aperto, e si avvicinò alla porta del casale. Suonò più volte. Non avendo ricevuto risposta, sempre temendo che la canna di un fucile prima o poi facesse capolino da una finestra, fece con cautela il giro della casa. Dalla porta a vetri della veranda sbirciò dentro. In quel mentre la musica cessò. Il prete prese allora a bussare forte alla finestra e a chiamare l’uomo a gran voce. Per vedere meglio all’interno e vincere il riflesso del sole di mezzodì, raccolse le mani a conca attorno agli occhi. Vide Brodo, il golden retriver del vecchio, che teneva la grossa testa sul braccio inerte di Sandro; lui era riverso sulla poltrona, il capo girato innaturalmente all’indietro, lo sguardo perduto nel vuoto. Dopo essere rimasto un po’ così, quasi senza respirare nel silenzio della casa, il cane si alzò per raggiungere lentamente un angolo della stanza dove c’era un apparecchio nero; con un colpo preciso della zampa spinse un pulsante facendo ripartire a tutto volume il cd con le composizioni di Bach; poi tornò indietro per appoggiare nuovamente il muso sulla mano del padrone senza perderlo mai di vista.
Intanto il clavicembalo ben temperato, con la precisione degli eventi ineluttabili, rovesciava le sue note gravi nell’aria immobile della campagna.

Read Full Post »

Il pianista e il suo Re

Quel giorno il pianista si sentiva davvero in ottima forma. Era in pace con il mondo, la giornata era tiepida, il cielo era blu. Avrebbe composto il concerto del secolo, ne era sicuro. Si tonificò così con una doccia energizzante, fece un’abbondante colazione, si tolse il pigiama e indossò il frac. Quindi si mise di buon grado seduto al pianoforte scrocchiandosi le dita della mani (ma anni dopo, nel narrare questa storia, qualcuno giurerà che si scrocchiò pure quelle dei piedi) chiuse gli occhi per ascoltare la propria anima e, colto da inebriante ispirazione, pose le mani sulla tastiera. Con grande meraviglia dovette constatare però che non si udì il minimo suono. L’uomo ripigiò i tasti con forza. Nulla. Provò a pestare sui pedali e a dare qualche manata sui fianchi del mobile. Niente. Cosa poteva mai essere successo al suo splendido e fido pianoforte? Si alzò dallo sgabello sollevando il coperchio come fosse il cofano di un motore in panne e in quel momento si udì una voce:
«Buongiorno, io sono il Re.»
«Oh, Maestà» fece serio il compositore un po’ sorpreso. «Che ci fa lei lì dentro?»
«Ma che Maestà e Maestà! Io sono il Re, la nota di Re.»
«Mi scusi.»
«Dunque: le parlo a nome anche delle altre note: abbiamo delle lamentele da avanzare. Va da sé che fino a quando non saranno esaudite faremo lo sciopero del silenzio.»
«Che guaio!» sbottò il pianista grattandosi il pizzetto. «Proprio oggi che mi sentivo ispirato. E quali sarebbero queste lamentele? Sentiamo!»
«È presto detto: il Mi è stufo di essere equivocato. Lui è un altruista per temperamento. Non sopporta più di dover dire in continuazione ‘mi, mi, mi…’ come un gretto egoista e vuole cambiare nome.»
«Ma guarda! E come vorrebbe chiamarsi?»
«Ti, che ‘suona’ molto più filantropico. Non trova?»
«Trovo, trovo» rispose il pianista divertito. «E poi?»
«E poi Sol è stanco di non avere amici. Perché mai deve essere sempre stare ‘sol’ senza che nessuno gli faccia mai compagnia? È per questo che vuole chiamarsi Stocontùtt
«Ma davvero?»
«Certo! Inoltre il Fa non ne può più di essere operoso, di fare, fare e fare, senza mai potersene stare un po’ tranquillo. Vuole insomma darsi all’ozio, contenuto, centellinato, con sobrietà, ma ozio. Anche lui desidera quindi cambiare il nome in Fagnént. Il Do inoltre non vuole dare più nulla per cui desidera che lo chiamino Metèngognicos. Il La infine vuole essere Qui e il Si vagheggia di dire finalmente No
«E lei?» domandò il pianista che si era messo comodo con il mento appoggiato a una mano. «Non ha richieste, lei che è il Re?»
«Certamente. Tutti mi prendono in giro con questa storia del Maestà o del Sire o con altre battute simili di pessimo gusto. Proprio come ha fatto lei…»
«Già, è vero. Mi spiace. Non sapevo.»
«E così vorrei chiamarmi più semplicemente Unocometànt
«Unocometànt? Ne è sicuro?»
«Sì, è nelle mie corde. Che c’è di strano?»
«Niente, niente. Quindi, ricapitolando:» fece il pianista sospirando «la scala delle note diverrebbe: Metèngognicos, Unocometànt, Ti, Fagnènt, Stocontùtt, Qui, No
«Esatto! Bello no?»
Il pianista scosse la testa e i lunghi capelli alla Beethoven:
«Guardi che non si può fare. Nessun musicista ci capirebbe più niente, sarebbe il caos. E poi non spetta a me cambiare il nome alle note…»
«Ah no? E con chi devo parlare, allora?»
«Non ne ho idea. Le note sono una convenzione internazionale da tutti accettata. Da sempre. Questa è la musica.»
«E dove posso trovarla questa signora Musica?»
«La musica è dappertutto. Qui come in Australia o in Lapponia e persino nelle foreste vergini dell’Amazzonia.»
«Insomma ha il suo bel da fare, mi par di capire, questa Signora.»
«Credo proprio di sì» fece il compositore allargando le braccia. «Però potreste scriverle una lettera, in musica ovviamente. Magari dolce, romantica e appassionata. Sicuramente su una signora farebbe colpo.»
«È un’idea!» fece entusiasta il Re. «Un’ottima idea.»
«Badate bene, però, che presa com’è dal lavoro, potrebbe anche non rispondervi subito. Voi però insistete.»
«Sì, grazie, mi ha dato proprio una splendida idea.»
«E per lo sciopero?» chiese un po’ preoccupato il pianista «Che si fa?»
«Vedrò di parlare con gli altri. E poi dobbiamo assolutamente scrivere quella lettera e se non la si scrive con le note, come fa a capirla la signora Musica?»
«Infatti, arrivederci allora.»
«Arrivederci.»
Il compositore chiuse pian pianino il coperchio del pianoforte. Attese qualche attimo e poi appoggiò delicatamente le dita sulla tastiera. E compose l’opera più bella di tutta la sua carriera.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: