Phil suonò il campanello dei Campbell con il pacco sotto il braccio; controllò l’indirizzo sul palmare e aspettò sullo zerbino senza pensare a niente in particolare. Era il suo terzo giorno con FlyDrop, e l’unica cosa che gli importava era non sbagliare le firme.
Fu Mark Campbell ad aprire, e non aveva l’aria di un uomo qualunque che riceve un pacco.
«Consegna per Campbell».
«Sì, sono io. Dia qua».
Mark allungò una mano frettolosa, gli occhi che scattavano dietro le spalle di Phil verso la strada, come a controllare chi potesse aver sentito qualcosa. Phil stava già porgendo il palmare per la firma quando dall’interno della casa arrivò un urlo.
Non un grido qualsiasi: un urlo di donna, lungo, che si spezzava e ripartiva, come di chi viene tenuto fermo contro la propria volontà.
«Tutto bene lì dentro?», chiese Phil, fermando la mano a metà. Si era fatto serio.
«Sì, sì. La televisione».
«Quella non sembrava la televisione».
Mark non rispose. Il suo silenzio durò il tempo di un altro urlo, più acuto, e poi di un rumore secco, qualcosa che cadeva e si rompeva contro il pavimento. Subito dopo un altro tonfo ancora, più pesante, come di un mobile che si rovescia.
«Lì dentro state facendo del male a qualcuno?» disse il ragazzo agitandosi.
«Vai. Per favore, vai», lo esortò l’uomo.
Ma Phil non si mosse. Aveva diciannove anni, una sorella più piccola a casa, e qualcosa nello stomaco che gli impediva di girarsi e andarsene mentre da dietro quella porta una donna sembrava soffrire così. Tirò fuori il telefono.
«Sto chiamando la polizia».
«No, aspetta…» Mark lo prese per un braccio per trattenerlo, ma le urla, dentro, si erano fatte un lamento continuo, interrotto da altri rumori di cose che si rovesciavano, vetri, forse una sedia. Mark restò fermo sulla soglia, le spalle curve, senza più la forza di insistere. Il ragazzo si era divincolato bruscamente dalla presa forte dell’uomo. Non era sua intenzione farsi spaventare o desistere. Se ne sentivano fin troppe al telegiornale e ora che poteva fare qualcosa…
La volante arrivò dopo nove minuti che a Phil parvero un’ora. Ne scesero due agenti: uno giovane, e un anziano con la faccia segnata da un lavoro protratto per troppi anni e un’andatura lenta. Si chiamava Fitzgerald, tutti lo chiamavano Fitz.
Fitz guardò Mark, poi la porta da cui ancora filtravano i lamenti, ormai più sordi, e non sembrò sorpreso.
«È oggi, Mark?» chiese.
Mark annuì, gli occhi bassi.
Phil guardava prima uno poi l’altro senza capire. Quei due sembravano d’accordo. Ne rimase inorridito.
«Possiamo entrare?» chiese Fitz a Mark, con una gentilezza che a Phil sembrò surreale.
Mark si scostò e li fece passare. Phil rimase un momento incerto sulla soglia, poi Fitz gli fece un gesto con la testa, come a dire: vieni anche tu, tanto ormai… L’altro agente rimase fuori, come fosse di guardia. Quelle persone là dentro, non andavano disturbate.
Si sedettero nel salotto, sul divano grigio che aveva conosciuto tempi migliori, mentre dal fondo del corridoio i lamenti calavano lentamente di intensità, come un’onda che si ritira.
«Ragazzo», disse Fitz, voltandosi verso Phil, con la voce di chi ha già fatto questo discorso altre volte e ha imparato a non avere fretta. «Ti sei spaventato, lo capisco. Hai fatto la cosa giusta a chiamare. Ma qui non sta succedendo quello che pensi».
«E cosa sta succedendo?» chiese Phil sulla difensiva.
Fitz guardò Mark, che annuì appena, come per dargli il permesso di continuare.
«Nove anni fa, oggi, la figlia dei Campbell, Sue, è morta in un incidente stradale. Aveva diciassette anni. È rimasta ferita gravemente, spalla, torace. L’hanno trovata solo il giorno dopo, in un campo. Morta di freddo e di emorragia, dopo ore di agonia».
Phil sentì lo stomaco contrarsi. «E la donna che urla? Chi è la donna che sta urlando di là?»
«È Rosemary. La madre e suo marito» disse Fitz indicando Mark. «Ogni anno, alla stessa ora in cui è avvenuto l’incidente, Rosemary comincia a sentire quello che ha sentito sua figlia quel giorno. Il violento dolore alla testa per il violento urto contro l’altra macchina. Le costole che si rompono, gli organi interni che si lacerano. Poi il dolore diventa diffuso, costante, è ovunque e in nessun posto. Dura ore. Il corpo di sua moglie rivive l’agonia della figlia fino al momento esatto in cui, secondo l’orario, è morta in quel campo».
Il salotto era diventato silenzioso. Anche i rumori, in fondo al corridoio, si erano fatti un respiro affannoso e basso.
«L’abbiamo fatta visitare da neurologi, psichiatri, specialisti del dolore», proseguì Mark. «Nessuno ha mai saputo spiegare davvero cosa le succede in quei momenti. Ogni medico ha dato un nome diverso. Ma il risultato è sempre lo stesso. Lei sta male, molto male. E non c’è una cura».
Phil annuì. Aveva appena notato alla parete una foto incorniciata di una bella ragazza bionda che poteva avere la sua età.
«E mentre questo succede mia moglie non riconosce nessuno. Si è fatta male da sola, le prime volte. Una volta ha ferito anche me, senza nemmeno saperlo».
«Per questo c’è la stanza, una sorta di panic room», continuò Fitz. «L’hanno fatta costruire loro. Imbottita, senza spigoli, senza niente dentro che lei possa rompere o con cui ferirsi. Ogni anno, lo stesso giorno, alla stessa ora, Rosemary deve solo arrivarci in tempo e restare lì dentro finché non passa. Così la gente non sente, non si spaventa, non comincia a fare domande cui è difficile dare una risposta che abbia senso».
«Proprio come me, insomma…», disse Phil, piano, capendo finalmente.
«E oggi per il traffico non è riuscita ad arrivarci per tempo nella pani room», disse Mark. «È rimasta imbottigliata. Quando ha visto che non faceva in tempo, è andata nel panico. Ha iniziato a star male in salotto».
Dal corridoio non veniva più nessun suono. Dopo qualche minuto, la porta in fondo si aprì, e Rosemary apparve sulla soglia del salotto, pallida, i capelli scompigliati, una mano che si massaggiava la spalla per un dolore che ormai non c’era più, o forse c’era ancora, da qualche parte sotto la pelle. Vide il ragazzo che non conosceva e si fermò, imbarazzata, come si è imbarazzati quando uno sconosciuto ci ha visto in un momento che non avremmo voluto mostrare a nessuno.
Mark si alzò e le andò vicino, le posò una mano sulla schiena. Toccò senza nemmeno accorgersi il braccialetto della figlia che ora era al braccio della moglie.
«Mi dispiace che tu abbia dovuto assistere a tutto questo», disse a Phil, accompagnandolo verso la porta insieme agli agenti. Non c’era più ostilità nella voce, solo la stanchezza di chi ha ripetuto la stessa scena tante volte da sapere esattamente come finisce.
Phil, senza saper cosa rispondere, uscì insieme agli agenti. Fitz gli diede una pacca sulla spalla, sulla soglia di casa, proprio dove un attimo prima Phil aveva creduto di dover salvare qualcuno.
Poi il ragazzo si fermò. Si voltò verso Mark che lo guardò con aria interrogativa.
Il ragazzo gli allungò un dispositivo elettronico.
«Quasi quasi dimenticavo la firma di consegna».
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L’ombra esatta
«Cosa fa quel signore, maman?»
La bambina, vestita come fosse una bambola d’altri tempi, un fiocco rosa tra i capelli e le trecce ben separate dietro la nuca, era seduta composta al tavolino di uno dei bar più storici della città. La madre, davanti a lei, spilluzzicava la brioche in pezzetti più piccoli sperando forse che, in questo modo, le piccole porzioni di dolce non la facessero ingrassare.
«Come dici, chérie?»
La madre era fresca di parrucchiere, anche se, a dir la verità, non c’era giorno che non lo fosse. Il trucco era il sapiente risultato di una prolungata sessione davanti allo specchio anche se, da qualche anno, non le era più tanto semplice coprire la rughe d’espressione e i segni del tempo. Anche i massaggi e i filling le davano oramai una tregua poco duratura. Le labbra, quando non in movimento per via della brioche, avevano poi una impercettibile piega all’ingiù di chi è sdegnosamente annoiato della vita.
«Maman, posso indicarlo? O non si fa?» chiese la bambina che poteva avere una decina d’anni. «È là, sulla piazzetta, fermo e immobile, da dieci minuti che pare un sasso. Si sentirà male?»
La madre girò il volto con noncuranza giusto per una rapida occhiata.
«È un clochard, ma petite… o forse un’artista di strada. Non ti curare comunque di lui. Il cappuccino ti si sta raffreddando. Bevilo o faremo tardi.»
«Un clochard?»
«Sì, un vagabondo…»
Un uomo, in là con gli anni, stava effettivamente in piedi sullo spiazzo di pietra grigia antistante il Café Momus. Aveva una postura che si sarebbe detta innaturale. Era infatti rigido, come bloccato sull’attenti, lo sguardo fisso regolato sull’infinito mentre i passanti frettolosi, provenienti da entrambe le direzioni sul marciapiede nord di Rue des Martyrs, lo evitavano all’ultimo momento. Era in giacca e cravatta, entrambe di fattura piuttosto antiquata; un impermeabile logoro copriva la figura fino ai piedi contribuendo ad assegnargli un aspetto trasandato. Uno sturalavandino, ben piazzato sulla testa, ne completava l’insieme.
«Quando abbiamo finito qui gli diamo qualcosa, maman?»
«Tu intanto finisci quel che hai davanti, chérie» rispose lei mentre controllava distrattamente il cellulare.
E non appena si alzarono la bambina insistette per passare davanti a quell’uomo un po’ strano. ‘Ha bisogno di aiuto’ aveva detto la piccola per convincerla. La madre si inteneriva sempre nel constatare quanto la sua piccina fosse ancora tanto ingenua. Nonostante ciò, seguì la figlia controvoglia e di fronte all’uomo, irrigidito come una statua di sale, tirò fuori il portafoglio griffato come dovesse assolvere a un dovere inevitabile. Stava per consegnargli del danaro quando si accorse che non aveva davanti a sé alcuna ciotola o cappello per raccogliere i soldi.
«Che cosa vuol dire ‘gnomone’, maman?» chiese la bambina indicando il cartello che il signore aveva al collo e che si intravvedeva da sotto l’impermeabile.
La madre non sapeva che rispondere.
«Non sono qui per chiedere l’elemosina, Signora…» disse un po’ risentito lui che aveva capito le intenzioni della donna. «Svolgo un servizio pubblico: solo lo ‘Gnomone’ della città…je suis une méridienne humaine, Madame» chiarì con un forte accento di Brest o di Quimpec.
«Cioè?» chiese divertita la bambina che avrebbe volentieri portato con sé il vecchietto per giocarci insieme, tanto le faceva simpatia.
«Sono una meridiana umana» ribadì «e segno l’ora esatta con la luce del sole. Gli orologi, sia quelli meccanici che digitali, prima o poi si fermano, mentre la meridiana umana no. C’è sempre bisogno di sapere che ora è. Il passato non esiste più e il futuro non c’è ancora. Esiste solo il presente. E io aiuto la gente a contestualizzarlo dal punto di vista temporale» declamò senza muoversi e continuando a guardare davanti a sé come se parlasse a una telecamera che lo riprendesse da Rue de Navarin.
La donna non era sicura di aver capito bene quello che l’uomo aveva appena detto. ‘Adesso anche i barboni fanno gli intellettuali. Mon Dieu, dove andremo a finire?‘ pensò lei facendo una smorfia di disappunto che le riuscì però solo a metà per via dell’ultimo botox. Poi vide che lui si trovava proprio in mezzo a un cerchio da cui si dipartivano, disegnate sulla pietra, delle linee a raggiera. Nei punti di intersezione con una ideale circonferenza spiccavano sgargianti dei numeri. L’ombra della sua figura, e ancor più dello sturalavandino che aveva sulla testa e che fungeva da indicatore come una lancetta, segnava esattamente l’ora di quel momento.
Madre e figlia si guardarono stupite.
In quel mentre arrivò una ragazzina, anche lei vestita in modo modesto. Si piazzò con grande solerzia un po’ più avanti rispetto all’anziano.
«Scusami nonno, oggi ho fatto tardi. Sai com’è la mamma…» avvertì la ragazzina sistemandosi un poco più avanti. Appena ebbe raggiunta la sua posizione rimase improvvisamente immobile come si fosse compenetrata in una parte prestabilita. Anche lei aveva uno sturalavandino sulla testa, pur se più piccolo di quello del nonno, e ruotava lentamente su se stessa.
«E tu cosa fai?» chiese in modo candido la bambina rivolgendosi a lei.
«Lui segna le ore…» spiegò la ragazzina gentile, alludendo al nonno alle sue spalle, «mentre io i minuti.»
La madre riguardò l’ora segnata dall’ombra dell’uomo.
«Mais quel dommage… Mi hai fatto fare proprio tardi, chérie… andiamo…» fece strattonando un poco la bambina. Lei la seguì senza fiatare. Ogni tanto si voltava però indietro: l’ombra della nipote si intersecava perfettamente, roteando, con quella del nonno.
Io e te…
La ragazza entrò in cucina ciabattando, il viso nascosto dai lunghi capelli biondi. Erano quasi le dieci del mattino, ma per Rita era come se fosse l’alba.
«Cosa vuoi per colazione?» domandò la madre con tono sommesso per non dar fastidio alla figlia.
La ragazza si limitò a grugnire qualcosa di indefinibile che però la madre riuscì a capire mettendosi ai fornelli.
«Ma ce l’hai ancora con me?» chiese a un certo punto la donna voltandosi di scatto. La ragazza non rispose.
La madre riprese a scaldare il latte e a mettere sul fuoco la moka; tirò fuori dal pensile una confezione di fiocchi di avena e la posò sul tavolo.
«Allora, possiamo parlare un po’?» domandò ancora la donna ora con tono supplichevole.
«Perché, ti importa qualcosa di me?» disse la ragazza in modo rude e la voce ancora impastata.
«Ma certo che mi importa di te, sei mia figlia, sei tutto il mio mondo, la cosa più preziosa che ho…»
«E allora perché non mi permetti questa sera di andare alla festa di Luca? Eh? Che cosa ti costa? Ci tengo tantissimo, lo sai… Sono settimane che te lo chiedo.»
La madre spense il fuoco sotto il pentolino e ne versò il contenuto nella tazza dove aveva già messo il caffè.
«Dobbiamo parlare, Rita, dobbiamo farlo necessariamente, e subito…» disse lei risoluta, allungandole la tazza.
«Io con te non ci parlo mai più… la mia vita è rovinata per sempre, grazie a te, perderò l’amore di Luca e…»
«Stammi sentire, Rita…» fece la madre sedendosi al tavolo della cucina, vicino a lei.
La figlia si era messa a squadrarla con aria di sfida, ma la madre non riusciva a trovare le parole.
«Ecco vedi, come al solito, quando è il momento, non sai cosa dire…» la rimproverò.
«Non è così, non è così…» fece la donna lisciando davanti a sé una piega inesistente della tovaglia. «Tu… tu… non puoi andare a quella festa perché… perché moriresti… Verso l’una ti riaccompagnerebbe a casa Luca che, drogato, bucherà con la macchina uno stop schiantandosi così contro una moto…»
La figlia la stava osservando incredula.
«Cosa stai dicendo?» fece dopo qualche attimo con la voce che le tremava di rabbia. «E mai possibile che devi arrivare a tanto? Luca non si è mai drogato in vita sua… e mai lo farà!»
«Lo farà, lo farà… i suoi amici gli faranno lo scherzo di mettergli una pillola nella birra mentre lui è distratto a parlare con te e, nonostante non sia in grado di guidare, lo farà ugualmente per portarti a casa…»
«Questo è incredibile! Che cosa ti devi inventare ancora per negarmi il permesso di andare a quella festa? Ti detesto mamma, con tutte le mie forze!» e afferrò la tazza del caffellatte per andarsene nella sua stanza.
La madre la prese con decisione per un braccio impedendole di alzarsi.
«Ahia! Mi fai male, sei impazzita!?!»
«Siediti, non ho finito. C’è dell’altro!»
La figlia aveva appena visto sul volto della madre un’espressione che non conosceva e si spaventò.
«Io e te… io e te…» mormorò la donna incespicando nelle parole «…non esistiamo.»
«Cosa dici, mamma, stai vaneggiando? Cos’hai fumato?» chiese la ragazza sempre più preoccupata.
«Vedi, piccola, noi siamo il prodotto del sogno di una donna che si chiama Alma..»
«Allora si chiama come te, mamma…»
«Sì, si chiama proprio come me. Alma aveva una figlia, Rita, proprio come te, che, quando quest’ultima aveva sedici anni, la sera del 17 di maggio, cioè oggi, è andata a una festa per stare con il suo Luca… Be’, tutto il resto te l’ho appena raccontato…»
La figlia era rimasta senza parole.
«Dopo quel fatto tragico in cui perse la figlia, tanti anni fa, Alma è entrata in una grave depressione. Ha rivisto in sogno, il suo incubo ricorrente, questa stessa scena per migliaia di volte; e ogni volta ha sempre sperato in un esito diverso, che ti salvasse la vita, senza mai però riuscirci. E dopo anni di terapie per non impazzire, di sforzi e di impegno costante, Alma sta guarendo. Presto, prestissimo, non farà più questo sogno, dove io e te esistiamo…»
Rita stava cercando di dire qualcosa ma non ci riusciva.
«Ecco, ecco…» disse Alma gridando e alzandosi in piedi, come se avesse sentito qualcuno arrivare alle sue spalle. «Sta succedendo prima del previsto, proprio ora…»
In un’esplosione di luce la parete alle sue spalle in un attimo scomparve e poi madre e figlia si videro come in un negativo di fotografia. La luce intensa divenne accecante in un crescendo dirompente, divorando ogni cosa.
E poi più nulla.
Allucinazioni
«Dovresti accendere la stufa, papà, fa freddo qui dentro…»
Il padre guardava fuori dalla finestra. Era una giornata radiosa e la luce del sole incendiava di colore le foglie cadute nel giardino.
«Papà… la stufa…» insistette lei che aveva capito che il genitore non la stava ascoltando.
«Sì cara, è pulita.»
«Lo vedo che è pulita… dovresti accenderla invece, si gela in casa…»
«Ma no che non fa freddo e poi ci sono abituato…»
«Non ti fa bene… è umido… te la accendo io!»
«No, non lo fare!» esclamò lui voltandosi accigliato; il volto era contratto, pallido.
«Cosa c’è, papà? Perché non vuoi che ti accenda la stufa? Faccio in un attimo.»
«È una storia lunga…»
«E tu raccontamela!»
Il padre si era girato nuovamente verso il giardino. Un merlo era planato rapido sul punto di biforcazione dell’albicocco, si era guardato in giro ed era ripartito alla stessa velocità.
«Penserai che, a forza di vivere qui, tutto solo, mi sono ammattito…»
«Correrò il rischio…» disse lei abbracciandolo dalla schiena.
«È che… è che quando accendo la stufa, dopo un po’, ci vedo dentro un rospo… un rospo vivo, capisci? Che salta e si dimena terrorizzato tra le fiamme perché vuole uscire a tutti i costi per non morire bruciato!»
«Ma è terribile, papà… e c’è davvero il rospo?»
«Certo che c’è…, cosa credi? Solo che quando apro lo sportellino è troppo tardi, lui si è completamente consumato nel fuoco… e non è rimasto più nulla. Mentre fino a quando non apro, lui sbatte con la forza della disperazione contro il vetro, facendo un verso orribile, gli occhi sbarrati, la pelle gonfia dal calore…»
«Va bene, papà, sarà successo una volta… capita a volte che si nascondano per l’inverno anche tra la legna… vanno in letargo…»
«Macché, Giulia mia, succede ogni volta che accendo la stufa. E dire che prima controllo bene la legna, ciocco per ciocco… Sembra che non ci sia nulla e invece no, appena il fuoco prende vigore… eccolo lì, il rospo compare… e io non so darmi pace… me lo sogno anche di notte… povera bestiola.»
La figlia l’abbracciò forte per lunghi interminabili minuti.
«Ti accendo il riscaldamento, allora…»
«No, lascia stare… mi viene a costare una sassata… non ti preoccupare, se dovessi sentire veramente freddo mi metto a letto e mi scaldo tra le coperte.»
«Ti preparo almeno da mangiare?»
«Mi sono comprato una mozzarella e del prosciutto crudo da Mario, mentre tornavo, mi accontento di quello.»
«Devi mangiare qualcosa di caldo, papà… ci metto un secondo a preparati un po’ di pasta che ti piace tanto…»
«Sono anche lì…»
«“Cosa” sono anche lì?»
«I rospi… sono anche dentro il frigo… lo hanno colonizzato, non lo apro più… da tempo.»
«Oh papà!» sospirò lei abbracciandolo ancora più forte.
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«Pronto? Signorina Giulia B.? Sono il comandante Silvestri dei Vigili del Fuoco di Lughi.»
«Buongiorno!»
«Buongiorno a lei, guardi… siamo a casa di suo padre. La vicina di casa l’ha sentito urlare nella notte e ha chiamato noi…»
«Mio padre? Sta bene? Cosa gli è successo?»
«Lo abbiamo ricoverato d’urgenza. Era in stato di shock, sbraitava, si graffiava il volto, dava in escandescenze… abbiamo dovuto buttare giù la porta per entrare. Ora lo stanno portando al San Filippo Neri, per accertamenti.»
«Oddio… grazie comandante, vengo subito…»
«Ah, signorina, un’altra cosa…»
«Sì?»
«Abbiamo dovuto avvertire l’ASL.»
«L’ASL?»
«Sì, per la disinfestazione. È pieno di rospi, qui.»
Lo scambio
Il suo sguardo passava dallo scaffale al foglietto giallo attaccato al carrello come se dovesse avere una risposta imminente dall’uno o dall’altro. Augusto aveva già impiegato un mucchio di tempo per scegliere la frutta e ora davanti ai detersivi si sentiva perso. Ma quanti ce n’erano?
La sua bambina di un anno, a cavalcioni del seggiolino del carrello, lo scrutava incuriosita. Ogni tanto sbarrava divertita gli occhi, mugulava qualcosa e poi riprendeva a masticare il ciuccio. Era la prima volta da quanto era nata che Augusto faceva la spesa da solo con lei. Seguire annoiato la moglie che si destreggiava tra i vari reparti del supermercato non significava evidentemente saper fare anche la spesa: se ne stava accorgendo. Non trovava niente e le indicazioni sulla lista erano criptiche oltre che generiche.
Si fa presto a scrivere riso, pensò lui. Ma c’è il vialone nano, l’arborio, l’integrale, il parboiled, per non parlare del riso bianco, di quello rosso o nero… Quello verde e blu, no? Qual era quello che mangiavano di solito?
Si convinse che ci avrebbe pensato sopra. Forse era meglio cominciare con qualcosa di più semplice: tipo scegliere una mozzarella per sé, sempre se trovava il reparto giusto.
Nella sua ricerca transitò davanti al Box informazioni e sentì dire:
«Ecco è lui!»
Una guardia giurata grossa come un distributore di merendine gli sbarrò la strada con le gambe divaricate e le braccia incrociate.
«Mi segua!» disse imperiosamente.
Augusto, temendo di aver combinato chissà cosa, gli andò dietro fino a fermarsi davanti a una persona anziana, minuta e nervosa che non smetteva di sfoderare un indice ossuto nella sua direzione.
«Vi dico che è lui e quella è la mia nipotina! Restituiscimela, malfattore!»
Il vecchino era accanto a un carrello dove, sul relativo seggiolino, era appollaiata un’altra bambina che sembrava uguale alla sua Marta; stessi colori dei capelli e degli occhi, stesso ovale del viso, persino gli stessi vestiti.
«Ma scherza?» ebbe la prontezza di dire Augusto che non sapeva se fare la faccia seria o mettersi a ridere. «Questa è la mia bambina, Marta, cosa volete da me?»
Nel frattempo si era aggiunta la signorina degli oggetti smarriti, una responsabile di reparto e alcuni curiosi. Il vecchino non demordeva.
«Lei ha preso il mio carrello quando era al reparto del pane ed è scappato via; guardi! C’è ancora il mio pacchetto del pane in cassetta tra le sue cose.»
Augusto controllò subito nel carrello: il pacchetto che diceva quel tipo non c’era. Anche tutti gli astanti lo videro e rimasero delusi. Persino il vecchietto era senza parole. Ad Augusto invece vennero i sudori freddi. In effetti aveva tolto poco prima qualcosa dal suo carrello ritenendo di averlo preso per errore, anche se non si ricordava bene cosa fosse. Il dubbio dello scambio cominciò a insinuarsi nella mente. E mentre la gente attorno a lui si era messa a parlottare a gruppi osservò meglio la “sua” bambina alla ricerca di un qualche indizio che lo aiutasse. Non c’era dubbio: le due bambine sembravano l’una la fotocopia dell’altra. Incredibile!
Cominciò a pensare a cosa gli avrebbe detto la moglie al suo ritorno. Che aveva portato a casa la figlia di un altro perdendo la propria. Che era un incapace e che non ci si poteva fidare di lui. Il brutto è che avrebbe avuto ragione.
Lo stesso sguardo perso ora ce l’aveva però anche il vecchietto, che non era più sicuro di niente. Proprio in quell’istante stava considerando infatti che forse le scarpe che aveva quell’altra bambina non le aveva mai viste, mentre gli pareva di riconoscere proprio quelle blu indosso alla piccolina vicina a lui. Che pasticcio, che pasticcio.
In quel mentre arrivò la telefonata da Londra di Katia, la moglie di Augusto.
«Carissima!» esordì Augusto.
«Che c’è? Che hai? Hai un tono della voce strano! Oddio è successo qualcosa alla piccolina…?!?»
«Assolutamente no, cara, ma cosa dici, stiamo anzi facendo la spesa e tutto sta filando liscio che è una meraviglia…»
«Mah sarà… Hai messo la maglietta pesante alla bambina, quella rosa con le scimmiette sul davanti che ti ho lasciato sul letto? A lei piacciono tanto…»
Augusto controllò immediatamente se la “sua” bambina avesse avuto sotto il piumino proprio quella maglietta: poteva avergliela fatta indossare senza accorgersene; se fosse stato così sarebbe stato salvo. Invece no: era azzurrina con un pappagallino giallo e verde. Si sentì morire.
Poi si accorse che la “sua” bambina stava battendo le mani tutta contenta. Ed ebbe l’idea.
«Certo che gliel’ho messa, cara; infatti è felice…» disse Augusto.
Si avvicinò poi all’altra e le fece ascoltare la voce di Katia che, dall’altro capo del cellulare, non smetteva di parlare; la piccolina era del tutto indifferente. Si accostò poi subito dopo al suo carrello e mise il telefonino anche all’orecchio della “sua” Marta. E subito il volto di lei si accese in un sorriso: la bambina batteva forte le manine.
Ripeté un paio di volte il gesto di accostare e allontanare il telefonino dall’orecchio della figlia e lei reagiva festosa sempre allo stesso modo.
«Ma mi stai ad ascoltare sì o no?» sentì la moglie chiedere arrabbiata.
«Si, sì certo Tesoro, sei fantastica…» e chiuse bruscamente la telefonata.
Poi rivolgendosi ai presenti:
«Signori, è stato bello, ma mi avete fatto davvero perdere fin troppo tempo!»
E se ne andò via a finire la spesa.
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