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Archive for the ‘horror’ Category

Mathias e Luna si erano sposati da qualche settimana e avevano deciso di andare a vivere in una casa a ridosso del bosco. La strada dal paese terminava proprio davanti alla loro villetta e poi proseguiva sotto forma di sentiero, prima tra roverelle rade, e poi nel fitto di carpini e faggi.
Il fidanzamento era stato breve, si erano piaciuti subito e anche la scelta di vivere un po’ isolati, in mezzo alla campagna, era stata fatta di buon grado da tutti e due.

«Devi venirci a trovare» aveva detto a Tom quella sera al telefono. E siccome il vecchio amico aveva percepito dal tono della voce una vena di preoccupazione Mathias, aveva chiarito che gli serviva una sua opinione come esperto di animali. Senza aggiungere altro.

La cena era stata squisita e con la scusa di mostragli il panorama dalla terrazza gli mise un bicchiere di passito in mano e se lo portò con sé.
«Tua moglie Luna, ha le mani d’oro in cucina…» disse Tom appoggiandosi alla ringhiera e gettando l’occhio sulle colline lontanissime. «Penso di avervi fatto fuori le riserve alimentari di una settimana intera.»
Mathias sorrise. «Non sai che piacere mi faccia averti qui» e gli appoggiò una mano sulla spalla.
«Allora, mi vuoi dire cos’è che ti turba? Non vai d’accordo con lei?»
«No, al contrario Tom, va benissimo. Non mi sono mai sentito meglio in vita mia: è una compagna dolcissima. È che non ci siamo ancora abituati ai rumori e ai suoni della campagna.»
«Cosa vuoi dire?» fece lui assaporando il liquido ambrato appena illuminato dalla luna.
«Da qualche tempo qua attorno si sentono degli strani versi di animali che inquietano Luna. La fanno trasalire e la rendono nervosa. Lei non mi dice nulla, ma la vedo tesa e preoccupata.»
«Questa è la stagione dei daini, amico mio, e quassù ce ne sono tanti, almeno secondo l’ultimo monitoraggio… è normale… ci farete l’abitudine.»
«Lo pensavo anch’io, Tom, ma ho controllato su internet; dai video su YouTube che ho visionato ho potuto verificare che non si tratta del verso di un daino o di un capriolo… deve trattarsi di qualcos’altro: è… è un suono strano.»
«Strano?»
«Sì… è per questo che l’ho registrato con il telefonino; per fartelo risentire. Ascolta…»
Il verso che uscì da cellulare si diffuse come una macchia densa nel cielo scuro bucato di stelle. Tom fece una faccia corrucciata, rimanendo per qualche momento senza dir nulla. Poi la registrazione si interruppe.
«Hai ragione: non è un daino, né un altro ungulato e neppure un cinghiale o un uccello notturno… E lo senti spesso?»
Mathias stava per rispondere quando lo stesso verso, dal vivo, riempì l’aria. Era sonoro, vibrante, sostenuto. Proveniva dal profondo del bosco, dove l’oscurità era ancora più compatta. Sembrava che qualcuno venisse soffocato e cercasse di chiedere aiuto senza riuscirci; anche se si capiva, per l’intonazione di alcune note, che in realtà era proprio un richiamo d’amore. Faceva raggelare il sangue. Il suono si ripeté alcune volte fino a che si spense lentamente precipitando nella boscaglia come gocce di pietra. Entrambi ne furono sollevati.
«Allora cosa ne pensi, Tom?»
L’amico aveva gli occhi bassi, come se cercasse sulle mattonelle dell’ampia terrazza la risposta. Mathias ripeté la domanda.
«Di che animale si tratta? Può essere, che ne so, una volpe, una lince? Potrebbe costituire un pericolo per noi?»
«No, Mathias, nulla di tutto ciò… tuttavia non saprei…»
«Possibile che tu non ti sia fatto un’idea?»
«Veramente un’idea ce l’avrei, ma non può essere…»
«Dimmela lo stesso…»
«Ma non può essere, te l’ho detto.»
«Dimmela Tom…» Il tono adesso era quasi di supplica.
L’amico guardò gli occhi di Mathias che avevano catturato la luce che veniva dall’interno della casa. Si schiarì la voce.
«Ci… ci sono alcune registrazioni… di tempo fa… ebbene… temo… temo… potrebbe essere il richiamo di un licantropo.»
Mathias a quelle parole si mise a ridere, pensando fosse una battutaccia. Poi vide che l’amico era serio.
«Ma non esistono i licantropi…» gli obbiettò subito dopo.
«Sì è quello che penso anch’io, è per questo che non te lo volevo dire, sono stupidaggini…» fece Tom come per scusarsi. «Anche se si dice» seguitò guardando ora di nuovo le colline grigie «che quando lanciano quel richiamo significa che hanno trovato la loro compagna… Ne possono avvertire l’odore anche a cinquanta chilometri di distanza…»
Mathias ripensò alla reazione della moglie ogni volta che sentiva quel verso. Gli era parso che non fosse di paura o di preoccupazione, piuttosto di inquietudine come da vagheggiamento o da smania controllata. Ma non aveva voluto darvi importanza.
«Non ti preoccupare però…» gli fece Tom «…te lo ripeto, sono solo sciocchezze.» E lo abbracciò forte.

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Non si era accorto che la sveglia, la prima volta che aveva suonato, l’aveva spenta nel sonno. Così, quando si ridestò di soprassalto, era davvero tardi.
Fece colazione rapidamente e infilandosi nel bagno cominciò a pensare a quale scusa inventarsi in ufficio. Poi, lavandosi il viso, sentì che la fedina era sgusciata dal dito e stava rotolando nel lavandino. Fece un paio di tentativi con gli occhi ancora chiusi per il sapone per intercettare l’anello, ma gli svicolò tra le dita e finì nello scarico. Si sentì perduto: se fosse uscito senza fedina al suo ritorno la moglie avrebbe avuto una ragione in più per litigare, se avesse cercato di recuperarla avrebbe accumulato un ritardo ingiustificabile. Optò per recuperare l’anello, anche perché, se fosse caduto dentro il sifone, sarebbe bastato smontarlo e avrebbe fatto presto.
Andò a prendere la pila per illuminare meglio il tubo di scarico e subito scorse luccicare la fedina a mezza via. Prese un ferro da calza dal cestino della lana della moglie e cominciò a rovistare. Per un paio di volte gli sembrò persino di essere riuscito ad agganciarla, per spingerla o tirarla a sé, ma l’anello all’ultimo momento gli scappava sempre via per fermarsi sempre allo stesso punto. Poi si accorse di non vederlo più. Forse la fedina era finalmente caduta. Azionò il pulsante della pila per avere una luce più bianca, quando vide che il fondo scuro del tubo si stava muovendo. Un occhio si spalancò all’improvviso su di lui. Lo scrutava fisso, senza timore, con aria interrogativa, come se fosse stato anche lui appena svegliato da un sonno profondo e si chiedesse chi lo avesse potuto disturbare. Lui fece un balzo indietro, con il cuore che si era messo a battere all’impazzata. Non poteva aver davvero visto un occhio; non lì dentro. Forse, tutto sommato, era meglio andarsene, avrebbe potuto trovare una scusa anche con la moglie. La curiosità ebbe però il sopravvento. Si riavvicinò con cautela e indirizzò il fascio di luce di nuovo sulla verticale del tubo per vedere meglio: non c’era nessun occhio. Solo il suo anello che ora sembrava più vicino. Forse aveva solo intravisto il suo stesso occhio riflesso nell’acqua dello scarico. Sì, non poteva che essere così. Insistette ad armeggiare con il ferro da calza; la fedina si muoveva e ricadeva, si muoveva e ricadeva. E poi, quando stava oramai per disperare, l’occhio gli si sbarrò davanti. Questa volta era torvo, severo, arrabbiato. E non era davvero il suo. Istintivamente girò il ferro dalla parte della punta e lo calò più volte verso il basso con tutta la forza che aveva. Colpì e colpì più volte tanto che il ferro rimase finanche conficcato in quella sostanza da cui fece fatica a estrarlo. E dopo che l’ebbe finalmente estratto un fiotto di liquido rosso/marrone risalì dal tubo a coprire il fondo del lavandino; e, mentre quel liquido dall’odore nauseabondo copriva di qualche centimetro la vaschetta, l’impianto iniziò a tremare come se si volesse scardinare dal muro. Poi tutto cessò e il lavandino si svuotò di colpo.
Rimase fermo, in silenzio. Si sentiva confuso e spaventato, ma non voleva mollare. Quella cosa comunque doveva essere morta. Ne era sicuro. Diresse con precauzione il fascio di luce nel tubo per vedere cosa fosse successo; con sorpresa si accorse che l’occhio invece era però sempre lì: aperto, vigile, carico di odio. Lui rapidamente afferrò allora da sotto il lavandino una confezione di varechina pura e la svuotò nel lavello. L’impianto vibrò come in un terremoto. Si staccarono persino alcune piastrelle e cadde un po’ di intonaco. Ancora una volta, dopo diversi minuti, tutto cessò. E l’anello di lì a poco fu sputato fuori dal buco di scarico a roteare nel lavandino come una pallina da roulette e, prima che ricadesse all’interno del tubo, lo afferrò al volo. Rimase a quel punto incerto sul da farsi. Aveva ottenuto quello che voleva. Forse se avesse fatto presto a vestirsi avrebbe potuto contenere il ritardo. Al diavolo quella cosa che c’era là sotto. Per quel che ne sapeva lui poteva anche essere al piano inferiore e non lo riguardava.
Ma all’improvviso dal buco di scarico uscì un bastone scuro, nodoso. No, non era un bastone. Osservò meglio. Era un dito ossuto. Anzi erano più dita ossute che si aprirono a ventaglio a far presa sulla ceramica bianca. Una sostanza scura e gelatinosa uscì contemporaneamente anche dal rubinetto e dal buco del troppopieno e si espandeva in progressione sotto il suo sguardo attonito. Il lavandino prese a incrinarsi, il tubo di mandata scoppiò e l’acqua sgorgò copiosamente. Lui continuò a fissare il lavello senza riuscire a muoversi fino a quando l’impianto non si spaccò in due.
E poi fu troppo tardi per scappare.

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Non appena suonò il campanello, una successione delicata di note dilagò per la casa. E la porta si aprì.
«Entrate, entrate…» fece Saverio dal fondo del corridoio guardando in direzione dell’ingresso; i due amici appena arrivati fecero entrambi l’espressione di chi fosse stato colto sul fatto. Saverio nell’avvicinarsi loro sorrise e li baciò entrambi.
«Non dovevate, grazie» fece raccogliendo dalle loro mani il cabaret di paste e lo spumante: «bene, ora appendete pure i cappotti e mettetevi comodi in sala che ho tutto sul fuoco.»
Anche la moglie di Saverio, Abe, fece per un attimo capolino dalla cucina e trillò un ‘ciao Berti, ciao Rita, siete bellissimi… fate come se foste a casa vostra’.

A tavola i quattro amici risero e scherzarono parlando di tutto un po’ e quindi, al caffè, Rita si complimentò:
«Avete proprio una bella casa…»
«È che siamo stati fortunati a trovarla» raccontò Saverio. «Una ventina di anni fa quando io e mia moglie siamo venuti qui a Lughi ci hanno offerto questa villa e ce ne siamo subito innamorati.»
«A proposito…» fece Berti additando con il pollice le proprie spalle. «Al cancello, in strada, abbiamo visto che qui avete anche una Scuola del Paranormale… Avete affittato?»
«No no… è mia moglie che se ne occupa…» fece Saverio, serio, indicando con la testa Abe che stava allungando verso gli ospiti le tazzine del caffè.
«Non mi dite che credete ai fantasmi e a tutte quelle stupidaggini lì…» disse Berti con un sorrisetto di scherno e girando il cucchiaino nella tazzina.
«Altro che crederci… viviamo con loro!» confermò il padrone di casa.
«Cosa?» domandò incredula Rita.
«Vedete» si intromise Abe, «abbiamo trovato questa grande casa proprio perché nessuna la voleva comprare: è rimasta sul mercato per molto tempo. Da quando appunto è successo quel grave fatto di sangue.»
«Quale fatto di sangue?» chiesero quasi in coro entrambi gli ospiti.
«Archibald era il settimo maggiordomo di Arthur Pembroke, Duca di Conwy, trasferitosi in questa villa dal North Wales, dopo la seconda guerra mondiale, per curare i propri interessi in zona. Una sera Pembroke ha scoperto Archibald a letto con la moglie. Il Duca, dopo aver consegnato una spada ad Archibald perché si difendesse, lo ha ucciso senza pietà, per poi giustiziare orrendamente anche la moglie.»
«Ma è terribile!» commentò Berti.
«Certo che lo è… e, come accade a tutti coloro che muoiono di morte violenta, da allora sia Archibald che la Duchessa sono rimasti come puri spiriti in questa vecchia magione, dove non trovano pace. La Duchessa, per la verità, non esce mai dalla torretta a ovest della casa e guarda sconsolata dall’ampia vetrata in direzione delle terre avite nel lontano Galles.»
«E Archibald?» chiese ridendo nervosamente Rita.
«E Archibald continua egregiamente a fare il maggiordomo. Fa ancora il suo lavoro in modo impeccabile!»
Sia Berti che Rita non sapevano cos’altro dire.
«Comunque quando siamo entrati in questa casa, io e Abe ci siamo chiariti con loro e da allora conviviamo in perfetta armonia.»
«Ah… vi siete chiariti…» ripeté meccanicamente Berti.
«Sì, certo… nel senso che loro non avrebbero mai dato fuori di matto e noi non avremmo cercato di mandarli via…»
«…»
«Così mia moglie, che già era appassionata di queste cose, ha messo su una Scuola del Paranormale e il pezzo forte delle lezioni è proprio il buon Archibald che si manifesta volentieri ai discenti, con grande soddisfazione di tutti.»
«Ma dai… non sarà mica vero…» se ne uscì a quel punto Rita, squadrando preoccupata il marito.
«E allora…» fece Saverio guardando di lato verso la porta come per rivolgersi a qualcuno che solo lui vedeva «… chi pensate che vi abbia aperto la porta quando avete suonato oppure vi abbia tolto i cappotti o servito a tavola?»
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hat_gy

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La gazza emise un stridìo acuto.
George alzò la testa, come se stesse annusando l’aria. Inclinò leggermente la testa da un lato e si voltò in direzione dell’uccello chiuso nella gabbia.
«Che c’è Gigia, eh? Che c’è?»
Mentre faceva questa domanda George sorrideva e, spingendo a colpi decisi la sedia a rotelle verso la parete opposta, si portò accanto alla gabbia.
«Lo so io che cosa significa quando diventi così smaniosa… vuoi uscire per un po’ eh?… lo capisco, accidenti se lo capisco…» fece lui scuotendo la testa e pensando a se stesso. La gazza aveva infilato il lungo becco attraverso le sbarre come per toccare l’uomo. Poi si mise saltellare sul fondo della gabbia rimestando la lettiera e facendo suoni più brevi e gravi.
«Ma sì, la mia brava Gigia… è giusto, hai bisogno anche tu di distrarti… altro che stare sempre qui ad ammuffire con un vecchio cieco.»
George rovistò con il gancio che teneva chiuso lo sportello e lo aprì. La gazza saltò sul bordo di metallo della gabbia e si guardò attorno assaporando quel momento; quindi spiccò il volo nella stanza.
George nel frattempo aveva guadagnato la finestra spalancandola e subito entrò l’alito gelido della sera, carico di profumi per la pioggia del pomeriggio. L’uomo si sorprese per tutte le immagini mentali che la memoria gli richiamò. Ne rimase quasi stordito.
Nel frattempo la gazza, dopo aver fatto un paio di voli di ricognizione, infilò decisa lo specchio aperto della finestra e si ritrovò nel cielo libero.
«Vola Gigia, vola…» le disse dietro l’uomo invidiandola «ma non fare tardi come il tuo solito…»
La gazza prese il vento che spirava da nord-est e in un momento le si gonfiarono le piume delle ali. No, non poteva sbagliare. Quel rumore che ben conosceva lo aveva sentito per tutto il pomeriggio: avevano lavorato sodo per alcune ore laggiù nel camposanto. Avevano scavato nonostante la pioggerellina insistente. Ma ciò che davvero era adesso inconfondibile era l’odore di morte fresca. Un odore inebriante, stordente perché era quello di un corpo che si stava disfacendo ad ogni ora, ad ogni minuto tanto più che, come si usava in quel paese e in quel cimitero, il cadavere veniva seppellito in piena terra. ‘Finalmente’ sembrò pensare la gazza planando impaziente verso i margini del borgo: era trascorsa un’intera settimana dall’ultima inumazione, e tanta attesa ora era premiata.
In pochi minuti arrivò a Clutthamborough; fece ala dietro al campanile di pietra nera, oltrepassò il muro di cinta, sorvolò le tombe sbilenche della parte vecchia e subito gli apparve il cumulo fresco di terra vicino alle querce imponenti. Zampettò sulla massa scura di terriccio ancora umido per capire meglio come era stata direzionata la salma ma poi non ebbe più dubbi. Raspò con forza in un punto preciso facendo scivolare di lato la terra; sarebbe stato un lavoro lungo e non facile, ma non aveva fretta e poi George l’avrebbe aspettata fino a quando non avesse fatto rientro.
Dopo una buona mezz’ora finalmente eccolo. Il viso della morta gli apparve all’improvviso dalla terra brunita, come se le venisse incontro dagli abissi del nulla. Bastarono pochi rapidi colpi del possente becco e l’occhio di sinistra saltò via dall’orbita. Con un movimento rapido lo afferrò con sicurezza e, mentre l’occhio ceruleo e spalancato nella campagna scura della sera si volgeva di qua e di là atterrito, Gigia lo ingurgitò con un colpo secco all’indietro del collo. Il sapore era quello, se lo ricordava bene, ma questa volta era più sapido e profumato per il fatto di appartenere al cadavere di una donna giovane. La gazza ebbe un fremito di godimento: era tanto che non gustava un boccone simile. E subito si mise all’opera per cavare l’altro occhio. Anche qui la sua maestria la trasse subito d’impaccio; sapeva che il bulbo era molto morbido e delicato sicché dovette far piano desiderando mantenerlo integro nella sua consistenza: sarebbe stato più buono ingurgitarlo tutto assieme. Ma quando lo ebbe saldo nel becco avvertì un rumore. Si accucciò all’interno della buca che aveva creato scavando. Dalla sua destra vide arrivare lentamente un uomo con una vanga sulla spalla. Non avrebbe dovuto esserci nessuno a quell’ora: eppure quell’uomo veniva proprio nella sua direzione. Per un po’ la gazza rimase ferma ma poi fu più forte di lei e spiccò il volo con il bulbo sradicato ben stretto nel becco. Fece alcuni giri attorno al cimitero in attesa che la situazione si calmasse. L’uomo per fortuna non l’aveva vista, ma si era messo ad armeggiare in un ripostiglio e non sembrava intenzionato ad allontanarsi. L’uccello decise di tornarsene a casa.
«Ehi Gigia, com’è andata? Hai fatto il tuo voletto?» gli disse George appena la sentì arrivare. L’uccello rimase sulla soglia della finestra indecisa sul da farsi.
«Come mai così silenziosa?» fece il vecchio che la accarezzò. «E qui cos’hai?» George prese tra la dita l’occhio levandolo delicatamente dal becco della gazza preoccupata. «Uhmm…» fece dubbioso l’uomo «… un pomodorino… e dove l’hai trovato un pomodorino di questa stagione?»
Gigia gracchiò sommessamente.
«Magari brillava alla luce della luna piena e te lo sei portato via. Sei proprio una ladra! È per questo che quando torni dai tuoi giretti non hai mai fame, eh?. Sembra proprio appetitoso, mi verrebbe voglia di rubartelo a mia volta e di mangiarmelo, ho ancora giusto un languorino…» le disse George con tono di finto rimprovero posando l’occhio sul davanzale. «E adesso fila dentro, su, basta per questa sera… che poi mi diventi grassa. Lasciati qualcosa anche per domani…»
E la gazza, ripreso nel becco il bulbo, se ne volò dritto e in silenzio nella sua gabbia.
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dietro il racconto
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mantideEra almeno un’ora che girava a vuoto. Anche il cane ogni tanto si fermava per guardarlo con aria interrogativa come se si chiedesse il perché l’avesse portato in quella zona senza selvaggina. Eppure lui, su quelle colline, c’era stato tante altre volte e non era mai tornato senza qualcosa nel carniere. Per fortuna era una splendida giornata e la luce che volgeva al tramonto stava prendendo toni di giallo che incendiavano il marrone del fogliame; il cielo era ancora terso e virava pensoso nel blu della sera.
Poi, all’improvviso, sentì la terra tremare. Non era il terremoto, lo capì subito, ma uno scuotimento lento, ritmico come di passi pesantissimi che si stessero avvicinando. Vide Tabù, il suo pointer, che scartò di lato per poi gettarsi guaendo dentro alla macchia. Lo chiamò più volte: ma si era fatto un profondo silenzio attorno a lui, come di attesa greve, a sottolineare che in quel frangente nessuno avrebbe potuto aiutarlo. Ebbe appena il tempo di girarsi e una sagoma confusa lo sovrastò. E fu tutto buio.
Quando rinvenne si trovava bocconi, per terra, in una stanza dal soffitto così alto che faceva fatica a scorgerlo. Si sentiva la testa pesante, il corpo rigido, rattrappito, come se il resto di sé non gli appartenesse. Non riusciva a capire cosa fosse successo, né dove si trovasse, né quanto tempo fosse passato.
Cercò di muoversi ma non ci riuscì. Realizzò a poco a poco di avere come un peso insostenibile sul petto che lo teneva bloccato al suolo. Si guardò in giro anche se la vista gli si era annebbiata e ci vedeva male: gli parve di non essere solo. Intorno a lui c’erano altre figure anch’esse sdraiate. Ecco sì…, distingueva ora un uomo sulla cinquantina e, più in là, due donne giovani: una bruna e formosa, l’altra dai capelli corti e fulvi, molto magra; c’era persino un bambino, sui dieci anni, vestito ancora con la tuta da palestra, e una coppia di persone molto anziane. Non si muovevano: gli occhi erano chiusi, parevano addormentati. Dopo un po’ che li stava fissando, realizzò che ciò che li teneva fermi era un chiodo che usciva loro dal busto.
Ma sì, certo‘, pensò. Era un enorme ago che li trafiggeva. Forse formavano tutti, lui compreso, la collezione bizzarra di un qualche squinternato; come se fossero stati semplici insetti da conservare e non esseri umani.
Avrebbe voluto gridare ma dalla bocca uscì solo un rantolo. Strattonò il proprio corpo per liberarsi di quello spillone che ora vedeva distintamente sopra di sé. No, doveva calmarsi: non sarebbe venuto a capo di nulla se si fosse agitato in quella maniera. Dopo tutto non sentiva dolore e non gli sembrava neppure di perdere sangue.
Dopo qualche ora si accese nella grande sala, in un punto indefinito del soffitto, una luce accecante. Non vide più niente. Sentii avvicinarsi qualcuno a larghi passi. Provò la stessa sensazione di pericolo di quando ero sulla collina a caccia. C’era qualcuno vicino a lui. Cercò di strizzare le palpebre per far passare quel tanto di luce che poteva bastare per vedere chi fosse. Gli parve di vedere un enorme occhio su di sé con una lente monoculare di ingrandimento che lo stava osservando. Poteva sentire addosso il fiato pastoso di quella persona che, con molta cura, stava controllando se lo spillone fosse ben conficcato sul fondo e che tutto fosse a posto. Trascorsero momenti interminabili in cui si finse morto. Poi lo sentì allontanarsi senza spegnere la luce. Non riusciva più ad aprire gli occhi: era un faro potente che gli spioveva addosso un fascio di luce calda ma abbagliante.
Poi, piano piano, quello stesso calore prese a ravvivargli i muscoli e i vestiti e lui iniziò a muovere di nuovo gli arti. Cercò di capire che tipo di movimento avrebbe potuto fare. E ben presto comprese che l’unico modo per liberarsi di quell’ago era di farselo scivolare attraverso il foro nel petto. Così decise di agire: chiunque lo tratteneva in quel luogo poteva tornare da un momento all’altro. Afferrò con tutte e due le mani il chiodo e si tirò su; fece diverse prove ma si sentiva molto debole e cominciava a sentire un dolore acuto che gli scuoteva il cervello; anche il sangue aveva preso a colare a terra.
Ci mise molto tempo perché ogni tanto, stremato, doveva fermarsi per riprendere fiato. Un paio di volte ripiombò sul pianale battendo violentemente la schiena. Temette che quel rumore potesse richiamare il suo ospite. E allora, subito, ricominciava a tirarsi su con la forza della disperazione. Al quinto tentativo, quando pensava che ormai non ce l’avrebbe più fatta, arrivò alla sommità dello spillone. Fu il momento più difficile perché la testa del chiodo era più larga del foro nel petto; sentì un dolore lancinante che lo fece vacillare; ma prima di svenire riuscì a divincolarsi. Quando si riprese si aggirò tra gli altri sventurati nella speranza di trovarne qualcuno ancora vivo. Erano centinaia e centinaia a riempire tutta la sala: per loro non c’era più nulla da fare.
Decise che era il momento di andarsene. Piegato in due per il dolore e perdendo sangue non era facile orientarsi in quella casa enorme. Superato però un angolo di quel locale, vide in fondo a un corridoio la luce del sole che faceva un’onda di pulviscolo da un portone lasciato aperto. Corse tenendosi una mano sul petto. Nell’ultimare il corridoio, per un attimo, si scorse in uno specchio. Si fermò a rimirarsi incredulo: il foro che lo attraversava da parte a parte era anche più grande di quello che aveva creduto. Cercò di tamponarlo come poté.
Poi il sole tiepido gli toccò delicatamente la spalla: sembrava chiamarlo.
Si avvicinò alla porta spalancata su una campagna ordinata e rigogliosa.
No, non può essere così facile’, pensò.
E scappò via.

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tela di ragnoIl chiarore del display illuminava il suo viso. Fu per questo che Piscopo lo vide in ritardo proprio quando dalla porta della stanza si stava avvicinando alla sua poltrona. Era un grosso ragno di una specie diversa rispetto a quelle che normalmente popolavano la campagna che abitava. E anche se di dimensioni contenute, aveva una massa tozza, le zampe pelose e scure oltre a un aspetto arcigno nell’insieme, che inquietava; dalla velocità con cui si stava spostando gli fece pensare che avesse una meta precisa. Staccò per un attimo gli occhi dal monitor e, appena lo ebbe a tiro, il gesto di schiacciarlo fu istintivo e immediato. Odiava i ragni ed era un’avversione profonda, maturata sin da quando, da bambino, fu morso a un labbro nel sonno. Sotto la pantofola in spugna di cotone, che ancora recava la dicitura di un hotel di Alvona, l’aracnide scricchiolò in modo sinistro, come se avesse pestato una ghianda o una nocciolina.
Piscopo seguitò a leggere al computer e fu solo quando decise di andare a dormire che accese la luce per togliere dalle piastrelle del pavimento quel che rimaneva del ragno. Ma non c’era nulla. Guardò meglio nelle vicinanze e finanche sotto la poltrona, ma non trovò i resti. Girò la pantofola e si accorse che c’era un buco di pochi millimetri di diametro nella suola. Controllò anche la pianta del piede e notò una ferita tonda, minuscola, in corrispondenza del buco nella pantofola.
Deve avermi bucato poco prima di scappare’ pensò alzando le spalle, quindi si medicò e andò a coricarsi.
L’indomani, nel farsi la doccia, notò che la pelle attorno allo stinco del piede aveva un rigonfiamento. Lo toccò e subito qualcosa sottocute si spostò in avanti di alcuni centimetri per poi sparire. Si spaventò tanto da perdere l’equilibrio nel box e aggrapparsi all’ultimo istante al rubinetto per non cadere. Non c’era dubbio: il ragno era dentro di lui. Preso dallo sgomento si vestì in fretta e si recò subito dal suo medico che, resosi conto del problema, decise per un intervento ambulatoriale immediato. Il bozzo appariva e spariva dalla tibia per ricomparire in altre parti, come il polpaccio e la caviglia, e ogni qualvolta il medico avvicinava il bisturi per incidere la pelle il ragno, come se se lo sentisse, si scostava all’ultimo istante. Il dottore fece diversi tentativi, ma fu inutile. Non c’era che disporre in via d’urgenza il ricovero in ospedale del paziente, ma anche lì, nei giorni seguenti, non ci fu nessuna terapia che potesse avere la meglio. I medici non sapevano più che fare, Piscopo era disperato.
La situazione sembrava irrisolvibile quando, una mattina, l’uomo si accorse svegliandosi che appena sotto il ginocchio si era venuta a formare un’escrescenza di carne pendula; fu portato subito in sala operatoria e lì, sezionando quella sacca di pelle, trovarono all’interno il ragno morto avvolto da un bozzolo lanoso. Piscopo se la cavò con pochi punti di sutura e una cura massiccia di ulteriori antibiotici. Gli dissero che il primario avrebbe scritto una monografia su quanto accaduto e che sarebbe stato contattato e persino pagato per il disturbo.
Intanto, nel lettino di ospedale dove fu trattenuto ancora per una notte per precauzione, Piscopo si addormentò profondamente dopo settimane di notti agitate.
Dormiva ancora quando, all’altezza della tempia sinistra, di una mano e dell’ombelico apparvero all’improvviso delle protuberanze sottocutanee che si mossero all’unisono in ogni direzione. I ragni cercarono di fare piano nel muoversi, giusto per non svegliarlo, perché avevano compreso che, se l’individuo-ospite rimaneva tranquillo, per loro era anche meglio.

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hat_gy
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