Tre scatole e un Gloom

L’uomo aveva sul volto il sorriso di un bambino, anche se non sembrava comprendere appieno cosa stesse succedendo. Sua moglie e suo figlio erano seduti sul divano, ma mentre la donna appariva frastornata dalle luci e dai display delle consolle e delle telecamere, il figlio adolescente era del tutto estraniato, immerso nel suo cellulare.
«Sono Clairmont Duvivier e spiegherò il gioco a quei pochi che ancora non lo conoscono…» L’uomo, azzimato e troppo curato, come se avesse passato ore in sala trucco, entrò nel cerchio delle luci.
«Ma… come mai le riprese sono a casa mia? Non sarebbe stato più comodo trovarsi in uno studio?» Il concorrente non sapeva bene a chi rivolgere la domanda, se alle telecamere o al presentatore.
«A questo arriviamo tra poco… ah, a proposito: siamo già in diretta.»
«In diretta?» Marcel era stupito. La moglie si guardò intorno inquieta, poi si ravvivò i capelli con piccoli movimenti nervosi.
«Certo! Non ha visto le altre puntate di ‘Tre scatole e un Gloom‘?» domandò Clairmont rivolto alla telecamera e sfoderando un sorriso smagliante.
«Veramente no.»
«Poco male. Il nostro concorrente di oggi si chiama?»
«Io? Ah, sì. Mi chiamo… mi chiamo Marcel Dubois.»
«Vuole dire qualcosa in più al nostro gentile pubblico che sta facendo per la prima volta la sua conoscenza?»
«Sono qui di Pérouges, faccio il calzolaio, ho quarantasei anni, felicemente sposato da sedici con Marie. Abbiamo un figlio, Baptiste. Ma tutti lo chiamano Bap.»
La telecamera inquadrò moglie e figlio. Marie si commosse. Bap, nella sua bolla, non parve accorgersi di nulla. Fece solo una smorfia che non era dovuta al contesto, ma a qualcosa che era apparso sullo smartphone. Poi ritornò alla sua solita espressione, vuota e impassibile.
«Benissimo. Davanti a lei, sul tavolino, ci sono, come di consueto, le tre scatole del nostro gioco: la A, la B e la C. Una contiene un lingotto d’oro da 50.000 euro, una è vuota, e una… contiene Gloom.»
«Gloom? Cos’è?»
«Non cos’è. Piuttosto chi è. È il fantasma del gioco!» esclamò Clairmont con un’espressione sorpresa.
Marcel lo fissò. «Non credo ai fantasmi.»
«Capisco. Liberissimo. Spero solo che lei non si debba ricredere. E poi, per rispondere alla sua domanda iniziale, le posso rispondere che il fatto che un fantasma giochi oggi con noi è il motivo principale per il quale siamo in casa sua e non nel nostro studio a Parigi. Non vorremmo mai che un fantasma fosse libero tra le nostre cose.»
Marcel non rispose. Poi ribadì, piano: «Non credo ai fantasmi.»
«Ottimo. Allora scelga una scatola, senza aprirla. Poi le farò una offerta. Potrà quindi confermare la sua scelta, cambiarla o accettare la mia proposta. Solo io so cosa contengono i pacchi. Tutto chiaro?»
«Chiaro.»
«Domande?»
«No.»
«Procediamo?»
«Procediamo.»
«Quale scatola vuole scegliere?»
«La C» disse senza esitazione.
«Il nostro Marcel ha scelto la scatola C!» ripeté in modo solenne Clairmont alla telecamera. Ma conterrà il lingotto o… qualcosa di diverso?»
Poi piazzò il microfono davanti a Marie: «Secondo lei ha fatto bene suo marito a scegliere il pacco C?»
Marie sorrise: «No. Io avrei scelto la B, come l’iniziale di Baptiste.»
Marcel si irrigidì.
«Ha sentito, Marcel?»
«Sì.»
«Vuole dare retta a sua moglie o insiste nella sua scelta? Aspetti, però, a rispondere. Per rendere il gioco più interessante… io le offro 15.000 euro se cambia pacco e apre la scatola contrassegnata dalla lettera A.»
«No, no, la B!» intervenne a voce alta la moglie.
Marcel esitava. Pensava a quanto avrebbe potuto fare con quei soldi che il presentatore gli offriva: un nuovo macchinario per la bottega, un viaggio a Venezia con Marie…
Clairmont rincarò: «Facciamo 25.000 euro. Metà del valore del lingotto. Basta che apra la A. Cosa ne pensa?»
Lo sguardo severo della moglie, fisso su di lui, diceva tutto: “Non t’azzardare.”
«Scelgo la B» ma la voce di Marcel era tutt’altro che convinta.
«Colpo di scena!» esclamò Clairmont. «Marcel ha rinunciato a 25.000 euro per seguire l’intuizione della moglie. Applausi!»
Partirono gli applausi preregistrati. Marcel si schermì. Capì che in quel momento l’unica cosa che veramente desiderava era tornare nella pace della sua bottega.
«Ora, se pensa che sia la scelta giusta, apra la scatola B. Ma può ancora cambiare idea e accettare la mia proposta. Ci pensi bene.»
Marcel fissò il pacco, poi la moglie, poi ancora la scatola. Sospirò, si avvicinò e, sbuffando, aprì la B.
Dentro, luccicava il lingotto d’oro.
«Ho vinto!» urlò alzando incredulo le braccia verso il cielo. Marie saltò su: «Lo sapevo! Me lo sentivo!»
Marcel cercò con lo sguardo il presentatore, ma si accorse che Clairmont e la troupe stavano già uscendo dalla casa.
Dal fondo della scatola B, Gloom emerse silenzioso. Un alito gelido attraversò la stanza. Baptiste alzò lo sguardo, vide all’improvviso il volto spettrale del fantasma, si tolse gli auricolari. Un urlo straziante lo investì subito dopo. Gridò anche lui a quella vista mostruosa cominciando ad agitarsi in modo scomposto. Marie svenne. Marcel rimase invece immobile: Gloom gli fu però subito addosso, il suo viso era a pochi centimetri dal suo. L’odore che Marcel sentiva era nauseabondo e insopportabile. Gli venne da rimettere.
«Hai lasciato le telecamere accese?» Clairmont, stava scendendo le scale in modo precipitoso tallonato dal capo troupe.
«Sì, torniamo come al solito tra mezz’ora. Il tempo che Gloom si sia divertito a sufficienza e torni spontaneamente nella scatola.»

Annina sta tornando

anziano, televisioneAnnina tardava a rientrare. Quanto ci metteva ad andare in farmacia? Frank si fece questa domanda mentre osservava l’orologio. Cosa poteva fare nel frattempo? Scaldare il brodo? Preparare la tavola? No, forse non era poi ancora così tardi. Poteva aspettare qualche minuto. Magari poteva guardare la televisione.
Si accorse però che il telecomando non era al suo posto. Chissà dove si era cacciato. Si sedette sul divano, cercando di calmarsi. Sentiva l’agitazione crescere. Forse avrebbe dovuto prendere lo Xanax. Oppure gli avevano detto di sospenderlo? Si maledisse per non trovare il prospetto dove annotava queste cose. Sarà dove si trova il telecomando, pensò. Comunque, non c’era da preoccuparsi. Quando Annina tornava, glielo avrebbe chiesto.
Ma cos’era quell’odore? Cosa stava marcendo? Si alzò per controllare il frigorifero. Sembrava tutto a posto. Poteva venire dal giardino… Magari Lenticchia aveva catturato un uccellino o un topo e lo aveva nascosto sotto la siepe. Non sarebbe stata la prima volta, del resto. Andò a vedere. Nulla.
Un nuovo pensiero lo assalì. E se fosse stata proprio Lenticchia a essersi sentita male? Quella gatta era anziana. Poteva essere rimasta incastrata da qualche parte. Se ci fosse stata Annina, avrebbe già capito qual era il problema, pensò. Le mani gli sudavano per l’ansia. Non riusciva più a stare in piedi, ma sedersi gli dava fastidio per via del mal di schiena. Forse se avesse preso la pillola per la sciatica…
Il campanello di casa suonò. Ciabattò lentamente fino alla porta, chiedendosi perché Annina avesse suonato se aveva le chiavi. Magari le aveva dimenticate.
Quando aprì, si trovò davanti un uomo.
«Beh… non mi fai entrare, Frank?» disse quello.
«Ah, sei tu…» fece Frank, spostandosi di lato. «Sì, sì, entra.»
«Perché non rispondi al cellulare? Ho provato a chiamarti più volte. Dopo un po’, mi preoccupo, lo sai… Hai ottant’anni, Frank. Non dimenticartelo.»
«Certo, se poi sei tu a ricordarmelo ogni volta… anche se volessi…» brontolò Frank. Poi si chiese da quando avesse un cellulare. Non gli pareva di averne mai avuto uno. Quelle diavolerie fanno di tutto tranne che telefonare, pensò.
«Dov’è Annina?» chiese l’uomo, guardandosi attorno.
«Mia moglie è andata in farmacia e sta per tornare… dove devo firmare?»
«Firmare? Che intendi, Frank?»
«La raccomandata. Sei il postino, no?»
«Postino? Ma che dici, Frank? Sono Tom, il tuo amico…» e lo prese delicatamente per un braccio facendolo accomodare sul divano. Era più giovane di vent’anni, ma Frank per lui era sempre stato un padre. Lo aveva persino voluto come padrino per suo figlio.
«Cos’è questo odore strano?» chiese Tom, aggrottando la fronte. «Cosa è andato a male?»
«Purtroppo, è Lenticchia. Il mio gatto è morto e ora si trova sul tetto. Occorrerà chiamare qualcuno per tirarlo giù… Conosci qualcuno?»
«Lenticchia? Frank, il tuo gatto è stato investito mesi fa qui sotto casa. Non te lo ricordi?»
Frank lo guardò con occhi vuoti, quasi imploranti. Tom sospirò e si avvicinò alla finestra, spalancandola per far entrare aria fresca. Poi, in qualità di medico di Frank, lo visitò. Niente febbre ma battito irregolare e reattività ridotta. Qualcosa non andava.
«Hai fatto l’iniezione di insulina?» domandò.
‘Ecco cosa avrei dovuto fare…’ pensò Frank con disappunto. Annina si era raccomandata tanto prima di uscire. Adesso occorreva rimediare o l’avrebbe sgridato.
«No… ma posso farla ora. È nell’armadietto del bagno. Ma sei sicuro di non essere il postino? Aspettavo un pacco…»
Tom scosse la testa. Probabilmente serviva un ricovero per accertamenti. Non appena Annina fosse tornata, l’avrebbe avvisata. Ma perché nessuno gli aveva detto nulla? Frank era così in forma quando era partito per le vacanze…
Sentì un rumore nell’androne. Finalmente, Annina! Tom si alzò e andò alla porta. Ma vide solo la vicina con la sporta della spesa in mano. Si guardarono sorpresi. Tom fece un cenno di salute e poi richiuse.
«Vado a prenderti la siringa, Frank. Tu resta seduto lì, d’accordo?»
«Sì, sì… sei un postino molto gentile, sai? Di solito sono così maleducati e frettolosi. Ah, già che ci sei, mi prendi un golfino? Mi è venuto freddo con la finestra aperta.»
«Un golfino? Certo… dove lo trovo?»
«In camera da letto, credo.»
Tom andò nella stanza. L’odore era ancora più forte. Il golfino non c’era. Aprì la finestra. Nulla migliorò.
«Il golfino non c’è» disse a voce alta.
«Allora lo chiederemo ad Annina quando torna. A quest’ora sarà già sulla strada del ritorno» rispose Frank.
Tom fece un ultimo tentativo. Aprì l’armadio.
Annina era seduta sul fondo del mobile, la schiena contro la parete interna, il viso riverso di lato. In stato avanzato di putrefazione. In mano aveva il telecomando della televisione.

Sister

alaskaAveva preso una scorciatoia perché il suo istinto di viaggiatore gli aveva suggerito così. Anche se il più delle volte il suo istinto di viaggiatore non era buono neppure per orientarsi in casa sua. Ma era in vacanza e voleva crederci, anche se la strada si stava facendo sempre più stretta e da asfaltata era diventata sterrata.
Puntualmente la moglie aveva cominciato a brontolare e a buttare giù due o tre argomenti da litigata sostenuta. Lui però aveva deciso di non abboccare: era in vacanza nella tanto desiderata Alaska, pensò, e nessun contrattempo gliel’avrebbe mai potuto rovinare.
La figlia piccola, nel frattempo, aveva manifestato voglia, contemporaneamente, di fare pipì, di mangiare e di dormire. Solo che non poteva dormire se non avesse prima mangiato e non avrebbe mangiato se prima non avesse fatto pipì. La situazione insomma si stava deteriorando, di minuto e minuto; persino il cane Sister stava abbaiando di continuo avendo fiutato aria di nervosismo.
Poi, sulla sua destra, comparve all’improvviso, da dietro le immense fronde di un cedro giallo, un grosso cartello: “ALBERGO CONFORTEVOLE, PREZZI MODICI” e appena sotto, in carattere più piccoli, “VENITE A FARE UN’ESPERIENZA DA BRIVIDO NELLA CITTA’ DEI MORTI.”
«Fico!» gridò subito la bambina indicando il cartello. «Dai papà, andiamoci… deve essere divertente!»
A Frank parve una soluzione insperata. Si stava facendo tardi ed erano stanchi per il lungo viaggio. Inoltre la meta di quel giorno, a questo punto, sembrava d’un tratto irraggiungibile mentre in quell’albergo avrebbero trovato di che mangiare e dormire. L’indomani, a mente serena, avrebbero deciso il da farsi. Guardò la moglie che stranamente si era acquietata: lo interpretò come un segno di via libera.
«Va bene…» disse lui. «Meno male che a Fairbanks non avevamo prenotato; e poi hai ragione, Zoe, magari è un parco a tema e sarà divertente.»
Voltarono così per una stradina laterale che percorsero per alcune miglia fiancheggiando una linea ferroviaria abbandonata. Dopo circa venti minuti arrivarono a una casa tipica della zona, in buono stato; il parcheggio era vuoto.
«Ma perché nostra figlia ha chiamato il cane ‘Sister’ se è un maschio?» chiese lui alla moglie facendo scendere il beagle lanciato all’inseguimento della figlia già corsa via «…gli farà venire delle turbe psichiche…» Ethel lo guardò con sufficienza. Quindi scosse la testa: «Perché forse vuole una sorellina con cui giocare. È così difficile da capire?»
Quando entrarono nell’hotel, la hall era pulita e ordinata, c’era persino un buon profumo di fiori freschi e un’atmosfera accogliente. Ma non c’era nessuno. Aspettarono un po’ e poi Ethel trovò sul bancone del concierge la chiave di una stanza, ben riposta su un cartoncino con su scritto in bella grafia: ‘Siete i benvenuti, vi abbiamo riservato la nostra suite migliore; la cena sarà servita puntualmente alle ore 19.00, nella Sala grande’. La donna raccolse la chiave passando il cartoncino al marito; e, senza dire altro, infilò le scale con in mente solo di fare finalmente una doccia calda.
La stanza era bellissima e spaziosa, con vista sulle White Mountains, che, a quell’ora, viravano su colori aranciati per un tramonto mozzafiato e una luce prepotente. La figlia era eccitata, il cane silenzioso e scodinzolante, la moglie pacatamente svagata dopo la doccia. La giornata sembrava ora volgere al meglio.
Alle 19.00, pieni di aspettative, scesero rumorosamente nella sala principale. C’erano una ventina di tavoli, tutti apparecchiati in modo colorato e invitante; c’era persino una gradevole musica di sottofondo e un odore invitante di cibo. Ma nessuno in giro.
«Vedremo prima o poi qualcuno in questo posto?» fece Frank ispezionando con gli occhi il locale ampio e luminoso.
«Guarda, papà, qui c’è l’hamburger con le patatine fritte che volevo…» disse la bambina additando il tavolo vicino.
«Già», disse la madre sorridendo appena «e c’è anche l’insalata con il formaggio magro che di solito mangio a casa…»
«Allora cosa aspettiamo… ? Sediamoci!» fece lui entusiasta.
«Tutto questo è molto inquietante! Lo sai vero, caro?» fece Ethel guardandosi in giro. «Come mai non c’è nessuno? E come fanno a sapere cosa ci piace?»
«Non essere paranoica, Ethel…» fece lui prendendo una patatina e lanciandosela in bocca «…per una volta che troviamo un servizio di qualità non lamentiamoci… saranno tutti al parco dei divertimenti!»
«Perché? Hai visto che c’è?» fece lei sedendosi con circospezione.
«E perché mai non ci dovrebbe essere? Nella città dei morti…» e pronunciò quest’ultima frase facendo la voce da film horror e ridendo subito dopo.
La tavola era ricolma di cibo e tutti i piatti da loro preferiti erano lì, davanti a loro, appena usciti  dalla cucina.
Una volta saliti di nuovo in camera, senza ancora incontrare nessuno, si addormentarono quasi subito. La stanchezza del viaggio si era fatta sentire di colpo.
C’erano però degli strani rumori nella stanza e svegliarono Ethel nel cuore della notte. O meglio, così le era sembrato di sentire. Per un po’ stette ad ascoltare nel buio. Poi, all’improvviso, accese la luce.
C’erano sei individui accovacciati in cerchio; uno di essi, il più vicino al letto, si girò di scatto verso la donna. Poteva avere un centinaio di anni o forse più; un occhio gli scendeva dall’orbita verso la guancia bucata da parte a parte facendo intravvedere una fila di denti. I capelli erano a ciuffi sul cranio pelato e dal braccio lattiginoso, che terminava in una mano ossuta con cui teneva ben salda la coscia di qualcosa che stava masticando, penzolava carne scura e sfilacciata; e il tipo che la stava squadrando con severità aveva tutta l’aria di essere morto, molto morto. Anche se soffiò con forza nella sua direzione come un grosso gatto impaurito.
«Ma cosa state mangiando?» chiese lei allungando il collo; poi si avvicinò di più. «No, Sister no!»

La stagione degli amori

Mathias e Luna si erano sposati da qualche settimana e avevano deciso di andare a vivere in una casa a ridosso del bosco. La strada dal paese terminava proprio davanti alla loro villetta e poi proseguiva sotto forma di sentiero, prima tra roverelle rade, e poi nel fitto di carpini e faggi.
Il fidanzamento era stato breve, si erano piaciuti subito e anche la scelta di vivere un po’ isolati, in mezzo alla campagna, era stata fatta di buon grado da tutti e due.

«Devi venirci a trovare» aveva detto a Tom quella sera al telefono. E siccome il vecchio amico aveva percepito dal tono della voce una vena di preoccupazione Mathias, aveva chiarito che gli serviva una sua opinione come esperto di animali. Senza aggiungere altro.

La cena era stata squisita e con la scusa di mostragli il panorama dalla terrazza gli mise un bicchiere di passito in mano e se lo portò con sé.
«Tua moglie Luna, ha le mani d’oro in cucina…» disse Tom appoggiandosi alla ringhiera e gettando l’occhio sulle colline lontanissime. «Penso di avervi fatto fuori le riserve alimentari di una settimana intera.»
Mathias sorrise. «Non sai che piacere mi faccia averti qui» e gli appoggiò una mano sulla spalla.
«Allora, mi vuoi dire cos’è che ti turba? Non vai d’accordo con lei?»
«No, al contrario Tom, va benissimo. Non mi sono mai sentito meglio in vita mia: è una compagna dolcissima. È che non ci siamo ancora abituati ai rumori e ai suoni della campagna.»
«Cosa vuoi dire?» fece lui assaporando il liquido ambrato appena illuminato dalla luna.
«Da qualche tempo qua attorno si sentono degli strani versi di animali che inquietano Luna. La fanno trasalire e la rendono nervosa. Lei non mi dice nulla, ma la vedo tesa e preoccupata.»
«Questa è la stagione dei daini, amico mio, e quassù ce ne sono tanti, almeno secondo l’ultimo monitoraggio… è normale… ci farete l’abitudine.»
«Lo pensavo anch’io, Tom, ma ho controllato su internet; dai video su YouTube che ho visionato ho potuto verificare che non si tratta del verso di un daino o di un capriolo… deve trattarsi di qualcos’altro: è… è un suono strano.»
«Strano?»
«Sì… è per questo che l’ho registrato con il telefonino; per fartelo risentire. Ascolta…»
Il verso che uscì da cellulare si diffuse come una macchia densa nel cielo scuro bucato di stelle. Tom fece una faccia corrucciata, rimanendo per qualche momento senza dir nulla. Poi la registrazione si interruppe.
«Hai ragione: non è un daino, né un altro ungulato e neppure un cinghiale o un uccello notturno… E lo senti spesso?»
Mathias stava per rispondere quando lo stesso verso, dal vivo, riempì l’aria. Era sonoro, vibrante, sostenuto. Proveniva dal profondo del bosco, dove l’oscurità era ancora più compatta. Sembrava che qualcuno venisse soffocato e cercasse di chiedere aiuto senza riuscirci; anche se si capiva, per l’intonazione di alcune note, che in realtà era proprio un richiamo d’amore. Faceva raggelare il sangue. Il suono si ripeté alcune volte fino a che si spense lentamente precipitando nella boscaglia come gocce di pietra. Entrambi ne furono sollevati.
«Allora cosa ne pensi, Tom?»
L’amico aveva gli occhi bassi, come se cercasse sulle mattonelle dell’ampia terrazza la risposta. Mathias ripeté la domanda.
«Di che animale si tratta? Può essere, che ne so, una volpe, una lince? Potrebbe costituire un pericolo per noi?»
«No, Mathias, nulla di tutto ciò… tuttavia non saprei…»
«Possibile che tu non ti sia fatto un’idea?»
«Veramente un’idea ce l’avrei, ma non può essere…»
«Dimmela lo stesso…»
«Ma non può essere, te l’ho detto.»
«Dimmela Tom…» Il tono adesso era quasi di supplica.
L’amico guardò gli occhi di Mathias che avevano catturato la luce che veniva dall’interno della casa. Si schiarì la voce.
«Ci… ci sono alcune registrazioni… di tempo fa… ebbene… temo… temo… potrebbe essere il richiamo di un licantropo.»
Mathias a quelle parole si mise a ridere, pensando fosse una battutaccia. Poi vide che l’amico era serio.
«Ma non esistono i licantropi…» gli obbiettò subito dopo.
«Sì è quello che penso anch’io, è per questo che non te lo volevo dire, sono stupidaggini…» fece Tom come per scusarsi. «Anche se si dice» seguitò guardando ora di nuovo le colline grigie «che quando lanciano quel richiamo significa che hanno trovato la loro compagna… Ne possono avvertire l’odore anche a cinquanta chilometri di distanza…»
Mathias ripensò alla reazione della moglie ogni volta che sentiva quel verso. Gli era parso che non fosse di paura o di preoccupazione, piuttosto di inquietudine come da vagheggiamento o da smania controllata. Ma non aveva voluto darvi importanza.
«Non ti preoccupare però…» gli fece Tom «…te lo ripeto, sono solo sciocchezze.» E lo abbracciò forte.

L’occhio

Non si era accorto che la sveglia, la prima volta che aveva suonato, l’aveva spenta nel sonno. Così, quando si ridestò di soprassalto, era davvero tardi.
Fece colazione rapidamente e infilandosi nel bagno cominciò a pensare a quale scusa inventarsi in ufficio. Poi, lavandosi il viso, sentì che la fedina era sgusciata dal dito e stava rotolando nel lavandino. Fece un paio di tentativi con gli occhi ancora chiusi per il sapone per intercettare l’anello, ma gli svicolò tra le dita e finì nello scarico. Si sentì perduto: se fosse uscito senza fedina al suo ritorno la moglie avrebbe avuto una ragione in più per litigare, se avesse cercato di recuperarla avrebbe accumulato un ritardo ingiustificabile. Optò per recuperare l’anello, anche perché, se fosse caduto dentro il sifone, sarebbe bastato smontarlo e avrebbe fatto presto.
Andò a prendere la pila per illuminare meglio il tubo di scarico e subito scorse luccicare la fedina a mezza via. Prese un ferro da calza dal cestino della lana della moglie e cominciò a rovistare. Per un paio di volte gli sembrò persino di essere riuscito ad agganciarla, per spingerla o tirarla a sé, ma l’anello all’ultimo momento gli scappava sempre via per fermarsi sempre allo stesso punto. Poi si accorse di non vederlo più. Forse la fedina era finalmente caduta. Azionò il pulsante della pila per avere una luce più bianca, quando vide che il fondo scuro del tubo si stava muovendo. Un occhio si spalancò all’improvviso su di lui. Lo scrutava fisso, senza timore, con aria interrogativa, come se fosse stato anche lui appena svegliato da un sonno profondo e si chiedesse chi lo avesse potuto disturbare. Lui fece un balzo indietro, con il cuore che si era messo a battere all’impazzata. Non poteva aver davvero visto un occhio; non lì dentro. Forse, tutto sommato, era meglio andarsene, avrebbe potuto trovare una scusa anche con la moglie. La curiosità ebbe però il sopravvento. Si riavvicinò con cautela e indirizzò il fascio di luce di nuovo sulla verticale del tubo per vedere meglio: non c’era nessun occhio. Solo il suo anello che ora sembrava più vicino. Forse aveva solo intravisto il suo stesso occhio riflesso nell’acqua dello scarico. Sì, non poteva che essere così. Insistette ad armeggiare con il ferro da calza; la fedina si muoveva e ricadeva, si muoveva e ricadeva. E poi, quando stava oramai per disperare, l’occhio gli si sbarrò davanti. Questa volta era torvo, severo, arrabbiato. E non era davvero il suo. Istintivamente girò il ferro dalla parte della punta e lo calò più volte verso il basso con tutta la forza che aveva. Colpì e colpì più volte tanto che il ferro rimase finanche conficcato in quella sostanza da cui fece fatica a estrarlo. E dopo che l’ebbe finalmente estratto un fiotto di liquido rosso/marrone risalì dal tubo a coprire il fondo del lavandino; e, mentre quel liquido dall’odore nauseabondo copriva di qualche centimetro la vaschetta, l’impianto iniziò a tremare come se si volesse scardinare dal muro. Poi tutto cessò e il lavandino si svuotò di colpo.
Rimase fermo, in silenzio. Si sentiva confuso e spaventato, ma non voleva mollare. Quella cosa comunque doveva essere morta. Ne era sicuro. Diresse con precauzione il fascio di luce nel tubo per vedere cosa fosse successo; con sorpresa si accorse che l’occhio invece era però sempre lì: aperto, vigile, carico di odio. Lui rapidamente afferrò allora da sotto il lavandino una confezione di varechina pura e la svuotò nel lavello. L’impianto vibrò come in un terremoto. Si staccarono persino alcune piastrelle e cadde un po’ di intonaco. Ancora una volta, dopo diversi minuti, tutto cessò. E l’anello di lì a poco fu sputato fuori dal buco di scarico a roteare nel lavandino come una pallina da roulette e, prima che ricadesse all’interno del tubo, lo afferrò al volo. Rimase a quel punto incerto sul da farsi. Aveva ottenuto quello che voleva. Forse se avesse fatto presto a vestirsi avrebbe potuto contenere il ritardo. Al diavolo quella cosa che c’era là sotto. Per quel che ne sapeva lui poteva anche essere al piano inferiore e non lo riguardava.
Ma all’improvviso dal buco di scarico uscì un bastone scuro, nodoso. No, non era un bastone. Osservò meglio. Era un dito ossuto. Anzi erano più dita ossute che si aprirono a ventaglio a far presa sulla ceramica bianca. Una sostanza scura e gelatinosa uscì contemporaneamente anche dal rubinetto e dal buco del troppopieno e si espandeva in progressione sotto il suo sguardo attonito. Il lavandino prese a incrinarsi, il tubo di mandata scoppiò e l’acqua sgorgò copiosamente. Lui continuò a fissare il lavello senza riuscire a muoversi fino a quando l’impianto non si spaccò in due.
E poi fu troppo tardi per scappare.