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Posts Tagged ‘Bar del Cinghiale’

yerkaLa sera precedente la maggior parte del paese aveva fatto un gita notturna al colle. Da lassù, in assenza di inquinamento luminoso, avrebbero visto il passaggio della cometa proprio nel momento dell’eclissi di luna. Se ne era parlato tanto negli ultimi tempi anche perché era la prima cometa dell’anno e avrebbe portato bene, dicevano. Lo spettacolo fu in effetti meraviglioso e un appassionato Fuzz Mansfield fu prodigo di spiegazioni su tutti i segreti della volta celeste. Nessun poteva immaginare cosa sarebbe successo di lì a qualche ora.
Nel cuore della notte, dopo che tutti già avevano da tempo fatto ritorno alle proprie case, si sentì un boato provenire dallo spazio profondo e subito dopo un rumore più vicino, leggero, come se sui tetti fosse caduta un’unica grande secchiata d’acqua. Molti si svegliarono scendendo in strada. Non sembrava fosse accaduto nulla di anormale se non fosse che, un po’ ovunque, sui rami degli alberi, sui lampioni, sui semafori, colava una sostanza gelatinosa rosata e trasparente che si appiccicava alle dita. Il cielo era scuro, anzi nero; le stelle non si vedevano più. Tornarono a dormire: fenomeni di quel genere non erano poi così tanto strani. E poi avrebbero aspettato la luce del giorno per capire meglio.
Chi si svegliò verso le sette per andare a lavorare si accorse però che qualcosa non andava.
«Dov’è il sole?» chiese il farmacista del paese girandosi su se stesso a braccia spiegate e mostrando a sua moglie quello che mancava.
«Gia! Dovrebbe essere l’alba» fece il suo vicino grattandosi la barba.
Si recarono tutti in piazza come per raccogliere le idee. Il faccendiere Brass Stenton, sempre risoluto nelle sue azioni, trascinò il proiettore usato di solito il 16 aprile per la festa del Saint Cross Party. Ci illuminavano il cielo perché lo vedessero dai paesi vicini e accorressero numerosi: un faro da 3000 lumen che avrebbe messo a fuoco a trecento metri di distanza l’occhio di un grillo che avesse cercato di nascondersi in un campo di grano. Lo accesero. E subito si vide sopra alle proprie teste una fitta rete di impalcature di legno; alcune vicine, altre più lontane, ma tutte sconnesse, venate e in parte schiodate. Erano incastrate l’una all’altra a creare una volta che abbracciava tutto lo spazio sopra di loro.
«Ma cos’è?» fece il sindaco ad alta voce.
Brass spaziava da una parte all’altra con il fascio di luce alla ricerca di una spiegazione e soprattutto del cielo. Ma non si vedeva nulla di diverso dalle impalcature. «Non c’è più il cielo!» fece disperato, dopo un po’, indicando un punto indefinito sulla sua verticale dove sarebbe dovuto essere e ci potessero essere dubbi di cosa stesse parlando.
«Il cielo è qui» fece l’Uomo che Nessuno Conosceva. E con la mano raccolse dal selciato un po’ di quella sostanza gelatinosa rosa che ancora stava colando dall’insegna del bar. «Il cielo si è rotto.»
«Come, si è rotto? Il cielo non si rompe!» fece Fuzz alzando la voce e gonfiando la vena sul collo.
«Ma allora le stelle che abbiamo visto ieri sera? La cometa? L’eclissi di luna?» chiese qualcuno.
«È tutto un’illusione. Non esiste nulla di tutto ciò!» fece l’Uomo Sconosciuto scuotendo la testa come fosse un dottore che avesse appena diagnosticato un tumore all’ultimo stadio.
«Ma cosa sta blaterando?» si alterò ancora di più Fazz andandogli vicino quasi volesse picchiarlo. «Sono un astronomo, io… non si permetta!»
«Guardate!» fece Brass dirigendo il fascio di luce da un lato. «C’è una scala!»
«Dove, dove?»
«A circa dieci metri di altezza, lassù, in quel punto!»
«Se prendiamo la mia gru a cestello possiamo arrivarci» lanciò l’idea Jim Karovitz.
In pochi minuti Jim fu di ritorno con la gru della sua impresa edile. Si scelse un gruppo di volontari per andare a ispezionare la scala e saperne di più su cosa fosse successo. Brass fu il primo a montare sul cestello, seguirono Jim, Fuzz e l’Uomo che Nessuno Conosceva.
«Ma cosa farete una volta che sarete sulla scala. Siete matti? Scendete di lì, è pericoloso» disse preoccupata la moglie di Karovitz cercando di trattenerlo per la maglia.
«Devono andare…» disse qualcuno. «Dobbiamo sapere!»
«Almeno prendi il cellulare» gli disse la moglie.
Il braccio della gru si avvicinò lentamente alla scala. Da vicino sembrava anch’essa di legno, come tutto il resto, ma poi si notò che le assi apparivano ancora più vecchie e fatiscenti. Dal cestello scese giù per primo Fuzz, con circospezione, seguito via via da tutti gli altri.
«Vedete qualcosa?» chiesero da terra con il telefonino.
«Poco» fece l’Uomo che Nessuno Conosceva. «Ma saliamo!»
«Ma cosa salite a fare? Torna giù, Jim» gli disse la moglie sempre più agitata «che soffri di vertigini.»
Gli uomini si avventurarono con determinazione sparendo ben presto alla vista di chi era rimasto più sotto a illuminarli con l’occhio di bue. Le torce erano diventate l’unica fonte luminosa a loro disposizione anche se la luce diventava sempre più scarsa perché il buio attorno la assorbiva. Trascorsero diversi minuti senza che gli uomini dicessero qualcosa.
«Tutto bene lassù?» chiesero da terra.
Nessuna risposta.
«Jim, per carità, rispondi, dove siete?»
Dopo qualche attimo si sentì un sussurro:
«Ma è bellissimo qui: è bellissimo!»
«Chi parla?» fecero da terra.
«È meraviglioso, continuiamo a salire…» ripeté.
«Jim dove sei?»
«Jim è caduto e anche Fuzz» si sentì dire al cellulare in modo confuso. «L’altro è rimasto indietro ma respira male, forse è svenuto. Ora sono solo, proseguo lo stesso. È troppo bello qui per fermarsi.»
«Caduti? Dove sono caduti? E chi si è fermato? Pronto, pronto? Non si sente più niente. Chi sei tu? Pronto?!?»

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Palazzo Te«E così lei ha comprato la casa dell’anziana signora Pina?» chiese Oreste da dietro il bancone. Aveva alzato il tono della voce per farsi sentire dagli avventori. Si capiva che era diventato il discorso degli ultimi giorni. La casa della signora Pina, un po’ fuori dall’abitato, si trovava accanto al cimitero comunale ed era stata in vendita per diversi anni. Nessuno del paese l’avrebbe infatti mai comprata: si diceva un gran male di quella villetta, in particolare che di notte si sentissero bisbigliare i morti e si avvertissero rumori in casa. Ci voleva giusto un acquirente di fuori, come Leonardo Cernuschi che veniva dal capoluogo senza conoscere la storia di quei muri.
«Sì, da una settimana» rispose candidamente Leonardo bevendo il suo caffè. L’uomo dai grossi baffi a manubrio che non smetteva mai di lisciarsi, guardò di sottecchi gli amici del bar e chiese ancora:
«E come si trova?»
«Ah… bene bene… è la notte, purtroppo, che dormo male.»
I risolini generalizzati, sino a quel momento a stento trattenuti, diventarono risate grasse e sguaiate.
«E sarà il letto nuovo…» disse Beppe che stava giocando a biliardo da solo, come sua consuetudine, fermandosi però per un attimo a ridere di gusto.
Leonardo e la casa divennero così ben presto il nuovo argomento di conversazione della gente di Lughi che, come si sa, non ha molte altre distrazioni; i paesani non sprecavano occasione per prenderlo in giro e farne oggetto di battute salaci, complice anche il fatto che l’uomo stava molto sulle sue e non dava confidenza. In effetti, durante la notte, sentiva un biasciare sussurrato che proveniva dal muro di confine con il camposanto, ma, a essere sinceri, non gli dava fastidio più di tanto; aveva imparato in vita sua a temere i vivi non i morti ed erano sicuramente molto più fastidiosi i compaesani che non smettevano mai di additarlo per strada.
«Perché non si fa dare i numeri del Superenalotto?» gli domandò il tabaccaio un giorno.
«Mi fa per cortesia salutare mio nonno, buonanima, da uno dei suoi nuovi amici? Sa, è morto l’anno scorso…» disse ancora un tizio che non conosceva neppure e che lo fermò a bell’apposta per la via.
«Certo che così può sempre contare su qualcuno con cui far due chiacchiere, anche nel cuore della notte…» si sentì dire alla nuca, mentre passeggiava, senza aver avuto voglia di voltarsi.
Insomma, stava diventando un inferno.

Trascorse altro tempo e una sera al bar qualcuno chiese:
«E che fino ha fatto il Cernuschi? Non lo si vede più in giro…» Era Remo, una carriera da calciatore professionista alle spalle; grande e grosso com’era, camminava ancora come se avesse i tacchetti sotto le scarpe.
«È arrivata una sua lettera, un paio di giorni fa…» rispose Oreste serio.
«E ce lo dici solo ora? Che dice, che dice?» chiese Beppe posando finalmente la stecca del biliardo.
«La devo proprio leggere?» fece il barman titubante.
Gli avventori si avvicinarono al banco, pronti a farsi le ennesime risate. Oreste si lisciò un paio di volte i baffi e lesse:

Carissimi, mi scuserete se per qualche tempo non mi farò vedere in paese. Mi trovo ai Caraibi… Vi ricordate di quel tale, Giulio Orsini? Credo proprio di sì. Tempo fa era il vostro commercialista, ma anche il vostro fidato consulente finanziario. So che si è ‘mangiato’ un mucchio di soldi, dei vostri soldi, tanto che in paese c’è chi è fallito e chi si è suicidato per la vergogna dei debiti. L’Orsini stava per essere arrestato dalla Guardia di Finanza quando è morto di infarto. Non ha fatto in tempo, insomma, a pagare con il carcere quel che ha fatto, ma non ha neppure fatto in tempo a dirvi dove aveva messo tutto il vostro danaro. Eh sì, perché non l’aveva affatto perduto in investimenti azzardati come vi aveva fatto credere: l’aveva solo nascosto, e pure sotto il vostro naso. Era diventato un gran peso per lui, poverino, e doveva rivelarlo a qualcuno. Ora posso assicurarvi che l’ha fatto. Aveva cercato anche di dirlo alla signora Pina, ma lei, come sapete, era mezza sorda e non ci stava neppure più tanto con la testa. Insomma questa lettera è per dirvi grazie, grazie a tutti, davvero. Non vi dimenticherò.
Leonardo Cernuschi.’
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footstepsLe notizie sul giornale erano meno interessanti del solito. Posò il quotidiano sul tavolino del bar chiedendosi perché si ostinasse a comprarlo. Alcune briciole della brioche, per un colpo di vento, uscirono dal piattino.
E fu quello il momento in cui vide davanti a sé Ovidio, pallido, come un fantasma infarinato. Era davanti a lui, immobile, lo sguardo perso. Pareva fosse arrivato sin lì da sonnambulo tanto aveva l’aria assente.
«Ciao, Ovidio» gli disse Carlo, cercando di essere gentile. «Prendi qualcosa?»
«Eh?» rispose lui come se si fosse accorto solo in quell’attimo che non si trovava nel letto a dormire.
«Ti ho chiesto se vuoi qualcosa da bere…»
Ovidio, senza rispondere, si sedette di scatto passandosi nervosamente più volte la mano sul ciuffo spostandolo ogni volta di lato non appena tornava al suo posto.
«Si può sapere cos’hai?» lo incalzò Carlo.
«Mi sta succedendo una cosa terribile. Sapessi!» Effettivamente non l’aveva mai visto così. Il viso sembrava gonfio ma al tempo stesso smunto, gli occhi infossati, le labbra cascanti. «Sono giorni che non dormo» seguitò.
Carlo, lentamente, piegò il giornale in modo ordinato: tanto aveva capito che non sarebbe riuscito a finire la colazione in pace. Cercò di ricordarsi come si faceva un sorriso di circostanza che paresse sincero, quindi prestò all’amico la dovuta attenzione.
«Le prime notti sentivo qualcuno passeggiare sopra alla testa…» continuò Ovidio indicando con l’indice ossuto una nuvola di passaggio. «Rumori forti, pesanti… rumori di scarponi, insomma. Nel cuore della notte, capisci?»
«Sì sì, capisco. Che problema c’è? Non fai altro che andare dal tuo vicino e gli dici cortesemente di smetterla!» Ovidio guardò l’amico senza aver la forza di replicare. «Ah, già è vero. Abiti in un attico…» si riprese subito Carlo arrossendo «…oddio e chi può essere, allora?»
«Appunto, non ho che piccioni sopra alla testa e non mi risulta che indossino scarpe con il carrarmato. E questo è niente. Due notti fa, il rumore si è fatto ancora più presente. Sembrava provenire sì dal soffitto ma, come dire…, anche dall’interno della casa.»
«E com’è possibile?»
«Erano le tre di notte e mi sono svegliato per il baccano. Ho alzato lo sguardo e ho visto.»
«Visto cosa?»
«C’erano impronte di scarponi sporche di fango.»
Carlo rimase senza parole. «Sul soffitto!?!»
«Già, sul soffitto! Ieri notte è successa la stessa cosa, solo che vedevo le orme formarsi mentre venivano impresse, come se qualcuno stesse camminando in quell’istante, davanti a me, a testa in giù. Mi sono spaventato, e ho preso persino una scopa, menando botte a destra e a manca, caso mai ci fosse stato qualcuno. Ma niente!» Ovidio non riuscì a terminare la frase perché si era messo a piangere a dirotto. Doveva avere i nervi a pezzi. Carlo si guardò in giro, imbarazzato, non sapeva che fare. Poi si fece coraggio e gli pose una mano sul braccio per mostrargli tutta la sua comprensione. Ovidio, per tutta risposta, si levò di colpo dalla sedia. «Scusa, scusa» farfugliò guardando per terra e allontanandosi.
Qualche settimana più tardi, Carlo incontrò di nuovo l’amico al supermercato. Lo vide rilassato, sereno, persino allegro. Ne fu sollevato.
«Com’è andata, poi?» gli chiese curioso.
«Com’è andata, cosa?» domandò Ovidio sorpreso.
«Come cosa? Il tizio… quello che camminava a testa in giù a casa tua…»
«Ah, quello! Beh… ho cercato di reagire. Pensa che in quei giorni ero così disperato che sono andato a chiedere aiuto persino a un esorcista.»
«Addirittura!»
«Sì, è venuto a casa mia e, appena ha visto le orme degli scarponi, se n’è andato scocciato. Mi ha detto che il diavolo non fa l’alpinista, né l’acrobata…»
«E quindi?»
«E quindi qualcosa deve essere però successo perché da quel giorno la ‘presenza’ si è tolta gli scarponi. Passeggia sempre a testa in giù, però almeno non fa rumore» disse Ovidio facendo spallucce.
«E ti va bene lo stesso? Non ti dà fastidio, voglio dire, avere un tizio che passeggia di notte, in questo modo, a casa tua?»
«Dalle orme che lascia del piede nudo, come se fosse appena uscito dalla piscina, il tizio in questione, in realtà… è una tizia… Ha un piedino piccolo, aggraziato, leggero: un amore. E poi, sai, io sono single e ho sempre desiderato avere una donna per casa.»

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«È che mia moglie è proprio strana» sentii dire appena di lato, da un tavolino nascosto dalla colonna. Non ci avrei badato più di tanto a quella conversazione se la voce dell’uomo non si fosse imposta sulle altre non per volume, bensì per gravità e pastosità di timbro. Parlava evidentemente con un amico che gli era accanto, le cui scarpe sporgevano oltre il filo dei tavolini quasi a voler far inciampare gli avventori del caffè del Cinghiale, anche se, per la verità, erano piuttosto scarsi a quell’ora del pomeriggio.
«Si proprio strana, te lo ripeto. Gliel’ho detto mille volte di non comportarsi così, ma lei niente.»  Anche l’amico, evidentemente, parlava a sua volta, ma la sua voce si impastava con il rumore della piazza che entrava a folate dalla porta lasciata aperta del locale.
«Ogni volta che cambiamo donna di servizio, il che accade spesso da qualche anno, è sempre la stessa storia. Mia moglie non fa in tempo ad assumerla che in un attimo, appena quella si trova a transitare nella nostra camera a rifare il letto, si toglie il reggiseno e se ne mette un altro. Anche se non ne ha bisogno di cambiarselo. Sì, sì, davvero. Non è roba da matti? Meno male che anche tu sei della stessa opinione. Secondo mia moglie invece il comportarsi così sarebbe un modo come un altro per far capire alla ragazza che ‘oramai è una di casa’, per cui si deve abituare fin da subito. È una sorta di benvenuto, secondo lei. E invece ogni volta leggo sulla faccia di queste sventurate lo sconcerto, l’imbarazzo e il sospetto di essere invisibili. Anche perché mia moglie, come ben sai, quanto a seno non scherza…»
Per un po’ l’uomo non aggiunse altro, sembrava quasi fosse andato via. I piedi dell’interlocutore continuavano però a spuntare da sotto il tavolino e la cameriera dopo qualche minuto portò loro due drink con tanto di ombrellino.
«E ieri è successo il patatrack. Cos’è successo? È presto detto. È accaduto quello che era prevedibile, anzi l’imprevedibile sempre possibile… Sì insomma, ci siamo capiti. Mia moglie aveva appena assunto questa moldava… una brava donna, per carità, ma sui centocinquanta chili di peso… Come avrebbe fatto a sbrigare i lavori di casa non si sa… ma non è questo il punto… sì, sì lo so, hai ragione tu… magari lavorava molto meglio di un’altra secca secca e tutta pelle e ossa… Ma come ti dicevo, non è davvero questo il punto, almeno non del tutto… In altre parole, mia moglie (me l’ha raccontato alla sera, quando sono tornato a casa) ha come al solito aspettato al varco la ragazza per fare il suo solito innocente show. Così, appena la donna di servizio è entrata nella camera da letto si è tolta in un lampo e con noncuranza il reggiseno. Solo che la moldava, l’abbiamo saputo dopo, era lesbica e ha interpretato il gesto di mia moglie come un’aperta provocazione sessuale. Così con tutti i suoi centocinquanta chili le è volata letteralmente addosso…»

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Oreste, al Bar del Cinghiale di Lughi, trafficava con piattini e tazzine di caffè. Le stava sistemando alla rinfusa, una dopo l’altra, dentro al lavastoviglie, facendo il solito baccano d’inferno.
«E Sandro, quel vecchio impenitente? L’hai più visto?» sentì appena dire da don Remo alle sue spalle.
«L’ho visto giusto tre o quattro giorni fa» fece Oreste girandosi, ma osservando l’andirivieni della gente in piazza. «Quasi non mi ha salutato. Camminava a testa bassa, come se ce l’avesse con il mondo intero.»
«Avevo appuntamento con lui ieri sera, in canonica, ma non è venuto» tagliò corto il parroco sospirando. «Sembrava importante.»
«Per la verità è qualche giorno che non lo vedo neanche io» fece il postino aggiustandosi la tracolla della borsa sulla spalla; Oreste per un attimo incrociò il suo sguardo e lui subito ne approfittò per ordinare un sambuca doppio. «Ma sta benone, ne sono sicuro» aggiunse facendo qualche passo sul posto pregustando la bevanda appena ordinata. «Passando con il vespino ho sentito provenire da casa sua quella roba melensa che ascolta sempre. Crack, Smack…» e fece un gesto indefinito nell’aria.
«Bach… ascolta Bach» disse sbuffando dal suo tavolo d’angolo il marchese Porzio Li Mondi Crespi senza neppure alzare gli occhi dal solitario.
«Sì, proprio quella roba lì» fece il postino. «Sempre a tutto volume.»
L’indomani don Remo arrivò al casale della Bruciata che era mezzogiorno. Il postino aveva ragione. Il preludio di Bach si sentiva fin dalla strada. Pensò alla telefonata che Sandro gli aveva fatto preannunciando la sua venuta per la sera precedente: aveva notato una strana incrinatura nella voce del vecchio e voleva saperne di più, visto che oltretutto non si era poi più fatto vedere. Smontò dalla bicicletta con circospezione. Il noto carattere collerico di quel mangiacristiani, che la vecchiaia aveva solo peggiorato, gli imponeva di far attenzione. Appoggiò la bicicletta al pilone del cancello e suonò. Si mise sui talloni, cercando di vedere se riusciva a scorgerlo oltre la linea della proprietà. Attese. Il volume della musica era però troppo alto perché Sandro sentisse. Del resto era proprio per la sua sordità che sentiva la musica a quel volume insopportabile. Don Remo decise di entrare dal cancello, sempre aperto, e si avvicinò alla porta del casale. Suonò più volte. Non avendo ricevuto risposta, sempre temendo che la canna di un fucile prima o poi facesse capolino da una finestra, fece con cautela il giro della casa. Dalla porta a vetri della veranda sbirciò dentro. In quel mentre la musica cessò. Il prete prese allora a bussare forte alla finestra e a chiamare l’uomo a gran voce. Per vedere meglio all’interno e vincere il riflesso del sole di mezzodì, raccolse le mani a conca attorno agli occhi. Vide Brodo, il golden retriver del vecchio, che teneva la grossa testa sul braccio inerte di Sandro; lui era riverso sulla poltrona, il capo girato innaturalmente all’indietro, lo sguardo perduto nel vuoto. Dopo essere rimasto un po’ così, quasi senza respirare nel silenzio della casa, il cane si alzò per raggiungere lentamente un angolo della stanza dove c’era un apparecchio nero; con un colpo preciso della zampa spinse un pulsante facendo ripartire a tutto volume il cd con le composizioni di Bach; poi tornò indietro per appoggiare nuovamente il muso sulla mano del padrone senza perderlo mai di vista.
Intanto il clavicembalo ben temperato, con la precisione degli eventi ineluttabili, rovesciava le sue note gravi nell’aria immobile della campagna.

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Era conosciuto da tutti come Luca Lagonegro. Uso l’imperfetto perché di lui non si è saputo poi più nulla; dopo quel giorno d’inverno, intendo dire, in cui uscì dal bar del Cinghiale, a Lughi, senza farvi più ritorno. Ma andiamo per ordine.
Luca era ancor più noto in paese con il soprannome di ‘Punto e Virgola’ per quella sua camminata un po’ bislacca per la quale prima si impuntava con la gamba rigida sinistra e poi cedeva improvvisamente con quella destra, quasi dovesse rovinare a terra da quel lato, finendo con il disegnare un’andatura armonica da nave in tempesta o, appunto, come tutti pensavano, da punto e virgola. Nessuno seppe mai se lui fosse o meno a conoscenza che lo chiamavano in quella maniera, ma certamente non lo aveva mai dato a a vedere. Aveva sempre il sorriso sulle labbra e un carattere mite che aveva conquistato il cuore dei compaesani. Forse molto aveva contribuito proprio quel suo modo di procedere sgangherato e buffo, dovuto a una poliomelite contratta all’età di tre anni, e quella sua aria di volersene sempre scusare a ogni passo. Sta di fatto che il suo studio da commercialista andava a gonfie vele. Aveva una parola buona per tutti, sia per quelli che non potevano pagare e chiedevano una dilazione, sia per quelli che i soldi invece ce li avevano e non volevano pagare troppe tasse.
E così arriviamo a quel 17 dicembre di circa tre anni fa. Il bar era pieno, in gran parte di amici, ma anche di forestieri venuti apposta per la Fiera del Bove nero. Lui ad un certo punto, alzandosi in piedi e puntandosi con un braccio al tavolo, aveva detto ad alta voce:
«Ho fatto, proprio ieri, quarant’anni di lavoro ed è il momento di andarmene in pensione.» Lo disse soddisfatto, alzando il boccale di birra a mo’ di saluto generale. Ma lo disse, come al solito, sorridendo tanto che molti non lo presero sul serio e continuarono a guardare la tv o a giocare a tressette. «E ora…» disse a voce ancora più alta «… passerò per quella porta, andandomene via dritto come un fuso: e non mi vedrete mai più.»
L’idea che “Punto e Virgola” se ne potesse andare via ‘dritto come un fuso’ fece sbellicare gli astanti dalle risate. Luca però non si scompose. Posò il boccale pieno a metà, si aggiustò la cravatta sul colletto inamidato che non mancava mai di ingentilire l’altrettanto immancabile completo gessato e, senza dondolare né a sinistra, né a destra, camminando come una persona normale, prese la porta e se ne uscì, facendo rimanere attoniti gli astanti che per quarant’anni e forse più, lo avevano ritenuto uno storpio.
Dopo qualche settimana si scoprì anche che c’erano diversi ammanchi nelle casse delle società da lui gestite; si apprese inoltre che Luca Lagonegro si chiamava in realtà Paolo, Paolo Blažetić o Blažotevic o qualcosa del genere e che non era nato neppure a Lughi, ma forse in Croazia o in Dalmazia. Insomma ci si accorse che di lui si sapeva ben poco. Davvero troppo poco, come si lamentò pure il maresciallo del posto. Anche se per tutti rimase sempre e comunque ‘Punto e Virgola’.

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«Un caffè» disse l’uomo rivolgendosi al barman che gli dava le spalle. Oreste lo guardò nel riflesso dello specchio senza voltarsi o fare un cenno d’intesa. L’uomo, mai visto prima al bar del Cinghiale, aveva un riporto vistoso che gli copriva malamente parte del cranio mentre un paio di occhiali dalla montatura spessa sembrava volergli ghigliottinare, da un momento all’altro, un naso troppo grosso per quella faccia tonda. Oreste armeggiò alla macchina del caffè con la solita rapidità e, afferrata una tazzina bollente da sopra la Gaggia, la riempì di caffè profumato. «Eccoci» disse piazzando la tazzina sul bancone; il cliente, dopo essersi guardato un po’ attorno, scelse da una ciotola di peltro una bustina di zucchero di canna; la strappò di lato e la versò interamente. Cominciò a girare. Dopo cinque minuti che girava ancora, Oreste gli domandò:
«Qualcosa non va?»
«No no, tutto ok, grazie. È che, se non si mescola a lungo, lo zucchero di canna non si scioglie bene e rimane sul fondo.» Trascorsero altri cinque minuti, l’uomo stava ancora muovendo in circolo il cucchiaino in modo ipnotico.
«Sì, ma quando lo zucchero si sarà finalmente sciolto tutto, il caffè sarà freddo» osservò Oreste che non riusciva a capacitarsi. L’uomo non stava neppure a sentire: mulinava la posata, in modo lento e metodico, assorto nei suoi pensieri. Passarono altri minuti e nel bar si era fatto un silenzio imbarazzante. Oramai si sentiva solo lo sbattere del cucchiaino contro le pareti della tazzina. Il Conte Lodo Tederighi Baldi con una mano in tasca e l’altra a lisciarsi un baffo si avvicinò un poco e azzardò con ironia:
«Credo che alla fine ci farà il buco in quella tazzina…» L’uomo mescolò ancora poi estrasse il cucchiaino dalla tazza e lo posò sul piattino. L’uomo strinse la tazzina per il manico, ma poi ci ripensò; riprese il cucchiaino e, infilatolo nel caffè, prese a girarlo nuovamente in modo cadenzato. Il coro degli astanti fu all’unisono di disappunto. Molti, a quel punto, si avvicinarono allo strano tipo con curiosità, altri girarono la sedia per vedere meglio, uno, addirittura, spense il televisore per non distrarsi.
L’uomo, trascorsi altri interminabili attimi, ripose nuovamente il cucchiaino sulla tazzina afferrando delicatamente con due dita il manico della tazzina. Ci fu un attimo in cui tutti i presenti trattennero il respiro. Poi il cliente staccò finalmente la tazzina dal piattino per portarla alla bocca, ma, all’improvviso, con uno scatto secco, rovesciò il caffè dietro alle sue spalle centrando tre o quattro persone che, raggiunti dal liquido, cominciarono a bestemmiare e a inveire. L’uomo rimase immobile, con un’espressione disgustata.
«E adesso che c’è?» chiese Oreste che ancora non si era ripreso dalla scena cui aveva appena assistito.
Il cliente schioccò rumorosamente la lingua battendola più volte contro il palato; e sospirò:
«Lo sapevo io: è amaro! Lo zucchero non si è sciolto bene!»

* * * * *

La storia minima ‘Un caffè ben zuccherato‘ è stata pubblicata per la prima volta sulla Webzine

(–> Per i sentieri di Poggiobrusco n. 1)

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