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Archive for the ‘leggende’ Category

fonte battesimaleLe scarpe blu di vernice del bambino si sentivano appena per la chiesa. Erano rumori lievi tra statue di santi e ceri accesi. La mamma, poco distante, stava pregando, anche se non distoglieva lo sguardo da lui che saltellava leggero lungo la navata centrale. Poi il bambino si avvicinò alla fonte battesimale di basalto e la sua attenzione fu attirata da una increspatura sul pavimento. Era una fenditura bruna, a zig zag, come se l’intero edificio avesse avuto un fremito e si fosse spaccato in quel punto. Il bambino, che chiameremo Giorgino, non poteva conoscere la storia di Aleppe, una storia particolare risalente addirittura al 1802 di cui si era persa ogni memoria. Se l’avesse conosciuta, forse, non si sarebbe fermato proprio lì.
Aleppe era un demone molto giovane, ma molto intraprendente, che aveva in animo di realizzare qualcosa di memorabile per mettersi in mostra e salire di considerazione a chi di dovere; fu così che, dopo tanto pensare, volle tentare l’impresa di entrare in un chiesa e rubare delle ostie consacrate per poi disperderle in un letamaio. L’idea gli piaceva molto, era ambiziosa, nel suo stile, ma doveva trovare il modo per riuscire a penetrare nella cattedrale resistendo alla sacralità del posto, quel tanto che sarebbe bastato, insomma, per arrivare sino alla pisside e portarla via.
Dovette aspettare a lungo il momento giusto che, finalmente, si presentò un giorno, al meriggio, sotto forma di una suora novizia, Maria Celeste, di appena anni sedici; la capretta, che il convento allevava per il latte, temendo che i suoi piccoli fossero in pericolo, la caricò all’improvviso aprendole la pancia con le corna aguzze e lasciandola agonizzante all’ombra di un convolvolo. Aleppe, approfittò che una bestemmia sfuggisse dalle labbra della novizia, disperata di dover morire così giovane, per entrarle dalla gola e prendere possesso del suo cuore; la salvò anche da morte certa perché, per realizzare il suo progetto, aveva bisogno di lei: sapeva che se si fosse addentrato in chiesa nascosto in quel corpo illibato e benedetto sarebbe stato al sicuro come in un’armatura.
E così, una mattina, Aleppe si presentò sulla soglia del vasto portone della cattedrale. Tutto sembrava tranquillo: solo alcune donne pie, da un lato, sgranavano monotone il loro rosario; uno sparuto gruppo di persone se ne stava invece molto più avanti, intento in chissà quale rito. Aleppe era titubante: la maestosità del luogo gli metteva soggezione. Sfidare però il Signore nella sua stessa casa era un’impresa degna di nota che lo inorgogliva. Si chiuse così nel mantello della suora e prese a percorrere lentamente la navata centrale. Nessuno badava a lui. Nessuno avrebbe fatto caso a una novizia entrata a pregare. Fece appena una decina di passi e subito avvertì fitte lancinanti al costato e alla testa. Tutto rimandava alla gloria di Dio, là dentro: lo sentì come una cappa soffocante e dirompente. Andò avanti lo stesso, doveva riuscire ad ogni costo. Cominciò a zoppicare e a respirare a fatica. Capì che non ce l’avrebbe fatta a resistere a lungo: doveva fare presto. Accelerò il passo, trascinandosi, anche se i dolori al ventre e alla gola diventavano sempre più insopportabili. Ancora pochi metri lo separavano dal tabernacolo, serrò i denti ma nello sforzo la ferita alla pancia gli si riaprì. In quel mentre, accanto a lui, una madre staccò dal suo seno un bimbo di pochi mesi e lo avvicinò al prete che con l’acqua dalla fonte battesimale bagnò la fronte del neonato. Una goccia infinitesimale di quell’acqua benedetta scivolò via toccando un lembo del mantello di Aleppe. Lui prese a tremare. Brividi violenti presero a squassargli il corpo divenendo ben presto convulsioni. Il demone prese a lacerarsi come carta bruciata per poi sciogliersi in un liquido nero che spaccò in due il pavimento saettando come per ritirarsi. Rimase solo una bruciatura su quel marmo antico, un’ustione profonda per chilometri e chilometri sino al centro della terra. Proprio lì Giorgino, ora, stava giocando. E un soldatino di plastica consumata gli cadde dalle mani.
«Mamma» disse rialzandosi subito dopo averlo raccolto. «Ma è caldissimo qui il pavimento!»
«Vien via» gli comandò lei facendosi seria e segnandosi tre volte «vieni via, subito.»

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Mare di Vetro

tundraAnja aveva una treccia molto lunga, i capelli d’oro e un viso dolcissimo. Nel villaggio di Kemiokj, al limitare della piana gelata di Alghjjönkoo, meglio conosciuta come il Mare di Vetro per la cristallina trasparenza del ghiaccio, tutte le ragazze da marito la invidiavano perché sembrava bella come una dea. La fama della sua bellezza aveva varcato mari e valli e molti giovani, del volgo, nobili e persino Prìncipi, affrontavano di buon grado le lande desolate di quelle terre non solo per chiederla in moglie ma anche solo per vederla. Ma lei non vi badava. Se ne stava tutto il giorno in casa a prendersi cura del suo aspetto e a concedere visita come una regina a chi venisse a trovarla, mentre i fratelli, e soprattutto la sorella minore, dovevano svolgere al suo posto i duri lavori dei campi.
Un giorno, il padre di Anja, stanco di ascoltare le proteste degli altri figli, chiese alla ragazza di andare a prendere l’acqua del pozzo. Anja protestò perché era una lavoro faticoso, perché si sarebbe sciupata le mani e perché, comunque, non ne aveva nessuna voglia. Quella volta il padre s’impuntò e fu irremovibile. Per fortuna era una splendida giornata estiva: una passeggiata con un tempo così non poteva che metterla di buon umore. Raccolse allora la sua treccia, prese il secchio per l’acqua e s’incamminò. Noncurante delle faccende di casa, anziché prendere il sentiero di destra dove c’era il pozzo di famiglia, prese quello di sinistra sotto gli occhi divertiti dei fratelli che la spiavano dalle finestre.
Dopo mezz’ora di cammino, Anja si imbatté in un altro pozzo. Fece fatica ad azionare la sbarra che chiudeva il coperchio ma alla fine riuscì a smuoverla. Si sporse dal parapetto. Il buio là sotto era violento, quasi una cosa viva e ostile che le rovistasse nell’anima. Si ritrasse impaurita; decise di far presto. Cercò la corda e il gancio cui attaccare il secchio, ma non li vide. Si guardò in giro in cerca di aiuto. Tutti quegli uomini sempre attorno ad adorarmi e ora nessuno a rendersi utile. Pensò.
La tundra inospitale si estendeva a perdita d’occhio in ogni direzione. Un gruppo di renne pascolava lontano, allo stato brado. Un corvo dagli occhi bianchi parve per un attimo volersi fermare sul bordo del pozzo mai poi proseguì lanciando un verso acuto. Anja non sapeva che fare: era troppo orgogliosa per tornare a casa con il secchio vuoto. Si stava disperando. Nel voltarsi da un lato e dall’altro, però, la lunga treccia le si sciolse in capo e cadde nel pozzo. Subito cercò di tirarla su, ma non ci riuscì: si doveva essere impigliata. Diede dapprima alcuni lievi strappi tenendola con una mano e poi con più decisione con entrambe. Sapeva che la sua treccia era forte e non si sarebbe sciupata facilmente. Nonostante i reiterati tentativi però non c’era nulla da fare. Poi all’improvviso si sentì tirare i capelli. Le si era attaccato qualcosa. Ben presto gli strattoni diventarono più decisi ed energici. Qualche animale stava salendo dalle profondità del pozzo usando la sua treccia. Anja cominciò a urlare. Qualunque cosa si fosse attaccata era pesante e stava guadagnando la luce del sole. Una contadina, richiamata dalle grida di terrore e intenta poco distante a far fascine, accorse gridando a sua volta:
«Tawanak! Ha liberato Tawanak! Ora ci ucciderà tutti!»
Anja non capiva. «Mi aiuti» le diceva «la scongiuro, mi aiuti.»
Ma la contadina era rimasta impietrita, gli occhi sbarrati sull’apertura del pozzo. Era terrorizzata al solo pensiero di cosa potesse uscire di lì. Il peso avvinghiato ai capelli stava diventando a ogni attimo sempre più insopportabile e, benché Anja stesse rannicchiata sulla balaustra di pietre e fango tenendo la treccia con tutte e due le mani, la sua testa ormai sporgeva pericolosamente verso lo sprofondo. E fu in quel momento che vide due occhi incendiati bucare il buio e avvicinarsi sempre più. Sentì persino un alito caldo e maleodorante che le investì il viso come un sudario.
Un uomo a cavallo che passava di lì si avvicinò rapidamente. Prima ancora che Anja si fosse accorto di lui sguainò la spada e recise d’un sol colpo la spessa treccia della ragazza. L’essere che era aggrappato ai suoi capelli emise un verso rauco e prolungato ricadendo nell’oscurità da dove era venuto. Toccato il fondo fece fuoriuscire un’onda d’acqua impetuosa. L’uomo a cavallo fece in tempo a coprirsi con il mantello, ma Anja fu colpita in pieno volto e alle mani. L’acqua era bollente e la deturpò in modo orribile.
La fama di ragazza bellissima immediatamente cessò in tutto il Paese e oltre confine. Prìncipi e nobili, delusi, fecero ritorno ai loro castelli; la leggenda fu presto dimenticata e nessuno più si ricordò di lei.
Finché una mattina d’inverno Anja si alzò nel cuore della notte; e scalza, con la sola vestaglia indosso, s’avventurò nel Mare di Vetro senza far mai più ritorno.

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nobildonnaEra già stato in quella città, ma questa volta l’impegno di lavoro gli aveva lasciato del tempo per gironzolare tra le chiassose vie del centro. Si approssimavano le vacanze di Natale e i negozi si erano vestiti di luci e di colori. Percorrendo la strada principale, Curzio vide a un certo punto, sulla destra, una chiesetta schiacciata in un vicolo come se le due case ai lati fossero cresciute durante la notte con l’intento di cacciarla via di lì. Dal portone aperto s’intravvedeva la luce morbida e calda di un cero acceso: decise di avvicinarsi. Sulla soglia, si accorse che la facciata di marmi rosa e verde smeraldo non rendeva giustizia alla struttura interna che era molto più ampia. La penombra era diffusa, intrisa di incenso, e interrotta qua e là da candele sparpagliate ai piedi dell’altare principale e di alcune statue di santi che facevano capolino dalle loro nicchie. Si genuflesse sull’inginocchiatoio d’un banco come se avesse obbedito a un ordine. Mormorò tra sé e sé qualcosa che sarebbe dovuta essere una preghiera quando da dietro l’altare maggiore sbucò all’improvviso, danzando in un fruscio, una giovane donna completamente nuda sotto un velo di organza che parzialmente la copriva. Ballava con grazia seguendo una musica che solo lei sentiva, volteggiando ora su un piede ora sull’altro a disegnare nell’aria gelida figure eteree ed eleganti. La penombra giocava con quel corpo sinuoso cancellandolo a tratti e a tratti valorizzandolo come in un bozzetto a carboncino. Aveva gli occhi socchiusi e un sorriso dolcissimo che le illuminava il naso piccolo e le labbra delicate. L’immagine era irreale come un sogno sfilacciato frutto dell’ebrezza: una nuvola di voluttà in un luogo consacrato. Stava danzando da qualche minuto quando entrò, proveniente dalla sacrestia, un prete che, con passo lento e cerimonioso, si diresse al tabernacolo da dove estrasse la pisside che riempì di ostie. ‘Adesso la vede’ pensò Curzio ‘Adesso la vede’. Ma la donna continuava a piroettare indisturbata alle sue spalle come fosse sola, cimentandosi in passi di danza sempre più arditi a mostrare con naturalezza le parti più segrete del suo corpo. Il prete, intanto, nel suo daffare, era passato vicino a Curzio e lui non resistette dal chiedergli:
«Ma quella chi è, padre?»,
«Come dice, scusi?» fece il prete assorto nei suoi pensieri.
«Quella donna, che balla…»
«Ah perché lei la vede?» fece aguzzando la vista e cercando di bucare il buio, ma guardando nel posto sbagliato. «Me lo dicono sovente le mie pie donne. A me, forse per ragioni superiori di ufficio, non mi è data l’opportunità di vederla…» e sorrise tra l’ironico e il compiaciuto. Poi, appoggiandosi con una mano al banco di Curzio si mise comodo e disse: «Credo sia la marchesa Matilde Simi De Castrovillari. Una nobildonna eccentrica, molto ricca, celebre in città per i suoi costumi, come dire…, disinvolti, e per il suo salotto letterario frequentato dal bel mondo del primo Ottocento. Poverina è morta di tisi che non aveva trent’anni, ma ha lasciato un ingente somma alla Curia perché fosse edificata questa chiesa a suffragio della sua anima. È stata sepolta, laggiù, sotto l’altare maggiore. Ma quando mezzo secolo fa aprirono la tomba la trovarono inaspettatamente vuota. Gli scienziati dissero che, siccome il terreno non avrebbe consentito la decomposizione del corpo, le avevano versato addosso, subito dopo il decesso, un potente acido per scioglierlo. Altri ancora, dicono invece che, non potendo rinunciare alla passione per la danza, lei ogni tanto se ne esce a farsi un balletto. Pensavo fosse solo una leggenda. Certo che se lei l’ha vista…»

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Alcuni anziani rishi ancora oggi narrano la leggenda medievale di Bhaskar Nita Narayan III, un ricco Principe indiano del Regno del Punjab, discendente diretto di Sri-Harsha, che si era innamorato, in età di prendere moglie, della bellissima quanto sfortunata Principessa Amshula Nara Kapoor. La ragazza, rimasta vittima del sortilegio di una donna malvagia, era stata trasformata in una comune pietra di fiume e abbandonata lungo la riva del Gange. Apparsa una notte in sogno al giovane, gli aveva chiesto aiuto promettendogli di diventare sua moglie se l’avesse liberata.
Il Principe, giunto alla foce del Gange, capì subito che l’impresa era disperata. Sulla riva del grande fiume vi erano, infatti, migliaia e migliaia di sassi tutti uguali sicché non sarebbe bastata una vita intera per trovare quello che teneva prigioniera la ragazza. Nonostante questo, con la dedizione cieca dell’amore, sicuro che qualora avesse incontrato la pietra di Amshula, l’avrebbe riconosciuta, il giovane si mise all’opera, risalendo pervicacemente il corso d’acqua. Passarono però numerosi anni senza che il Principe ritrovasse la pietra oggetto della sua bramosia. Alti dignitari del Regno, ma anche parenti e amici, preoccupati per le sorti del Principe fattosi uomo, accorsero al suo cospetto per dissuaderlo e aiutarlo. Il Principe, tuttavia, sdegnoso, rimandava tutti indietro, certo di essere ormai vicino a coronare il suo sogno. Trascorsero ancora altri anni e il padre di Bhaskar, Dhanesh, in punto di morte, non vedendo più tornare il figlio prediletto, convinto che anche lui fosse stato colpito da un qualche maleficio, decise di diseredarlo, nella necessità di dare continuità al suo Regno. Il Principe, saputo di quanto accadeva, non si scoraggiò. Avrebbe fatto vedere a tutti che non era impazzito e, ancorché vecchio, sarebbe tornato trionfante nella capitale, con a fianco la sua splendida sposa per reclamare, anche con le armi se fosse stato necessario, quel trono che gli spettava per diritto di sangue.
Una notte, mentre i monsoni stavano spazzando con violenza la zona, prese in mano una pietra che subito sentì calda al tatto. Non c’era dubbio: era la sua Principessa. Baciò l’adorato sasso, lo accarezzò, lo coccolò, gli disse dolci parole d’amore, ma non successe nulla. Rifletté sul da farsi e poi gli venne in mente di essere accanto al Gange che tutto purifica e tutto fa rinascere. Così non ci pensò un attimo e scagliò la pietra lontano da sè, tra i gorghi limacciosi del fiume: subito si fece giorno, i monsoni si acquetarono e il sacro fiume smise di scorrere. Nel punto in cui il sasso era affondato, l’acqua cominciò a ribollire e dalle onde immobili sorse una ragazza bellissima:
«Grazie o mio Principe, per avermi liberata. La tua totale dedizione in tutto questo tempo mi ha scaldato il cuore» disse con voce melodiosa Amshula sorridendo. «Tu mi hai restituito a nuova vita e ti porterò sempre dentro di me. Sono trascorsi, però, giusto cent’anni dal giorno di quel terribile maleficio e oramai è troppo tardi. Mi dispiace mio adorato, non potrò più essere la tua sposa.»
Così la ragazza si trasformò in un enorme e fiammeggiante drago color vermiglio e divorò il Principe.

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Il Pellegrino impiegò tre giorni e tre notti per raggiungere il pianoro. Di lì avrebbe scollinato per raggiungere il paese per poi proseguire sulla via francigena. Ma sotto la grande quercia s’imbatté in un Templare. Era appesantito dall’armatura, le redini in mano, il piede destro proteso in avanti come di chi sta per iniziare un viaggio. Ma stava fermo. Come era fermo il suo cavallo bardato a guerra che gli si agitava accanto facendo ciondolare le redini libere di cuoio abbrunato.
«Buongiorno» disse il Pellegrino vedendolo all’improvviso. Il Templare sembrò non aver sentito mentre il cavallo batteva ripetutamente lo zoccolo a terra. Poi, volgendosi appena, il Cavaliere cercò di mettere a fuoco l’uomo.
«Anche voi siete qui per il pellegrinaggio?» fece il Pellegrino avvicinandosi con discrezione. Il Templare guardava ancora davanti a sé, gli occhi fissi all’imboccatura di una grotta. «Pellegrinaggio?!?» fece come se cercasse di ricordare. «N, no, sono qui per il Mostro».
«Il Mostro avete detto?» chiese spaventato il Pellegrino facendo un istintivo passo indietro e guardandosi attorno.
«Sì e devo andare a ucciderlo».
«E perché mai, se ve lo posso chiedere?»
Gli occhi del Templare si fecero tristi, la mano si raccolse attorno all’impugnatura della spada: «Perché ho paura di lui e lui non ne ha di me. Si nutre di questo mio terrore, delle mie angosce, delle mie incertezze. E diventa ogni giorno più feroce. Presto sarà troppo potente per sopraffarlo». A quel punto il Templare sguainò la spada affidando le redini del cavallo al Pellegrino. Fece alcuni passi in avanti fermandosi al limitare della grotta. Si sentì un alito caldo sbuffare dalle profondità della montagna.
«E se non ce la faceste ad ucciderlo?» chiese il Pellegrino preoccupato.
«Vuol dire che lo ucciderete voi al posto mio» rispose quello senza esitare.
«Io? Ma non è il mio Mostro, quello».
«Lo so» disse l’altro calandosi la visiera. «Ma primo o poi lo diventerà». Ed entrò nella grotta.

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Il primo Cavaliere

Qualcuno bussò alla porta. Torquato, il fabbro del villaggio, andò ad aprire: gli si parò innanzi il grosso muso di un cavallo, che gli sbuffò in faccia senza tanti preamboli. Un uomo, sporgendosi dalla sella verso il basso per farsi vedere, gli domandò:
«Mi scusi… mi spiace disturbarla a quest’ora. Sono un Cavaliere, un Cavaliere dell’Apocalisse (anche se non dovrei dirlo). Ho appuntamento con i miei colleghi in località Quercia Nera. Mi potrebbe indicare cortesemente dove si trova?»
«Un Cavaliere dell’Apocalisse?» fece confuso. «Mi prende in giro?»
«Purtroppo no. Ma abbassi la voce per favore. Vuol far scoppiare il panico? Sì , purtroppo è arrivata l’ora: l’ora della Fine del Mondo, intendo dire. E per questo che ho anche molta fretta, non può aiutarmi, allora?»
Il soggetto era inquietante, a dispetto dei modi garbati e dal tono rassicurante della voce, come di chi è abituato a farsi ubbidire con la dolcezza. Sarà stata l’imponenza del cavallo dal mantello scuro o l’austerità asciutta della maschera che gli copriva occhi e naso. Sta di fatto che Torquato aveva il cuore in gola. Se ne stette un po’, quindi balbettò:
«In casa ho una cartina particolareggiata dell’intera regione, venga, che la cerchiamo insieme».
«Il cavallo dove posso lasciarlo?»
«Passi da quel cancello alla sua sinistra: è aperto, entrerà nel mio cortile».
Dopo pochi minuti il Cavaliere era già nella piccola cucina. Era molto alto e l’incedere solenne. Torquato portò servizievole la cartina, del pane e un fiasco di vino. L’Ospite stava intanto già controllando la mappa quando il fabbro, con movimento rapido, lo legò alla sedia. Prima che accennasse a una qualche reazione, il Cavaliere aveva già numerosi giri di corda attorno al busto rimanendo immobilizzato.
«Ma cosa fa è pazzo?» chiese imperioso.
Torquato gli infilò della paglia in bocca imbavagliandolo subito dopo con un straccio da cucina. Lo trascinò sulla sedia facendola ballonzolare lungo le scale fino alla cantina che chiuse a più mandate. Ritornato in cucina frugò nel tascapane dell’Ospite estraendo il Libro con i Sette Sigilli ancora intatti e lo gettò nel fuoco del caminetto. Dopo sette giorni, il Libro, rimasto incombusto, si ridusse improvvisamente in cenere. Una corrente di fumo azzurrognolo, si sprigionò all’improvviso dal libro diffondendo nel locale un freddo insopportabile. Torquato scese in cantina per liberare il Cavaliere, ma trovò solo la corda afflosciata sulla sedia e la maschera a terra. In cortile intanto, al posto del cavallo, belava un agnello.

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Un mondo mitico

Un lampo di luce si abbatté sul povero Teofrasto. «Oh potente Zeus, perché sei in collera con me? Non ho forse sacrificato sui tuoi altari il mio capretto migliore? Non ho forse acceso la lampada votiva in tuo onore usando l’olio di Zakros a te sacro? Non ho forse…»
«Taci Teofrasto, tu hai commesso un atto di superbia nei miei confronti!» tuonò Lui terrificante.
«Ho la mente confusa… o Re dell’Olimpo, non capisco».
«Sì, sei salito sull’Albero della Sapienza e hai scrutato il Cielo ove è la mi Dimora!»
«C’è un equivoco o potente Zeus, sono salito sul fico solo per sorvegliare mia moglie Eufrasia, donna dai capelli d’oro e dai fianchi di cerbiatta: temo che ella mi tradisca».
«Tu menti e meriti una severa punizione per questo!» detto ciò trasformò Teofrasto in un cespuglio di rovi perché non potesse più ergersi al cielo né tanto meno sorvegliare la moglie; così il più grande degli dei, dopo aver preso le sembianze dell’amante di Eufrasia, Ippomelète, godette delle grazie di quella. Dopo nove mesi nacque un bambino dai capelli color del fuoco e dallo sguardo fiero, cui fu imposto il nome di Ermofane; Lapia, l’ultima ninfa del frassino su cui Zeus aveva posato gli occhi benevoli, gelosa della bellissima Eufrasia, fece però bere al neonato, mischiato al latte materno, una potente pozione che avrebbe fatto sì che qualunque donna un giorno Ermofane avesse baciato sarebbe morta all’istante. La prima vittima del veleno fu proprio la madre Eufrasia, che accudiva amorevolmente il piccolo, e poi un’amica di lei e una nutrice, fino a quando nessuno più volle avvicinare il giovane semimortale, che fu bandito dalla città e costretto a vivere sul Monte Otaxos. Fattosi uomo, Ermofane divenne così bello che Lapia finì non volente per innamorarsene, ma memore di quanto aveva ordito, chiese a Beione, ninfa dei laghi, di aiutarla a sciogliere Ermofane da quel maleficio. In un primo tempo Beione accondiscese, ma poi, veduto di persona il bell’Ermofane, se me innamorò anche lei. Decisa a coltivare quell’amore tutto per sé e di liberarsi della rivale, Beione apparve in sogno a Ermofane rivelandogli che avrebbe potuto liberarsi dall’incantesimo solo se avesse baciato una donna consacrata al dio Zeus: Lapia. Ma nessuno sapeva che gli effetti di quella pozione, preparata del fauno cieco Presippo, che aveva errato nella proporzione degli ingredienti, erano già da tempo svaniti, cosicché Ermofane quando baciò Lapia, anziché farla morire in modo atroce, la fece innamorare perdutamente di lui. Beione, disperata, vagabondò allora per le terre emerse piangendo il suo amore, fino a quando un giorno le sue lacrime bagnarono un cespuglio di rovi, Teofrasto, che, divenuto nuovamente uomo, volle vendicare la morte della moglie Eufrasia trafiggendo con un sol colpo di lancia Lapia ed Ermofane che trovò abbracciati nel tepore della loro alcova. Zeus, saputo che suo figlio Ermofane era stato ucciso…

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