Banco era sconvolto. Non riusciva a non pensare a Tago e alla situazione tragica in cui si era andato a cacciare.
Si buttò giù dal letto, si diede una lavata e si cambiò. Era sua intenzione tornare sul luogo dell’incidente dove aveva perso la vita Pellediluna. Era convinto che gli fosse sfuggito qualcosa.
Passò davanti alla camera della sorella e la vide ancora distesa sul letto con addosso tutti i vestiti stracciati e zuppi. Decise che per adesso non le avrebbe raccontato nulla della sorte di Tago: ci sarebbe rimasta troppo male. Forse, in seguito, avrebbe trovato le parole giuste.
Accostò delicatamente la porta, non aveva intenzione di svegliarla per portarsela con sé. Aveva bisogno di riposare. Non correva nessun pericolo rimanendo lì da sola: anche se IT, apparso nella sua stanza, lo aveva minacciato, era convinto che non potesse sapere esattamente dove si trovasse casa sua. Del resto anche Franz e Nora, quando erano venuti da lui per la prima volta, non avevano capito dove erano apparsi di preciso e avevano dovuto guardarsi attorno per accorgersi che quello non era il solito luogo dove si incontravano con Pellediluna.
Andò così in garage e prelevò la bicicletta: il curvone di Badiassi forse poteva ancora raccontargli qualcosa di interessante su quella vicenda.
Durante il tragitto pensò che faceva davvero caldo e che il chiarore del cielo stava diventando insopportabile. Neppure gli occhiali da sole sembravano più in grado di filtrare a dovere i raggi luminosi. Notò anche che le nuvole, curiosamente, si erano fatte più piccole e più lontane, come se qualcuno si fosse divertito a risparmiare in vapore acqueo o le avesse lanciate nel cielo. Le strade erano deserte, benché fosse un giorno semilavorativo. Ma quello che più lo allarmava era, come gli aveva fatto notare Canio, che non ci fossero più uccelli in giro e che la campagna fosse arida ed assetata di pioggia.
Attraversò piazza del Duomo proprio davanti al monumento a Poggi Perti che, stranamente, era privo dei piccioni che gli passeggiavano di solito sulla testa. Passò anche davanti ai cancelli della sua scuola: il giardiniere stava spazzando il vialetto coperto da un largo cappello di paglia.
Lasciò meditabondo Lughi, iniziando la faticosa salita verso Pievàni. Quindi arrivò sul rettilineo poco prima del curvone di Badiassi. Lo percorse tutto fino al punto dove si era verificato l’incidente. La macchina non era stata rimossa: era ancora lì nella stessa posizione, accartocciata al grosso ulivo in bilico sul dirupo.
Banco posò la bicicletta a ridosso della vettura. Esaminò più attentamente il luogo, il prato circostante fino al limitare del bosco, proprio là dove aveva visto sbucare i due lupi. Ispezionò l’interno della vettura e si accorse che non era sporco di sangue: questo fatto gli parve davvero singolare. Se la donna era stata colpita lì, l’abitacolo avrebbe dovuto serbarne traccia abbondante.
Poi, controllò con cura il resto della macchina: il portabagagli, il vano motore, il cruscotto, i sedili. E così facendo si accorse che nella portiera dal lato del passeggero, sotto la maniglia, nascosta da questa, c’era il foro di uscita del proiettile che aveva oltrepassato il corpo della donna. Il punto esatto era coperto dalle fronde basse dell’ulivo su cui si era schiacciata la macchina; forse era questo il motivo per il quale i poliziotti non si erano accorti della fuoriuscita limitandosi a ricercare, senza successo, il proiettile all’interno della macchina.
Tirato fuori il coltello dal proprio zaino tagliò un ramo di quercia e gli fece la punta piantandolo nel terreno a circa mezzo metro dal foro di entrata. Quindi prese uno spago che annodò al bastone più o meno all’altezza del buco nella portiera. Tese lo spago dopo averlo fatto passare attraverso il foro stesso fino a farlo transitare anche nel secondo buco, quello di uscita, che era più in basso. Proseguì a srotolare lo spago, che toccò terra a circa sei/sette metri dalla macchina, quasi all’inizio della linea delle querce. Si mise a scavare nella terra per tre o quattro spanne e poi finalmente lo trovò: il proiettile di grosse dimensioni era ancora intero e ben conficcato contro una radice. Lo prese con le dita, ma subito dovette mollarlo: scottava come se l’avesse appena tirato fuori dal fuoco. Non se l’aspettava. Il proiettile, scivolandogli di mano, ruzzolò nella scarpata diversi metri più in basso. Rimase lì a darsi dello stupido, mentre lo vedeva cadere e rimbalzare lontano da lui, ma poi si buttò alla sua ricerca. Se non aveva visto male si era infilato nel ruscello sottostante.
Banco scese lentamente guardando bene dove metteva i piedi. Si teneva a radici affioranti o ad arbusti legnosi. Ci mise qualche minuto per raggiungere il corso d’acqua, ma non ebbe alcuna difficoltà a ritrovare la pallottola: nel punto in cui era immersa, infatti, si alzava denso del vapore grigio. Il proiettile era così caldo che faceva ribollire l’acqua tutt’attorno.
‘Questo spiega perché non c’era sangue nell’abitacolo della vettura’, pensò Banco osservando da vicino quel fenomeno fisicamente impossibile. ‘Il grande calore sprigionato dalla munizione deve aver cauterizzato la ferita sia in entrata che in uscita dal corpo, facendo sì che non si versasse neppure una goccia di sangue’.
Il ragazzo staccò allora delle foglie larghe e carnose da una pianta che le protendeva proprio nella sua direzione e con quelle, a mo’ di presine, tirò fuori dall’acqua il proiettile. Afferrò delle altre foglie e le usò per avvolgere le prime. Bagnò quindi abbondantemente il tutto. Con lo stelo di un’erba semilegnosa chiuse infine l’involto praticando alcuni nodi. Rimessosi il tutto in tasca, risalì il dirupo. Aveva fatto molta più strada di quanto gli era sembrato, perché gli ci volle un bel po’ di tempo per ritornare in cima.
Con la pallottola in tasca, tutto sommato soddisfatto di aver ritrovato qualcosa che era sfuggito anche alla polizia, si diresse verso la vettura di Pellediluna. Una volta arrivato, però, si accorse che la bicicletta era sparita. La cercò nei pressi, caso mai l’avesse lasciata da un’altra parte e non se lo ricordasse più. Poi cominciò a pensare ad uno scherzo. Ma il posto era isolato, ci passavano poche persone e nessuno che fosse venuto dalla strada avrebbe potuto notarla. Salì addirittura sulla colonna eretta in ricordo dell’eccidio di Badiassi per vedere se la scorgeva. Ma c’erano solo querce e, duecento metri più a destra, il casolare abbandonato che aveva dato il nome al curvone pericoloso.
Disperò di poterla ritrovare.
Ridiscese dal pilastro e si mise in mezzo alla strada: forse qualcuno sarebbe passato di lì e gli avrebbe dato un passaggio.
Stava appunto chiedendosi come sarebbe potuto tornare a casa quando sentì il rumore di un veicolo che si avvicinava. Stava scendendo da Pievàni con cautela a giudicare dallo stridio dei freni: evidentemente non aveva alcuna intenzione di affrontare il curvone ad una velocità eccessiva. Poi lo vide sbucare: era l’Ape di Canio.
«Che ci fai qui, Banco?» chiese sorridente il contadino che gli si era fermato accanto.
«Ero venuto a fare un giro…» il ragazzo pensò che non era il caso di raccontare al suo amico che cosa davvero stesse facendo in quel posto: forse non avrebbe capito. «Però mi hanno rubato la bicicletta.»
«Sali» fece Canio raschiandosi la gola e strascicando il respiro «stavo proprio tornando giù a Lughi, ho finito le consegne» e così dicendo gli aprì la portiera. «Sei venuto a vedere la macchina incidentata?» Poi, buttando l’occhio, verso il dirupo: «Ha fatto proprio una brutta fine, quella poveretta.»
L’Ape proseguì lentamente, curva dopo curva, fin verso Lughi.
«Tu come stai, Canio, ti sei ripreso?» fece Banco ricordandosi dell’ultima volta che lo aveva visto nella sua vigna.
«Non sto ancora bene… dovrò decidermi ad andare dal medico, prima o poi.»
«I miei genitori ci sono andati oggi e sono stati entrambi ricoverati per accertamenti.»
«Davvero?» fece sorpreso l’uomo che dava un colpo di tosse dietro l’altro «io però non ho tutto questo tempo a disposizione da dedicare ai medici: ho da mandare avanti gli orti e la serra e fare le consegne… sono solo, lo sai.»
Non aveva ancora finito di parlare che, tutto d’un tratto, Banco gettò un urlo. Prese l’involucro che aveva in tasca e lo gettò sul fondo dell’Ape. Il proiettile aveva continuato a bruciare e aveva consumato le foglie che lo contenevano. Canio si fermò in uno slargo della strada.
«Ti sei fatto male?» gli chiese preoccupato.
«No, Canio, no, almeno credo.»
Poi il ragazzo, guardando la pallottola, si fece sfuggire «ma è incredibile che possa essere ancora così calda.»
Canio prese allora una pinza da un vano del cruscotto: aveva il manico di plastica e afferrò la munizione. Diede il tutto in mano al ragazzo soffermandosi a squadrarlo mentre Banco stava ancora fissando quel proiettile come se ne volesse capire i suoi segreti. Poi Canio mise nuovamente in moto l’Ape e ripartì.
Per un po’ i due non si parlarono. Il silenzio era rotto solo dal rumore del motore esausto del vecchio Ape e dai colpi di tosse di Canio. Banco, in verità, era imbarazzato. Non sapeva davvero come giustificare il possesso di quell’oggetto. Ma fu il contadino a rompere gli indugi:
«Quando avevo diciotto anni mi capitò di fare il militare a Firenze. Mi ricordo che quell’anno, a novembre, piovve tantissimo: era il 1966. La gente era preoccupata per le condizioni del fiume che s’ingrossava ogni giorno di più. Un pomeriggio mi trovai a passare per il Ponte Vecchio. Ero in libera uscita: ero andato a trovare un amico e stavo appunto tornando in caserma. Udendo che il fiume faceva un frastuono assordante, mi affacciai al parapetto, nella parte centrale, proprio dove c’è il monumento a Benvenuto Cellini. Ero curioso di vedere il livello dell’acqua se fosse davvero alto. Effettivamente lo era. Il fiume inoltre, non solo era impetuoso con onde inquietanti, ma faceva impressione per il suo colore marrone sporco e per il fatto che trasportasse, come fossero ramoscelli, interi alberi sradicati. Una vera e propria forza della natura. Poi mi accorsi di un signore vestito di un bomber di pelle scura, con il cappuccio in testa. Lo osservai perché vedevo che, da un sacco che aveva issato sulla balaustra, tirava fuori dei petali che avrei detto essere di rosa. Pensai ad uno strano rito religioso. ‘Magari sono petali di rosa benedetti’, credetti lì per lì, ma ero comunque sorpreso perché si era di novembre. ‘Dove li avrà mai trovati?’ mi chiesi.
Mi accorsi però che, ogni qualvolta i petali cadevano nell’Arno, il fiume sembrava gonfiarsi e aumentare di volume. Allora corsi istintivamente da questo tizio e afferrai la mano con cui buttava i petali di sotto. Lui si girò. Vidi un volto luminosissimo che mi accecò. Ma la cosa strana fu che sentii come se tutto il Male dell’Universo scrutasse nella mia anima. Mi sentivo rovistato dentro, come se io stesso mi trovassi dentro alle onde limacciose dell’Arno e non potessi più uscirne. Nei fui terrorizzato. Mollai la presa e, allo stesso istante, un calore vivo divampò dentro di me, come se bruciassi: avvertii distintamente, in quel momento, lo stesso odore che sento spandersi ora da quel proiettile che hai in mano. Caddi svenuto. Chi mi soccorse portandomi all’ospedale mi raccontò che ero stato preso da convulsioni irrefrenabili e che gridavo in una lingua incomprensibile strabuzzando gli occhi. E il giorno dopo ci fu l’alluvione a Firenze, con tutto quello che ne conseguì.»
«E’ terribile questa storia!»
«Non è una storia, Banco, è la pura verità!»
Il ragazzo capì che il suo amico sapeva bene a chi appartenesse quel proiettile: la sua provenienza era la stessa dei petali di rosa gettati nell’Arno e cioè la Banda dei Malvagi. Tanto valeva raccontargli ogni cosa. Così, lungo il tragitto fino a Lughi, gli riferì della Compagnia, di IT, di Tago prigioniero nel Paese dei Ragni Giganti e del furto della bicicletta, nonché della sua scoperta al curvone di Badiassi.
Canio ascoltò attentamente, in religioso silenzio, quanto il suo amico gli stava dicendo e senza mai meravigliarsene. Sembrava che fossero informazioni di cui fosse già a conoscenza, a cominciare dall’esistenza della Dimensione delle Immagini. Poi, tra un respiro cavernoso e l’altro gli chiese:
«E tu vorresti andare a liberarlo, Tago?»
«Sì, sarebbe bello» fu la semplice risposta di Banco.
«A pensarci bene, un modo per andare nel Paese dei Ragni ci sarebbe…»
«Davvero? Quale, Canio, quale?»
«Potresti ritornare con il Gator all’Immagine dell’Oceano Sovrapposto e immergerti nella testuggine.»
«Già, ci avevo pensato anch’io, ma come faccio a trovare la testuggine in quell’Oceano? Dubito che, se si sciogliessero di nuovo gli scogli, l’animale tornerebbe a salvarmi.»
«Ho io quello che ti occorre» bofonchiò Canio sorridendo. «Tempo fa avevo uno stagno vicino a casa. Lo avevo costruito per mio nipote e l’ho tenuto finché lui era piccolo. Poi, siccome lo stagno dà tanto da fare, l’ho smantellato regalando le tartarughe. Però mi è rimasto un mucchio di cibo, di quello per cui vanno matte. Disciolto nell’acqua dovrebbe rappresentare un potente richiamo anche per la tua testuggine.»
«Grazie, mi sarà senz’altro di aiuto!»
«Hai pensato piuttosto a come uscirai dal Paese dei Ragni? Mi hai detto che non ci sono vie di uscita…»
«Qualcosa mi verrà in mente, ne sono sicuro!» replicò il ragazzo fiducioso.
Canio passò prima dal suo casale a prendere il sacco di mangime, poi accompagnò il ragazzo a casa.
«Mi raccomando…» esortò Canio mentre Banco scendeva dall’Ape. «Ci tengo molto ad avere un amico come te. Stai in guardia!»
«Vedrai, me la caverò!»
«Lo sai che dovresti consegnare quel proiettile alla polizia, vero?» domandò il contadino raschiandosi la gola.
Il giovane se ne rimase immobile, titubante, non sapendo cosa rispondere. Non ci aveva pensato. Avrebbe potuto avere delle noie per questo. Poi disse:
«Mah, ci penserò.»
Quindi si diresse verso il cancelletto in legno di casa sua. Si girò un’ultima volta a salutare, ma si rattristò: sembrava un addio.
Banco, entrato in casa, salì in camera sua, sempre con la pinza in mano che stringeva la pallottola. La posò all’interno di una bacinella di rame che poggiava a sua volta su di un basamento isolante. Andò su Internet: voleva saperne di più sul calibro e sulle caratteristiche tecniche di quella munizione. Visitò diversi siti, poi ne trovò uno dettagliatissimo, americano. Scoprì così che si trattata di un cal. 45 Winchester per Smith & Wesson. Corrispondeva sia per il diametro che per la lunghezza che per le altre specifiche di fabbricazione. ‘È un normalissimo proiettile se non fosse per il fatto che è molto caldo‘ pensò Banco deluso. ‘Forse è stata l’arma che l’ha esploso ad essere speciale’. Lo squadrò meglio da vicino, come se volesse carpirgli chissà quale segreto. ‘Eppure c’è qualcosa che non mi convince.’
Poi al ragazzo venne in mente di controllare il peso: 15 grammi, segnalava la pagina web. 13,5, diceva la bilancina di precisione. Questo dato sorprese molto Banco. ‘Di solito le specifiche di una munizione sono standard per il tipo cui appartiene, perché solo questa è diversa?’
Banco si mise a passeggiare per la stanza come faceva quando voleva concentrarsi su qualcosa. Volle controllare se si trattava di una munizione particolare, di fattura artigianale. Prese il microscopio… ma no, si trattava di un comune proiettile liberamente acquistabile in commercio.
Poi un’idea assolutamente pazza attraversò all’improvviso la mente del ragazzo. ‘Non è possibile che sia questo il motivo!’ pensò eccitato. Si alzò di scatto, andò in cucina e cercò nella dispensa. Doveva avere la conferma. Prese una scatola di sale ancora chiusa. Sul pacchetto c’era scritto che pesava un chilo. Lo pesò sulla bilancia degli alimenti che la mamma teneva su di un mobiletto: 900 grammi. Rovistò nel frigo e afferrò una confezione di tortellini: c’era scritto 250 grammi. La pesò: 225 grammi. Gli oggetti pesavano molto meno di quello che avrebbero dovuto: un calo di circa il 10%. Non ci voleva credere. Fece un’altra prova, andò in bagno e si pesò lui stesso sulla bilancia a terra: la lancetta della bilancia segnava cinque chili in meno.
Poiché gli si insinuò il dubbio che fossero le sue bilance a non funzionare bene, prese il sale e i tortellini ed andò dal suo rompivicino, il quale si meravigliò molto della richiesta di Banco di voler pesare quelle cose. Il ragazzo diede una giustificazione a vanvera che sembrò però soddisfare Reno. Il giovane ebbe la conferma che si aspettava: le pesate avevano dato esattamente lo stesso risultato.
E mentre il vicino, informatosi che i genitori del ragazzo si trovavano in ospedale, stava dicendo a Banco che sarebbe andato a trovarli perché era appena uscita una nuova polizza sanitaria che voleva sottoporre all’attenzione di Carlo, il giovane tornò a casa immerso nei suoi pensieri.
Forse aveva capito! Non c’era affatto un virus in giro che stava contagiando la gente: era più probabilmente il Malvagio che stava in qualche modo influendo sulla gravità terrestre con l’effetto che le cose, tutte le cose, gli individui e gli animali, pesavano meno. Sì, non poteva che essere così, rifletté il ragazzo, che più ci ragionava e più scopriva che tutto quadrava. La minor gravità terrestre era tale ora da trattenere meno atmosfera, ingenerando così una inevitabile diminuzione di ossigeno nell’aria con l’allontanamento progressivo delle nuvole che lui stesso aveva potuto osservare. La rarefazione dell’atmosfera aveva consentito inoltre una maggiore penetrazione dei raggi solari e un maggior riscaldamento della superficie terrestre, dando luogo alla siccità e all’eccessiva calura di quei giorni. Anche i malesseri delle persone s’inquadravano in questa mutata condizione ambientale. C’era meno ossigeno nell’aria e la gente faceva fatica a respirare e avvertiva come una bolla nello stomaco proprio perché era concretamente più leggera: e gli adulti si sentivano meno pesanti rispetto ai ragazzi, perché ‘i grandi’ pesavano di più e maggiore dunque e anche più evidente era la loro sensazione di ‘leggerezza’. Anche i giramenti di testa e le vertigini e forse i terremoti stessi erano tutte conseguenze di questo mutato stato di cose.
Il ragazzo non sapeva ancora cosa potesse causare tutto ciò, ma certo era contento di sapere che i suoi genitori non stavano poi troppo male; ciò che lo preoccupava molto era piuttosto l’idea di non sapere come fermare il Malvagio che avrebbe proseguito nel suo piano di distruzione, questa volta, di tutta l’umanità.
Doveva dirlo assolutamente a qualcuno, pensò Banco in preda ad una viva agitazione.
Andò da Tessa, anche perché non poteva pensare di mettersi a dormire.
Il ragazzo entrò piano nella sua stanza. Sarebbe stata una bella sorpresa anche per lei.
La chiamò ma Tessa non rispose. ‘Però! Che sonno duro ha’ pensò. La chiamò ancora. Ma la stanza era vuota. Accese la luce: il letto era in disordine, ma di lei nessuna traccia.

Capitolo 13 “Una questione di peso”
Ora che ho potuto leggerlo capisco che questo capitolo è molto importante per la comprensione della storia, e ciò che stupisce è che in tanti anni nessuno si sia accorto che mancava. Comunque ben scritto.
Capitolo tredici.
Molto stranamente il capitolo 12, “Un’interferenza prevedibile” e il 13 “Una questione di peso” sono uguali. Quindi i capitoli sono 31 e non 32. Non ripeto il commento, potete leggere il precedente.