Feeds:
Articoli
Commenti

Archive for the ‘suspense’ Category

routineA una certa ora, sempre la stessa, qualunque cosa stesse facendo, la interrompeva e iniziava il ‘suo’ rito per prepararsi per la notte. Andava in bagno, prendeva il libro da leggere, saliva in soppalco, dove aveva ricavato una suggestiva e comoda stanzetta, e chiudeva la porta: poi raggiungeva nel buio la lampada del comodino e la accendeva mettendosi a letto.
Tutto avveniva pressoché sempre allo stesso modo, lentamente, in automatico, come scandito da un orologio interiore. Un privilegio acquisito con l’età, ma anche un modo per entrare in sintonia con il sonno che di lì a poco lo avrebbe traghettato sino allo soglie del mattino. E così fece anche quella sera.
Spense il televisore, si alzò dalla poltrona, andò in bagno, salì gli scalini di legno, che scricchiolavano lievemente in modo diverso l’uno dall’altro, ed entrò in camera; chiuse quindi al buio la porta e andò alla lampada del comodino. Ma non si accese.
Aveva previsto che un’eventualità simile potesse accadere, prima o poi, tant’è che aveva comprato una lampadina di riserva e l’aveva riposta nello stipetto del comodino. Si chinò, aprì l’anta e, anche se non vedeva nulla, afferrò la lampadina dove sapeva sarebbe stata e sostituì quella fulminata. Ma non si accese.
Controllò la spina: era inserita nella presa. Il problema è più serio, si disse facendo una smorfia. Odiava quei fastidiosi contrattempi. Che fare, adesso?
Fu tentato di mettersi a letto senza leggere, ma poi pensò che questo lo avrebbe messo di pessimo umore e decise di andare a cercare una torcia per accertarsi cosa fosse accaduto. Tornò alla porta. La maniglia non c’era più.
Tastò a lungo i pannelli individuando solo la toppa della serratura: la maniglia di sicuro non era lì. Com’era possibile? Si piegò per cercarla per terra anche se non l’aveva sentita cadere. Il buio era totale e la sensazione di disorientamento improvvisa si era fatta soffocante. E udì un bisbiglio.
Dapprima era debole, un fruscio di seta o uno stormire di frasche e, poi, sempre più forte, come se il lucernario si fosse spalancato e un pipistrello sgomento fosse entrato sbattendo di qua e di là contro i muri della stanza. No, no. Non era quel tipo di rumore. Piuttosto… ecco, sì… era qualcuno che lo chiamava: ora ne era certo; era proprio il suo nome e la voce veniva da lontano anche se, allo stesso tempo, gli pareva scaturisse come un rivolo da un punto preciso dentro la sua testa. Gli si ghiacciò il sangue. Il suono smise.
Provò a rialzarsi rimanendo per un po’ in ascolto, levando davanti a sé il dito indice come per ricordare da che punto della camera provenissero quelle parole. L’aria era divenuta nel frattempo rarefatta e un gusto amaro gli pervase la bocca mentre la gola si contrasse quasi avesse respirato aria acida.
Poi, dal buio appiccicoso e compatto, una mano gelida lo afferrò sulla schiena tirandolo a sé per la maglia della notte e un’altra l’agguantò per i capelli tirandoli con violenza. Erano due mani ossute, fredde, dotate di una forza spaventosa. Le sentì chiudersi di scatto sul suo corpo fragile come una morsa senza ritorno. Cercò di aggrapparsi al termosifone, perché a quella ‘cosa’, capì, non avrebbe potuto opporsi. Urlò senza poterne avvertire le vibrazioni; al loro posto, di nuovo, quella voce sommessa, ronzante, un nastro mandato all’incontrario: qualcuno che si stava nutrendo dell’oscurità e della sua paura lo voleva a sé chiamandolo in modo sommesso ma deciso; lo chiamava, ripetutamente, come per ricordargli chi era. Cominciò a sentirsi masticare anche se non provò alcun dolore. Quindi venne a poco a poco letteralmente inghiottito dal nulla come se un mostro avesse spalancato le fauci sotto di lui. E sparì, trascinato via, appena pochi secondi dopo.

Read Full Post »

ciliegie«Glielo assicuro, dottore, mi hanno incastrato.»
«L’hanno incastrata…» ripeté meccanicamente il PM Sbarbaro guardando un punto imprecisato tra l’uomo seduto davanti a lui e la parete di fronte. L’avvocato, un uomo corpulento spremuto sottovuoto nel suo spigato che aveva bisogno di una urgente stirata, stava pensando a cosa dire di intelligente, ma non gli veniva in mente nulla. Un agente penitenziario si avvicinò senza far rumore e allungò un foglio dattiloscritto al PM. Lui lo lesse con calma, spostando sulla punta del naso i suoi improbabili occhiali dalla montatura rosa. Riemerse quindi dalla lettura e disse al detenuto:
«Prosegua, prosegua pure…»
«Vede, dottore, stando qui in cella, nelle ultime ore, ho potuto riflettere molto su quanto è successo e ho capito come ha fatto.»
«Come ha fatto, chi?» domandò il PM posando il foglio.
«Il maresciallo Roversi. Non può che essere lui l’amante di mia moglie ed è lui che ha architettato tutto questo. Marina, mia moglie, l’ha evidentemente lasciato, forse per un altro ancora, e lui, per vendetta, l’ha uccisa; e, per farla franca, ha pensato bene di coinvolgere me.»
«Sa per certo che Roversi era l’amante di sua moglie?» chiese il magistrato osservando la punta della stilografica come se avesse trovato un difetto.
«In verità no, ho ricollegato il tutto, dopo. Ma non può essere che lui. Adesso le spiego: mia moglie Marina, dopo cinque anni di matrimonio, all’improvviso, mi ha messo alla porta. Mi dice che non mi ama più, che pensava fossi diverso, si era sbagliata, e che tutto era finito. Sa, le solite cose che dicono le mogli per sbarazzarsi dei loro mariti divenuti ingombranti. E dopo cinque anni! E per giunta con un figlio di mezzo!»
«E cosa gli ha fatto pensare al maresciallo?»
«Quando ancora mi faceva vedere mio figlio ho notato in casa un calendario dei Carabinieri, che lei non ha modo di frequentare altrimenti, e, una volta, anche dei guanti sulla console del corridoio, sa quelli di ordinanza, con tanto di cifre, AR… e ogni tanto Marina, con noncuranza, mi chiedeva di lui; insomma a quel tempo non ci badai più di tanto. Poi, un giorno, Roversi, che conoscevo bene perché frequentava il mio ufficio in comune (ancora non sospettavo di lui), mi invitò alla sagra delle ciliegie di Collefili, dove mi fece consegnare una cassetta di ‘duroni’, sa, quelle ciliegie grosse e nere…»
«Le conosco bene, vada avanti…»
«Sì, certo, e con l’occasione facemmo due passi su per la collina. Mi disse che voleva andare via da Collefili e se potevo parlare con quel mio parente al Ministero. Siamo quindi arrivati, camminando, a un laghetto. Ha gettato nell’acqua un ramo e mi ha fatto sparare con la sua pistola: una cosa così, per divertirsi un po’. Alla sagra, peraltro, mi hanno visto decine di persone…»
«E poi?»
«E poi mio cugino è riuscito a farlo trasferire ad Alvona. Nel frattempo i miei rapporti con Marina sono peggiorati. Ho cercato di capire cosa le stesse succedendo. Diceva che era depressa per una dieta sbagliata che le aveva rovinato il metabolismo. Insomma era diventata isterica. Le consigliavo sempre di andare da uno specialista, ma lei si fidava solo delle sue amiche e non mi stava mai a sentire. Divenne intrattabile e smise di farmi vedere persino mio figlio. Ma io avevo già capito il perché: aveva un amante e voleva rifarsi una vita. Poi è arrivato il giorno del fatto.»
«È sicuro che vuole proseguire?» mormorò l’avvocato avvicinando il suo testone a quello del cliente.
«Certo che ne è sicuro!» fece il PM spazientito per quella interruzione.
«Rientrando a casa, quella dei miei genitori, che nel frattempo mi avevano ospitato, ho trovato un pacchettino a me indirizzato nella cassetta delle lettere» continuò il marito senza neppure voltarsi verso il legale. «L’ho aperto e dentro c’era della polvere scura e un biglietto con la grafia di mia moglie. Diceva testualmente: ‘Volevi tuo figlio? Eccotelo. L’ho bruciato e queste sono le sue ceneri’. Sono corso da mia moglie, impazzito dal dolore. Ultimamente mia moglie era così fuori di sé, come le ho detto, che avrebbe potuto persino fare una cosa tanto orribile. Dal momento che nessuno rispondeva al citofono, sono salito su al piano. La porta era aperta e… e…»
«E?» fece il PM che aveva assunto l’espressione come di chi ascolta una voce in lontananza.
«E ho visto mia moglie, sul pavimento della sala, in un lago di sangue. La testa, quasi non c’era più. Si era suicidata. Neppure mio figlio c’era. E ho chiamato voi. Oh, la mia povera Marina!»
«Solo che noi abbiamo trovato le sue impronte sull’arma del delitto e facendo lo stub, per la rilevazione dei residui da sparo sulle sue mani, abbiamo rinvenuto le relative tracce… E facendo due più due…» concluse il PM alzando un poco il naso come se avesse voluto vedere dentro a uno scatolone.
«È per questo che le dico che sono stato incastrato, dottore. Lo so, non mi crederà mai. Ma l’arma trovata accanto al corpo di mia moglie non può che essere quella che mi diede Roversi quel giorno in cui sparai al laghetto, a Collefili, lui l’ha fatto apposta; lo stub è risultato poi positivo perché la polvere che mi sono fatto cadere addosso, aprendo il pacchettino a casa mia, non era la cenere di mio figlio, ma polvere da sparo; capisce? Roversi si è fatto pure trasferire da me in modo da procurarsi per tempo un alibi: insomma, un piano congegnato nei minimi particolari, ma sono innocente» e l’uomo nascose il viso tra le mani come volesse piangere. L’avvocato gli mise un braccio sulla spalla per solidarietà. Era poco professionale, ma era un gesto che si sentiva di fare.
«Ha ragione, un piano ben congegnato. Per fortuna ci ha aiutato Caterina» fece il PM dopo aver fatto decantare per la tensione.
«Chi?» fece il marito alzando il viso e cambiando espressione.
«Caterina.»
«Non capisco.»
«Abbiamo sentito le amiche di sua moglie. Sa, le donne parlano poco con noi uomini, probabilmente perché non le ascoltiamo abbastanza. Ma si confidano molto tra di loro. È vero: è risultato che la vittima era molto angosciata per la propria salute. Non era però per motivi di dieta, come dice lei. Aveva un brutto male, sua moglie, al seno…»
«E perché non me l’ha mai detto?»
«Perché lei la picchiava e la maltrattava, la sua ‘povera’ Marina. Per i motivi più insignificanti, in verità, ma soprattutto per gelosia. Lei si era convinto che avesse un amante, il maresciallo Roversi, appunto, ma non era vero; erano solo conoscenti, perché lui è il fratello della sua più cara amica, come probabilmente le aveva detto: probabilmente non erano neppure amici; insomma la convivenza fra di voi era divenuta, come dire?, insopportabile e sua moglie, piuttosto che denunciarla, ha fatto una scelta coraggiosa, nonostante il figlio piccolo. E qui entra in gioco Caterina.»
«Già, Caterina…» fece l’avvocato che interrogava con un’espressione dubitativa il proprio cliente.
«Caterina era la donna di servizio di sua moglie» proseguì il PM che aveva letto sul viso del suo interlocutore uno stupore genuino. «Se si fosse occupato di più delle sue cose, forse ora lo ricorderebbe. La vittima si era lamentata anche con lei dei continui furti in casa e lei le aveva consigliato…»
«Ah sì, è vero, ora mi viene in mente, avevo consigliata di licenziarla… o di parlarne con le sue amatissime amiche, che sanno sempre tutto, loro…» interruppe con sarcasmo.
«Esatto, e sua moglie, perdurando i furti, così ha fatto: ne ha parlato con le sue amiche. Non è vero dunque che sua moglie non le desse mai retta.»
L’uomo si incupì.
«La vittima, in altre parole, non se l’era sentita di licenziare Caterina, dopo tanti anni che era a servizio, e comunque senza avere le prove dei furti. E allora l’abbiamo cercata per ogni dove, facendo fatica a trovarla: era nascosta davvero bene.»
«Nascosta, chi? Caterina?»
«Ma no, che dice? La webcam! Era sistemata propria in sala, dove abbiamo trovato il corpo di sua moglie. Era stata piazzata tra due statuine di ceramica sul trave del caminetto proprio per controllare la sua colf. Ha ripreso tutto: da quando lei è entrato all’improvviso in casa con la pistola in mano e sua moglie le ha chiesto: ‘e tu che ci fai qui?’. Devo continuare?»

Read Full Post »

Malvino aveva comprato da qualche mese quell’antica cascina ed era già riuscito a restaurarne buona parte. Il giardino era ancora simile a una giungla, ma avrebbe atteso la primavera per il lavoro più impegnativo; l’annesso fienile era invece del tutto impraticabile né sapeva che destinazione darne. I precedenti proprietari lo avevano usato prima come cantina e poi come legnaia. Insomma, ci avrebbe pensato su. Erano altre per ora le urgenze. Certo, il restauro lo affaticava molto, ma l’uomo era ugualmente soddisfatto: aveva sempre voluto ritirarsi in campagna, una volta in pensione, e il prezzo che gli avevano fatto per il corpo centrale, l’ampio giardino e il fienile, era stato davvero buono tanto da sembrargli un affare.
‘È costato poco perché ci sono i fantasmi’ gli avevano detto, malevoli, i vicini. ‘T’hanno buggerato’.
Ma Malvino ai fantasmi non credeva. Aveva paura solo dei vivi. Questa convinzione però non l’aiutò a dormire. Nel silenzio della campagna si sentivano, infatti, molto bene rumori indefinibili, che avrebbe definito sospetti e inquietanti. Una notte, non potendone più, decise di mettersi sotto la quercia davanti a casa e attendere, nascosto nell’erba alta, il vicino, giusto per farlo pentire per quello stupido scherzo. Si accorse però ben presto che il trambusto era concentrato in una parte sola della casa e proveniva più esattamente da dentro il fienile. Quella notte stessa entrò circospetto con torcia e randello, ma non riuscì a vedere niente: c’era troppa roba là dentro e mancava la luce elettrica. Decise che se erano topi li avrebbe fatti sloggiare con le buone o le cattive. La mattina seguente tirò fuori quanto accumulato da anni in quel posto. Assi, cassette, tini, legna, mobili sfasciati. Ciò che ritenne di non poter riutilizzare lo bruciò. Il locale, alla fine, con molta fatica, fu sgombro, anche dai topi. Quella sera si addormentò tranquillo, anche se a notte fonda fu svegliato di nuovo dagli stessi rumori. Sì, c’era indubbiamente qualcuno o qualcosa lì dentro, anche perché il grosso lucchetto che serrava ora la porta era ancora ben chiuso. L’uomo non si perse d’animo. Il giorno dopo installò una webcam in una spaccatura del muro del fienile, appena sopra la porta. Collegò un sensore di movimento e un microfono. Trascorse un’altra notte insonne, ma gongolava nel letto perché avrebbe scoperto ben presto di che mistero si trattasse. L’indomani, pieno di aspettative, accese il computer. Restò molto deluso però nel constatare che non era stato registrato nulla. Mandò avanti veloce il video e lo schermo rimase per tutto il tempo scuro. Si sentivano solo rumori, quelli sì, sotto forma di fruscii, piccoli crepitii, schiocchi, ma nient’altro. Stava per spegnere il pc quando di colpo lo schermo s’illuminò. Sobbalzò sulla sedia. Vide che nella parte alta dei muri del fienile, tutt’attorno, si erano accese nello stesso istante decine e decine di torce di fuoco a illuminare, a giorno, il locale in una scena da tregenda. ‘Ma cos’è?’ si chiese a voce alta.
«Io lo so!» si sentì dire. Malvino si girò spaventato. «Oh, mi scusi. Sono don Remo, il parroco del paese. La porta era aperta e… ma non volevo spaventarla.» Un giovane in abito talare, dal viso radioso, lo stava guardando sulla soglia. «Sono nuovo anch’io, sa? Sono arrivato in paese solo da qualche settimana. Non ho mai creduto a questa storia di fantasmi e ho fatto una ricerca negli archivi della Curia. Quello che vede nel video non è mai stato un fienile. È piuttosto una cappella del Cinquecento. E non è mai stata sconsacrata.»

Read Full Post »

 

Gli scrosci erano violenti e il ragazzo cercava di ripararsi come poteva sotto la stretta pensilina del casello. Le macchine entravano in autostrada distratte ignorando quell’ombra grigia. Se si fosse piazzato più avanti, sotto i coni di luce della stazione, si sarebbe infradiciato del tutto. Un’auto però si fermò.
«Grazie» fece il ragazzo cercando di sistemare alla bell’e meglio lo zaino sul sedile posteriore. «La ringrazio davvero, devo essere zuppo, mi spiace». Il giovane sfoggiava una divisa ordinata da scout. Le gambe sbucavano dai calzoncini, livide di freddo, e per un po’ si tenne in capo il cappello dalla larga tesa.
«Dove vai?» gli domandò brusco l’uomo con la sigaretta in bocca.
«Verso nord, più va in su, meglio sarà per me».
L’uomo non disse altro. Il telepass alzò diligentemente la sbarra per farlo passare e lui prese il raccordo come se percorresse un binario prefissato. All’imbocco s’infilò nel flusso senza guardare. Un camion frigo che proveniva da tergo, per evitare la collisione, frenò bruscamente sbuffando in un fumo denso e amaro. Il ragazzo si tenne alla portiera e al sedile. Si era fatto pallido.
«Dobbiamo per forza andare così forte?» chiese come se parlasse a se stesso.
L’uomo per tutta risposta calò il finestrino di una spanna. Lanciò nel buio il mozzicone di sigaretta che attraversò come una cometa l’opposta corsia. «Sì, dobbiamo» sentenziò. Poi si spostò sulla corsia di sorpasso e cominciò ad accelerare. 130/140/150. La strada si stava stringendo sotto l’effetto della velocità e le vetture superate parevano risucchiate all’indietro dal vortice d’aria. 160/170/180.
«Mi faccia scendere, la prego» supplicò il ragazzo che aveva gli occhi sbarrati. Ma la macchina aumentò l’andatura infilandosi tra TIR ciondolanti e vetture più lente. «La prego, si fermi, la prego».
L’uomo guardò il ragazzo con uno sguardo opaco che pareva quello di un cieco. Si chinò verso di lui e aprì con calma il vano cruscotto da dove estrasse una Colt Python calibro 357 Magnum. L’inox dell’arma luccicò per un attimo nell’abitacolo.
«Cosa vuol fare? Ma è impazzito?» ebbe appena il tempo di dire il ragazzo mentre la vettura scivolava sui 200 km all’ora.
L’uomo sorrise appena poi si mise la pistola sotto il mento e si sparò.

Read Full Post »

 

La luce della luna allagava la campagna con il suo chiarore diafano. La brezza dalle colline gli portava il profumo della finocchiella selvatica e di quelle altre bacche rosa di cui non ricordava mai il nome. Era stata buttata una coperta soporosa sui tetti addormentati e come una tela invisibile di ragno era stata tirata una trama sottile di ombre e di luci tra i comignoli di mattoni rossi e le antenne inscheletrite perché fosse unita casa a casa, vicolo a vicolo, sospiro a sospiro.
Lui, ritto nel buio, ebbe l’impressione che i pensieri e i sogni dei suoi compaesani fossero rimasti sospesi a mezz’aria in quel paesaggio immobile, impigliati tra i rami delle querce da poco ingentiliti di tenero verde. Con le mani larghe appoggiate alla balaustra di pietra porosa, guardava incuriosito per ogni dove come se quel panorama non fosse il solito e quella non fosse la terrazza della sua villa. Godeva di quelle sensazioni potenti che lo facevano sentire come da mesi non si sentiva più: giovane, invincibile, incontrollabile. L’eccitazione era grande, lo stordiva, gli faceva quasi sbarrare gli occhi per la sorpresa di trovarsi ancora a quell’appuntamento ineluttabile; sentiva scorrere il suo stesso sangue come fresca acqua sorgiva riversata improvvisamente sul greto secco del torrente a bagnare le fronde dei salici piangenti. Respirò più volte a pieni polmoni, fino a farsi girar la testa. Socchiuse gli occhi soddisfatto. E ora ne era certo: sapeva che quella notte avrebbe ucciso ancora.

Read Full Post »

La coda sull’autostrada stava rallentando sempre più, oramai si procedeva a passo d’uomo. Il freddo faceva risaltare gli scarichi delle macchine che si levavano densi e spessi sotto i fasci dei fari. E intanto cominciava a nevicare.
«Sì, pronto?» fece Luca sentendo vibrare il cellulare nella giacca.
«Tesoro, è successa una cosa terribile…»
«Marta, amore mio, cosa è successo?» Luca la sentiva piangere a singhiozzi e quella voce gli rimbombava avvelenata nel cuore: aveva smesso di respirare. «Marta? Marta!?! Calmati e dimmi cosa è successo! Cosa ti è successo?» ripeteva lui ora a voce alta. Il tergicristallo non ce la faceva più a spazzare via la neve e la fila era ferma da un po’.
«No, caro, non a me, a Luigino, non è colpa mia ma…»
«Luigino? Cosa gli è successo? Oddio…»
La comunicazione divenne improvvisamente sorda. La linea era caduta. Luca si maledisse per non aver ricaricato il cellulare. Uscì di schianto dalla macchina: doveva trovare subito un altro telefonino. Sotto una vera e propria bufera bussò alla portiera della vettura che gli era a fianco.
«Mi scusi! Mi scusi!» fece ballonzolando dal freddo prima su un piede poi sull’altro. Ma non ricevette risposta. Tolse un po’ di neve dal finestrino laterale e si accorse che dentro non c’era nessuno. Andò più avanti, sul rettilineo, fino alla macchina successiva che trovò con i fari spenti e completamente vuota. Luca si agitò, il gelo gli si stava insinuando sotto la giacca facendolo rabbrividire. Avrebbe voluto tornare indietro, ma doveva trovare quel telefono. Doveva sapere cosa fosse successo a suo figlio. Si mise così a correre disperato per diversi minuti, chiedendo aiuto alle macchine che incontrava. Erano però tutte livide nella penombra incerta, abbandonate come in un cimitero a cielo aperto, alcune persino con le portiere spalancate. Poi l’uomo si voltò realizzando sconcertato di essere completamente solo su quell’autostrada gelida. La neve aveva appena inghiottito ogni cosa: le tracce dietro di lui, le forme delle macchine, ogni suono.

Read Full Post »

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: